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Full text of "Lingua e dialetto nell'Italia del Duemila"

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SOCIOLINGUISTICA E DIALETTOLOGIA 

Collana diretta da A. Sobrero 
10 



LINGUA E DIALETTO 

NELLITALIA DEL DUEMILA 



a cura di 
Alberto A. Sobrero e Annarita Miglietta 




CONGEDO EDITORE 
2006 



Volume pubblicato con i contributi 

del Dipartimento di Filologia Linguistica e Letteratura 
dell'Università degli Studi di Lecce 

del Dipartimento di Scienze del Linguaggio 
e Letterature Moderne e Comparate 
dell'Università degli Studi di Torino 

del Dipartimento di Filologia Moderna "Salvatore Battaglia" 
dell'Università degli Studi di Napoli Federico II 



ISBN 8880867024 



Tutti ì diritti riservati 



CONGEDO EDITORE 2006 



A mo' di introduzione 

Gaetano Berruto (Torino) 



Il compito che mi spetta in questa circostanza, di inquadrare con qual- 
che parola di envoi l'insieme dei lavori qui raccolti, e di trarre un bilancio 
provvisorio cercando di suggerire il significato complessivo che può ave- 
re avuto il progetto di ricerca di interesse nazionale, condotto nel 2002- 
2003 su cofinanziamento del Miur e delle Università di Lecce. Napoli 
'Federico IF, Roma Tre e Torino su "Lingua nazionale e dialetto in Italia 
all'inizio del Terzo Millennio" (prot. COFIN 2001, num. 2001101283), di 
cui sono stato coordinatore e del cui convegno conclusivo questo volume 
costituisce gli atti, di solito sa di routine. Tale routine stavolta mi giunge 
però particolarmente gradita, sia per l'interesse evidente delle questioni 
che sono state dibattute a fine maggio 2004 nel congresso di Procida, sia 
perché è sempre una sfida intellettuale coinvolgente il rendersi conto che 
esistono tante cose ancora da studiare e capire meglio anche in un campo 
che pur si vuole molto battuto. Sembrerebbe infatti, di primo acchito, che 
sui rapporti fra lingua nazionale e dialetto in Italia si sia detto ormai tutto. 
Ma in realtà la polimorfia delle diverse situazioni regionali è tale che ri- 
sulta molto difficile ricavarne un modello passabilmente unitario che in- 
globi tratti comuni per così dire ad alta definizione e valga nella stessa 
misura per tutta la comunità parlante italofona. In effetti questo è già un 
primo risultato del progetto di ricerca, la conferma di una irriducibile di- 
versità di fondo nelle concrete situazioni regionali, o meglio subregionali, 
che sono state studiate dalle diverse unità operanti sul campo. 

Vediamo anzitutto nelle sue linee principali il percorso secondo cui si 
è snodata la ricerca, nata dal coagularsi di interessi analoghi e comple- 
mentari, anche se non omogenei, dei quattro gruppi che vi hanno parteci- 
pato, all'interno di un quadro globale basato sull'attenzione verso le dina- 
miche di lingue nazionali e varietà dialettali nell'Europa di inizio millen- 
nio. L'obiettivo generale era di fotografare lo stato attuale dei rapporti fra 
lingua e dialetto in casi itahani campione e di mettere a fuoco alcuni oro- 



blêmi delle dinamiche inteme del dialetto da un lato e dell'italiano dal- 
l'altro, al fine di elaborare categorie interpretative valide per cogliere una 
situazione sociolinguistica che pare presentare oggi caratteristiche nuove 
rispetto al panorama tradizionale. La ricerca è quindi proceduta lungo fi- 
loni scelti come adeguati per cogliere tale obiettivo secondo angolature 
diverse, e raggruppabili nelle tre opzioni di lavoro di seguito riassunte. In 
primo luogo, raccolta e analisi di tipi diversificati di interazioni e produ- 
zioni verbali in dialetto e in italiano regionale; particolamente copiosa è 
stata la raccolta di materiale parlato svolta dall'unità di Napoli, con ampie 
interviste strutturate condotte con campioni rappresentativi di informatori 
in diverse località; mentre le unità di Torino e di Lecce hanno mirato so- 
prattutto a raccogliere corpora diversificati (elicitati e non elicitati) rap- 
presentanti diverse situazioni di interazione di impiego del dialetto e del- 
l'italiano regionale in differenti ambiti, comprese emittenti radio e produ- 
zioni di bambini della scuola elementare (Lecce). In secondo luogo, rac- 
colta e analisi di dati in chiave di sociologia del linguaggio, basate sia su 
interviste con questionari (Torino) che su conversazioni libere (Napoli, 
Lecce) che sull'osservazione partecipante del comportamento linguistico 
(Torino, Lecce), circa i domini di impiego del dialetto e la sua collocazio- 
ne nel repertorio della comunità parlante e circa la valutazione dei parlan- 
ti stessi (percezione delle varietà dialettali e atteggiamenti dei parlanti nei 
loro confronti, Torino). In terzo luogo, catalogazione e analisi, sia sul pia- 
no teorico che su quello descrittivo, di punti strutturali critici, particolar- 
mente soggetti alla mutabilità, nella morfosintassi della lingua nazionale 
(Roma). 

Spero di non fare troppo torto ad alcuna delle unità di ricerca se, al fi- 
ne anche di esplicitare al lettore qualche contenuto della 'storia' da cui è 
nato il presente volume, mi permetto di sintetizzare qui, procedendo da 
Nord a Sud, una scelta di risultati specifici delle singole unità che all'otti- 
ca del coordinatore (peraltro inevitabilmente sbilanciata nei confronti del- 
la situazione che a questi meglio è nota) sembra di poter indicare come 
più rilevanti, emersi dalle presentazioni e discussioni avvenute in due riu- 
nioni collettive annuali dei gruppi di ricerca, ed ulteriormente sviluppati 
ed elaborati per il congresso di Procida. Per quanto riguarda Torino, il 
dialetto nell'area pedemontana appare a inizio Terzo Millennio sostan- 
zialmente poco usato, e le sacche di resistenza e vitalità sociolinguistica 
dipendono soprattutto dalla variabile demografica classe di età e da quella 
socio-geografica città/campagna. Presso i giovani e nell'ambiente urbano 
il dialetto è tuttora certamente in ulteriore decadenza d'uso. La situazione 
corrisponde sin qui a quanto preconizzabile in base al modello della col- 



locazione bassa e 'regressiva' del dialetto nel repertorio della comunità 
parlante, dominante in Italia sin dalla nascita della sociolinguistica. Vi so- 
no però aspetti (come l'impiego del dialetto in Internet, o il suo uso mar- 
ginale come varietà ludico-espressiva anche presso giovani poco compe- 
tenti) che rientrano male in questa categorizzazione, e che mostrano come 
il dialetto, anche (e forse soprattutto?) laddove ha un raggio d'impiego 
molto ridotto, non sia più oggi uno status symbol di condizione social- 
mente inferiore e non soffra piìi la sanzione sociale che lo connotava 
trent'anni or sono, bensì sia diventato una 'tastiera' che ha una sua fun- 
zione e connotazione positiva, all'interno del repertorio, valida sia come 
sottolineatura dell'identità sia come risorsa espressiva aggiuntiva. Tale 
nuova collocazione del dialetto è confermata anche dall'indagine perce- 
zionale, che permette inoltre di constatare quanto il dialetto sia oggi sot- 
toposto a ideologizzazione, nonché di valutare quanto spesso per i parlan- 
ti i confini tra le varietà locali di dialetto e quelli tra le varietà pedemonta- 
ne di italiano regionale siano sovrapposti. Quanto alla natura del dialetto 
così com'è oggi usato nei diversi contesti, il piemontese mostra sì tratti 
vistosi di italianizzazione per quanto riguarda il livello lessicale (e in par- 
ticolare, ovviamente, nelle sfere comunicative nelle quali il dialetto non 
era impiegato e non possiede il lessico adeguato), ma sostanzialmente la 
struttura morfosintattica di base appare intatta, e comunque non mutata ri- 
spetto alla situazione di una trentina di anni or sono. Un dialetto quindi 
che, dalla nicchia in cui era, ed è, ridotto, mostra qualche tendenza alla 
promozione, in una situazione non conflittuale con la lingua nazionale. 

Nei lavori dell'unità di Roma è stata elaborata la nozione di 'regole in- 
stabili' nel sistema linguistico: la sua applicazione a alcuni contesti critici 
dell'attuale dinamica dell'italiano mostra che tali regole costituiscono un 
movente importante nel cambiamento dei sistemi. Sulla base di appositi 
corpora, d'altro lato, sono stati 'scoperti' e analizzati costrutti sintattico- 
pragmatici divergenti nel loro valore semantico-comunicativo dalla nor- 
ma tradizionale, che sinora non sono stati riconosciuti né studiati come 
tali e che appaiono in stabilizzazione nella lingua di inizio millennio (co- 
me le 'ipotetiche sospese'). 

A Napoli, la variabilità sociolinguistica dei dialetti della periferia ur- 
bana e del circondario flegreo che sono stati sottoposti ad indagine risulta 
veramente molto elevata, rintracciandosi fenomeni vari di conservazione 
dei tratti locali, di 'napoletanizzazione' e di italianizzazione. Per cogliere 
la peculiarità della situazione è stato elaborato un nuovo modello di ''ha- 
bitat sociolinguistico"; la considerazione dei fenomeni che si situano tra- 
sversalmente tra i due poli del dialetto e dell'italiano ha consentito di prò- 



porre un 'tipo di processo di parlato' che si è rivelato molto utile per spie- 
gare la diversa distribuzione dei tratti fra i parlanti in relazione alla loro 
collocazione socio-demografica, il mantenimento molto forte di alcuni 
tratti anche marcati, e l'agonismo tra forme conservative e forme innova- 
tive. Anche nella situazione napoletana, il fattore classe d'età si rivela il 
più rilevante per la dialettofonia e il tipo di dialetto esibito (mentre per 
l'italofonia risulta molto rilevante anche il grado di istruzione); rispetto al 
caso piemontese, tuttavia, va sottolineato che i confini fra dialetto locale, 
dialetto urbano e regionale, dialetto italianizzato e varietà regionale di ita- 
liano sono molto meno evidenti, e le varietà hanno una forte somiglianza 
strutturale e risultano spesso largamente in sovrapposizione (anche se nel- 
la soggettività dei parlanti dialetto e italiano rimangono due sistemi ben 
separati). Significativa è anche la differenza riscontrata nelle singole si- 
tuazioni locali indagate (in particolare per quanto riguarda i quartieri ur- 
bani, più italofoni, e i borghi circostanti), che ha permesso di trarre im- 
portanti implicazioni sia quanto alla natura della variabilità intema di dia- 
letto e italiano, sia quanto allo studio dello stesso 'italiano parlato'. 

I materiali raccolti e analizzati dall'unità di Lecce hanno permesso di 
constatare ed esaminare dettagliatamente un'ampia gamma di fenomeni 
di convergenza e divergenza fra dialetti e fra dialetto e italiano regionale 
del Salento in diverse situazioni comunicative e in diversi contesti socio- 
istituzionali; particolarmente rilevanti appaiono i fenomeni di compresen- 
za fra dialetto e italiano, sia sotto forma di mescolanza che sotto forma di 
alternanza. Un punto saliente di quanto messo a fuoco nella situazione sa- 
lentina sta sicuramente nella comparazione specifica fra le produzioni e 
gli atteggiamenti di adulti e di bambini, che consente di valutare il dupli- 
ce processo dinamico dell'elemento dialettale, di regressione da un lato e 
di presenza tuttora capillare dall'altro, nel suo concreto annidarsi 'dentro i 
parlanti' in correlazione alle loro varie caratteristiche sociodemografiche 
e alla condivisione di rete sociale. 

II confronto fra i risultati delle unità di ricerca porta a sottolineare che 
le tre situazioni di repertorio italiano/dialetto indagate sono molto diver- 
se, e difficilmente riconducibili a un unico denominatore caratterizzante 
(donde, la necessità di modelli plurimi e differenziati per la sociolingui- 
stica italiana: risultato tanto più rilevante, quanto sinora è stata forte la 
tentazione di unificare sotto una categoria comune 'situazione italo-ro- 
manza media' tante situazioni regionali che a ben vedere non appaiono 
oggi affatto unificabili): in Piemonte il dialetto è debole, relativamente 
poco diffuso, ma strutturalmente saldo e ben distinto dall'italiano, gli at- 
teggiamenti nei suoi confronti sono positivi, e vi è in una élite politico- 

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culturale una forte coscienza identitaria regionale; nel Napoletano, il dia- 
letto è molto più forte e piij diffuso di fatto, ma sono molto meno netti i 
confini tra varietà di dialetto e varietà di italiano, il continuum sembra as- 
sai complesso, ed è presente una coscienza identitaria molto localizzata; 
nel Salento, italiano e dialetto sembrano spartirsi con una certa omoge- 
neità e compatibilità i domini, con molti fatti di convergenza/advergenza 
e gran quantità di fenomeni intermedi, ma con confini fra le varietà più 
precisi che non nel caso napoletano concomitanti con una diffusa duplice 
attribuzione identitaria. 

Un altro risultato globale della ricerca, interessante dal punto di vista 
teorico-metodologico, e a cui si è giunti da un lato procedendo 'dall'alto' 
e dall'altro procedendo 'dal basso' (v. sotto), consiste nel fatto che i tipi 
di analisi fomiti dalle singole unità trovano un punto di convergenza nella 
definizione di una natura particolare del sistema linguistico, visto come 
un territorio di fenomeni soggetti a variabilità, a instabilità, ad 'attrazione 
di contatto', continuamente percorso da processi dinamici. 

Al di là dell'innegabile eterogeneità degli approcci, degli interessi e 
dei settori di lavoro delle quattro équipes che hanno condotto la ricer- 
ca, e al di sotto della varietà e delle differenze, se non divergenze, delle 
situazioni e dei casi indagati e anche, in parte, dei risultati stessi a cui 
si è giunti, è poi possibile rintracciare tratti comuni di convergenza me- 
todologica e sostanziale, fra i diversi gruppi di ricerca. Anzitutto, e 
senza che vi fosse bisogno di esplicitarla, vi è stata una fondamentale 
sintonia di orientamento teorico-metodologico, che si riconosce in 
un'impostazione funzionalista e in fondo anche empiricista, molto at- 
tenta ai rapporti fra dati empirici e questioni teoriche generali. Abbia- 
mo condiviso, in particolare, una concezione aperta e fluida della natu- 
ra del sistema linguistico, arrivandovi chi 'dall'alto', dalla linguistica 
interna, dalla teoria strutturale, attraverso la deduzione e la teorizzazio- 
ne sulle regole (R. Simone), chi 'dal basso', dall'osservazione e cate- 
gorizzazione dei dati empirici e dall'analisi sociolinguistica fatta con 
diverse angolature (le unità di Lecce e di Torino), chi da una visuale 
critica, induttiva e introspettiva, a metà fra l'empiria e la teoria lingui- 
stica (R. Sornicola). Di questa piattaforma spontanea di affinità teori- 
co-metodologica sottostante ai lavori compiuti fa parte anche la foca- 
lizzazione sul rapporto fra sistema e parlanti. Se talvolta magari si è 
stati un po' troppo strettamente attaccati ai parlanti - ed è bene non esa- 
gerare, in questo seguire da vicinissimo comportamenti e atteggiamenti 
dei parlanti, pena la perdita della necessaria astrazione che deve con- 
trassegnare ogni acquisizione e comprensione che si voglia scientifica 



-, possiamo sempre considerarlo un antidoto a eccessi 'sistemofili' cui 
a volte siamo abituati dalla linguistica. 

Dal punto di vista dei risultati sostanziali, però, ciò che è emerso senza 
possibilità di dubbio dal confronto avutosi fra le diverse prospettive è - 
come già si è detto - un approfondirsi della differenziazione regionale, 
quanto alle dimensioni e modalità dell'uso del dialetto e al suo atteggiarsi 
nei confronti dell'italiano. Da ciò si può trarre un insegnamento impor- 
tante, stimolo per ulteriori percorsi di ricerca: la difformità delle diverse 
situazioni dell'Italia delle Italie, per dirla con Tullio De Mauro, è sempre 
stata data per ovvia e scontata, ma non è mai stata propriamente studiata 
in termini contrastivi e comparativi, di 'regioni sociolinguisticamente a 
confronto'; è ora invece di analizzarla a fondo. Non più in un'ottica setto- 
riale e parcellizzante, che metta a fuoco ogni singola regione indipenden- 
temente dalle altre, bensì in una prospettiva che abbia appunto il suo ful- 
cro nel confronto sistematico fra le diverse aree sociolinguistiche, nel ri- 
levare i tratti salienti di ciò che le accomuna e di ciò che le differenzia, 
neir individuare e modellizzare sottotipi di repertorio italo-romanzi. La 
constatazione di ineliminabili diversità sociogeografiche deve diventare 
sempre più non un ostacolo o un limite alla ricerca, ma piuttosto essa 
stessa stimolo e oggetto di ricerca. 

I tre ambienti sociolinguistici messi sotto la lente dalla ricerca, Torino 
e il Piemonte, Napoli e il napoletano, il Salente, si sono rivelati ben pre- 
sto quasi come tre tipi emblematici di diversi rapporti di convivenza fra 
lingua e dialetto. In Piemonte, abbiamo una situazione che chiamerei 'po- 
larizzata' : italiano e dialetto sono distinti e ben separati sia nella struttura 
che nell'uso, e costituiscono i due poli di riferimento del repertorio, i con- 
fini dei domini sono netti e ben allocati, il ruolo dell'interlocutore è cen- 
trale nel selezionare il comportamento linguistico (a un giovane che chie- 
da indicazioni stradali in dialetto nel centro di Torino non si risponde 
nemmeno, tanto è 'strano' tale comportamento, tanto viola le rappresenta- 
zioni diffuse nella comunità. . . un giovane rivolto a un estraneo per chie- 
dere informazioni nel centro cittadino non può usare il dialetto!); ma al 
tempo stesso l'un sistema e l'altro si alternano senza conflitti nella con- 
versazione quotidiana. A Napoli e dintorni, c'è invece un'ampia zona dif- 
fusa, dai confini incerti sia quanto alle strutture che quanto agh usi, con 
una distinzione assai minore fra varietà di lingua e varietà di dialetto, un 
tipico continuum con sovrapposizioni. Una situazione quasi di disgrega- 
zione dell'asse lingua/dialetto, di sminuzzamento, se così posso dire, fra 
le varietà. A Lecce e nel Salento, ancora, si profila una situazione diversa, 
con tre settori compatti, l'italiano da un lato, il dialetto dall'altro, e un'e- 

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norme area mediana, con ampia e pervasiva presenza di fatti intermedi ri- 
conducibili a varietà di italiano dialettizzate e a varietà di dialetto italia- 
nizzate. In un certo senso, un repertorio tripartito. 

Di fronte a un panorama così variegato, si è delineato sotto i nostri oc- 
chi un vasto territorio di fenomeni sostanziali fra italiano standard e dia- 
letto marcato, che sono stati oggetto, con diverse angolature e differenti 
interessi, delle analisi delle unità di ricerca. Fenomeni caratterizzati dal 
fatto di rappresentare momenti e punti di 'crisi sistemica' almeno poten- 
ziale, o dal punto di vista dei fenomeni di attrazione e advergenza fra si- 
stemi (Somicola, i lavori napoletani in genere, Ricca, i lavori torinesi in 
genere, Sobrero e Miglietta), o all'interno del sistema dell'italiano per es. 
con la costituzione di nuovi 'punti di solidificazione' di strutture del par- 
lato (Lombardi Vallauri), o dal punto di vista della frizione che si può 
creare fra codice e uso (Dal Negro), o ancora dal punto di vista delle stes- 
se regole che costituiscono il sistema, alcune piià 'deboli' o piti 'fragili' di 
altre (Simone, il cui lavoro in tema non è purtroppo pubblicato negli Atti 
che qui introduco). 

Se uno degli scopi, anzi quello fondamentale, della ricerca interuni- 
versitaria di cui questi Atti rappresentano la conclusione era di descrivere 
secondo diverse ottiche punti critici intersistemici e intrasistemici nel re- 
pertorio linguistico dell'Italia di oggi, non mi sembra di peccare di troppo 
ottimismo constatandone il raggiungimento. La ricerca aveva però, come 
abbiamo accennato, almeno altri due scopi principali. Da un lato, verifi- 
care quanto le categorie normalmente impiegate sin dagli albori della so- 
ciolinguistica italiana, e consolidatesi negli anni Settanta e Ottanta, fosse- 
ro ancora valide per descrivere e interpretare la situazione del rapporto fra 
italiano e dialetto all'inizio del Terzo Millennio, il che implicava anche ri- 
valutare la collocazione del dialetto nel repertorio, ed eventualmente ri- 
chiedeva la ritaratura delle categorie consuete, o l'introduzione di nuove 
categorie. Un terzo scopo era quello di individuare punti critici di ristrut- 
turazione, variazione e mutamento, che non fossero i soliti e tutto somma- 
to banali reperti lessicali, ma andassero più a fondo nel sistema della lin- 
gua e del dialetto. Anche questi due scopi mi paiono in buona parte rag- 
giunti. Anche grazie al proficuo confronto con situazioni ed esperienze di 
altri paesi, in particolare la Svizzera (itahana), la Francia, la Spagna, che 
la partecipazione di colleghi stranieri (Gadet, Moretti, Narbona Jiménez - 
il cui contributo non compare purtroppo nei presenti Atti -, Parry) ha reso 
possibile e istruttiva. 

Certamente all'attivo della ricerca, e del convegno che l'ha conclusa, 
mi pare quindi da mettere piiì di un'acquisizione. Ne cito qualcuna. Ab- 

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biamo fatto conoscenza con nozioni nuove, potenzialmente assai produtti- 
ve, come 'regole instabili', 'habitat sociolinguistico', 'serbatoio di varia- 
zione' (a disposizione del parlante). E stato messo in crisi il concetto cor- 
rente di 'italianizzazione del dialetto', e se ne è tentata una caratterizza- 
zione in parte nuova. Sono stati aperti scenari molto complessi di com- 
presenza delle varietà, con forte sovrapposizione strutturale e discorsiva 
fra italiano e dialetto. Sono state catturate dimensioni in parte non ancora 
notate - ed alcune sorprendenti - della presenza del dialetto nella società 
odierna. E via discorrendo. A volte, certo, non siamo riusciti a far decan- 
tare sufficientemente nuove categorie interpretative, almeno nella misura 
in cui ci eravamo ripromessi di farlo: ma per lo meno ci abbiamo provato. 
D'altra parte, la nostra ricerca, lavorando contemporaneamente su situa- 
zioni-campione ben diverse e su un carotaggio di fenomeni dell'italiano, 
ha anche condotto a prodotti secondari o cascami imprevisti o fall-out 
non programmati; che il lettore che abbia la pazienza di seguirne il per- 
corso tracciato in questo volume potrà qua e là scoprire. 

Quanto a velleità prognostiche - che facilmente l'apprezzamento del- 
le tendenze in atto nella dinamica dei sistemi e del rapporto fra sistemi in- 
duce a concedersi -, è molto difficile volersi pronunciare sul futuro dei 
rapporti fra italiano e dialetto, e in particolare sulla effettiva collocazione 
e sorte del dialetto, certo potenzialmente 'lingua minacciata', nel reperto- 
rio italo-romanzo nei decenni a venire. Dove va il dialetto? Si tratta di un 
tema su cui tendono spesso a fronteggiarsi schieramenti di pessimisti e di 
ottimisti, di scettici e di militanti. E ciascuno dei due partiti con qualche 
buon argomento. Di fronte a un complesso di fenomeni così vari e pieni 
di elementi contraddittori quale quello a cui stiamo assistendo, e quale è 
emerso molto bene dai nostri lavori, sono evidentemente possibili due in- 
terpretazioni, nel merito. Da un lato, che i sintomi di rivitalizzazione del 
dialetto rintracciabili in piìi contesti non rappresentino altro che un recu- 
pero nostalgico, dal valore meramente simbolico, di qualcosa che in 
realtà 'non c'è più' o sta comunque scomparendo (e che proprio anche per 
questa ragione è ora sfruttabile e valorizzabile in termini simbolici): quin- 
di, la certificazione dell'obsolescenza del dialetto. Dall'altro, che si tratti 
invece di effetti di una ripresa funzionale e di uso, sia pure parziale, di 
qualche cosa che 'c'è ancora', ed è ancora ben vivo (sia pure in formato 
ridotto e molto meno vistoso rispetto a quando la generazione di linguisti 
cui appartengo era nella sua giovinezza): quindi, la prova della persistente 
sua forza. E non sarà la nostra ricerca a sciogliere definitivamente il dub- 
bio interpretativo. Se da un lato un mosaico di fatti congruenti quali l'im- 
piego ancora così diffuso del dialetto come lingua dell'uso in certe situa- 
li 



zioni italiane, l'ampia e accettata commistione di italiano e dialetto nel 
parlato conversazionale, le 'risorgenze' in domini potenzialmente inaspet- 
tati (quali quelle indicate nel contributo di chi scrive, in questo volume) 
sembrano portare acqua al mulino degli ottimisti, è anche vero che gli 
scettici hanno dalla loro il duro fatto oggettivo che è venuta meno, o ha 
perso molto terreno (a seconda delle situazioni regionali), la trasmissione 
generazionale del dialetto come lingua della socializzazione primaria, tal- 
ché le fasce 'dialettofone' della popolazione saranno sempre più, e con 
velocità vieppiù crescente con l'invecchiamento delle generazioni, forma- 
te non da parianti pienamente fluenti, ma da 'semiparianti' con competen- 
za non completa e uso frammentario del dialetto. 

Forse, in ultima analisi, un punto generale unificante di molte delle 
prospettive che sono state dibattute nella ricerca di cui diamo qui conto si 
può indicare nel problema dei 'confini': confini di varietà, confini di si- 
stemi, confini di regole, confini di usi e domini, confini tra i parianti e le 
loro identità soggettive... da affrontare e approfondire magari in successi- 
ve ricerche. È un'ulteriore conferma dell'interesse vien da dire ecceziona- 
le che la situazione sociolinguistica italo-romanza, che riproduce altresì 
in piccolo modelli di situazioni del repertorio sociolinguistico complesso 
propri di paesi spiccatamente plurilingui, presenta come laboratorio per lo 
studio dei rapporti fra lingua e dialetto. 



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Quelques reflexions sur l'espace et l'interaction 

Françoise Gadet (Paris-X Nanterre, France) 



La situation sociolinguistique française apparaît bien différente de 
l'italienne, et si, comme Wunderli 1992 ou Berruto 1995, on compare des 
types d'organisations variationnelles, on peut les opposer, l'italienne pri- 
vilégiant le diatopique, au contraire de la française. Pourtant, à y regarder 
de plus près, les artefacts catégorisants de l'appréhension de la variation 
en trois ordres (diatopique, diastratique, diaphasique: Coseriu 1969, Ga- 
det 2004), et pour ce qui nous concernera ici, le fait d'isoler le diatopique, 
ont pour effet de radicaliser les oppositions et de sous-estimer l'intrica- 
tion des ordres. 

Cet article est organisé en deux parties. La première présente la situa- 
tion diatopique globale de la France, et la deuxième en tire des réflexions 
pour interroger une éventuelle spécificité du diatopique, et finalement le 
concept de variation. 



1. La situation sociolinguistique du français 

Contrairement aux cas d'autres langues d'Etat en Europe occidentale, 
le français en France apparaît aujourd'hui assez peu marqué par la diver- 
sification diatopique. 

1.1. Constats généraux sur le diatopique en France. Les langues régiona- 
les apparaissent en récession, sauf apprentissage guidé et (ré)appropria- 
tion non vernaculaire. Une enquête de l'INSEE (Institut National des 
Statistiques et Etudes Economiques) a montré que c'était l'alsacien qui se 
transmettait le mieux en contexte familial (Héran et al. 2002) - en ne par- 
lant ici que de l'Hexagone, car il en va différemment pour les créoles, en 
général langue maternelle d'au moins une bonne partie de la population. 
Il faut d'ailleurs mettre ces statistiques en perspective, car ce sont des 

15 



données démographiques obtenues par un questionnaire collectant des dé- 
clarations dans le cadre du recensement; des enquêtes ethnographiques, 
en tenant compte des pratiques quotidiennes ordinaires, montrent une réa- 
lité plus complexe. 

Pour le français même, les « accents » régionaux et les particularis- 
mes lexicaux vont eux aussi s 'atténuant, sous les effets conjugués de 
l'urbanisation, d'une mobilité accrue des citoyens-locuteurs, de l'élé- 
vation du niveau de scolarisation, ainsi que d'une homogénéisation ac- 
célérée par une diffusion nationale des médias. Tous ces facteurs agis- 
sent dans le même sens, celui d'un nivellement, que l'on peut mesurer 
en particulier en réécoutant des enregistrements de la première moitié 
du 20e siècle, qui exhibent bien davantage de diversité diatopique, 
malgré des conditions de recueil ne favorisant guère une expression 
naturelle spontanée. 

Il y a cependant une différence qui ne donne pas de signes d'atténua- 
tion: le sud de la France a conservé des traits régionaux plus marqués, et 
pas seulement dans le lexique. Quant à la France du nord, Armstrong 
2001 a montré que, hors de l'Alsace où des particularismes liés au subs- 
trat germanique, surtout phoniques, se maintiennent bien, elle connaissait 
une assez forte uniformisation diatopique. On la mesure en particulier à la 
difliculté qu'ont les locuteurs à identifier à la seule écoute l'origine géo- 
graphique précise d'un autre locuteur (en l'occurrence entre Rennes et 
Nancy: ni les locuteurs originaires des deux villes, ni les autres n'identi- 
fient à coup sûr l'origine d'un locuteur inconnu). 

Mais on ne saurait en conclure à une uniformité diatopique totale du 
nord, car il y a au moins un phénomène qui n'est pas pris en compte 
dans une telle présentation: le plurilinguisme lié à la présence de lan- 
gues de l'immigration, et les effets des contacts entre des langues dé- 
territorialisées et le français, essentiellement en contexte urbain et péri- 
urbain (Hommes et migration 2004). Si ce facteur importe pour le dia- 
topique, c'est surtout par la façon dont, a contrario, il aide à penser le 
rapport de la langue à la territorialisation. 

Je schématiserai donc comme suit la situation française actuelle 
d'un point de vue diatopique : 1) un certain nivellement des particula- 
rismes régionaux; 2) la stabilisation d'une coupure territoriale 
nord/sud; 3) un renouvellement constant des flux migratoires suivi 
d'une assimilation linguistique, les «langues d'origine » se maintenant 
en moyenne sur deux générations, et étant à peine mieux transmises 
que les langues régionales, surtout quand la migration relève d'un cou- 
rant déjà ancien (Héran 2004). 

16 



1.2. Singularité de la situation sociolinguistique française. Avec le 
double postulat qu'il existe encore des situations sociolinguistiques spéci- 
fiques entre pays d'Europe occidentale, et que la France en comporte une, 
quel en serait le ressort? Avec cette même question, Lodge 1998 situait la 
spécificité française dans l'effet idéologique de la pesanteur des effets de 
la norme, par la forme particulière que revêt dans ce pays la relation entre 
norme, standard et vemaculaires. 

Pour le rapport à la norme, la France a en effet à gérer l'héritage d'une 
tradition qui fait de ce pays un prototype de ce que Fishman 1971 a ap- 
pelé « State into nationality nation » (par opposition à « nationality into 
State nation », modèle dont l'Italie serait plus proche). Un effet de cette 
caractéristique concerne l'attitude répandue devant la langue, que l'on 
peut encore aujourd'hui résumer comme produit d'une ideology of the 
standard (Milroy & Milroy 1985), caractérisable comme: 1) l'état idéal 
d'une langue est l'uniformité, 2) la forme la plus uniformisée est l'écrit, 
3) 1 écrit est supérieur à toutes les autres variétés, qui se trouvent ipso 
facto dévaluées. L'idéologie du standard induit à penser sa langue comme 
uniforme, homogène et hégémonique, voire unique. 

Cette idéologie s'accompagne chez les francophones d'un fort senti- 
ment d'insécurité, aux manifestations bien connues, dirigée sur soi-même 
ou sur les autres. J'en présente ici deux exemples, que je rapprocherai 
malgré leur quart de siècle de distance. Le premier est un propos tenu par 
un locuteur lillois, dans l'enquête de Gueunier et al (1978): nous quand 
on parle, on fout des coups de pieds à la France. Cette séquence illustre 
r autodépréciation d'un locuteur devant l'insuffisance de ses ressources 
langagières, évaluées à l'aune d'un idéal prestigieux inatteignable. Je ren- 
contre un propos qui me paraît comparable dans un texte récent de Gas- 
quet-Cyrus 2004, qui cite une expression de jeune accusant un pair de 
mal parler le français: t'as cassé la France^ Certes, les contextes sont 
différents: auto-qualification lors d'un entretien vs mise en accusation 
spontanée de l'autre, qui peut d'ailleurs être ludique. Mais ce qui m'inté- 
resse ici, c'est la référence à une entité abstraite, « la France ». De quelle 
France s'agit-il? Sûrement pas du territoire! Je me demande ainsi si de 
telles formulations, d'une fréquence non négligeable en France, seraient 

' « comme dans cet extrait d'un dictionnaire élaboré par des jeunes de la cité de la So- 
lidarité, repris dans Binisti 2000: "casser la France: se dit à quelqu'un qui ne sait pas très 
bien parler français, ou pas du tout. Ou bien à quelqu'un qui a fait une erreur de français. 
Ex. 'je vais au docteur. Ah ! tch'as cassé la France, c'est "chez le docteur'" (Soffiane, 17 
ans). » Gasquet-Cyrus 2004, p. 437. Au vu de son prénom, il est probable que fauteur du 
propos est d origine maghrébine. 

17 



possibles (ou répandues) en Italie, état-nation comparable par le mode de 
vie, mais pas par l'histoire de la formation de la langue nationale. 

C'est dans un ouvrage sur l'idéologie des langues en Suisse que j'ai 
trouvé un commentaire éclairant à ce propos. Widmer 2004 confronte les 
effets régulateurs pour les locuteurs d'une idéologie linguistique univer- 
salisante (le français) par opposition à une idéologie linguistique territo- 
rialisée et historicisée (les parlers alémaniques). En soulignant les aspects 
universalistes de la norme, en tant que processus qui construit le collectif 
en l'abstrayant de l'enracinement local, Widmer permet de formuler que 
le rapport à la norme participe à construire un point de vue sur la langue 
française décontextualisé, mis en surplomb de la situation locale, et ex- 
trait de l'ancrage territorial^. La standardisation d'une langue modifierait 
ainsi le rapport des locuteurs au territoire (p. 85). 

L'analyse de Widmer offre aussi une clef interprétative des deux anec- 
dotes ci-dessus, avec la relation entre la langue et l'organisation juridique 
donnant accès au territoire. Le droit du sol, qui régit 1 accès à la nationa- 
lité française, a pour effet de médier la relation du citoyen à sa langue en 
faisant du territoire une entité abstraite, alors que le droit du sang inscrit 
l'individu dans une lignée familiale et donc dans un territoire localement 
déterminé. 



1.3. Quelques dynamiques actuelles de l'espace sociolinguistique 
français. Cette situation n'est évidemment pas stabilisée, et nous allons 
maintenant évoquer des facteurs de dynamique, en liaison avec l'ancrage 
territorial. 



1.3.1. L'espace variationnel français. La situation sociolinguistique 
française est l'objet d'une dynamique permanente. On peut schématiser 
l'histoire du français en France selon trois étapes du rapport à la varia- 
tion: 1) une phase de dominance diatopique, jusque vers la fin du 19^ siè- 
cle, avec une relative stabilité spatiale des locuteurs, donc des accents ré- 
gionaux spécifiques qui relaient les dialectes quand s'effectue le transfert 
vers le français; 2) une dominance diastratique, au tournant du 20^ siècle, 
au moment de la francisation radicale, parallèle à l'urbanisation, moment 
où on a pu parler de « français populaire » (voir Bauche 1920, qui décrit 
le « langage populaire » avec des exemples de traits phonologiques, syn- 

^ Son analyse est d'ailleurs confortée par Merlin- Kaj man 2003, d'un point de vue 
d'histoire de la constitution des concepts linguistiques (étude centrée sur le 17° siècle). 

18 



taxiques et lexicaux dont nous ne connaissons plus l'équivalent de nos 
jours^); 3) une phase dans laquelle nous sommes actuellement, de domi- 
nance diaphasique. Voir sur ce point Berruto 1995, qui oppose différentes 
hiérarchies dans différentes organisations variationnelles. 

En s 'arrêtant à des aspects sociaux en confrontation avec des traits lo- 
caux, on interrogera l'apparente évidence selon laquelle l'espace ne 
constitue plus aujourd'hui un facteur dynamique de changement. On le 
fera à partir de l'exemple de la langue des jeunes, pour des raisons qui ap- 
paraîtront plus clairement plus loin. 

1.3.2. Le diastratique: la « langue des jeunes ». Le terme consacré de 
langue des jeunes est doublement inadapté, parce qu'il ne s'agit pas 
d'une langue, et parce que « jeune » dissimule du social et de l'ethnique 
sous du démographique (il s'agit de fait de certains jeunes, en général 
d'origine sociale défavorisée et souvent de familles issues de l'inmiigra- 
tion). Parmi des travaux fortement répétitifs, on n'évoquera ici que des 
traits qui ouvrent sur le diatopique. 

Outre des traits phonologiques, segmentaux ou supra-segmentaux, 
comme le consonantisme, la courbe intonative ou le débit haché, et quel- 
ques phénomènes morphologiques, syntaxiques ou discursifs, la plupart 
des traits réputés typiques de la langue des jeunes sont en fait partagés 
avec le « français populaire » (Gadet 2003b), avec toutefois des emprunts 
spécifiques, à l'arabe ou à des langues africaines (je veux chouffer : radi- 
cal arabe + désinence française). Mais c'est le lexique qui apparaît le plus 
intéressant, non seulement par sa saillance, à laquelle tous les locuteurs 
sont sensibles, mais aussi par le point de vue qu'il offre sur la structura- 
tion de l'espace social. Ainsi de termes référant à des classifications eth- 
niques dans la désignation de « l'autre ethnique » proche. Pour désigner 
les Français de souche, Goudaillier 2001 relève: céfran, céanf, gaulois, 
Chabert, blonblon, blondin, anges blancs, fromage blanc, from, fesses 
d'aspirine, fesses d'oignon, fus de Clovis, de souche, pâté-rillette, rilleîte, 
roum, roumi, toubab, babtou, bab. Encore s'agit-il de mots réunis dans un 
dictionnaire, et on aurait forcément une autre vision à partir d'une en- 
quête ethnographique, qui montrerait la spécialisation d'au moins une 



^ On peut toujours s'interroger sur la fiabilité des exemples de Bauche, qui n'était pas 
linguiste. Mais le fait de ne pas être un professionnel de la langue peut au contraire accroî- 
tre sa crédibilité: il observait par curiosité et par plaisir, non pour conforter des analyses 
théoriques. 

19 



partie des significations. S'il est en effet dans le principe d'un diction- 
naire de proposer des synonymes, nous reviendrons sur la différence entre 
collectionner des termes décontextualisés, et les recueillir dans le 
contexte d'interactions naturelles. 

Ainsi, même si les argots adolescents ne sont pas chose nouvelle, nous 
assistons avec la langue des jeunes à une émergence langagière, en partie 
nouvelle, d'une « identité jeune » reflétant l'émergence d'une catégorie 
sociale « jeunes », aux relations sociales très ethnicisées. Si cette variété 
constitue un phénomène intéressant, ce n'est pas pour l'exotisme d'une 
liste de termes ou de phénomènes (verlan, emprunts, argot, qui obéissent 
en général à des procédés héréditaires du lexique non standard, qu'ils ne 
font que « recycler »), mais par ce que leur mise en pratiques discursives 
exprime de la construction identitaire du monde social de ces jeunes. 

Ainsi, un tableau de 1 ' état sociolinguistique de la France actuelle doit 
tenir compte de l'apport de pratiques de populations migrantes, au rôle 
d'autant plus important que la France est de loin le pays d Europe occi- 
dentale ayant intégré, depuis les années 1880, le plus grand nombre de 
migrants (Gadet à paraître, Héran 2004 sur la transmission familiale des 
langues). 

1.3.3. Assouplissement de la norme en France? Ou émergence géné- 
rale de nouvelles pratiques langagières?. Les pratiques des jeunes sont 
souvent évoquées dans le cadre d'un « relâchement » généralisé de la 
pression normative, aux causes diverses: lassitude des locuteurs devant 
un carcan normatif hérité d'une époque antérieure; diversification des 
pouvoirs linguistiques et des lieux de construction des savoirs (internet en 
compétition avec des lieux plus traditionnels, comme l'école); crise de 
légitimité des clercs en charge des institutions de la langue (Widmer 
2004: 28); déplacement du rapport oral/écrit (et public/privé), avec une 
mise en crise de l'homologie traditionnelle entre écrit et distance et entre 
oral et immédiat, comme le montrent les cas des « chats », des SMS ou 
des blogs, qui relèvent à la fois de l'écrit et de l'immédiat... 

Nous conclurons cette première partie en soulignant à quel point cette 
situation française diffère de la situation italienne, comme le confirme la 
lecture du récent ouvrage de Berruto (2004). Certes, beaucoup de phéno- 
mènes apparaissent communs aux deux pays, de même qu'à bien d'autres 
(le code-switching, la langue des jeunes, les néographies...). Un lent pro- 
cessus d'uniformisation des accents, surtout sensible chez les jeunes, a les 
mêmes causes qu'en France, accentué par une émigration interne qui 
s'avère plus uniformi satrice qu'en France, oii il y a plus mobilité générale 

20 



qu'émigration unidirectionnelle. Il n'en demeure pas moins deux impor- 
tants points de divergence: la moitié des pages de l'ouvrage de Berruto 
concerne la variation diatopique (dialectes ou accents). Ensuite, un Fran- 
çais ne peut qu'être frappé par la quasi-absence dans son texte de discus- 
sion sur la norme, abordée seulement sur deux pages; ce qui serait impos- 
sible pour caractériser la situation française. 

2. Incidences pour une reflexion sur la variation 

Ce tableau à grands traits de la situation française conduit à revenir sur 
le diatopique: quel concept d'espace faut-il se donner, à partir du moment 
où il est clair que la sociolinguistique n'a pas affaire à un espace naturel 
(Britain 2002, Johnstone 2004, Krefeld 2004)? 

2.1. L 'intrication des ordres de variation. Il n'y a en effet pas de dé- 
coupage naturel entre les ordres du diatopique, du diastratique et du dia- 
phasique, les trois termes étant soumis aux apories de toute classification 
à l'intérieur d'un continuum, quel que soit le caractère opératoire d'un tel 
classement"^. Nous nous arrêterons maintenant à quelques-unes de ces 
apories (Gadet 2004). 

2.1.1. Le diatopique ne constitue pas un attribut fixe des locuteurs. Il 
est courant de regarder le diatopique, comme le diastratique d'ailleurs, et 
à l'image des deux formes en principe intangibles de l'âge et du sexe, 
comme constituant une caractéristique relativement fixe du profil socio- 
linguistique du locuteur, auquel elle serait attachée en tant qu'attribut sta- 
ble, acquis dès l'enfance, et le suivant tout au long de sa vie. Cette 
conception courante est d'ailleurs reflétée dans les théories sociolinguisti- 
ques, qui divergent entre elles selon l'accent qu'elles mettent, sur le locu- 
teur comme porteur d'attributs sociaux, ou sur la construction de l'iden- 
tité dans la confrontation interactionnelle (Gadet 2000). 

Mais une telle conception du diatopique, que la sociolinguistique a hé- 
ritée de la dialectologie et de la géographie linguistique^, se trouve mise 



^ « Les frontières sont floues ou même inexistantes » (Wunderli 1992: 173). 

^ L'espace et le diatopique sont longtemps demeurés des impensés de la sociolinguisti- 
que variationniste, qui s'est d'abord contentée de reconduire sans les reproblématiser cer- 
taines évidences de la dialectologie. Tel n'est plus le cas aujourd'hui (voir, parmi d'autres, 
Britain 2002, Johnstone 2004, Eckert 2004). 

21 



en cause aujourd'hui, en particulier par des géographes intéressés au rôle 
du rapport au territoire dans la constitution de l'identité d'un individu ou 
d'un groupe (par exemple, Raffestin 1995). La conception de l'espace qui 
prévalait à l'époque oià la dialectologie s'est constituée est en effet ébran- 
lée par l'actuelle mobilité, de populations et de discours, que l'on résume 
sous le nom de « globalisation ». Les populations déplacées déplaçant 
bien quelque chose de leur espace d'origine (Blommaert 2003 pour une 
réflexion de « sociolinguistique de la globalisation »), on ne peut plus 
désormais regarder l'identité en relation avec l'espace comme un facteur 
donné et figé^. Elle apparaît comme un phénomène dynamique, où le so- 
cial n'est pas coupé d'un espace aux frontières mouvantes. 



2.1.2. Le diatopique sensible à l'audience. Il y a donc intrication entre 
diatopique, diastratique et diaphasique. Un locuteur a d'autant plus de 
chances de rendre saillants des traits phonologiques ou lexicaux diatopi- 
ques marqués qu'il s'inscrit dans un réseau social plus serré (Granovetter 
1973), à fort ancrage local, et sans grande mobilité: nombre limité de par- 
tenaires langagiers, mais encore plus absence ou nombre limité de « ponts 
» faisant médiation vers d'autres réseaux, deux traits caractéristiques d'un 
réseau cohésif (voir Milroy 1992, sur les effets du type de réseau d'appar- 
tenance sur la préservation du vemaculaire, et l'orientation envers les in- 
novations). 

Les activités conduites avec chaque partenaire sont plus nombreuses 
dans un réseau multiplexe, avec la contrepartie d'un nombre plus restreint 
de partenaires. Ainsi, ses particularismes régionaux, un locuteur n'y re- 
courra pas toujours aussi fréquemment, en fonction de l'interlocuteur et 
de l'activité: il les augmentera probablement sur le marché local, les atté- 
nuera au contraire en présence d'étrangers ou d'inconnus, sur un marché 
plus général (Bourdieu 1982). Le diatopique s'avère ainsi sensible à l'in- 
teraction et au diaphasique. 

Un exemple de cette souplesse modulée par les interactions a été pré- 
senté par Léon 1973, qui décrit l'adoption d'un « accent parisien » par de 
jeunes locuteurs d'un village de Touraine à travers l'affaiblissement des 
consonnes intervocaliques, la postériorisation de l'articulation, la pharyn- 
galisation du r, et l'accentuation de la pénultième avec montée mélodique 



^ Le pouvait-on auparavant ? Il n'est pas exclu que les analyses traditionnelles soient 
passées à côté de certains phénomènes. Mais on peut considérer que c'était une étape ad- 
missible au moins méthodologiquement. 

22 



et durée. Ceux qui usent largement de ces traits sont des hommes, jeunes, 
de milieu ouvrier, et «d'attitude revendicatrice». Ils les accentuent dans 
des circonstances publiques (par exemple au bistrot), les atténuent au 
contraire dans le giron familial. Léon interprète ce fonctionnement 
comme effort pour faire masculin, rejet de l'autre, métaphore de la 
gouaille et de l'exagération (voir le rapport avec le stéréotype du français 
populaire, tel que le rappelle par exemple Bourdieu 1983). Ainsi, la réfé- 
rence où les locuteurs vont chercher leur modèle n'est ni aléatoire ni in- 
différente: en l'occurrence, elle apparaît davantage spatiale que sociale. 
L'effet social est en effet réduit au minimum, puisque c'est dans une 
classe sociale semblable à la leur que ces locuteurs vont chercher leur ré- 
férence: un accent populaire parisien. Mais le lieu représente bien de 
Tailleurs, Paris constituant par excellence le lieu de prestige urbain à par- 
tir d'oià le français a historiquement diffusé sur l'ensemble du territoire 
(Lodge 2004). 

Quant aux exemples de langue des jeunes, ils relèvent en principe de 
la diastratie (en tant qu'il s'agit d'une catégorie démographique), tout 
en étant sensibles au diatopique. Mais ils montrent aussi que la sensibi- 
lité au diaphasique de la part de populations localement ancrées n'a rien 
d'exceptionnel. A côté de relevés plus ou moins aléatoires, on dispose 
pour la France d'enquêtes ethnographiques menées en observation par- 
ticipante, pour (au moins) Paris et sa région, Marseille, Nice ou Greno- 
ble (voir par exemple LIDIL 1999). Les spécificités sont en partie liées 
à des spécificités des groupes (Bouziri 1999 pour des groupes consti- 
tués sur base ethnique - Algériens, Marocains, Tunisiens - à la Goutte 
d'Or à Paris; ou Billiez 1992 pour un groupe pluri-ethnique à Greno- 
ble); mais il y a aussi de la différence selon les lieux. Toutefois, il appa- 
raît difficile d'affirmer que certains traits ou certaines formes seraient 
emblématiques d'un lieu parce qu'on ne les rencontrerait pas ailleurs, 
et, faute d'enquêtes ethnographiques très nombreuses, on ne dispose 
que du sentiment du groupe pour savoir ce qu'il considère comme no- 
vateur (ce que les jeunes regardent comme « leur langage à eux », Fa- 
gyal 2005). Ce qui soulève des questions sur l'innovation et sur la diffu- 
sion, chacun tendant à surestimer les quelques spécificités et à occulter 
les nombreux traits partagés. Tout groupe (pas seulement de jeunes) 
construit ainsi son identité à partir de processus différenciateurs de 
structuration, de traçage de frontières, qui permettent la clôture de grou- 
pes, à travers des traits qui prennent valeur localement (inclusion/exclu- 
sion), dans la mesure oii il se définit par la référence spatiale (voir Raf- 
festin 1995, qui fait un parallèle entre langue et territoire sur les quatre 

23 



espaces que sont l'environnement immédiat, et les zones d'échange, de 
référence et du sacré). 

Nous conclurons donc sur ce point que le relationnel domine le terri- 
toire, et le détermine. La variation étant une propriété des langues en 
usage, le processus de différentiation ne saurait disparaître, et s'il est dés- 
ormais en France moins déterminé par le spatial, c'est qu'il passe davan- 
tage par les relations sociales et interpersonnelles. 

2.2. Constitution de l'identité en relation à l'espace. Aux effets de ni- 
vellement engendré entre autres par la mobilité des populations, s'oppo- 
sent des forces agissant en sens inverse: ce sont les phénomènes identitai- 
res, qui ont aussi pour effet de mettre en cause une conception trop sim- 
ple du diatopique, et qui soulignent le rôle des relations sociales, autant 
pour le maintien que pour la disparition des vemaculaires locaux. 

2.2.1. «L 'espace vécu». Krefeld (2002 et 2004) relie le diatopique à 
l'identité en reformulant l'approche de la variation diatopique dans les 
termes plus complexes d'un espace subjectif, égocentré, qu'il appelle es- 
pace vécu. Il s'agit d'un espace pluridimensionnel que le locuteur se 
construit, et qui comprend des éléments aussi divers que la spatiahté de la 
langue (territoire et ses ères), la spatialité du locuteur (sa provenance, le 
fait qu'il soit ou non autochtone, sa trajectoire, son histoire de vie) et la 
spatialité de renonciation (dimension pragmatique). Ainsi, différents es- 
paces vécus subjectifs peuvent coexister en un même espace, et dans un 
même groupe social ou démographique (comme à l'intérieur d'une même 
famille, migrante ou non). Un espace vécu est idiosyncrasique, fruit d'une 
intrication entre espace physique, social et symbolique (voir aussi Britain 
2002, pour une définition de « spatialité »). L'espace vécu apporte un au- 
tre point de vue sur la singularité du rapport à l'espace dans l'architecture 
variationnelle, et sur la construction des répertoires individuels. 

La notion d'espace vécu invite à revenir sur la définition des langues, 
à partir d'un point de vue partant du répertoire des locuteurs, ces derniers 
référant à des notions construites sur la base de frontières (entre langues, 
entre communautés, entre styles...). Aussi n'y a-t-il pas que les migrants 
ou les locuteurs de langues régionales qui aient affaire à 1' espace. 

2.2.2. Le « crossing » (accents, traits emblématiques, variétés, lan- 
gues). Une mise en relation entre diatopie et diaphasie est aussi en cause 

24 



dans ce que Rampton a résumé sous la dénomination de cwssing (1995, 
1999). Il s'agit d'une stéréotypisation, par un locuteur ou par un groupe 
de locuteurs, d'éléments interprétables comme provenant d'un autre 
groupe. C'est-à-dire l'adoption par un locuteur de traits d'un accent qui 
n'est pas originairement le sien, à des fins dirigées vers une audience, en 
général le groupe de pairs^. 

Il n'y a guère de descriptions de ce phénomène pour le français (voir 
pour l'anglais le numéro de Journal of Sociolinguistics 1999, par exemple 
l'article de Cutler décrivant la convergence vers le Black English d'un 
adolescent blanc et Upper Class de Park Avenue à New York), alors 
même que, loin de constituer un phénomène rare, il y a là une modalité 
générale de construction de l'identité, en continuité de la réflexion de 
Gumperz sur we-code/they-code (par exemple, 1989). Mais cette impres- 
sion d absence de réflexion française est induite par le manque d'un terme 
pour désigner le phénomène, car cette relation entre le local et l'audience 
peut être illustrée par des cas bien décrits, comme l'exemple de Léon 
1973 présenté plus haut, où les jeunes gens vont chercher une référence 
hors du marché local; et c'est aussi souvent le cas dans la langue des jeu- 
nes. 

Les exemples de crossing paraissent ainsi concerner des lieux (accents 
régionaux et ethniques), montrant une forte saillance cognitive du diato- 
pique par rapport aux autres types de phénomènes de variation. Mais il 
n'y a pas d'obligation que les frontières que le crossing traverse soient 
seulement celles de variétés de la même langue, et je propose de parler de 
crossing pour des phénomènes, au-delà des accents régionaux, concernant 
les langues. On pourrait concevoir ainsi l'adoption de traits sentis comme 
arabes par des adolescents qui ne sont pas eux-mêmes des Beurs (Billiez 
1992): intonation saccadée, articulation constrictive sourde et forte du r, 
interjections arabes comme zarina ou nshallah, ou calquées sur des ex- 
pressions arabes comme sur la tête de ma reum, sur le Coran, sur le Co- 
ran de la Mecque..., à fonctionnement emblématique. La référence ex- 
terne, l'appui sur l'altérité qui va jouer un rôle dans la construction de 
l'identité ne s'arrêterait pas aux frontières des langues. 

Ainsi, l'espace vécu et le crossing insistent sur le rôle que peut jouer 
l'orientation vers l'extérieur, ce qui conduit à soulever des questions sur 
la notion de communauté linguistique, du fait qu'elle ne peut pas être dé- 
pourvue de contacts externes. 

^ J'ai pour le moment renoncé à traduire ce terme en français, « croisement » ne 
convenant pas. « Passage » serait plus acceptable, mais sa polysémie le rend d un usage 
courant délicat. 

9*^ 



2.3. Diatopique, espace, interaction. Contrairement à ce qui était im- 
plicitement supposé par la réflexion sociolinguistique traditionnelle, le 
diatopique apparaît donc très complexe (au sens de supposer plus d'un or- 
dre explicatif, Britain 2002). Loin d être cette composante fixée, c'est un 
facteur symbolique qui peut faire l'objet de recomposabilités au cours 
d'une vie (voir les interviews de Deprez à paraître). Si le processus de di- 
versification l'emporte sur ce qui est différencié, le diatopique apparaît 
seulement comme une première évidence de saisie différenciatrice (tout 
le monde ayant affaire à l'espace). 

Nous pouvons alors revenir à la question posée dans 1 introduction de 
la deuxième partie: le diatopique ne constitue pas une évidence objective. 
Ainsi, Macaulay 1997 oppose la différenciation spatiale dans ses effets 
diatopiques, héritage historique de discontinuités de communication (dis- 
tance, éloignement, barrières naturelles), aux différences sociales dans 
leurs effets diastratiques. Ces dernières ne sont pas le produit de l'isole- 
ment, mais plutôt des contacts, dans un ordre social stratifié^: les différen- 
ces sociales ont pour effet de maintenir les distances sociales, et la diffé- 
rence sociale est une conséquence de la proximité spatiale. Cette diffé- 
rence apparaît de façon nette aux réactions devant les évolutions. L'inten- 
sification et l'amélioration des communications (déplacements de person- 
nes, de technologies, d'informations) tendent à atténuer les différences 
diatopiques; mais la circulation des discours (en particulier par les nou- 
velles technologies et les mass media) n'a pas d'effet sur les différences 
diastratiques, comme on le voit en particulier à la persistance de problè- 
mes éducatifs, généralement plus vifs en contexte urbain qu'en contexte 
rural, alors même que les communications y sont plus intensives. Cepen- 
dant, on peut reprocher à Macaulay de voir encore l'espace comme une 
dimension physique, car les facteurs sociaux peuvent jouer un rôle tout 
aussi décisifs pour relativiser l'espace: l'ancrage territorial s'avérerait en 
fin de compte moins puissant que le jeu identitaire/communautaire, si le 
traçage des frontières est lié à la culture des groupes. 

La langue des jeunes constitue un domaine particulièrement favorable 
pour ce type d'étude, comme l'ont montré des travaux ethnographiques 
(Eckert 2000 et 2004, Mendoza-Denton 2002, Trimaille 2003, Fagyal 
2005). C'est dans cette population qu'apparaît de la façon la plus hsible 
la relation entre différents aspects sémiotiques, façon de parler, habille- 



* L'exemple pris en 1.3.2. va dans la même direction, la terminologie ethnicisée étant 
d'autant plus vaste qu il s agit de partenaires de 1 immédiat espace discursif, faisant l'ob- 
jet de plus fréquentes interactions ou désignations. 



26 



ment et tenue de corps (voir le concept d'hexis corporelle chez Bourdieu, 
par exemple 1982), identité, et territoire. Les ressorts de ce privilège des 
adolescents résident dans l'effet de réseaux cohésifs localement implantés. 



3. Conclusion: le diatopique dans le sociolinguistique 

On a souvent prêté de la nouveauté aux phénomènes ici évoqués, en 
tant qu'effets de la globalisation qui multiplie les déplacements de popu- 
lations, ainsi que les contacts qui accroissent les occasions d'accès à une 
référence externe. Il s'est d'ailleurs souvent trouvé, dans l'histoire de la 
sociolinguistique, que ce soit avec des réflexions tenues à partir des 
contacts de langues qu'ont d'abord été posées des questions sur la rela- 
tion entre langue et identité. 

Contrairement aux interprétations faisant du diatopique un ordre aussi 
primitif que le diastratique (et Wunderii 1992 parie « d'organisation pri- 
maire », celle des groupes locaux et sociaux, les facteurs communicatifs 
relevant pour lui d'une « organisation secondaire »), nous avons ici privi- 
légié la dynamique de l'interaction comme clef de la variation. On a ainsi 
posé un primat du diaphasique, sans décider si celui-ci était caractéristi- 
que de la situation française (comme on l'a supposé en 1.3.1.), ou bien 
s'il s'agissait d'un trait plus général de « l'ordre du sociolinguistique » 
(Gadet 2000 et 2003a)^ On a ainsi accordé à la communication en face-à- 
face un rôle déterminant dans la transmission des innovations. 

Il faudra ainsi ancrer la réflexion sur l'espace dans une « socioUnguistique 
de la globahsation » (Blommaert 2003), qui tienne compte de l'imprédictible 
de ressources mobiles dans la construction des identités: intrication des ni- 
veaux (haut/bas, local/global, spatial/social), relativité et instabilité des fonc- 
tions (réallocation toujours possible des répertoires et des variantes), et mobi- 
hté (des humains, des marchandises, des ressources, des discours). 

Nous avons ici tenté de confronter, en revisitant des travaux déjà an- 
ciens, des axes en général regardés comme exclusifs, ce qui souligne en- 
core la complexité des frontières langagières. En s 'interrogeant sur le lo- 
cus du savoir variationnel sur la langue, locuteur selon son répertoire ou 
communauté (question bien discutée dans Labov 1996), on suit une pers- 
pective ouverte par Eckert 2004, qui propose de passer d'une linguistique 
de la communauté à une linguistique du contact. 

^ Il faudrait aussi tenir compte de l'effet des hiérarchies dans la construction des lan- 
gues standard, à des périodes différentes des histoires nationales, et sur des fonds histori- 
ques diversifiés. 

27 



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30 



Nuovi aspetti della relazione italiano-dialetto in Ticino 
Bruno Moretti (Berna) 



1. Introduzione 

Chi si occupa della situazione della dialettofonia nel Canton Ticino 
non può non seguire con notevole interesse (e curiosità) i segnali che si 
notano in Italia di una almeno parziale ripresa dei dialetti. Sia i dati dei ri- 
levamenti quantitativi che le osservazioni qualitative segnalano infatti un 
deciso arresto del calo e la comparsa o ricomparsa qua e là dei dialetti in 
nuove funzioni'. 

Il fenomeno dal punto di vista della Svizzera italiana è quanto mai in- 
teressante dato che quest'ultima regione si era rivelata in passato una del- 
le zone più forti della dialettofonia (con situazioni paragonabili, se non 
superiori, alle zone di maggiore dialettofonia in Italia) ma nei penultimi 
rilevamenti quantitativi (relativi al 1990) era stato osservato un calo pre- 
cipitoso del dialetto, i cui sviluppi ulteriori erano difficilmente prevedibili 
ma si potevano immaginare nei termini dei due scenari allora dominanti 
in Italia nelle regioni in cui la dialettofonia era in calo, e cioè una conti- 
nuazione del calo (quello che in Moretti 1999 avevo definito lo 'scenario 
lombardo') o un rallentamento dello stesso con una diminuzione della 
dialettofonia esclusiva ma una crescita di importanza dell'uso misto o al- 
ternato italiano-dialetto. 

Ci troviamo quindi di fronte alla domanda relativa al futuro della dia- 
lettofonia in Ticino. A questa domanda proveremo qui a dare una prima 
risposta tenendo presente sia i nuovi dati quantitativi, rilevati nel 2000, 
sia andando a cercare nei comportamenti linguistici in Ticino eventuali 
segnali di tendenze coerenti con quanto osservato in Italia. 



^ Ci basti qui rimandare a parecchi contributi contenuti in questo stesso volume. 

31 



/ 

4U ELEMENTI QUANTITATIVI 

In Moretti (1999: 71), comparando i dati del censimento federale 1990 
/con i dati di Bianconi (1980), si constatava che nei quindici anni che separa- 
vano questi due rilevamenti (in verità infatti i dati di Bianconi erano stati rac- 
colti nel 1975) era avvenuto un calo molto importante della dialettofonia in 
Ticino. Da una percentuale di dialettofonia complessiva in famiglia, per i soli 
italofoni di nazionalità svizzera, dell' 83.1% nel 1975, si arrivava nel 1990 ad 
una cifra corrispondente al 56.8%, ciò che equivale a un calo di quasi un ter- 
zo (32%) sulla cifra di partenza nei quindici anni intercorsi. 

Le dichiarazioni di dialettofonia corrispondenti nei dati del censimen- 
to 2000 (l'ultimo grande rilevamente nazionale a nostra disposizione) si 
sono fissate sul 44.6%, ciò che rappresenta di nuovo un calo notevole 
(ben 12.2 punti percentuali) rispetto ai rilevamenti del 1990 (si deve tener 
presente che il confronto attuale si basa su un intervallo di 10 e non di 15 
anni come in precedenza). 

Riporto qui di seguito i dati dei due ultimi censimenti^ relativi alle di- 
chiarazioni totali della popolazione. 

tabella 1 : Uso di italiano, dialetto e altre lingue in famiglia 



italiano 


dialetto 


it./dial. 


altre 1. 


it. e altre 


dial. e altre 


it./dial./altre 


2000 43.1 


14.7 


16.1 


9.5 


13.5 


0.7 


2.4 


1990 37.3 


19.9 


18.6 


8.8 


11.8 


0.8 


2.7 


variazione 5.8 


-5.2 


-2.5 


0.7 


1.7 


-0.1 


-0.3 



Ciò che dà cifre complessive corrispondenti a: 



1990 2000 Variazione mutamento percentuale 
dialettofonia 

complessiva 42% 33.9% -8.1 -19.29% 

italofonia complessiva 70.4% 75.1% 4.7 6.68% 



E' importante notare qui che non è solo l'uso esclusivo del dialetto a 
perdere posizioni ma anche l'uso misto italiano-dialetto (anche se in mi- 
sura meno forte). Dato che la famiglia dovrebbe chiaramente essere il do- 
minio pila conservativo per il dialetto, vale la pena di osservare anche i 
dati relativi all'uso fuori casa: 

tabella 3: Uso di italiano, dialetto e altre lingue a scuola e al lavoro 





italiano 


dialetto 


it./dial. 


altre 1. 


it. e altre 
lingue 


dial. 
e altre 


it./dial./altre 


2000 


56.2 


4.1 


13.9 


1.9 


17.2 


0.4 


6.3 


1990 


55.6 


5.3 


15.3 


2.4 


14.8 


0.4 


6.2 


variazione 


0.6 


-1.2 


-1.4 


-0.5 


2.4 





0.1 



^ I dati del censimento 2000 sono estrapolati da Bianconi / Borioli (2004: 48-72). 

32 



Ovvero, in valori assoluti di dialettofonia e italofonia: 
tabella 4 



dialettofonia 
complessiva 


1990 

27.2% 


2000 

24.7% 


Variazione 
-2.5 


italofonia complessiva 


91.9% 


93.6% 


1.7 



mutamento percentuale 

-9.19% 

1.85% 



Una novità importante è data dal fatto che il calo al di fuori della fami- 
glia è meno forte, ma le cifre di partenza sono già piti basse rispetto a 
quelle relative ai comportamenti famigliari. 

In Moretti (1999), riprendendo la metodologia adottata da Berruto 
(1994) per la situazione italiana, era stato fatto il tentativo di provare a 
proiettare nel futuro le cifre allora a disposizione (quelle dei censimenti 
fino al 1990) sulla base di una relazione logaritmica. I nuovi dati possono 
ora da un lato permetterci di verificare quanto fossero plausibili le proie- 
zioni di allora, ma soprattutto (nel senso che quest'ultima informazione è 
molto pili interessante per osservare le tendenze) possono permetterci di 
capire se la forza del calo sia rimasta costante. 

Il calcolo precedente (basato su un rapporto di calo in 15 anni del 32% 
sulla cifra di partenza) forniva una previsione della discesa della dialet- 
tofonia su valori all'incirca dell' 1.26% nel 2140. In base al confronto con 
i nuovi dati (oltretutto più affidabile perché fondato esattamente sulle 
stesse domande e sugli stessi materiali) otteniamo un calo del 21.5% nel- 
lo spazio degli ultimi dieci anni considerabili (1990-2000) e arriviamo ad 
un tasso di dialettofonia nel 2140 pari all' 1.51% (e al 1.19% nel 2150). 
Quindi le cifre non cambiano di molto e non possiamo senza dubbio sulla 
base di questi dati parlare di un importante rallentamento del calo (soprat- 
tutto tenendo conto degli intervalli differenti di tempo ai quali si applica- 
no le percentuali di calo, 15 vs. 10 anni) o, tanto meno, come è stato fatto 
in alcuni contesti, parlare di una ricrescita generale della dialettofonia. La 
tabella seguente ripropone i valori considerati e le percentuali relative^ 

tabella 5: rapporto di calo relativo ai soli italofoni svizzeri 





1975 (LM) 


1990 


2000 


dialettofonia globale 


83.1% 


56.8% 


44.6% 


rapporto di calo 




32% (in 15 anni) 


21.5% (in 10 anni) 


previsioni nel 2140 




1.26% 


1.51% 



^ Siccome i censimenti federali permettono di valutare la dialettofonia solo a partire 
dal 1990, per ottenere dati comparabili relativi ai periodi precedenti, in Moretti (1999) ci 
si è basati sui materiali di Bianconi (1980), lavoro che per praticità viene qui abbreviato in 
LM (cioè "Lingua matrigna"). 

33 



conclusione, da quanto abbiamo visto finora non possiamo in nes- 
lodo sostenere che il calo della dialettofonia in Ticino abbia decisa- 
3 invertito la rotta e si stia trasformando in una 'rinascita' dei dialet- 
ti. Accanto alle cifre assolute può però essere interessante chinarsi sui dati 
specifici relativi alle dimensioni classiche di variazione sociolinguistica, 
per vedere se le differenziazioni inteme possano segnalare novità signifi- 
cative. Passeremo perciò qui di seguito in rassegna i valori relativi, nel- 
l'ordine, all'età, al genere, al luogo di domicilio e al livello diastratico. 

2.1. Siccome una delle dimensioni fondamentali del calo della dialet- 
tofonia tocca tradizionalmente le differenze di età, iniziamo proprio da 
quest'ultimo parametro di variazione. Il comportamento dialettofono (re- 
lativo sia al solo dialetto che all'uso combinato di italiano e dialetto) in 
famiglia dei differenti gruppi veniva rivelato nel 1990 dalle seguenti au- 
todichiarazioni (relative all'intera popolazione): 

tabella 6: comportamento dialettofono in famiglia nel 1990 (tutta la popolazione) 



0-4 anni 5-19 anni 20-59 anni 60 e oltre 

1990 23.7 28.2 41.4 57.3 



I dati corrispondenti rilevati nel 2000 sono i seguenti: 

tabella 7: comportamento dialettofono in famiglia nel 2000 e confronto (tutta la 
popolazione) 



0-4 anni 


5-19 anni 


20-59 anni 


60 e oltre 


2000 17.8 


21.3 


33.4 


46.9 


calo in punti -5.9 


-6.9 


-8 


-10.4 


calo percentuale 24.89% 


24.47% 


19.32% 


18.15% 



Questi dati mostrano chiaramente che il calo continua e che esso tocca 
soprattutto le giovani generazioni (mentre è leggermente meno forte, co- 
me mostrano le cifre relative ai cali percentuali, nelle generazioni avanza- 
te). Per quanto riguarda la distribuzione delle cifre della dialettofonia 
complessiva, se le suddividiamo nelle sottocategorie "parla solo dialetto" 
o "parla italiano e dialetto", otteniamo il quadro seguente: 

tabella 8 





0-4 anni 


5-19 anni 


20-59 anni 


60 e oltre 


solodial. 1990 


11.5 


13.5 


18.4 


30.7 


solo dial. 2000 


6.50 


9.10 


13.30 


23.70 


it./dial. 1990 


10.3 


13.2 


19.5 


22.2 


it./dial. 2000 


9.4 


10.3 


16.8 


19.6 



34 



Il calo è meno forte per i comportamenti misti, ma è comunque rile- 
vante. Ciò mostra come la diminuzione della dialettofonia, almeno oer 
ora, continui a trascinare con sé in parte anche la discesa del dialetto nei 
comportamenti misti. 

2.2. La seconda grande dimensione che consideriamo è quella del ge- 
nere, per la quale si conferma quanto era già stato osservato nei dati del 
1990 e cioè una differenza minima tra uomini e donne'*. 

tabella 9: Dialettofonia in famiglia (solo gli italofoni svizzeri) 





italiano 


dialetto 


it./dial. 


Parla anche 
dialetto 


uomini 2000 


42 


22.1 


23.2 


49 


donne 2000 


43.8 


20.7 


23.1 


47 


uomini 1990 


32.3 


30.8 


26.7 


61.8 


donne 1990 


33.2 


29.3 


26.9 


59.8 



Infatti in questa tabella si vede bene come si manifesti una differenza 
trascurabile nel comportamento di uomini e donne riguardo alla dialet- 
tofonia e come le dimensioni della differenza siano rimaste esattamente 
quelle già rilevate nel 1990 (in entrambi i casi le percentuali di dialettofo- 
nia degli uomini superano di due soli punti percentuali quelle delle don- 
ne). Anche qui, nel confronto tra i due rilevamenti, emerge bene la conti- 
nuazione del calo della dialettofonia (soprattutto pura) in modo simile in 
entrambi i generi. 

Il fatto che non si ritrovino differenze relative al genere è altamente si- 
gnificativo per la comprensione di un eventuale ruolo differente (piij o 
meno stigmatizzato, più o meno di contro-prestigio) del dialetto nei gene- 
ri e quindi per verificare un'eventuale ideologizzazione del dialetto stesso 
(o un suo subire l' ideologizzazione dell'italiano in modi differenti attra- 
verso il parametro del genere). La riduzione dell'importanza di questa di- 
mensione di variazione costituiva un elemento nuovo dei rilevamenti del 
1990 ed era stata messa ben in rilievo da Bianconi / Gianocca (1995: 77): 

I comportamenti dialettofoni non risultano più essere un tratto ca- 
ratteristico maschile: le variazioni percentuali tra la dialettofonia 
dei maschi e quella delle femmine sono infatti ridotte e altrettanto 
poco significative appaiono le differenze nell'uso dei due codici 



"^ I totali elencati nell'ultima colonna ("Parla anche dialetto") sono dati dalla somma 
delle percentuali degli usi dichiarati di "dialetto", "italiano e dialetto", "dialetto, italiano e 
altre lingue" e "dialetto e altre lingue". Per semplificare, nella nostra tabella abbiamo ri- 
portato solo le prime due categorie (che sono quelle quantitativamente più importanti). 

35 



! nei comportamenti complessivi di uomini e donne. [...] le connota- 
zioni extralinguistiche, in positivo e in negativo, di tipo affettivo e 
socio-culturale, attribuite in passato all'italiano e al dialetto, sem- 
brano aver perso d'importanza nella popolazione ticinese. 

2.3. Anche nei dati del 2000 continua a essere presente e attiva la dif- 
ferenza tra zone cittadine, in cui domina l'italiano, e zone di periferia o 
di montagna, in cui è fondamentale il dialetto. Questa differenziazione 
diatopica tende inoltre ad essere incrementata dalle diverse preferenze 
che contrappongono la parte a sud dello spartiacque del Monte Ceneri e 
quella a nord dello stesso (con la prima più tendente all'italofonia e la se- 
conda più tendente al dialetto). Notiamo per esempio che nella zona del 
centro urbano del Luganese (che si trova a sud del Monte Ceneri) il dia- 
letto (sia in forma mista che assoluta) è usato dal 22.8% della popolazio- 
ne italofona (e l'italiano dall' 87.9%) mentre nella montagna della regione 
bellinzonese (che appartiene al settentrione) si ha un uso complessivo del 
dialetto da parte del 67.5% della popolazione (per l'italiano il valore cor- 
rispondente è del 53.8%). 

Nella valutazione dei dati del 2000, Bianconi e Borioli (2004: 58) se- 
gnalano la presenza di villaggi con un monolinguismo dialettofono anco- 
ra molto alto. Nel caso più marcato, quello di Campo Elenio (situato nel- 
l'alta valle di Elenio), abbiamo una dialettofonia esclusiva in famiglia 
deir88.7% e un uso complessivo del dialetto del 93.5% (simmetricamen- 
te inversi sono i dati relativi all'italiano, con un monolinguismo italofono 
limitato all' 1.6% della popolazione e l'italofonia complessiva air8.1%). 
Come scrivono giustamente Eianconi e Eorioli (ibidem), questo villaggio 
"offre un quadro della comunicazione in famiglia quale poteva essere 200 
anni or sono nella maggior parte dei villaggi ticinesi". Ma va pure notato 
che Campo Elenio ha 68 abitanti, che non possono ovviamente controbi- 
lanciare i 26' 560 di Lugano (dove la dialettofonia esclusiva è dichiarata 
solo dal 6.3% della popolazione). 

2.4. Come nel 1999, anche nel 2000 non si constatano differenze perti- 
nenti in relazione al livello socio-professionale. Anche questa caratteri- 
stica, come quella relativa al genere, è probabilmente un tratto tipico del- 
l'attuale situazione ticinese, in cui il dialetto perde sì terreno rispetto all'i- 
taliano, ma non è stigmatizzato nei suoi usi e quindi non diventa una va- 
riabile diastratica forte (o di genere). 

Per cercare però eventuali differenze legate alla diastratia possiamo 
considerare i dati relativi alle differenze nelle scuole frequentate (anche 

36 



se questi dati si riferiranno solo alla popolazione giovanile). Se conf 
tiamo le dichiarazionijcLe-glLs.tudenti. liceali o di studenti di livello s q 
stico simile (coloro che hanno il tasso di dialettofonia più basso) alle di- 
chiarazioni degli apprendisti (che hanno il tasso di dialettofonia piià alto) 
rileviamo le seguenti percentuali (Bianconi / BorioU 2004: 69): 

tabella 10: Il comportamento linguistico a scuola secondo il tipo di scuola nel 
2000 (solo italofoni) 





italiano 


dialetto 


It./dial. 


Parla anche it. 


Parla anche dial. 




Liceo, Magistrale, 














SCC 


78 


1.2 


9.4 


98.2 


12.7 




Apprendisti 


70.7 


3.1 


15.9 


96.4 


21.6 





In questo caso dobbiamo prendere nota di differenze legate ai tipi di 
scuole frequentate, con la dialettofonia un po' piti forte nelle scuole per 
apprendisti. 

La situazione diventa molto più interessante, e assume nuovi aspetti, 
quando spostiamo la prospettiva dal confronto diretto tra jjipi di scuola al 
confronto delle differenze nel mutamento, comparando i dati del censi- 
mento 2000 a quelli del censimento 1990 (per i quali v. Bianconi / Gia- 
nocca 1995: 87). 

tabella 11 : Il comportamento linguistico a scuola secondo il tipo di scuola nel 
1990 (solo italofoni) 





italiano 


dialetto 


It./dial. 


Parla anche it. 


Parla anche dial. 


Liceo, Magistrale, 












SCC 


84.5 


0.5 


7.1 


98.2 


8.3 


Apprendisti 


69 


3.2 


17.4 


95.8 


22.9 



L'aspetto sorprendente riguarda il fatto che la dialettofonia continua a 
calare (pur se non di molto) nelle sue varie forme negli apprendisti, ma 
segnala una ripresa invece nei liceali, con un passaggio per la cifra com- 
plessiva dall' 8.3% al 12.7% (un aumento di 4.4 punti percentuali corri- 
spondenti al 53% circa della cifra di partenza), che si basa sull'incremen- 
to della dialettofonia pura dallo 0.5% al 1.2% e della dialettofonia mista 
("italiano e dialetto") dal 7.1% al 9.4%. Interpretando in termini diastrati- 
ci questo fenomeno possiamo parlare di un mutamento iniziato dall'alto 
della scala sociale. Nell'indagine di Antonini e Moretti (2000) sull'accet- 
tazione dei regionalismi lessicali e morfosintattici ticinesi (svolta su ma- 
teriali raccolti per la maggior parte nel 1996) si notavano due possibili se- 
gnali anticipatori di questa tendenza. Da un lato "i termini di origine dia- 

37 



lettale connotati espressivamente [tendevano] ad essere più accettati pres- 
so i liceali che non presso gli apprendisti" (Antonin/Moretti 2000: 136). 
In secondo luogo esaminando l'incidenza della variabile 'lingua madre' 
(italiano vs. dialetto) si constatava che "in alcuni casi [di regionalismi di 
matrice dialettalel tuttavia si sono ottenuti valori di accettazione superiori 
presso gli italofoni" (Antonini/Moretti 2000: 150). In Antonini /Moretti 
(2000: 81 ss.) erano state indagate anche le valutazioni che venivano date 
della commutazione di codice italiano-dialetto. Nei pareri dei giovani in- 
dagati questo fenomeno veniva visto o, da un lato, come un tratto tipico 
degli anziani dialettofoni che farebbero fatica ad esprimersi fluentemente 
solo in italiano oppure, dall'altro lato (e con un valore totalmente con- 
trapposto), come un tratto tipico dei giovani che se ne servirerebbero per 
divertimento. 

Nel confronto tra liceali e apprendisti ritroviamo poi anche differenze 
riguardo ai comportamenti dei rispettivi generi. Infatti, mentre nei primi, 
maschi e femmine dichiarano all' incirca gli stessi valori, negli apprendisti 
(consideriamo qui solo gli svizzeri di lingua italiana) si osserva che il 
30.7% dei ragazzi dichiara di parlare anche dialetto, mentre per le ragazze 
il valore corrispondente si fissa al 20.1% delle dichiarazioni 
(Bianconi/Borioli 2004: 72, tabella 2.29). La differenza è evidente soprat- 
tutto nei comportamenti misti italiano-dialetto, dichiarati dal 13.8% delle 
ragazze e dal 23.6% dei ragazzi. 

Questi dati sono interessanti e ci spingono a indagare se sia possibile 
ritrovare altre variazioni che vadano in direzione di un aumento (almeno 
relativo e minimo) della dialettofonia. Sempre per quanto riguarda i com- 
portamenti a scuola va rilevato in questo senso un altro segnale di ripresa 
leggera della dialettofonia, che riportiamo nella tabella seguente: 

tabella 12: Uso complessivo del dialetto a scuola nel Bellinzonese 





1990 


2000 


Variazione 


Centro 


10.2% 


14.1% 


+3.9 


Corona 


16.1% 


18.8% 


+2.7 


Retroterra 


19.7% 


22% 


+2.3 


Montagna 


24.2% 


30.6% 


+6.4 



Quest'ultima tabella, relativa al comportamento a scuola nella sola zo- 
na del Bellinzonese mostra infatti una crescita costante della dialettofonia 
nelle varie zone geofunzionali. Anche qui non abbiamo a che fare con fe- 
nomeni massicci (tranne al limite nel caso della montagna bellinzonese, 
che riguarda le valli di cui abbiamo già in parte parlato, come la valle di 
Elenio e la vai Leventina), ma dobbiamo comunque constatare un'inver- 

38 



sione di tendenza. In questo contesto va anche notato che il BeUinzonese 
si segnala sempre più come la zona di maggior tenuta della dialettofonia, 
pur mostrando a livello generale una flessione del dialetto. 

A questi dati, che mostrano una attenuazione del calo del dialetto o 
meglio una nuova posizione del dialetto, vale la pena di affiancare uno 
degli elementi già apparsi come innovativi nel 1990 e a cui abbiamo già 
accennato in precedenza, cioè la riduzione della pertinenza della variazio- 
ne correlata al genere. Se infatti, nelle indagini precedenti il 1990, che co- 
glievano il periodo di preparazione del grande calo della dialettofonia, era 
possibile osservare che: 

Anche la variabile del genere assumeva [nei dati di Bianconi 1980, 
relativi al 1975] un nuovo valore distintivo nelle giovani genera- 
zioni. A sessant'anni gli uomini dichiaravano il dialetto come lin- 
gua materna nella misura del 93,7%, le donne nella misura del 
93,9%. A quarant'anni si aveva ancora un equilibrio (82,4% per gU 
uomini, 85,1% per le donne), ma tra i ventenni iniziava T allarga- 
mento della forbice (83,8% per i maschi, 69,7% per le femmine), 
che diveiiiva notevole tra i settenni (75% per i maschi, 52,9% per 
le femmine) (Moretti 1999: 62): 

nei dati del 1990 la differenza tra uomini e donne si è già neutralizzata 
nei giovani al di sotto dei vent' anni e ciò non può che far pensare ad un 
rallentamento almeno parziale della forte spinta verso l'italiano. 



3. Osservazioni qualitative 

In generale, possiamo dire che i dati quantitativi appena visti ci mo- 
strano una situazione di forte diffusione dell'italiano (con una continua- 
zione a velocità costante del calo del dialetto rilevato nel 1990) e una ten- 
denza alla prevalenza degli usi misti rispetto a quelli dialettali 'puri'. Ab- 
biamo però visto che ci sono anche alcuni segnali minimi di rallentamen- 
to del calo in zone molto particolari dei comportamenti linguistici e di- 
venta quindi molto importante osservare se vi siano altri fenomeni, visibi- 
li attraverso osservazioni mirate su zone particolari degli usi linguistici, 
che vanno nella stessa direzione. In particolare, nella situazione italiana 
(cfr. per es. Berruto 2001) è stato notato un riemergere del dialetto in col- 
legamento con i mass media e con i nuovi mezzi elettronici di comunica- 
zione e quindi ci si può chiedere se qualcosa di simile si osservi anche per 
il Ticino. Ci soffermeremo qui di seguito su alcuni aspetti a nostro parere 
rilevanti dell'uso del dialetto nel canton Ticino, come la pubblicità televi- 
siva e i nuovi mezzi di comunicazione elettronica (altri momenti in cui si 

39 



nota una certa vitalità del dialetto, ma che qui non tratteremo, sono l'uso 
nella musica rock e giovanile in genere, e la popolarità di spettacoli tea- 
trali in dialetto di compagnie amatoriali). 

3.1. Iniziamo dalla pubblicità televisiva, che è potenzialmente un do- 
minio d'uso della lingua molto significativo e particolare nella nostra si- 
tuazione, dato che uno dei valori sui quali potrebbero puntare i pubblici- 
tari è quello dell'identità specifica svizzero italiana (con quindi un uso del 
dialetto più esteso che in Italia). Il settore è inoltre molto interessante per- 
ché ricerche svolte in Italia, come quella di Bodini (2000), mostrano una 
cesura netta tra gli anni Novanta, injcui la pubblicità in dialetto è molto 
|»resente, e i decenni precedenti in cui essa era praticamente assente. La 
pubblicità quindi potrebbe avere un ruolo importante nella nostra situa- 
zione come settore in cui emergono eventuali segnali di svolta riguardo al 
valore simbolico del dialetto. 

Nel nostro caso ci possiamo appoggiare ai dati di una ricerca svolta da 
Elena Pandolfi (2004) su circa 800 spot pubblicitari presentati nel corso 
di un anno. Il dato piti macroscopico è costituito dall'osservazione che il 
dialetto è quasi assente dalla pubblicità in quanto lo si ritrova solo in tre 
casi del campione indagato. Ma è interessante notare che in questi casi lo 
ritroviamo con tre valenze differenti ma tutte e tre altamente significative. 

La prima occorrenza su cui ci soffermiamo si può definire 'classica' 
nei termini del rapporto tipico tra lingua e dialetto. Abbiamo infatti a che 
fare con uno spot pubblicitario in cui appare un contadino {professione^ è 
inutile dirlo, tipicamente associata alla dialettofonia) che vantando la fre- 
schezza dei prodotti di una catena nazionale di grandi magazzini {Migros) 
si esprime in dialetto. Lo spot in questione fa parte di una serie fondata su 
uno schema fisso in cui differenti persone lodano vari aspetti dei prodotti 
del grande magazzino, ma negli altri casi della serie le persone parlano 
italiano (abbiamo per es. un matematico, un'operatrice culturale, un'inse- 
gnante di educazione fisica, ecc.). In questo caso possiamo_dir£_che_la 
scelta dei pubblicitari conferma la posizione sociolinguistica classica del 
dialetto. 

Anche la seconda pubblicità è di un supermercato, e già il nome dello 
stesso è significativo, in quanto si chiama Mercato Canori. Esso si carat- 
terizza per il fatto di essere l'unico supermercato ticinese, quindi non ap- 
partenente alle grandi catene nazionali. Data questa collocazione ci si può 
attendere che i pubblicitari puntino sull'immagine locale e sugli aspetti di 
familiarità del supermercato. Così in uno degli spot si parla di come sia 
possibile a volte vedere i proprietari del supermercato lavorare tra gli 

40 



scaffali a stretto contatto con la clientela e di come gli stessi proprietari 
siano sempre a disposizione dei clienti (in genere gli spot sono costruiti 
come una serie di interviste ai clienti in cui questi ultimi lodano i prodotti 
che si possono comprare e altri aspetti positivi del supermercato). Anche 
nelle pubblicità del Mercato Cattori appare il dialetto nella sua posizione 
tipica, come lingua delle persone anziane (o di un pastore!) contrapposta 
alla lingua preferita dai giovani intervistati (che ovviamente parlano ita- 
liano). 

Ma in questi spot compare anche un secondo tipo di dialetto, quello 
che si ritrova nei contesti di presenza di altre lingue differenti dall'italia- 
no. Abbiamo così intervistati che si esprimono in dialetto che vengono 
collocati prima o dopo intervistati che rivelano con il loro modo di parla- 
re italiano di non essere di origine italofona (come per esempio una si- 
gnora con accento francese, un tedescofono, una persona con accento in- 
glese). In questi specifici casi nasce il sospetto che la posizione del dialet- 
to sia significativa in quanto esso appare come un esempio di plurilingui- 
smo o come uno dei codici che, allo stesso modo delle differenti varietà 
di italiano di alloglotti, costituisce uno strumento che alimenta il 'poten- 
ziale di variazione' dell'italiano. 

I due tipi di dialetto che abbiamo appena visto accennano allora a due 
posizioni differenti del dialetto, una che abbiamo definito 'classica' (lin- 
gua preferita degli anziani, dei contadini, ecc. e che anche l'intervistatore 
usa quando si rivolge a queste persone, mentre con gli altri utilizza l'ita- 
liano), e una che possiamo definire innovativa, perché in essa il dialetto 
viene utilizzato per creare variazione rispetto all'italiano e in questo sen- 
so esso entra a far parte del serbatoio al quale l'italiano può attingere per 
incrementare la propria variazione. 

L'ultima occorrenza di dialetto nel corpus di pubbhcità considerate la 
si ritrova negli spot di un commerciante di tappeti di origine armena. E' 
molto significativo per i nostri interessi specifici che uno degli usi pubbli- 
citari pili marcati per la dialettofonia sia proprio quello di un non nativo e 
non italofono di origine. Abbiamo indubbiamente a che fare, rispetto alla 
situazione classica, con un uso in controtendenza, nel senso che il dialet- 
to, hngua un tempo tipica di tutti i ticinesi e solo dei ticinesi (quindi stru- 
mento di identità locale fondamentale) appare sulla bocca di un parlante 
che è proprio l'antipode di questa immagine^sociale, così che possiamo 
parlare fino ad un certo punto di una situazione di 'salto nella continuità' 
delle associazioni tra usi e codici. Da un lato viene sì confermata la posi- 
zione tradizionale (poiché l'uso del dialetto, 'lingua dei ticinesi', è moti- 
vato da parte del commerciante dallo scopo di volersi avvicinare al pub- 

>^(;>-' ov-c*^. ^ ^ 41 



qS^^ ))K:re, -^r^ '"^'^Ivx^^^^ 



\)), ma dall'altro lato l'effetto principale è proprio legato al fatto che il 
jjoiiante sia un dialettofono inatteso e si fondi su un uso fondamentalmen- 
te ludico della lingua. E' un 'dialetto per gioco', potremmo dire, che pro- 
voca un effetto di choc. E' coerente con questa immagine di un dialetto 
usato innovativamente il fatto che la varietà del commerciante in questio- 
ne si limiti in verità a pochi frammenti, costituiti fondamentalmente dalla 
formula di commiato sa vedum ("ci vediamo"), dall'imprecazione crisc- 
pas e da poco altro. 

Riguardo alla pubblicità possiamo quindi concludere che nella Svizze- 
ra italiana la grande popolarità del dialetto che esplode in Italia a partire 
dagli anni Novanta è (ancora?) sconosciuta, però si notano i segnali dello 
sfruttamento del dialetto secondo due posizionamenti sociolinguistici dif- 
ferenti: come lingua della tradizione (in contrapposizione all'italiano) e 
come lingua dell'innovazione (come strumento che allarga le possibilità 
espressive dell'italiano stesso). 

3.2. Anche per quanto riguarda i nuovi media e le nuove modalità_di 
comunicazione abbiamo segnali di un ri-posizionamento del dialetto. Co- 
sì, per esempio, in pagine personali iaintemelApQgsibik^tmvare. deixMr- 
ricula o autopresentazioni degli autori in cui, tra le lingue conosciute, vie- 
ne citato anche il dialetto (magari addirittura con la specificazione del 
luogo d'origine preciso), oppure abbiamo siti di singole person e in cu i 
nell'elenco degli hobby ritroviamo "parlare dialetto". Ma pure in pagine 
Internet di ditte possiamo trovare il dialetto come una delle selezioni lin- 
guistiche possibili nella consultazione di un sito. Così per esempio nel ca- 
so di un produttore di caffè incontriamo, nella pagina di apertura, una se- 
rie di scelte possibili, dove, prima ancora di "parliamo italiano", "wir 
sprechen Deutsch", "mir redet Schwyzerdiitsch" (lo spazio ai dialetti non 
si limita quindi solo alla Svizzera italiana, ma data la forza dello svizzero 
tedesco questo è fenomeno è un po' meno inatteso), ecc., si trova "parlum 
dialett". 

Non manca naturalmente un sito dedicato in modo specifico al dialet- 
to, ma il dato piti interessante di questo sito non è tanto il suo essere di- 
sponibile quanto il fatto che l'UNESCO l'abbia elencato nelle pagine de- 
dicate alla "Giornata della lingua materna" accanto a siti che si occupano 
della Svizzera tedesca o al rinvio al Glossaire des patois de la Suisse ro- 
mande e alla Lia Rumantscha (l'ente che si occupa della diffusione del 
retoromancio). Chi cerca informazioni sulle lingue materne degli svizzeri 
in questa pagina si trova quindi di fronte ad una svizzera quadrilingue co- 
stituita da tedesco, italiano, romancio e dialetto (dialetti?) della Svizzera 

42 



italiana (e si noti pure che per il dialetto non è stata scelta la pagina istitu- 
zionale ufficiale, cioè quella legata al Vocabolario dei dialetti della Sviz- 
zera italiana, ma una pagina dovuta ad un'iniziativa personale che mira al 
sostegno e alla diffusione del dialetto). 

Anche per quanto riguarda le chat incontriamo il dialetto in varie oc- 
casioni, come per esempio nel sito dell'associazione degli studenti ticine- 
si a Losanna^ e in altri ambiti scherzosi. E' soprattutto in contesti di que- 
sto tipo che possiamo incontrare un dialetto 'atipico', con caratteri e fun- 
zioni simili al secondo tipo di dialetto che abbiamo visto parlando della 
lingua della pubblicità. Basti citare il seguente intervento, riportato ap- 
punto nelle pagine appena citate, di un parlante decisamente non nativo 
del dialetto: 

mi volevo sape che cazzo ci fa sempre li la Stefani alalie [sic] feste 
? che lei a la studia in italia enzema a i terun .. le magara insieme 
al luca? ciao 

Qui abbiamo decisamente a che fare con uno 'pseudo-dialetto' costrui- 
to sulla conoscenza di alcuni frammenti o espressioni tipiche e su tentati- 
vi di adattare l'italiano in base a principi generali che portano a esiti non 
di rado approssimativi. Si vedano a questo proposito sape per savé, basa- 
to su sapere, o l'uso del pronome atono a per la terza persona singolare (a 
la studia), o enzemaj^cvinzéma ("insieme"), magara come forse un tenta- 
tivo di riportâfeTTvocali finali conservate ad a, oppure ancora le come 
realizzazione fusa del clitico soggetto / e di è. Ma si noti anche la conti- 
nua transizione tra italiano e dialetto (con l'esempio significativo di insie- 
me realizzato in entrambe le lingue). Dal punto di vista del valore identi- 
tarie di comportamenti del genere è poi centrale il fatto che chi scrive usi 
per indicare gli italiani l'espressione terun "terroni", mostrando come il 
suo tentativo di usare il dialetto voglia essere in contrapposizione ai non 
ticinesi (lo pseudonimo stesso adottato dal pariante, Vuncione, è una ita- 
lianizzazione di una tipica espressione dialettale, vunciun, derivato di 
vunc "unto", e che significa quindi "untone, sporco, sporcaccione") . Ma 
è proprio questo dialetto, nello stesso tempo, a rivelare la non 'ticinesità' 
tipica del nostro Vuncione ed a rivelarlo come non dialettofono. E non è 
un caso che questo tentativo venga sanzionato da un probabile dialettofo- 
no (un altro partecipante alla chat-box) che nel suo intervento di reazione 
nega allo scrivente la qualifica 'etnica' desiderata con il commento se- 
guente: 



http://www.stoica.ch/guestbook/index.php?d=240&f=255; 6.4.2004 

43 



vuncione ti proclamiamo fautore glorioso di un nuovo simil italo- 
dialetto con ascendenze caucasiche... bravo 

Il buon Vuncione viene quindi ricollocato tra i non ticinesi (tramite l'i- 
ronia delle "ascendenze caucasiche"; anche le scelte di registro alto come 
fautore, glorioso, proclamiamo e ascendenze sono indubbiamente funzio- 
nali per l'effetto ironico) e la sua lingua viene definita "simil italodialet- 
to". 

Come nel caso del commerciante armeno della pubblicità televisiva 
abbiamo quindi un parlante non prototipico che si serve del dialetto in 
una forma frammentaria e imprecisa. 

4. Conclusioni 

Sulla base di quanto abbiamo appena.:ù&tQ-possiam.CLidirEji:hp i nuovi 
media e la pubbUcità mostrano una tendenza interessante a far riag2MÌÌ? 
il dialetto permettendogli in buona parte anche di assumere una nuova 
funzione. Le ragioni che portano ad una maggiore presenza di forme di 
questo tipo in questi tipi di comunicazione possono essere legate a carat- 
teri propri di questi mezzi di comunicazione (soprattutto per quanto ri- 
guarda i nuovi media) ed in particolare a tre aspetti: 

- la vicinanza alle modalità del parlato; 

- la 'mancanza di tradizione' (che lascia maggiore spazio a comporta- 
menti innovativi da un punto di vista linguistico, presentando un minore 
controllo normativo); 

- il carattere informale-scherzoso di molte comunicazioni, che fa sì 
che il dialetto diventi uno strumento importante di allargamento del 'po- 
tenziale di variazione' dei parlanti (cioè dell'insieme degli strumenti a di- 
sposizione dei parlanti per variare le loro modalità comunicative). 

A queste tre caratteristiche se ne può forse aggiungere una quarta, e 
cioè una 'volontà maggiore di riscoprire il dialetto', che sembra essere 
collegata alla minore presenza attuale di quest'ultimo rispetto al passato, 
alla notevole riduzione della sua conflittualità con l'italiano e non da ulti- 
mo ad un senso di 'nostalgia' rispetto alla tradizione incrementato dalla 
sensazione che il dialetto non sia più vitale e solido nella società come un 
tempo (va a nostro parere ricondotto in buona parte a quest'ultima moti- 
vazione il successo del dialetto in Ticino nell'ambito di spettacoli teatrali, 
della musica rock o di concorsi di poesia o narrativa dialettale, che per 
certi aspetti possono ricordare usi 'riflessi' del codice dialettale, dove cioè 
il valore identitario è decisamente superiore a quello comunicativo, come 
d'altronde è tipico in usi 'rituali' delle lingue). 

44 



Dal punto di vista delle competenze degli utenti, per alcuni paath.. 
ha indubbiamente a che fare con un 'dialetto pieno', fondato sulla messa 
in opera di una competenza dialettale da parlanti nativi, ma per altri si 
tratta invece di quello che potremo un dialetto di 'confluenza', cioè di 
un'immagine di dialetto fondata sull'assorbimento da parte dell'italiano 
dei parlanti di alcuni elementi dialettali allo scopo di creare nuove solu- 
zioni di variazione (allargando il 'potenziale di variazione'). In questo 
senso uno strumento fondamentale alla base di questi usi e innovazioni è 
la ricerca di variazione, che va considerata in genere una delle caratteri- 
stiche essenziali delle lingue stesse se non addirittura una delle loro fun- 
zioni costitutive e che in situazioni di compresenza non conflittuale di 
due codici può approfittare dello sfruttamento dell'intero repertorio di ri- 
sorse linguistiche (cosa che tende di solito a fare, a meno che non vi siano 
blocchi sociali che impediscono soluzioni di questo genere). 

Sulla base dei dati quantitativi citati nella prima parte di questo lavoro 
abbiamo visto che il dialetto dà leggeri segnali di ripresa in alcune zone 
atipiche, mentre continua a manifestare costanza nel calo nelle sue zone 
di diffusione più tipiche. Se teniamo conto di queste differenze nelle fun- 
zionalità che caratterizzano rispettivamente la posizione sociolinguistica 
tradizionale del dialetto e i nuovi usi che stanno emergendo, possiamo di- 
re di avere a che fare con due prototipi diversi di dialetto che occupano 
due posizioni differenti nel repertorio della comunità e che potremmo 
rappresentare con l'immagine seguente (in cui la linea tratteggiata vuole 
simbolizzare la parziale rottura della continuità tra queste due varietà): 

Grafico 1: 1 due tipi di dialetto 



Dialetto 1 


Contadino 


Liceale Dialetto 2 




Anziano 


Giovane 




Montagna 


Città 




Famiglia 


Al di fuori della famiglia 




Parlato 


Scritto 




Spontaneo 


Meno spontaneo 




LI 


L2 



Mentre dal punto di vista delle strutture abbiamo a che fare, almeno 
come matrice di base, con lo stesso codice, il valore variazionale dei due 
tipi (o dei due 'poli') di dialetto è tanto differente da poter considerare 
questi ultimi come due tipi differenti di varietà con due 'immagini' in par- 
te contrapposte. Da un lato abbiamo quello che abbiamo definito come 



45 



lialetto r, che è la forma tradizionale del codice dialettale^ e che socio - 
lin^uisticamente viene associato tipicamente allaJradizione, cioè, a livel- 
lo di stereotipo, a parlanti attivi nel settore rurale, anziani, abitanti nelle 
regioni di montagna (in cui il dialetto ancora oggi è molto vitale), e che 
viene utilizzato soprattutto in famiglia e in forma parlata (e nel caso pro- 
totipico costituisce la lingua meglio posseduta e gestita dal parlante). La 
seconda forma (il 'dialetto 2') la si ritrova invece proprio in alcuni dei 
contesti in cui domina tipicamente l'italiano, ovvero in usi dei giovani li- 
ceali, residenti in città, che se ne servono al di fuori dell'ambito famiglia- 
re (dove invece parlano italiano) e in usi scritti (ma con caratteri di scritto 
particolare). Mentre il primo è una lingua autonoma, in competizione e in 
alternativa con l'italiano, il secondo è una varietà associata all'italiano e 
indissociabile da esso (è in questo senso, come abbiamo detto, un 'dialet- 
to confluito' nell'italiano, e in parte 'parassitario' di quest'ultimo a causa 
del suo potenziale comunicativo assai ridotto). Il dato più interessante e 
originale del 'dialetto 2' è il suo manifestare vitalità proprio in quelle che 
tradizionalmente sono state le zone deboli dei dialetti, ciò che costituisce 
una doppia 'contro-tendenza', perché si osserva da un lato un rallenta- 
mento del calo e dall'altro lato questo rallentamento avviene in zone che 
dovrebbere essere piti deboli per l'uso del dialetto. Infatti i segnali di re- 
cupero non si hanno tra gli utenti tradizionali, dove invece il calo conti- 
nua, ma tra gli utenti più vicini all'italiano, come appunto i liceali, o si 
hanno nei nuovi mezzi di comunicazione (più 'moderni') e non nel conte- 
sto delle interazioni famigliari. E' proprio in base a questa caratterizzazio- 
ne sociolinguistica (che sembra aver rotto la continuità tra i due tipi di 
usi) e all'importanza che riteniamo giusto darle, che parliamo di due tipi 
differenti di dialetti. 

Volendo rendere con una metafora il rapporto tra i nostri dialetti 1 e 2, 
ci sembra appropriato farlo usando in modo figurato al concetto di 'mo- 
mento' o 'quantità di moto', definito come il prodotto della massa di un 
corpo per la velocità dello stesso. Nel nostro caso, applicando questi con- 
cetti metaforicamente (sulla base di una analogia generale tra 'moto' di 
un corpo e 'vitalità' di una lingua), possiamo dire che il dialetto 1 è essen- 
zialmente un 'dialetto di massa', cioè una varietà che possiede una certa^ 
presenza fisica e consistenza (in questo senso una 'massa di competenze' 
nei parlanti, una 'massa di parlanti nativi', ecc.), ma ha perso in gran par- 
te di velocità (intesa qui come 'forza di diffusione', prestigio, popolarità) 
mentre il dialetto 2 è velocità quasi senza massa, in quanto gode di gran- 
de prestigio e diffusione, ma i suoi parlanti tendono ad avere pochissima 
^y^ sostanza (cioè poca 'competenza linguistica' e si ha una gamma ridotta di 

46 , . , ^ ,X-^^^ 



fi' rt „ (>, 



situazioni con usi autonomi del dialetto). La combinazione positiva 
due forze (grande massa e grande velocità) è tipica delle lingue in espan- 
sione, la combinazione negativa è tipica delle lingue in notevole perdita 
di vitalità. Nel nostro caso si presentano inv ece due im magini della stessa 



lingua che si fond ano in mo do differente e con priorità differenti sui due 
elementid ella 'quanti tà di moto'. Questa separazione delle forze porta,a_ 
realizzare due posizioni 4iffer&nti di dialetto che possono essere conside- 
fatèdiìeforme differenti di varietà. L'eventuale prospettiva di un recupe- 
ro~3rpêndé dàlia niiOYà' possibile interazione tra massa esistente e poten- 
ziale e 'nuova' velocità, cioè da quanti sono i parlanti in grado di contare 
su, o di ricostruirsi, una competenza piena e dall'altro lato dall'influsso 
della 'varietà di velocità' (il dialetto 2) e dagli esiti che essa può avere sui 
parlanti rimasti. Se la situazione dialettale degli ultimi decenni era quella 
di una grande massa in perdita di velocità, la nuova situazione è quella di 
una piccola massa con alta velocità e le nostre due varietà di dialetto rea- 
lizzano proprio questo contrasto. 

Questa nuova vitalità parziale del dialetto è tipica di una situazione in 
cui l'italiano ha oramai assunto la posizione delJ^docfiUle ed i l dialetto ha 



perso le sue" connotazio ni tipich e, offrendosi così per nuovi n »^^ che, vanno 
^ alimentare il ^s^bato io di variazione' de ll' italiano, j^^amuliando la 
girnmâ'ÏÏiêgTî strumenti a disposizione di quest'ultimo per rispondere alle 
esigënze^omu mcatlvë e di (auto -)configurazione sociolinguistica dei par- 
lanti è^ëirrsïtuazioni. 



47 



BlBLIOGRAHA 

Antonini F./Moretti B., 2000, Le immagini dell'italiano regionale. Locamo, Os- 
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sultabile al seguente indirizzo intemet: http://www.ti.ch/DECS/DC/OLSI). 



48 



Ipotetiche libere e grammaticalizzazione in corso nel 
parlato 

Edoardo Lombardi Vallauri (Roma Tre) 



1 . Ipotetiche libere nel parlato 

Il parlato italiano fa ampio uso di clausole ipotetiche libere, cioè su- 
bordinate condizionali introdotte dalla congiunzione se, a cui non corri- 
sponde una principale'. Ne diamo in (1) alcuni esempi, tratti dal LIP:-^ 

(la) LIP, Rd9: 

... ce l'abbiamo col fondo rosso c'è' qui a terra per esempio se si 
può' brevemente inquadrare un tappeto sempre in questa stessa 
qualità' eccolo col fondo rosso 

(Ib) LIP, Fal3: 

... che tu l'abbia fatto bene ecco # se poi tu 'n l'hai finito ma se il 
concetto c'è' tutto_ # 

(le) LIP, Rb7: 

A: ho capito e_ o so d' altra parte va be' se te sei scordato 

(Id) LIP, Fa4: 

F: ecco se vedete che avete bisogno di altro eh? 

Passeremo ora in rassegna alcuni tipi di clausole ipotetiche senza apo- 
dosi. Quello che ci proponiamo è di fornire: 

a) una possibile classificazione su base semantica degli usi osservati; 



' Ho descritto per la prima volta questo fenomeno in Lombardi Vallauri (2003), che 
contiene un'esemplificazione più abbondante, anche se una classificazione meno comple- 
ta dei tipi semantici di ipotetiche libere osservabili nel parlato italiano. In quella sede ho 
discusso anche il problema della potenziale ambiguità di alcune clausole introdotte da se 
fra l'interpretazione come ipotetiche libere e quella come interrogative indirette mancanti 
della principale. 

'Gli esempi italiani che forniremo sono tutti tratti dal corpus LIP (v. Bibliografia). 

49 



b) una loro spiegazione semantica, cioè un'ipotesi sul perché le ipotetiche 
siano particolarmente predisposte a questo comportamento sintattico; 

e) un'ipotesi di spiegazione su base funzionale, cioè pragmatico-di- 
scorsiva, dell'affermarsi di questo costrutto. 

2. Tipi di funzioni sem antico-pragmatiche 

2.1. "Nessun problema, tutto ok". Spesso il "significato mancante" 
suggerito dall'ipotetica e dal suo contesto è una rassicurazione dell'inter- 
locutore, qualcosa come "di che ci preoccupiamo? va tutto bene, non c'è 
nessun problema"^. Può darsi il caso che tale contenuto sia espresso in 
qualche maniera, sia pure sotto una forma sintatticamente non abbastanza 
coesa con la frase ipotetica perché si possa parlare della sua apodosi: 

(2a) LIP, Mb30: 

B: ... vedi se riesci se a rimanere fino praticamente a venerdì' o se 

trovi un altro appoggio 

A: si' si' si' 

B: poi voglio dire se stiamo insieme quindici giorni 

A: certo certo 

B: capito? non c'è' problema da venerdì' questa casa ce l'ho 

Ma in moltissimi casi il rassicurante contenuto in questione va inferito 
dal contesto: 

(2b) LIP, Fal3: 

... se tu non ce la fai a finillo # per lo meno pero' fin do tu arrivi 
che tu l'abbia fatto bene ecco # se poi tu 'n l'hai finito ma se il 
concetto c'è' tutto_ # 'un l'ho portata fino in fondo dico 'n ti suc- 
cederà' mica sempre di rimanere al mezzo 

(2c) LIP, Rb7: 

A: che a scuola gli avevano non so chi gli ha dato un biglietto pe 

anda' a vede' Costanzo Show Anto' me ci accompagni? dice si' si' 

cosi' se ne so' andati tutti e due lui e Federica a vede' chissà' se li 

hanno fatti entra' non li hanno fatti entra' ho' 

B: ah be' perche' no se ci hai_ se ci hai l'invito 

A: ci aveva il biglietto per due persone 



^ Da alcuni controlli che ho effettuato insieme a Emanuela Cresti e Valentina Firen- 
zuoli sulla versione audio del LIP, sembra risultare che enunciati come questi presentino il 
contomo intonativo che Cresti (2000) e Firenzuoli (2003) chiamano "espressione di ov- 
vietà". Ma a questo stadio del mio lavoro tali aspetti intonativi sono ancora passibili di no- 
tevoli approfondimenti. 

50 



(2d) LIP, Mb4: 

F: Patrizia donne da te_? 

B:si' 

F: ho capito 

B: per cui_ c'e' un po' di_ [RIDE] macello pero' insomma va be' 

se facciamo finta di nulla 



2.2. "Non ci si può fare niente". Uiì altro contenuto che scaturisce 
con regolarità dalle ipotetiche libere è qualcosa come "non ci si può fare 
niente, lasciamo perdere, è un disastro, siamo al di là di ogni aspettativa" 
e simili. A ben guardare, è la versione negativa del precedente, con cui ha 
in comune il significato di base: "non c'è niente che occorra/si possa fare, 
perché se le cose stanno come detto nella frase condizionale, non occor- 
re/non è possibile cambiarle" "*. 

(3a) LIP, Fbl9: 

B: ma insomma allora te vorresti dire che la legge fosse fatta e poi 
chi ne usufruisce eh ne usufruisce 

A: ne usufruisce la stragrande maggioranza se poi ci sono quei_ 
quelle sacche di disonesti come sempre ci saranno che specula- 
no su questo e quest'altro ma scusa la 
B: ecco 

A: legge faccio un esempio sugli asili nido mi sembra sia una cosa 
per tante mamme eccetera poi ogni tanto sorte 
B: certo eh senz' altro 

A: fuori l'asilo nido che i bambini li tratta male che non gli da' da 
mangiare che li pigliano a calci nel sedere eccetera 

(3b) LIP, Fb35: 

A: perche' ho un tecnico che mi sta mangiando sotto gli occhi e 
ora se questo e' il sistema di fare radio alla RAI non lo farebbero 
io mi chiedo ma alla RAI mangiano? 

(3c) LIP, Rb7: 

B: e niente m<e> me so' dimenticato poi la mattina successiva 

quando so' annato a compra' della roba la eh ho visto che ave- 



4 Infatti anche gli enunciati in (3) presentano un contomo intonativo corrispondente a 
quello che Cresti (2000) e Firenzuoli (2003) chiamano "espressione di ovvietà". Bruno 
Moretti mi suggerisce che la principale implicita di questi due tipi di ipotetiche libere del 
"non c'è luogo a procedere, non si può/non occorre fare niente" potrebbe essere esatta- 
mente la stessa e si potrebbe vedere in un predicato di tipo metadiscorsivo: qualcosa co- 
me: ... non dico più niente! 

51 



vo questo biglietto del cinema che poi e' peccato che s'è' spre- 
cato 

A: certo certo 

B: perche' era solo per il mese di_ d'ottobre 
A: ho capito e_ o so d' altra parte va be' se te sei scordato 
B: mah va be' 

(3d) LIP, Rell: 

allora ci avevo pure cinquantasett'anni mo' so' passati sette anni e 
gli sto dicendo senti un po' cerca di liberarmi sto loculo perche' io 
mica so' etemo su sta tera ah se airimprovviso_ me ne vado io chi 
chi chi sti macelli chi li leva mo' mo' li sto a fa' io poi chi i fa i 
fanno i mi fii e lui e mo' provvedero' mo' provvedere' mo' provve- 
dere' passano i mesi passano 1' anni e questo non provvede mai se 
sto a da' retta a lui_ sempre silenzioso io me ne vado se ne vanno 
i mi fii la' ce rimane a moglie e_ il proprietario so' io perche' li' 
uno ce ne entra ah 



2.3. Domande generiche del tipo: "Che cosa succederà?". In alcuni 
casi le ipotetiche libere costituiscono un enunciato interrogativo. Que- 
sto fatto naturalmente è un indizio importante, che non è sempre dispo- 
nibile negli enunciati assertivi, per capire di che natura sia l'assenza 
dell'apodosi. Se l'apodosi venisse a mancare per una semplice interru- 
zione o per un cambio di programmazione, la protasi terminerebbe con 
un contomo intonativo sospeso, incompleto, e comunque non interroga- 
tivo. Invece, il fatto che la clausola ipotetica si incarichi dell'intonazio- 
ne interrogativa dell'enunciato (e quindi della sua illocutività interroga- 
tiva) dimostra che l'assenza di un'apodosi è prevista organicamente, fin 
dall'inizio della programmazione dell'enunciato, e che la clausola ipo- 
tetica, se è sospesa o incompleta dal punto di vista della sintassi norma- 
tiva, non lo è in realtà dal punto di vista pragmatico. L'assenza di apo- 
dosi non è un fatto di mera esecuzione occasionale, ma è un caso previ- 
sto dalla competenza del parlante. In ogni caso, la domanda che scaturi- 
sce dall'intonazione interrogativa non è affidata a un'apodosi interroga- 
tiva in qualche modo sottintesa, ma piuttosto è affidata alla clausola 
ipotetica stessa, che sotto l'apparenza sintattica di mera protasi sospesa 
si trova in realtà ad avere la funzione pragmatica piena che è propria di 
un enunciato completo. 

Da un punto di vista semantico, la domanda contenuta nelle ipotetiche 
interrogative ha senso estremamente generico, che varia ben poco al va- 
riare del contenuto proposizionale esplicitamente espresso. Si tratta quasi 

52 



sempre di un quesito del tipo: "che cosa succederà? Che cosa dobbiamo 
aspettarci?" ^. Lo si può vedere negli esempi (4) ^: 

(4a) LIP, Mdl: 

A: adesso se la domanda e' attenti se la domanda e' quanti sono 

in tutto i pasticcini? 

C: quattordici 

(4b)LIP,Nall: 

D: o o va <?> oppure vado adesso 

E: Elio Elio solo alle due e venti può' andare_ 

D: ma_ se questo e' preliminare al pacco? no naturalmente sono 

due cose separate 

E: no no si' 

(4c) LIP, Mb36: 

A: sarà' andata a scopa' sarà' andata a scopare con qualchedun al- 
tro che ti frega? 

B: benissimo non me ne frega assolutamente niente mi dici vado 
da Monica Giuseppe [interruzione] Antonia quello che ti pare pe- 
ro' mi dici dove vai oppure tu mi dici esco chiuso non mi dici la 
balla 
A: mh 

B: vado in campagna e mi lasci come un pirla che chiamo tutto il 
giorno in campagna e_ non ci sei mai poi chiamo la macchina la 
macchina e' libera e lei non risponde quelle cose oh? ma dico dia- 
mo i numeri? 

B: e se dice vado a scopare? 
A: va benissimo vai a scopare se_ eh 
B: e poi e poi lei la corcavi di botte 

A: ma neanche per idea se mi diceva vado a scopare benissimo vai 
a scopare se ti piace vai a scopare 
B:mh 

(4d) LIP, Fal2: 

... e quindi e' un problema che riguarda la direzione ma se il mini- 
stero ci viene a domandare e le linee gran turismo_ eh regionah 



^ Non trovo nel corpus un tipo di ipotetica interrogativa su cui attira la mia attenzione 
Alessandro Parenti. Si tratta del tipo con congiuntivo imperfetto: (e) se andassimo al cine- 
ma?, il cui valore sarebbe quello di una proposta, che attende l'adesione o la non adesione 
dell'interlocutore. 

^ Le ipotetiche interrogative, a quanto mi è stato possibile verificare sulla versione au- 
dio del LIP, sono prodotte sotto contomi intonativi del tipo che Firenzuoli (2003) chiama 
"interrogativa generica". 

53 



provinciali con che cosa le fate? che gli si risponde le facciamo 
con le biciclette? 



2.4. Ipotetiche esclamative e avversative: "(Ma) non è vero!". In alcuni 
casi la clausola ipotetica è (piii o meno esplicitamente) avversativa o escla- 
mativa. Si può vedere nella principale assente un enunciato metadiscorsivo 
con valore di protesta, del tipo: non puoi dire questo! Il senso che ne scaturi- 
sce è l'impugnazione del turno precedente: "ciò che è stato detto non è vero, 
è inappropriato, non è pertinente", e simili. Si vedano gli esempi (5):^ 

(5a)LIP,Mbl: 

C: e' pazzesco # ma quel pazzo che adesso e' diventato secchione_ 

B: ma si' ma se non ha dato esami da_ 

C: ma ne ha dati due adesso 

(5b) LIP, Na2: 

B: poi a dirti la verità' io mica lo so se lui conosce veramente l'ita- 
liano 
A: scusa se lui ha parlato durante una conferenza in italiano 

B: ha parlato in italiano si' allora mettilo in italiano su allora eh 

(5c) LIP, Rell: 

D: signor giudice io ci ho sessantasei anni so' più' vecchio pure de 

lui 

E: se ci hai un anno più' de me 

D: e ci ho un anno un anno e mezzo più' de te e un anno e mezzo 
quanto conta se sapessi 



2.5. Offerta e richiesta. Il tipo di valore che le ipotetiche libere assu- 
mono più di frequente in contesti dialogici, è quello di offerta-richiesta, 
soprattutto ma non solo con verbi di volere e potere. Esprimendo in appa- 



^ Alessandro Parenti, Davide Ricca e Rosanna Somicola (comunicazioni personali) mi 
invitano a non escludere che l'impugnazione di quanto appena detto possa anche essere 
vista come risultante da un valore interrogativo dell'ipotetica sospesa, che implichi una 
"principale assente" metadiscorsiva del tipo: come fai a dire questo? Patrizia Cordin mi 
suggerisce che una funzione non dissimile da quella delle nostre ipotetiche avversative è 
svolta dalle subordinate posposte introdotte da sebbene con il modo indicativo (per cui cfr. 
la voce sebbene nel DISC). Tuttavia nonostante le analogie semantiche con questi due tipi 
di costrutti, le ipotetiche che stiamo esaminando sembrano avere una diversa funzione 
pragmatica, come conferma fra l'altro il fatto che normalmente vi corrisponde il contomo 
intonativo che Firenzuoli (2003) chiama di "protesta". 

54 



renza una condizione ipotetica, di fatto pragmaticamente ciò ctie fa la 
clausola ipotetica è invitare l'interlocutore a realizzare quella 
condizione^. In (6a), per esempio, il primo locutore formula l'ipotesi che 
l'altro gli dia un'informazione, in realtà invitandolo a darla; e infatti l'al- 
tro esegue: 

(6a) LIP, Nal3: 

H: non mi ricordo comunque posso vederlo perche' c'ho il giornale 

qua 

C: ahah vediamo un momento questi due Valpolicella e Soave per- 

che'_ 

H: se mi dice la pagina_ se mi dice 

la pagina 

C: la pagina allora trentatre' 

Dal punto di vista della sintassi normativa si potrebbe vedere l'enun- 
ciato come mancante di un'apodosi che dica "sarebbe una buona cosa", 
"gliene sarei grato", o qualcosa del genere; ma è anche possibile vederlo 
come una finta ipotetica, che in realtà è un enunciato esortativo in forma 
di ipotetica sospesa, il cui senso non sia "se X", bensì "per piacere, X". 

Negli esempi seguenti si attiva lo stesso significato di invito a fare 
qualcosa, anche se non necessariamente l'interlocutore esegue: 

(6b) LIP, Mal8: 

P: senta io avrei bisogno urgentemente di questa cosa qua se no mi 
tocca partire a militare sono andato su come e' meglio? 
Q: no dico vai nel golfo poi vai nel golfo 
P: eh ah si' appunto eh se me Io fa avere 

Q: allora tutti gli esami sostenuti con dichiarazione che ha presen- 
tato domandina <???> 

(6c) LIP, Ra3: prip 

E: se lo_ fai fare presto perche' questo e' su di House <?> e allora 

me lo vorrei leggere chiaramente pero' se Io fai fare_ 

A: lo faccio fare_ lo faccio fare mercoledì' 

L'ipotetica può formulare l'ipotesi che l'interlocutore possa o voglia 
fare una cosa; e l'invito che ne risulta è appunto a farla. Può trattarsi di 
un'offerta o di una richiesta, secondo i casi: 

(7a) LIP, Nbl3: 

B: io poi invece e' dalle quattro che so' sveglio 



* Non per caso, queste ipotetiche assumono l'intonazione che Cresti (2000) e Firen- 
zuoh (2003) chiamano di "invito/offerta". 

55 



A: poveraccio # se vuoi passare 

B: no_ ti ringrazio ma eh poi sta<vo> o<ggi> oggi pomeriggio ... 

(7b) LIP, Nb8: 

... domani sono in ufficio più' o meno tra in tarda mattinata e tutto 
il pomeriggio se mi puoi fare un colpo di telefono cosi' ne parlia- 
mo un attimo 

(7c) LIP, Neil: 

di belle ragazze ce ne sono veramente molte se vuoi allargare an- 
cora un pochino l'immagine non ci sono problemi e allora che 
cosa succede? succede che eh dai oggi dai domani e si comincia a 
guardare intomo e di belle ragazze come ripeto ce ne sono vera- 
mente molte 

(7d) LIP, Rb38: 

eh mi serviva_ un preventivo da lei ed eventualmente se magari 
possiamo eh risentirci mi può' telefonare fino alle quattro e mez- 
za qui in XYZ e lei ce l'ha il numero ZZZ ZZZ ZZZ e dopo le 
otto # eh sicuramente a casa ZZZ ZZZ ZZZ la ringrazio ecco se si 
puo'_ far sentire mi farebbe una vera cortesia grazie 

(7e) LIP, Rd9: 

... ce l'abbiamo col fondo rosso c'è' qui a terra per esempio se si 
può' brevemente inquadrare un tappeto sempre in questa stessa 
qualità' eccolo col fondo rosso ecco 

Oltre all'invito o alla richiesta di fare qualcosa, la funzione di un'ipo- 
tetica libera può essere quella, affine, di offerta, da parte del locutore, di 
agire egli stesso. Formulando l'ipotesi che l'altro abbia un'esigenza, il lo- 
cutore pragmaticamente dichiara la propria disponibilità ad accontentarla: 

(8a) LIP, Fa4: 

F: ecco se vedete che avete bisogno di altro eh? 

(8b) LIP, Fb33: 

... s'è' trovata bene infatti e' molto migliorata 
A: ho capito 

B: ah e_ se lui_ ha bisogno se insom<ma> se e' una ragazza que- 
sta e' francese eh? 
A: ho capito 

B: ah ci ha vent' anni ventidue ventitre anni inso<mma> pero' in- 
somma ci sa fare abbastanza 



2.6. Enunciati desiderativi. Non è del tutto pacifico che siano delle ipote- 
tiche le frasi al congiuntivo imperfetto con valore desiderativo come quelle in 

56 



(9), perché il più delle volte nel parlato italiano non sono introdotte da se. An- 
che se questa congiunzione potrebbe essere inserita senza che gli enunciati 
perdano accettabilità o cambino di significato, in sua assenza è semplicemen- 
te al congiuntivo che va attribuita la capacità di far sorgere un senso ottativo^: 

(9a )LIP\FiMiNaRo\RA4: 

non non credo che lei ci metta cattiveria <f> e' ignoranza pura 
cioè' ci fosse una volta che offre il caffè' lei non aveva il caffè' 
allora e' venuta da me e dice Mara per piacere mi_ mi puoi presta- 
re il tuo caffè'? 

(9b) LIP\FiMiNaRo\RCll: 

lei si diverte lei e' giovanissimo 
A: la ringrazio fosse vero 

(9c) LIP\FiMiNaRo\FA14: 

A: determina il fatto che i genitori siano anz<iani> anziani non e' 
che non voglia dire niente determina queste cose ma mica solo 
queste? sapesse quante sono le cose_ 
B: tante 

(9d) LIP\FiMiNaRo\FB12: 

A: ahah comunque già' la tranquil<lita'> vedessi 

l'altra sera ci ha letto una serie di temi io non credevo guarda 

Nel corpus LIP non trovo enunciati di questo tipo introdotti da se. Tuttavia 
è chiaro che essi sono possibiU in italiano, e quindi conviene comunque evo- 
carli entro la classificazione semantica che stiamo costruendo. 

3. Ipotesi sulla versatilità delle ipotetiche 

Il fatto che le frasi ipotetiche tendano a evolvere un uso sintatticamen- 
te libero non è probabilmente casuale, né è casuale che a questa condizio- 

^Non di rado l'introduttore delle subordinate desiderative indipendenti al congiuntivo 
imperfetto è magari, che rende piìi esplicito il senso desiderativo, ma rende anche più dif- 
ficile parlare di ipotetiche: 

LIP\FiMiNaRo\FE15: 

B: ti saluto bene allora magari fosse solo quello li' no eh passiamo questo brano mu- 
sicale 

LIP\FiMiNaRo\FE15: 

perche' quando uno e' a Scandicci e pensa può' pensare e dire ma magari fossi al al 
Bagnese no pensa ah magari potere andare a Novoli che e' un'altra zona 

LIP\FiMiNaRo\NC9: 

si' magari potessi magari # 

57 



ne sintattica si associ la varietà di funzioni semantico-pragmatiche che 
abbiamo rapidamente passato in rasegna. 

Formuleremo qui l'ipotesi che le ipotetiche presentino universalmente, 
o almeno con estensione largamente interlinguistica, alcuni tratti che le 
rendono particolarmente versatili; o comunque, più versatili di altri tipi di 
clausole subordinate. Questi tratti permettono loro di occorrere senza una 
principale, svolgendo tuttavia precise funzioni pragmatiche, e comunican- 
do significati, che sono selezionati dal contesto'^. 

E' da osservare anzitutto che le stesse funzioni non possono essere af- 
fidate a subordinate posposte. Infatti, se prive della principale, queste ulti- 
me non risultano "sospese" come quelle anteposte, e non suggeriscono un 
significato "aperto" che il ricevente possa integrare mediante il contesto. 
Una tipica funzione delle subordinate libere posposte è quella di essere 
metadiscorsive, dipendendo in realtà da un performativo inespresso, co- 
me si può osservare in ( 10): 

(10) Vieni a sciare domani? Perché non so se ci stiamo tutti in 
macchina. 

(= lo chiedo perché...) 

Invece le subordinate anteposte che rimangono sintatticamente sospe- 
se e prive della principale possono suggerire una continuazione. Abbiamo 
visto i tipi di continuazione che esprimono le ipotetiche sospese in italia- 
no. In questa sede non indagherò a fondo se le stesse funzioni pragmati- 
che possano realizzarsi anche mediante tipi diversi di subordinate sospese 
come, per esempio, frasi temporali, causali, finali. A un primo sguardo, 
sembra che le temporali sospese possano esprimere offerta e richiesta, e 
le causali ciò che qui abbiamo chiamato "non luogo a procedere", come 
mostrano rispettivamente gli esempi, stavolta inglesi, (lOa-b) e (lOc-d): 

(lOa) When you need my help... (teli me, and VII come) 

(lOb) When you receive that extra copy of your hook... (please 

give it to me) 

(lOc) Since the shop is already closed... {we cannot buy anything) 
(lOd) Since you have already paid... (we need not do it) 

Ma probabilmente nessun tipo di subordinata libera è in grado di svol- 
gere la vasta gamma di funzioni a cui sono adibite le ipotetiche. Questo 
può essere dovuto al fatto che le ipotetiche istituiscono una relazione se- 

'° Alle diverse funzioni pragmatiche corrispondono appropriate intonazioni. Per l'ita- 
liano, si veda Lombardi Vallauri (2003), che rimanda a Cresti (2000) e a Firenzuoli 
(2003). 

58 



mantica estremamente generica fra gli eventi o stati codificati dalla prin- 
cipale e dalla subordinata. Le frasi temporali specificano che i due eventi 
sono fra loro in una relazione di tempo, e così limitano i sensi possibili di 
una eventuale continuazione a qualcosa in cui sia rilevante la relazione di 
successione temporale. Le causali, se sospese, istituiscono una relazione 
di causa-effetto fra l'evento espresso e quello non espresso, restringendo 
le potenzialità semantiche della continuazione inespressa. L'analogo ac- 
cade per le finali, le concessive, ecc. 

Le frasi ipotetiche, invece, si limitano a segnalare la concomitanza 
(potenziale) di due stati o eventi. Non specificano che tipo di relazione 
potrebbe valere fra essi. Dicono che il verificarsi dell'uno è compatibile 
con il verificarsi dell'altro, e nient' altro. E' vero che, come ha notato ad 
esempio Rudolph (1981), in fin dei conti esprimono una relazione che ap- 
partiene al "kausaler Bereich", ma si tratta di una relazione meno specifi- 
cata, per così dire più "lasca", e più generica di quella causale, finale o 
concessiva. Questo apre la strada a diversi tipi di possibili continuazioni e 
completamenti semantici e pragmatici, dopo una frase ipotetica sospesa. 

Il fatto che le ipotetiche hbere valorizzino l'estrema genericità della rela- 
zione semantica sembra confermato anche dalla seguente constatazione: esse 
tendono a sfruttare con larghezza quasi tutta la gamma delle valenze del co- 
strutto ipotetico, e non solo quelle più prototipiche. ^^ Oltre alle condizionah 
vere e proprie, che esprimono linguisticamente una condizione a cui soggiace 
nei fatti una relazione di causa-effetto (tipo se piove, l'erba ricrescerà), le su- 
bordinate di forma ipotetica possono avere valore metadiscorsivo, cioè segna- 
lare che la relazione condizionale vige fra l'ipotetica e il predicato di "dire" 
che proietta la principale (tipo se vuoi Io zucchero, (ti dico che) è neir arma- 
dio); hanno poi forma ipotetica le cosiddette "biaffermative" (tipo se Atene 
piange, Sparta non ride) e "binegative" (tipo se tu ami gli animali, io sono 
Konrad Lorenz!)}^ Non sempre è possibile giudicare a quale di questi quattro 
tipi appartenga un'ipotetica libera, perché in molti casi solo l'esphcitazione di 
una principale permetterebbe di dirlo con certezza. Comunque non è difficile 
rendersi conto che in linea di principio possono funzionare come ipotetiche 
libere di "non luogo a procedere" sia frasi che integrando una principale sa- 
rebbero interpretabili come condizionali vere e proprie (Ha), sia frasi inter- 

•' L'esame di questa problematica meriterebbe più spazio, ed è fatto qui in maniera co- 
sì sintetica da non poterlo considerare esauriente. Inoltre, per semplicità, si tiene fuori dal- 
l'analisi il tipo delle frasi desiderative al congiuntivo (cfr. § 2.6.), per le quali come abbia- 
mo visto non è del tutto chiaro se in italiano si debba parlare di costrutto ipotetico. 

'- Per una descrizione dei costrutti biaffermativi e binegativi italiani, cfr. Mazzoleni 
(1991: 766-770). Per le ipotetiche metadiscorsive, cfr. Lombardi Vallauri (2000: 98-99). 

59 



pretabili corne metadiscorsive (11b), sia frasi interpretabili corne binegative 
(lie): 

(lia) se abbiamo già tre gol di svantaggio... (ogni sforzo è inutile) 

(llb) se abbiamo già tre gol di vantaggio... (io penso che va tutto 

bene) 

(Ile) se tu ami gli animali... (allora proprio tutto è possibile!) 

Le ipotetiche libere di domanda generica, oltre che come condizionali 
vere e proprie (12a), sono interpretabili come metadiscorsive (12b): 

(12a) e se il treno non arriva? (che facciamo?) 

(12b) e se vogho lo zucchero? {dove mi dici che è? cosa mi dici 

che succederà?) 

Quelle avversative (13) e quelle di offerta/richiesta (14), selezionano 
l'interpretazione metadiscorsiva: 

(13) ma se ci hai dieci anni più di me! {non puoi dire che siamo 
coetanei) 

(14) se vuoi accomodarti... {ti prego di farlo; ti dico che mi fai pia- 
cere; ti dico che il divano è h) 

Vedendo la cosa da altra angolazione, solo i costrutti biaffermativi non 
sembrano potersi esprimere attraverso un'ipotetica senza apodosi. L'inter- 
pretazione metadiscorsiva sembra compatibile con tutti i tipi di ipotetica 
libera, mentre l'interpretazione binegativa dà luogo pragmaticamente al 
solo tipo "non c'è da fare niente/non c'è niente da fare". L'interpretazione 
condizionale vera e propria, invece, è compatibile con le ipotetiche libere 
di non luogo a procedere e con quelle di domanda generica. 

Dunque, alla base dell'ampio uso delle ipotetiche libere osservabile in 
italiano ci sarebbe specificamente la semantica di questo tipo di subordina- 
te; e cioè, la loro versatilità e predisposizione ad assumere, se lasciate senza 
principale (e in interazione con il contesto), la descritta gamma di valori se- 
mantico-pragmatici. Questa impressione sarebbe comprovata se si potesse 
osservare anche in altre lingue, tanto più se genealogicamente e tipologica- 
mente lontane, un comportamento analogo; cioè il ricorso a costrutti ipote- 
tici lasciati senza apodosi per esprimere una gamma di funzioni semantiche 
e pragmatiche simili a quelle che abbiamo osservate per l'itahano. 

4. Una ricognizione interlinguistica 

Proponiamo qui una breve rassegna di esempi di parlato svedesi, fin- 
landesi e giapponesi; nonché esempi tratti da testi classici (greci e latini) 
che presentano un alto grado di mimesi del parlato. 

60 



Lindstrôm (in stampa) segnala che lo svedese fa largo uso di quelle 
che egli chiama, f ree conditionals, con funzioni pragmatiche e semantiche 
simili a quelle appena mostrate per l'italiano Per esempio, come domande 
generiche: 

(15a) A: om ni inte far [jobb]? B: sa dà tanker ja fortsatta â studerà 

// you not gel job so then think I continue to study 

if you don't get [a job]? so then l'U continue to study 

o come richieste: 

(15b) om ni har nân stugkatalog eller nât 

if you have some cottage-catalogue or something 
if you've got a catalogue of cottages or something... 

Lindstrôm avverte che lo svedese ha anche delle ipotetiche libere con 
valore desiderativo, che ricordano assai da vicino le ipotetiche desiderati- 
ve italiane dei nostri esempi (9): 

(15c) om Arthur hade varit dar, eller jag ! 

;/ Arthur had been there or I 
Oh, if Arthur or I had been there! 

Anche il finlandese'-^ usa le ipotetiche libere per esprimere una propo- 
sta o una richiesta. In questi casi la congiunzione ipotetica jos "se" è 
combinata con il clitico enfatico pA (pa o pà, secondo le leggi dell'armo- 
nia vocalica). Gli esempi che seguono esprimono la proposta di agire, ri- 
volta dal locutore a se stesso e/o ad altri: 

(16a) Jospa pelastaisimme leipomotalon 

if-pA save-COND-lPL bakery.building-ACC 
Let's save the bakery 

(16b) Jospa sovittaisiin vaihteeksi 

if-pA make.peace-COND-PASS far change 

Why don't we make peace, for a change. 
[Nel finlandese colloquiale il passivo è usato per la prima persona 
plurale] 

(16c) Jospa pilkistaisin hiukan ylos, sanoi pieni muurahainen. 
if-pAtake.a.look-COND-lSG a.bit up, said small ant 
'Why don't I take a little look up', said hule ant 



'^ Ringrazio Urpo Nikanne per la sua consulenza sull'argomento. Gli esempi finlande- 
si che mi ha fornito e che qui riporto con la sua traduzione inglese provengono in massima 
parte da conversazioni che chiamerei di "parlato digitato" avvenute su Internet. 

61 



Una delle funzioni delle ipotetiche libere finlandesi con jospA è quel- 
la "ottativa", come abbiamo visto per l'italiano e lo svedese: 

(16d) 

Jospa Sina tuntisit Hanet, joka ansaitsee kaiken kunnian, multa sai osakseen 
if-pAyou know-COND-2SG Him/Her, who deserves ali glory, but gorpart.POSS.SUFF 

meidân hapeàmme. 
our 5/ìflme-P0SS.SUFF(lPL) 
I wish you knew him who deserves ali glory but has received our 
shame. 

(16e) Jospa ihmisella ois joulu ainainen 

//-pA hunian.being-P^ESSWE be-COND Chrìstnias ethemal 
I wish people would have Christmas forever [from a Christmas song] 

Non mancano neppure le ipotetiche libere con valore di interrogativa 
generica, dove jos normalmente è preceduto dalla particella entà. Questo 
può verificarsi sia con l'indicativo: 

(16f) Entà, jos âidin sijaan tuleva isa on HlV-positiivinen? 

ENTÀ, if mother-GEN instead-of come father is HIV-positive? 
What (will happen) if the father-to-be and not mother is HIV-positive? 

che con il condizionale: 

(16g) Enta jos samaa logiikkaa laajennettaisiin muihinkin perheenjaseniin? 

ENTÀ if same-PART logic-PART extend-COND other family-members 
What if the same logie was extended to other family members, too? 

(16h) Enta jos lehmat osais lentââ? 

EKYkif cows can-CONDfìyl 
What if cows could fly? 

Il giapponese non fa eccezione a quella che possiamo ormai chiamare 
una tendenza molto diffusa fra le lingue. Come in italiano, la funzione più 
frequente delle ipotetiche libere giapponesi è quella di esprimere offerta o 
richiesta. Ma a differenza dell'italiano il giapponese adopera anche in 
questo caso una intonazione interrogativa^"*: 

(17a) suwareba? suwattara? 

sedersi -CONO sedersi-PAST-COND 

se ti siedi... (= prego, siediti) 

Le ipotetiche libere interrogative giapponesi possono esprimere la do- 
manda generica "che accadrà?" esattamente come quelle italiane: 

'''Ringrazio Shingo Suzuki per la consulenza sul giapponese. 
62 



(17b) (moshi) hayaku tsuki sugitara? 

(se) presto arrivare esagerare-COND 
e se arrivo troppo presto? 

(17c) (moshi) umaku deki nakereba? 

(se) bravo-AW saper-fare diventare-COND 
e se non sono capace di farlo? 

L'espressione del "non luogo a procedere" può anch'essa venire 
espressa da ipotetiche libere, che in questo caso assumono sfumature ulte- 
riori come rassicurazione, promessa e perfino minaccia: 

(17d) (moshi) kimi-ga zembu ato-katazuke-o shite kureta nara... 

(se) tu totalmente sparecchiare facendo dare-PAST-COND 

se hai sparecchiato completamente... 

(17e) (moshi) boku-ni hanasasete kurenakereba... 
(se) me-a parlare-C AUS dare-NEG-COND 
se non mi lasci parlare... 

Con qualche ricognizione su Plauto, Terenzio e Petronio, si scopre che 
in latino abbondano ipotetiche libere che svolgono i principali tipi di fun- 
zione semantico-pragmatica che abbiamo osservato nelle lingue moderne. 
Il senso dei brani in (18a-b) è quel "nessun problema", quel "tutto va be- 
ne", che per l'italiano abbiamo segnalato sopra in 2.1. ^^: 

(18a) (Heaut., 594) 

Ch. Ego istuc carabo. 

Sy. Atqui nunc, ere, tibi istic adservandus est. 

Ch. Fiet. 

Sy. Si sapias; nam mihi iam minu' minusque obtempérât. 

Cremete - Me ne occuperò 

Siro - Ma è proprio ora, padrone mio, che devi tenerlo d'occhio. 

Cremete - Va bene. 

Siro - Se ci riesci: perché, a me, ormai ubbidisce sempre meno. 

(18b) (Amphitruo, 453) 

Sos. Nonne erae meae nuntiare quod erus meus iussit licet? 
Mere. TViae si quid vis nuntiare: hanc nostram adire non sinam. 
Sosie - Je n 'ai pas le droit d 'annoncer à ma maitresse ce dont mon maitre m 'a chargé? 
Mercure - A ta maitresse, tant que tu voudras; mais pour la notre, je ne te lais- 
serai pas l 'approcher 



'5 Le traduzioni degli esempi latini e greci sono di volta in volta quelle delle edizioni 
italiana della UTET, francese delle Belles Lettres e inglese Loeb. 

63 



In realtà l'ipotetica libera in (18b) potrebbe anche essere interpretata 
come l'espressione di un'offerta (vedi sopra, 2.5.). Lo stesso valore ha 
senz'altro il se non vuoi altro... pronunciato da Periplectomeno al v. 185 
del Miles: 

(18c) {Miles, 185) 

Palaestrio. I sis, iube transire bue quantum possit, se ut videant domi 
familiares, nisi quidem illa nos volt, qui servi sumus, 
propter amorem suom omnes crucibus contubemales dari. 

Periplectomenus. Dixi ego istuc; nisi quid aliud vis. 

Pai. Volo, hoc ei dicito: (...) 

Pal. Please go teli her go over to our house, sir as fast as she can; so thatfolks 

there can see that she 's at home - that is, unless she wants her love affair to 

cause ali us slaves to be made Companions ofthe Cross. 

Per. Consider her told. Anything else before I go? 

Pal. Yes, sir Teli her this - (...) 

Molto frequente nei testi dialogici latini è l'impiego delle ipotetiche 
interrogative, con funzione di domanda generica uguale a quella vista in 
2.3. per l'italiano. In realtà nell'uso latino l'apodosi per lo piti non è del 
tutto assente, ma è per così dire ridotta ai minimi termini, nella forma del 
pronome interrogativo, o poco piiì; in altre parole, si tratta della domanda 
più generica possibile, che non di rado i traduttori rendono proprio con 
un'ipotetica senza apodosi: 

(IM) (Miles, 1417) 

Quid si id non faxis? 

Et si tu manques à ton serment? 

(18e) {Heaut, 676) 

Quid si hoc nunc sic incipiam? Nilst. Quid si sic? Tantundem egero. 

E se cominciassi così? Niente da fare. E così? Non è possibile. 

(18f) (Satyricon, 102, 12) 

quid ergo si diutius aut tranquillités nos tenuerit aut adversa tempestas? 

quid facturi sumus? 

qu 'adviendra-t-il si le calme ou des vents contraires nous retiennent en mer? 

Que ferons-nous ? 

Il senso desiderativo delle ipotetiche libere, che come abbiamo visto è 
presente in varie altre lingue, è frequente in latino: 

(18g) (Heaut., 599) 

Sy. Pessuma haec est meretrix. 

Ch. ita videtur. 



64 



Sy. Immo si scias. Vah vide 

quod inceptet facinu'. 

Siro - Brutta donna, quella prostituta! 

Cremete - Così pare. 

Siro - Se tu sapessi! Bah! Senti cosa ti sta combinando. 

(18h) (Satyricon, XLIV, 4) 

o si haberemus iilos leones, quos ego hic inveni, cum primum ex 

Asia veni. Illud erat vivere. 

Ah! si nous avions encore ces lions que j'ai trouvés ici quand 

j'arrivai d'Asie. Ça, c'était vivre. 

Anche per il greco, una ricognizione su testi dialogici e in qualche mi- 
sura mimetici del parlato rivela l'uso delle ipotetiche libere nelle stesse 
funzioni. Vi si trovano esempi della "dichiarazione di non luogo a proce- 
dere", di quel "non c'è niente da fare" che abbiamo visto per l'italiano in 

2.2.: 

(19a) (Men., Sani. 438-439) 

{ (Mo) } M ôeivov Jiéycov 

Ttpayiia Kai 6a\)|iaoTÓv. 
{(Ni)} £1 CToi oeivòv eivai (paivExai- 

MoscfflON - Ô la terrible, l'étonnante nouvelle! 
NicÉRATOS - Si tu trouves terrible... 

(19b) (Men., Sam. 597-598) 

{(Ari)} àXkà x£{pcûv o-ùôè jiiKpòv ÀKpioiOD OTÌ7io\)08v el- 
ei Ô' èKeivrjv fi^fcooe, ttÌv ye aiiv- 
{(Ni)} oi'iioi Td?iaç • 

DÉMÉAS - Mais tu n'as rien à envier à Acrisios, apparemment: si Zeus a jugé di- 
gne de lui la fille de cet autre, pour la tienne... 
NicÉRATOS - Hélas! malheureux que je suis! 

Quando l'ipotetica libera è interrogativa non manca, anche in greco, di 
assumere il senso di domanda generica: 

(19c) (Ak, Ranae, 169) 

'Eàv Se ixti-opco; 

what if I can't find one? 

(19d) (Ar., Nub. 749- 753) 

{Ix.} yvvaÌKa cpapiiaKiô' eì 7tpidc|ievoç Gexxa^Tìv 

Ka9é^oi|ii vuKxcop xriv aeA,ìivriv, eìxa òr\ 

aùxTìv KaOe{pxai)i' èiç Xocpeîov oxpoyyuÀ-ov 

(oaTiep Kocxponxov, mxa xripoir|v excov. 
{1(0. } XI ôfjxa xo^Gx otv axpeÀiioeiév o ; 



65 



Strepsiade - Si j'achetais une magicienne thessalienne, et si je faisais descen- 
dre de nuit la lune; si ensuite je l'enfermais dans un étui rond, comme un miroir, 
puis si je la tenais sous bonne garde? 
Socrate - A quoi cela pourrait-il bien te servir? 

(19e) (Ar., TVmZ?. 768-773) 

{Z(o.} XTiv -ua^iov A-éyEiç; 

{Zt.} ëycoyE- {Pf'i]} (pépe, xi òr\x dv, {[Sx.] èi xaijxrjv ?iaPcûv, 

ÓTcóxe Ypdcpoixo xriv 6{Kr|v ó ypajifiaxeuç, 

àTtMxépco oxaç œôe Tipoç xòv fiXiov 

xà ypd|i|iax' èKXTÌ^ai|ii xfiç è|ifiç Ô{ktiç 
{X(o.} aocpcoç ye vtî xàç Xdpixaç. 

(diversa lezione:) 
Socrate - Le cristal, tu veux dire? 

Strepsiade - Oui. Eh bien, que penses-tu de mon idée, si prenant cette pierre, au 
moment où le greffier écrirait la plainte, et me tenant à distance, comme ceci, je 
faisais fondre au soleil le texte de mon accusation? 
Socrate - Très ingénieux, par les Charités! 

(19f) {Ar., Nub. 1443-1451) 

{Oe.} xfiv iirixÉp wanep Kai aè x\)7rxTÌacu. 

{Ix.} t{ çfiç, x{ cpTiç av; 

xoûG' ëxepov ai) ^eîÇov KaKov. 
{Oe. } XI ô' tÎv ëxcov xòv nxxco 

^óyov oe viKTioctì Xéycov 

xfiv larixep" cbç x-utixeiv xp£wv; 
{Ex.} XI 5' àXko y fi, xaiix' fiv Tiofiç, 

oi)5év oe KM^ivaei oeavxbv è|iPaÀ,eîv 

eiç XÒ pdpaBpov ^lexà Z(OKpdxo\)ç 

Ktti xòv ?ióyov xòv fixxco; 
Phidippide - Ma mère, je la battrai coirmie toi. 

Strepsiade - Que dis-tu? Que dis-tu là? Voilà un crime pire que l'autre. 
Phidippide - Mais quoi? Si avec le raisonnement faible je te confonds en te prou- 
vant qu'il faut battre sa mère? 

Strepsiade - Que dirai-je? Si ce n'est qu'après ce coup-là rien ne peut 
t' empêcher de te jeter dans le barathre, avec Socrate et le raisonnement fai- 
ble. 

In greco è presente anche l'uso esclamativo-avversativo, che abbiamo 
segnalato per l'italiano in 2.4.: 

(19g) (Men., DysL, 516-518) 

è(p' éxépav Q-upav 
ë?i0r|i xiç; d^À,' el acpaipoiiaxova èv xcoi xÓticoi 
O-UXC0Ç éxo{|i(ùç, xot^ieTióv. 



66 



Faut-il aller à une autre porte? Mais si, dans le secteur, on est aussi prompt à 
faire le coup de poing, fâcheux! 

Infine, si trovano esempi di ipotetiche libere con valore desiderativo: 

(19h) (Men., Epitrep. 952-955) 

{'(App)} \iy\\iaxo\ì, 

yA,\)K\jT]aTe- tfìc yaiieìfìc y\)vaiKÓc koxx ood 

téicvov] ydp, ow àXkóicixov. 
{ '(APp)} eì yàp ûxp£?i£v. 

{ '(APp)} vf] TTiv (pi^riv ATiiiTjtpa. 

Habrotonon - Don't squabble, darling. It's your wife's own child, not some- 
body else's! 

Charisios - How I wish it were! 
Habrotonon - It is, by dear Demeter! 

5. Percorsi di grammaticalizzazione 

A questo punto è opportuno porsi una domanda: come si spiegano la 
nascita e il consolidamento nell'uso di questo costrutto? Cercheremo di 
rispondere per l'italiano, ma è probabile che le considerazioni che faremo 
sarebbero applicabili alle altre lingue in cui abbiamo visto che il costrutto 
funziona in maniera analoga, e forse ad ogni lingua. 

Indubbiamente esso può "funzionare" perché (come abbiamo visto) i 
significati che un'ipotetica libera sottintende sono sempre di un tipo ab- 
bastanza generico da essere facilmente ricostruibile dal contesto. Per 
esempio, una domanda come "che cosa succede?" si può lasciare ine- 
spressa con maggiori probabilità di successo comunicativo rispetto a una 
domanda come "a che ora è previsto l'arrivo del corteo sindacale in piaz- 
za Venezia?". Questo porta una precisa conseguenza, che ora vedremo. 

5.1. L'anello di congiunzione? Cambi di programmazione e interruzioni 
dialogiche. 

5.1.1. Almeno in linea di principio, nel parlato spontaneo dovrebbe 
esistere un'abbondante casistica di clausole ipotetiche che, a differenza di 
ciò che abbiamo visto finora, restano sospese senza che sia possibile attri- 
buire un senso all'apodosi mancante, perché questa viene a mancare in 
maniera imprevista, per un cambio di programmazione da parte del par- 
lante, o perché questi semplicemente perde il filo del discorso. In effetti è 
così. Questo tipo di contesti rappresentano forse l'anello di congiunzione 
fra la costruzione "completa" comprendente protasi e apodosi, e quella 
che stiamo esaminando. Con la prima condividono il fatto che la clausola 

67 



ipotetica nel momento in cui viene prodotta attende davvero la sua apodo- 
si; con la seconda condividono il fatto che l'apodosi concretamente è as- 
sente. La presenza, e perfino frequenza, di protasi che restano sospese nel 
parlato per cambi di programmazione può costituire la base per lo svilup- 
parsi e imporsi del costrutto delle ipotetiche libere, apparentemente so- 
spese ma in realtà bastanti a se stesse. 

Vediamo dunque alcuni esempi di cambi di programmazione che la- 
sciano la protasi sospesa: 

(20a) LIP, Ra9: 

io personalmente come mio metodo di insegnamento tendo un po' 
a_ eh incoraggiarli perche' secondo me e' eh magari un voto_ pe- 
ro' ecco se in italiano invece sono stati_ mentre su storia e geo- 
grafia magari e' più' facile che dia un sette cosi' su italiano perche' 
mi rendo conto che molti hanno povertà' lessicale_ sia allo scritto 
che soprattutto neirorale_ ci sono ancora degli errori di ortografia 
retaggi della scuola media eccetera e questo e' un po'_ # pero' ec- 
co tutto sommato io di Dario sono abbastanza contenta soltanto 

(20b) LIP, Re2: 

stasera lo pagate solo diecimila lire quindi chi ne ha capito l'im- 
portanza chi si e' reso conto come questo_ anche gli altri vengono 
provati prego questo e' il suo quindi se avete un televisore o 
grande o piccolo [tossisce] o a colori o in bianco e nero non ha 
importanza la marca non ha importanza la grandezza perche' l'ap- 
parecchio lo adopereremo in citta' in paese in montagna in roulot- 
te in campeggio senza avere più' l'obbligo di avere cavi cordone e 
prolunga perche' la prerogativa di quest'antenna e' che può' rice- 
vere un segnale che va dai quaranta ai novecento megahertz 

(20c) LIP, Md7: 

guardate a questo tampone che entra da tutte le parti vernicia nel- 
l'ambo dei lati guardate voi se volete disegnare qualche piccola 
greca sulla vostra parete sulla vostra finestra ma attenzione un al- 
tro brevetto incredibile guardate lo stampo e' distanziato in modo 
tale che sulla moquette sul pavimento anche se lo appoggiate non 
cadra' la minima goccia 

(20d) LIP, Fbl9: 

... ma non non fare gli asili nido perche' si pensa che qualcuno 

debba 

B: si' ho capito ma questo 

A: speculare allora se c'è' 

B: senz' altro codesto va bene codesto non discuto 

A: un generale che poi truffa eh la cosa oppure si può' arrivare in 

68 



base al al modello settecento e quaranta dice lei guadagna dieci 
milioni al mese 

(20e) LIP, Me6: 

io vi dico che se dovesse servire mi auguro il delegato di cantie- 
re perche' muoia meno gente magari con qualche_ eh fastidio in 
più' per l'imprenditore ma muore meno gente credo che sia un 
aspetto di civiltà' che va perseguito in un grande fermento 

Nel brano seguente è possibile vedere la presenza di un'apodosi, forse 
due, nelle frasi riportate in corsivo, molto lontane e quindi non tali da evi- 
tare che la protasi resti di fatto sospesa: 

(20f) LIP, Rdl7: 

... perche' le cifre in questo settore sono sempre diffìcili da aggior- 
nare # parlo di una popolazione superiore all'intera popolazione 
italiana che vive fenomeni di migrazione in tutto il mondo # un_ 
quindici venti milioni solo di rifugiati politici di cui si noti bene 
vedere secondo i dati più' aggiornati che arrivano dalla Francia 
solo il diciassette per cento riguarda il cosiddetto primo mondo e 
se di cifre dobbiamo parlare per quello che riguarda il nostro 
stesso paese # quando ci siamo trovati a discutere dell'approva- 
zione della recente legge anche in quell'occasione abbiamo dovuto 
constatare che / numeri non sempre coincidono # che di fronte ai 
seicentomila e poco più' immigrati diciamo registrati una clande- 
stinità' che si e' trovata ad aggirare e forse superare un milione # 
un fenomeno dicevo prima # col quale dovremo abituarci a convi- 
vere e dovremmo apprestare le responsabilità' di amministratori di 
legislatori di uomini pubblici di uomini di cultura dovremmo ap- 
prestarci a fornire delle risposte che non siano convincenti l'Italia 
e ' oggi il_ paese più popoloso che si affaccia sul bacino del Medi- 
terraneo fra pochi anni prima del duemila sarà' il quarto paese co- 
me popolosita' 

Le protasi che restano sospese per un cambio di programmazione 
"mancano dell' apodosi" un po' più di quelle che, come abbiamo visto 
nelle sezioni precedenti, ne sono di fatto prive ma sono concepite fin dal- 
l'inizio per esprimerne il contenuto, e rappresentano in realtà un enuncia- 
to indipendente. Tuttavia gli esempi appena visti mostrano che di solito 
anche nei casi di cambio di programmazione l'assenza di un'apodosi non 
crea guasti di rilievo nella comunicazione. Questo si deve al fatto che 
quando viene formulata la clausola ipotetica il contenuto dell'eventuale 
apodosi, se non completamente inferibile, è però almeno parzialmente 
supplito dal contesto. Si osservino in particolare i brani (20b) e (20c). E' 

69 



proprio grazie al verificarsi di questa condizione che il parlante può per- 
mettersi, e quindi in qualche caso sceglie, di mutare le proprie intenzioni 
e di lasciare l'apodosi di fatto inespressa. 



5. 1 .2. Ancora più bisognose di una apodosi che è stata loro sottratta al- 
l'ultimo momento, dovrebbero essere quelle protasi che restano sospese 
per via di un'interruzione dovuta al sovrapporsi di un altro parlante, dopo 
la quale l'apodosi non viene più prodotta. Qui infatti non è chi ha prodot- 
to la protasi che poi cambia idea e sceglie di non produrre l'apodosi per- 
ché si rende conto che essa non è indispensabile; c'è invece un altro locu- 
tore che semplicemente si interpone: 

(21a) LIP, Ra2: 

B: questi sali li' <?> la composizione ah ce stanno pure i sali mine- 
rali [ride] che sei matta 

C: no infatti <?> le le particelle oligo-minerali a volte se uno ci ha 
che ne so problemi 

B: fa schifo fa schifo e' pure bruttissima da vedere madonna 

mia 

D: com'è' che si chiama? 
B: non ce niente da fa' 

D: argilla? 

B: argilla verde superventilata # 
C: un cucchiaino? 

(21b) LIP, Rb20: 

A: XYZ # a che ora? 

B: quando vuole tanto io sono casalinga se sono fuori perche' so- 
no andata a fa' spesa_ 

A: si' in ogni caso non questa sera domani in mattinata o domani 
pomeriggio o anche forse meglio all'ora di pranzo 
B: va bene va bene okay 

In realtà, come si vede dagli esempi (21), nei fatti anche in questi 
casi non è detto che l'interruzione giunga del tutto inattesa, e che dav- 
vero tronchi un'enunciazione che ha tutta intera l'intenzione di prose- 
guire con un'apodosi. Qualche volta si ha l'impressione che il locuto- 
re venga interrotto proprio perché l'ipotetica che sta producendo si 
presenta come probabilmente sospesa, e dunque per così dire "invita" 
al cambio di turno: l'interlocutore ha ragione di supporre che l'apodo- 
si non verrà, o comunque che non sia indispensabile. Questo è più evi- 
dente in casi come i seguenti, in cui la clausola ipotetica che poi viene 

70 



interrotta è di fatto già interpretabile come domanda generica di senso 
"che succederà?": 

(21c) LIP, Rell: 

E: ah matto guarda che t'ho detto me sa che moro prima io che te 

D: ma lascia perde 

E: ma lascia perde tu lascia perde che i contratti l'ho fatti 

sem<pre> 

C: se dovesse morire facendo le coma 

D: si'_ ma io avevo detto n' altra cosa <???> 

ci ho due figli 

C: dovrebbe litigare con i suoi figli allora 

(21d) LIP, Mb86: 

A: comunque_ oramai di sopra ci sono pantofole tutte le mattine 
devi andare a tre metri di altezza? 

B: be' anch'io mi metto i paletot ma i paletot poi li lascio fuori me 
lo cambio te te li cambi tutti i giorni i paletot? 
A: no infatti io dico be' ma se facciamo un attaccapanni li'_ 
B: appunto voi fate un attaccapanni li' e ci lasciate quelli che vi 
mett<ete> e che fate tutte le sere noi non abbiamo neanche l'attac- 
capanni li [interruzione] 

L'ipotesi di spiegazione che proponiamo è dunque la seguente: nel 
parlato, e particolarmente in quello dialogico, le costruzioni ipotetiche 
hanno una particolare vocazione ad essere interrotte prima che venga 
espressa la principale. L'interruzione può essere dovuta a un altro locuto- 
re o al parlante stesso, ma la ragione è sempre la stessa, e cioè: spesso l'a- 
podosi di una clausola ipotetica è facilmente inferibile dal contesto, e 
quindi non indispensabile. In casi del genere la semplice spinta economi- 
ca può causare l'omissione della principale. Tipicamente, se facendoli en- 
trare in salotto il padrone di casa dice agli ospiti appena arrivati: se vi vo- 
lete sedere..., davvero non occorre che concluda aggiungendo: /ar^/o 
pure, o mi farete piacere. Questo porta di fatto, nelle situazioni dialogi- 
che, a lasciare inespresse molte apodosi, soprattutto nei casi semantici 
che abbiamo visto, affidando alla sola protasi di veicolare l'intero signi- 
ficato. La frequenza con cui questo avviene sottrae il fenomeno alla sua 
natura di occasionale deviazione dalla norma, e caratterizza sempre piiì le 
ipotetiche senza apodosi come uno specifico tipo di enunciato a disposi- 
zione dei parlanti. Dalla parole il fenomeno entra nella langue. Il fatto di 
economia si grammaticalizza, e il parlato dispone di clausole ipotetiche 
indipendenti. 



71 



Quanto alla varietà di funzioni che le ipotetiche libere possono svolge- 
re, come abbiamo già detto essa può spiegarsi con il tipo di relazione se- 
mantica particolarmente generico che ogni ipotetica istituisce fra lo sta- 
to/evento espresso dalla subordinata e quello espresso dalla principale. E 
anzi, questa constatazione suggerisce che l'economia non sia l'unico mo- 
vente per l'omissione di una principale che concluda e delimiti la referen- 
za lasciata aperta dall'ipotetica. In molti casi è la vaghezza stessa di tale 
referenza a rappresentare lo scopo comunicativo. Si lascia l'enunciato 
"semanticamente aperto" e "sottospecificato" non perché il suo senso è 
chiaro fino nel dettaglio e ormai la continuazione sarebbe ridondante, ma 
proprio perché non si vuole veicolare un significato troppo dettagliato. 
Non si vuole scegliere. Tornando all'esempio precedente, chi dice: se vi 
volete sedere... può avere due ragioni per evitare di continuare. La prima 
è la semplice economia: risparmiarsi di produrre ulteriori sillabe; la se- 
conda, e forse decisiva, è l'esigenza di vaghezza. Qualsiasi continuazione 
ridurrebbe la potenza semiotica dell'enunciato, delimitandolo inutilmente 
entro un'unica conclusione ed escludendo tutte le altre possibili: ''...fate 
pure, aut mi farete piacere, aut // divano è lì", ecc. Invece l'assenza di 
continuazione consente di lasciare aperte, e in qualche modo trasmesse 
proprio perché inespresse, tutte le possibilità: "... fate pure, vel mi farete 
piacere, vel // divano è lì, ecc." In un diverso comparto della grammatica, 
si tratta di un'esigenza simile a quella che è alla base della scelta di usare 
il passivo invece dell'attivo per lasciare inespresso l'agente. 

Che questo processo di grammaticalizzazione delle spinte economiche 
e dell'esigenza di vaghezza sia molto avanzato in italiano, lo mostrano al- 
cuni ulteriori fatti che andiamo brevemente ad esaminare. 

5.2. Cristallizzazioni. La frequenza con cui nel parlato occorrono le ipoteti- 
che libere con i valori che abbiamo evidenziato ha fatto sì che alcune di es- 
se stiano avviandosi a rappresentare delle espressioni cristallizzate, legate a 
precise entrate lessicali e dotate di un valore fisso. Questo può dirsi vero al- 
meno in parte per le ipotetiche sospese con se hai/avete bisogno, viste nella 
sezione 2.5. Ed è ancor più il caso di se sapessi o se ci pensi, cui è difficile 
attribuire una precisa apodosi, ma che esprimono con regolarità un valore 
di stupore esclamativo associato al contenuto espresso subito prima: 

(22a) LIP, Rell: 

D: e ci ho un anno un anno e mezzo più' de te e un anno e mezzo 

quanto conta se sapessi 

E: poi aspetta un momento aho' quanti ce n'hai? 

D: ah quasi sessant ... 

72 



Un'ipotetica sospesa come Se pensi che X ha sempre la funzione di 
segnalare che c'è qualche nesso evidente fra X e un contenuto appena 
espresso: 

(22b) LIP, Ra3: 

A: delle delusioni che ci abbiamo quotidiane del 

fatto che non incontriamo persone che ci riesca che si riesce a co- 
municare caro Ugo stiamo freschi questi sono i veri guai 
C: perche' 
D: si' embe' certo 
C: perche'<?> riferimenti <?> 

A: se pensi che siamo quasi soli ai mondo 

C: a Roma ha vinto la <?> 

D: la cosa poi buffa qual e' che uno piglia il congedo 

per andare a a fa' ricerca e' ovvio 

A: ah ma lo so infatti ma io questo 

<?> 

5.3. Stabilizzazione del costrutto. Abbiamo chiarito che le clausole 
ipotetiche nel parlato italiano rappresentano un costrutto pragmaticamen- 
te e semanticamente^^ completo, i cui possibili significati (li ripetiamo 
qui) sono i seguenti: (1) la "dichiarazione di non luogo a procedere" posi- 
tiva o negativa del tipo "è tutto a posto" o "non c'è niente da fare"; (2) la 
domanda generica del tipo "che cosa succederà?"; (3) l'impugnazione, 
avversativa e in qualche modo esclamativa, della verità o della pertinenza 
di quanto precedentemente detto; (4) l'invito (offerta o richiesta), rivolto 
all'interlocutore, a compiere un'azione suggerita dal contesto, oppure 
l'offerta, da parte del locutore, di compiere lui un'azione; (5) il desiderio 
che qualcosa sia vero o si realizzi. 

La frequenza e regolarità del fenomeno, la motivazione che gh abbiamo at- 
tribuito in termini di pragmatica dell'interazione discorsiva, e la sua completa 
assenza dalle forme canoniche dello scritto, fanno sì che sia possibile proporre 
questo costrutto come uno dei tratti identificativi del parlato, e in particolare 
di quello dialogico. Ulteriori ricerche sarebbero necessarie per accertare se e in 
che misura esso sia presente anche in altre varietà diafasiche di parlato, oppure 
in varietà dialogiche dello scritto, come ad esempio nelle chat Unes, o simiU. 

Un effetto collaterale della situazione che abbiamo descritto, è il fatto 
che in alcuni contesti in cui compare un'ipotetica l'apodosi sarebbe in 

'* Per le caratteristiche intonative di questo costrutto sintattico cfr. Cresti (2000), Fi- 
renzuoli (2003), Lombardi Vallauri (2003). 

73 



realtà presente, ma significativamente è introdotta da un connettivo coor- 
dinante, perché la cosiddetta protasi si è pienamente grammaticalizzata in 
un enunciato indipendente ed è sentita ormai come completa anche su un 
piano strettamente sintattico: 

(23a) LIP, Ma28: 

A: no il controllo dei dati e' già' stato fatto non sarebbe possibile 

farlo adesso 

B:mh 

A: perche' siamo in pellicola 

B: certo 

A: se su noi abbiam già' visto la prima e la seconda bozza di 

questa roba qua 

B:mh 

A: quindi vuol dire che i dati sono già' stati controllati se ci fosse 

un errore # si può' ancora_ # cambiare 

(23b) LIP, Nb8: 

... domani sono in ufficio più' o meno tra in tarda mattinata e tutto 
il pomeriggio se mi puoi fare un colpo di telefono cosi' ne parlia- 
mo un attimo se poi e 'hai un attimo di tempo puoi anche venirmi a 
trovare ciao 

(23c) LIP, Fbl9: 

A: no se no Daniela se una donna se una donna fa la carriera 
quindi sulla carta d' identità' ci gli sarà' riconosciuta una profes- 
sione ma 



74 



Bibliografia 

Cresti E., 2000, Corpus di italiano parlato, Firenze, Accademia della Crusca. 

Cutugno F./Savy R., 2003, Il parlato italiano, Napoli, M. D'Auria Editore, Com- 
pact Disc. 

Firenzuoli V., 2003, Le forme intonative di valore illocutivo dell'italiano parlato. 
Analisi sperimentale di un corpus di parlato spontaneo (LABLITA), Tesi di 
Dottorato, Università di Firenze. 

Fritsche J. (a cura di), 1981, Konnektivausdriicke, Konnektiveinheiten, Grundele- 
mente der semantischen Struktur von Texten I (= "Papers in Textlinguistics" 
30), Hamburg, Buske. 

LIP = De Mauro T./Mancini F.A^edovelli M.A/òghera M., Lessico di frequenza 
dell'italiano parlato, Milano, ETAS libri, 1993. 

Lombardi Vallauri E., 2000, Grammatica funzionale delle avverbiali italiane, 
Roma, Carocci. 

Lombardi Vallauri E., 2003, "Pragmaticizzazione" dell'incompletezza sintattica 
nell'italiano parlato: le ipotetiche sospese, in Cutugno F. /Savy R. (a cura 
di), Il parlato italiano, 2003. 

Marco Mazzoleni, 1991, Le frasi ipotetiche; le frasi concessive, in Renzi / Salvi 
G., voi. 11:751-817. 

Renzi L./Salvi G., 1991 (a cura di). Grande grammatica italiana di consultazio- 
ne, Bologna, Il Mulino. 

Rudolph E., 1981, Zur Problematik der Konnektive des kausalen Bereichs, in 
Fritsche J., 1981: 146-244. 



75 



Il contatto linguistico: aspetti teorici e metodologici' 

Mair Parry (Bristol) 



1 . Premessa 

L'idea del contatto fra sistemi linguistici diversi quale uno dei motori 
del mutamento linguistico ha una lunga tradizione: in campo italiano si 
può citare a titolo d'esempio la tesi quattrocentesca di Flavio Biondo cir- 
ca l'origine dei volgari romanzi. Al giorno d'oggi l'importanza del con- 
tatto linguistico viene ampiamente riconosciuta come una delle cause piiì 
significative del mutamento (ad es. Smith 1979: 52; Thomason 2003: 
687, Sankoff 2004: 638)^. L'Italia cor item poran ea offre uà panoramain- 
comparibilmente ricco di contatt i linguistici di dive rsi tipi: sia verticali, 
(conseguenze di espansioni territoriali o di immigrazioni che si manife- 
stano in fenomeni di sostrato o di superstrato) sia orizzontali (per cui ab- 
biamo fenomeni di adstrato). Tali contatti possono coinvolgere sistemi 
linguistici strutturalmente molto diversi (ad es. fra varietà italo-romanza e 
lingua minoritaria, storica o non) oppure molto affini (ad es. varietà au- 
toctone geograficamente contigue), così da offrire al linguista un inesauri- 
bile banco di prova che permetta di vaTutafè Ìpòtèsi circa la natura e f 



' Vorrei ringraziare gli organizzatori del convegno Lingua e dialetto in Italia all'inizio 
del terzo Millennio per la loro cordiale ospitalità e l'invito a parlare sul tema svolto da me 
alla giornata di studio dedicata alla memoria di Joseph Cremona (Londra, 11.10.03). Rin- 
grazio i curatori degli Atti, A. L. Lepschy e A. Tosi, per il permesso di pubblicare qui una 
versione modificata del contributo che apparirà in inglese nel volume, Rethinking Langua- 
ges in Contact: The Case of Italian, Oxford, Legenda. Entrambe le versioni prendono lo 
spunto da una discussione presentata al convegno Italiano, strana lingua? Convegno in- 
ternazionale di Studi, Sappada/Plodn (Belluno), 3-7/7/02 (si veda Parry 2003). Un sentito 
grazie va infine a Paola Benincà e a Michela Cennamo per i loro commenti ad una prima 
versione di questo lavoro. 

■^ Il lavoro seminale di Uriel Weinreich, Languages in Contact (1953), ha gettato le ba- 
si scientifiche di un campo di studi molto fecondo, come testimoniano le bibliografie dei 
lavori citati in questo contributo. 

77 



meccanismi del mutamento linguistico provocato dal contatto di lingue, 
nonché le probabilità di occorrenza dei vari tipi di mutamenti^. 

2. Il mutamento linguistico e il contatto fra dialetti 

Distinguere fra causazione intema alla lingua e estema (contatto con 
altre lingue) non è sempre facile nella pratica ma, data l'innegabile fre- 
quenza del secondo tipo, sono state proposte varie tipologie dei cambia- 
menti dovuti al contatto. Queste, oltre a distinguere fra i vari livelli lin- 
guistici, cercano di individuare meglio (anche tramite una maggiore pre- 
cisazione terminologica, ad es. Andersen (in e. di s.), Sankoff (2002), Tho- 
mason / Kaufman (1988)) i diversi procedimenti per cui elementi di un si- 
stema B possano influenzare o essere incorporati in un sistema A. Tutti 
convengono che il livello più aperto ai prestiti linguistici è il lessico, 
mentre i livelli più rigidamente stmtturati e chiusi sono, come ci si aspet- 
terebbe, meno permeabili al prestito. L'ultimo bastione stmtturale sarebbe 
la morfologia flessionale, per cui raramente si trasferiscono elementi di 
flessione da una lingua all'altra. Tuttavia, la rassomiglianza tipologica fra 
le varietà linguistiche a contatto aumenta le probabilità di trasferimento di 
elementi fra di esse. Di recente, alcuni linguisti hanno insistito che in ulti- 
ma analisi non tengono restrizioni di sorta e che in condizioni sociali pro- 
pizie tutto può succedere ('anything can happen') (Thomason / Kaufman 
1988:14-15)'^. Tale posizione, considerata oltranzista da alcuni (ad es. 
Sankoff (2002), che sottolinea l'importanza di analisi quantitative), viene 
precisata in Thomason (2003), dove viene ribadito l'impatto del grado di 
integrazione stmtturale dell'elemento in questione e della distanza tipolo- 
gica fra i sistemi coinvolti sulla probabilità che un dato mutamento si ve- 
rifichi^. 

Naturalmente, le situazioni di contatto intenso, esemplificato dal bilin- 
guismo diffuso (come si è visto sviluppare tra lingua e dialetto in Italia 
dalla metà del secolo scorso in poi), portano ad un'incidenza più alta di 
interferenza o di prestiti linguistici che non quelle meno intense mentre, 
come accennato sopra, l'affinità tipologica aumenta le probabilità. Tutta- 

^ Per un ottimo esempio di questo tipo di analisi si veda Benincà / Renzi (2004). 

■* '[L]inguistic contraints on interférence ... are based ultimately on the premise that 
the structure of a language détermines what can happen to it as a result of outside influ- 
ence. And they ali fail' (Thomason / Kaufman 1988: 14-15). 

^ 'Among the more useful predictors are degree of bilingualism, degree of linguistic 
integratedness into a system, and typological distance between source and receiving lan- 
guage' (Thomason 2003: 709). 

78 



via, per capire meglio la situazione attuale, può essere utile rivolgere lo 
sguardo al passato per cercare di valutare non solo l'utilità delle gerarchie 
intese a spiegare la probabilità di prestiti da una varietà all'altra, ma an- 
che l'apporto di due fattori che secondo alcuni studiosi contribuiscono in 
modo significativo al mutamento linguistico, cioè la salienza e la marca- 
tezza. Mi propongo, quindi, di prendere in esame un tratto del continuum 
dialettale romanzo, quello composto dai dialetti di crocevia della Val Bor- 
mida, situati tra il Piemonte e la Liguria, classificati a volte come pie- 
montesi e a volte come liguri. 

Mancando una tradizione scritta^, l'unico strumento utile per ricostrui- 
re la storia linguistica di questa zona è la dialettologia, che permette di in- 
terpretare in senso storico la distribuzione dei tratti linguistici contempo- 
ranei^. L'intersecarsi delle isoglosse rende molto graduale la transizione 
dal tipo piemontese a quello ligure, ma la prima impressione che danno i 
dialetti valbormidesi centrali non è di una distribuzione bilanciata di tratti 
piemontesi e liguri, bensì di un'asimmetria che fa spiccare il ligure nella 
fonologia mentre la sintassi è dominata da tratti piemontesi^. Inoltre, col- 
pisce il profilo altamente connotato (rispetto al contesto italo-romanzo) di 
questi dialetti, che sembrano esibire tutti i tratti peculiari di entrambi i 
gruppi dialettali egemoni. Ciò contrasta con due fenomeni spesso osser- 
vati in altre situazioni di contatto dialettale: la convergenza linguistica e 
la formazione di una koinè, che col tempo tendono ad eliminare la varia- 
zione a favore delle varianti meno marcate, tramite processi di livella- 
mento e di semplificazione. Trattandosi di varietà linguistiche affini, biso- 
gnerà cercare di districare cambiamenti intemi da quelli estemi, tenendo 
conto da una parte del poco che sappiamo della storia sociale di questa 
zona, e dall'altra dei principi della linguistica storica, delle tendenze di ti- 
po quantitativo su cui si basa la gerarchia dei prestiti summenzionata, e di 
fattori cognitivi come la salienza e la marcatezza^. 

* Esiste un solo testo pre-novecentesco: una versione della Parabola del figliuol 
prodigo (Biondelli 1853: 554). 

^ 'Dialect variation brings together language synchrony and diachrony in a unique 
way. Language change is typically initiated by a group of speakers in a particular locale at 
a given point in time, spreading from that locus outward in successive stages that reflect 
an apparent time depth in the spatial dispersion of forms. Thus, there is a time dimension 
that is implied in the layered boundaries or isoglosses, that represent linguistic diffusion 
from a known point of origin' (Wolfram / Schilling-Estes 2003: 713). 

* Per quanto riguarda il lessico, un confronto fra il dialetto dei giovani e quello degli 
anziani suggerisce un lieve incremento di elementi liguri negli ultimi decenni (Parry 
199 la). 

^ Questi ultimi termini verranno definiti e discussi al §6. 

79 



3. I DIALETTI DELLA VAL BORMIDA 

La Valle Bormida si trova sul versante settentrionale degli Appennini 
nell'attuale Regione Liguria (prov. di Savona), ma a pochissimi chilome- 
tri dal confine con il Piemonte (e fa parte della diocesi di Acqui). I suoi 
dialetti consistono di tratti piemontesi (della sub-area del Monferrato ca- 
ratterizzato da influssi lombardi) insieme a tratti liguri occidentali. Non 
sorprende che in confronto ai dialetti pili meridionali, quelli più setten- 
trionali abbiano un'incidenza più alta di tratti 'piemontesi'. La mia analisi 
si concentrerà sulla distribuzione dei tratti piemontesi e liguri nel dialetto 
di Cairo Montenotte, la città più importante della zona (e. 15,000 abitanti), 
ma si basa anche su indagini personali condotte negli ultimi 30 anni negli 
altri paesi circostanti'*^. 

I seguenti tratti valbormidesi corrispondono a tratti prototipici dei 
gruppi dialettali ligure e piemontese rispettivamente' ': 



3.1. Tratti tipicamente liguri 

(a) Palatalizzazione di PL > [tj] BL > [d^], FL > [J] (Plomteux (1975: 
7)12; petracco Sicardi (1992: 19-20)): 

cairese: ciû [tjy] < plus 'più' ; piem. pi [pi] 

gianch [d3ar)k]< blank 'bianco' bianch [bjaqk] 

sciama ['Jama] < flamma 'fiamma' fiama ['fjama] 

Nel ligure la palatalizzazione del nesso Cons. -i- [j] è più estesa che negli altri 
dialetti settentrionali, cf. piem. pi, bianch, fiama vs. ciamè 'chiamare' < clama- 
re, giàira 'ghiaia' < glarea, contro i lig. ciù, gianco, sciama, ciamà, giaira. 

(b) Rotacizzazione della -l- [1] intervocalica. Manca la r al genovese mo- 
derno ma si mantiene ancora nei dialetti della Liguria occidentale come 
fricativa palatale debole [j](Azaretti 1977: 69); identico è l'esito della -r- 
[r] intervocalica: 

CakesQ-.candeira [kaq'dejja] < candela 'candela' piem. candèila[ksLn^ de}\a] 
mòre ['mDje] < ma(t)re 'madre' mare ['mare] 

'0 Si vedano Pany (1989) e Parry (2005). 

" Si vedano Fomer (1988, 1997), Telmon (1988), e Parry (1997), per profili dialettali 
di queste due aree. Non si tratta evidentemente di aree linguisticamente omogenee: quella 
piemontese è stata particolarmente soggetta a tendenze centrifughe (Telmon 1988). 

'^ 'Basta infatti una sola isoglossa a delimitare, sia pure arbitrariamente, l'area dialet- 
tale ligure: sono liguri le varietà dialettali dell'Italia settentrionale che conoscono 
l'evoluzione di PL- > e, BL- > g, FL- > s' (Plomteux 1975: 7). 

80 



3.2. Tratti tipicamente piemontesi. 

(a) Perdita delle vocali atone eccetto a: 

(i) in posizione finale (tranne le marche vocaliche del plurale di cer- 
te categorie nominali): carru > cair. cher [kaer] 'carro' ~ gen. 
caro ['karu]; 
(ii) vocali protoniche: genuculu > cair. sç-nugg fenuds] ginocchio' 

~ lig. occ. zenùgliu [ze'nuXu]; gen. zenoggio [ze'nudsu] 
(iii)vocali interne postoniche delle proparossitone: selinon > cair. 
scélr [Jelr] 'sedano' ~ vent, ['selaju] gen. séllou ['selou]; spesso 
con la tipica desinenza piem. in [u] (Telmon 1988: 472): carizu 
[ka'ridzu] lig. occ. carize [ka'ridze] ~ gen. càize ['kajzej'caliggi- 
ne'; 
(iv) l'intera sillaba finale: persico > cair. pèrsci 'pesca'- gen. pèrse- 
go ['persegui; 
(b) Infinito della la coniugazione in -e [e] < -are, e.g. zighè [dzi'ge] 'gio- 
care' ~ lig. occ. zugà e gen. zugâ [zy'ga];sviluppo parallelo del suffis- 
so -ÂRiu:/£rvè [fer' ve] 'febbraio' ~ lig. occ. e g&n.frevâ [fre'va]; 
(e) Desinenza della la pi. indie, près, in -[uma], e.g. parluma [par'luma] 
'parliamo' ; 

(d) Pronome personale tonico di 3a. rafforzato < Eccu ille: chèl [kael] 
'lui', chila ['kila]'lei'; 

(e) Pronomi complemento enclitici del participio nei tempi composti 
(spesso anche proclitici sull'ausiliare), 

Cairese e.g. a s nun suma andòsne [a s nur) 'suma an'dosne] 

'ce ne siamo andati' (sci) refi ne siamo andato refi ne; 

(f) Negazione di frase postverbale nen [nei)]( spesso con negazione anche 
pre verbale): 

a n 'eu nèn visc-tle [a n0 nen 'vijtle] 

'non l'ho visto' (sci) neg ho (neg) visto-Io. 

La distribuzione dei tratti piemontesi e liguri nel dialetto di Cairo vie- 
ne riassunta nella Tabella 1 . 

Dal punto di vista del modello più semplice di diffusione linguistica, il 
cosiddetto wave model (si veda Wolfram /Schilling-Estes 2003), si può 
dire che la Val Bormida presenta molteplici sovrapposizioni di onde irra- 
diatesi da piti focolai importanti: Torino verso nord-ovest, Milano a nord- 
est, e Genova a sud-est. In realtà, la diffusione del mutamento Hnguistico 
è assai più complessa e sfumata e, secondo il modello più sofisticato della 
gravità le innovazioni tendono a disseminarsi prima nelle grandi concen- 
trazioni urbane, diffondendosi in un secondo tempo non a macchia d'olio 

81 



Tabella 1 La composizione del Cairese (Parry 2001) 



Cairese 


Pied. 


Monferrato' 


Lig. 


Variabili fonetiche 








PL>[tJ]BL>[d3]FL>[I] 






+ 


-CL-, -TL- > [d3] 




+ 


+ 


-CT-, -GD- > [tj], [d3] 




+ 




-Ti>m 




+ 




-LJ- > Q] 


+ 


+ 




-SJ-, -TJ- > [3] 




(+) 


+ 


-x->Ln 




(+) 


+ 


-L-. -R- [i] 




+ 


+ 


-C- / vocale posteriore > 


+ 


+ 




-N- > [n] 




+ 


Lig. occ. 


-[d]-ripristinata 


+ 


+ 




perdita delle vocali atone 


+ 


+ 




-ARE; -ARIU > [e] 


+ 


+ 




Variabili morfologiche 








plurale dei sostantivi masc. in -/ 






+ 


plurale dei nomi ambigeneri in -e 






+ 


Ipl. indie, près, -urna 


+ 


Alessandrino 




3pl. indie, près, -u 


-t- 


-1- 




estensione di -[s]- nel paradigma condizionale 




Lomb./Piacentino 




Isg. e 3sg. imperf. cong. in -a 


+ 


+ 




Isg. indie, près, di 'avere' e 'sapere' in {-)eu [0] 




+ 




art. def. er, u + clitico sogg. 3msg u 




+ 




pron.tonico 3sg. < ECCU ILLE: chèl, chilo 


+ 


+ 




forme allocutive di cortesia: chèl, chilo 


+ 


+ 




pron. clitico dativo 3p. i < ILLI 


+ 


+ 




clitico locativo i < IBI, ILLÏC, HÏC 


+ 


+ 




avverbio locativo pross. < ECCU HÎC 






+ 


Variabili sintattiche 








posizione dei clitici compi, nei tempi composti 


+ 


+ 




posizione della negazione di frase 


+ 


+ 




distribuzione dei clitici soggetto 


+ 


+ 


lig. occ. 


assenza di clitico loc. nelle strutture presentative 






+ 


assenza di che nelle interrogative WH 






+ 


assenza dell'art, def. davanti ai nomi propri 


+ 






Variabili lessicali 




circa 2/3 


circa 1/3 



' La fonologia dei dialetti monferrini dimostra una certa impronta lombarda, ad es. Lo sviluppo 
di -CL-, -TL-, -CT-, -GD-, -TI. (+) = presenza parziale del fenomeno. Per la distribuzione di elementi 
lessicali, si veda Parry (2001) e (Parry 2005, cap. 5). 



82 



ma a mo' di paracadute in altre città più piccole (Trudgill (1974); Wol- 
fram / Schilling-Estes (2003:723-27)). Solo dopo vengono adottate dalla 
popolazione della campagna circostante (si veda la descrizione della per- 
dita dell'inversione interrogativa in ligure (Fomer 1998: 328)). La distan- 
za e la densità demografica non sono, tuttavia, gli unici fattori che influi- 
scono sulla diffusione delle innovazioni; bisogna tener conto infatti, an- 
che dei fattori topografici, delle strutture sociali, delle reti comunicative 
di vario tipo, degli atteggiamenti dei parlanti, nonché della struttura lin- 
guistica stessa. 

3.3. Innovazioni locali. Prima di concludere questo paragrafo occorre ri- 
cordare che oltre a mostrare tratti che caratterizzano il gruppo piemontese 
da una parte e il ligure dall'altra, i dialetti valbormidesi vantano alcuni 
singolari sviluppi propri (Parry 1991, 1997a): 

(a) L'unico vero dimostrativo: es [(8)s], sa [sa], sci [fi], se [se] deriva da 
IPSE non rafforzato. Obbligatoriamente nell'uso pronominale (forme li- 
bere), ma opzionalmente con gli aggettivi (forme clitiche), si ricorre 
agli avverbi di luogo: chi [ki] 'qui', lì [lì] iì', là [la] 'là', per ottenere 
un'opposizione binaria oppure ternaria: es chi [es 'ki] 'questo', es lì 
[£S 'li] 'quello', es là [es 'la] 'quello laggiià'; es matót (chì/lì/là) 'que- 
sto/quel ragazzo'. 

(b) Ordine eccezionale dei clitici preverbali rispetto alla negazione pre- 
verbale: i pronomi complemento di la e 2a persona (sg. e pi.) e 3a ri- 
flessiva precedono la negazione: 

a tin li dag nènt [a tir) li dag negt] 

'non te lo do' sci ti non lo do Neg 

u min piòsc vàri [u mir) 'pJD3 'vdjì] 

'non mi piace molto' sci mi non piace molto. 

4. Il contesto geograhco e storico-sociale 

La linguistica storica non può trascurare il contesto storico-sociale in 
cui sono avvenuti i cambiamenti da spiegare'^ sicché, nell'interpretazione 
delle isoglosse che attraversano la Val Bormida, bisogna tener conto della 
situazione periferica di una zona cui mancava un centro così forte da po- 

'^ 'Linguistic and social factors are closely interrelated in the development of langua- 
ge change. Explanations which are confined to one or the other aspect, no mattar how 
well constructed, will fail to account for the rich body of regularities that can be observed 
in empirical studies of language behaviour' (Weinreich / Labov / Herzog 1968: 188). 

83 



ter servire da indiscusso modello culturale e linguistico. Periferica, ma 
non isolata, essendo la Valle attraversata da importanti vie commerciali 
che collegavano la pianura padana al litorale e lungo le quali si erano sta- 
biliti mercati regolari che attiravano la gente delle colline e delle campa- 
gne circostanti (Nada-Patrone/Airaldi 1986, in Hoherlein-Buchinger 
2001: 73). La divisione del territorio nel X sec, in senso longitudÌQalej)er 
contrastare la minaccia saracena (Olivieri 1988: 49) e le difficoltà di pas- 
saggio che presentavano i ripidi versanti marittimi incoraggiavano ulte- 
riormente i contatti nord-sud. Numerosi documenti attestano accordi fra 
valbormidesi e liguri della Riviera rispetto al mantenimento della viabilità 
delle strade o alla protezione reciproca (Tognoli 1971)^opo molte peri- 
pezie e guerre durante le quali le piccole comunità valbormidesi hanno 
spesso svolto il ruolo di pedine fra feudatari e marchesi, fra re e comuni, 
Cairo nel 1690 passò assieme al Monferrato a Casa Savoia, con cui rima- 
se dopo la pace di Utrecht, mentre la vicina Carcare e la valle della Bor- 
mida di Millesimo passarono sotto il governo della Repubblica di Genova 
(Petrini / Vallega 1968: 34). La complessa storia di questa regione si^ri- 
flette nella frantumazione dialettale e nelF intersecarsi delle isoglosse-lin- 
guistiche, fenomeno caratteristico delle aree di antico insediamento 
(Chambers /Trudgill 1980: 107, 127). Data la mancanza di testimonianze 
scritte, è difficile stabilire l'evoluzione precisa di questi dialetti; secondo 
Toso (2001: 23), sono anticamente 'hguri''"*, 

5. Il mutamento linguistico nella val bormida 

Si afferma spesso che il contatto linguistico porta al livellamento e alla 
semplificazione strutturale (ad es. Trudgill 1986: 126, Jakobson 1929, ci- 
tato da Andersen 1988: 39, Givòn 1979, Berruto 1995: 226-27). Tale ge- 
neralizzazione viene confermata da dati provenienti dalle vicine vallate 
dell'Oltrepò pavese (Zòmer 1993: 90), ma ciò non vale per la Val Bormi- 
da. Non mancano altri esempi discordanti, come quelli citati da Thoma- 
son / Kaufman (1988:30) e Thomason (2001:65); secondo questi ultimi 
autori, l'esistenza di molteplici fattori che possono incidere sull'esito di 
una situazione di contatto implica che esso non è predicibile, ma solo va- 
lutabile in termini probabilistici. Ciò nonostante, si possono identificare 



''' 'Pare dunque che le condizioni più antiche dei dialetti valbormidesi dovessero esse- 
re caratterizzate da un precoce incontro tra un arcaico contesto "ligure" ("centrale"?) e 
correnti linguistiche di provenienza padana "lombarda", e che gli aspetti più vistosi della 
"piemontesità" si siano affermati soltanto in un secondo momento' (Toso 2001: 23). 

84 



due parametri principali, uno sociale e uno linguistico, che determinano 
la natura e la portata dell'influsso di un'altra lingua su una data varietà 
linguistica: 

(a) l'intensità e la durata del contatto 

(b) la vicinanza tipologica. 

Essendo gruppi contigui del continuum dialettale romanzo, quello pie- 
montese è molto vicino tipologicamente a quello ligure, anche se si di- 
stinguono l'uno dall'altro, come si è visto sopra, per una serie di tratti 
evidenti. Per quanto riguarda il primo parametro, bisogna ricordare che 
mentre i dialetti della Val Bormida sono sempre stati in contatto con i dia- 
letti che li circondavano, il tipo di comunità (aperta vs. chiusa) è anche 
cruciale'^. La maggiore eterogeneità linguistica che si attesta nelle comu- 
nità urbane, aperte, può condurre all'appanarsi delle norme e alla conse- 
guente semplificazione dei sistemi sottostanti, mentre le comunità rurali e 
periferiche, più chiuse, dimostrano di solito una maggiore conservatività 
(per una discussione recente si veda Andersen 1988). 

Significativa è anche la direzione dell'influsso, sia che si tratti di in- 
terferenza dovuta all'acquisizione imperfetta di una seconda lingua (sic- 
ché vengono trasferiti in questa vari tratti della prima lingua del parlante, 
il cosiddetto effetto del sostrato), sia che riguardi il prestito linguistico 
(ossia l'introduzione da parte del parlante di tratti caratteristici di una va- 
rietà, spesso più prestigiosa, in una lingua che parla correntemente (effetti 
di superstrato e di adstrato)y^. Le ripercussioni linguistiche dell'interfe- 
renza possono essere molto estese, in particolare su fonologia e sintassi, 
mentre i prestiti, essendo più soggetti a restrizioni strutturali (da cui deri- 
va la gerarchia di permeabilità basata sui livelli linguistici) incideranno in 
primo luogo sul lessico (Thomason 2001:75). Come si sa, in casi di sosti- 
tuzione di lingua (language shift), la mancanza di prestigio della lingua- 
madre può indurre i genitori a comunicare con i figli nella seconda lin- 
gua, trasmettendo loro così una varietà connotata strutturalmente da tratti 
della loro prima lingua (come nel caso dell'italiano regionale). 

'^ La sociolinguistica degli ultimi decenni ha messo in evidenza quanto sia fondamen- 
tale il concetto di rete sociale per capire la diffusione di innovazioni linguistiche e conse- 
guenti cambiamenti nel sistema; si veda Berruto (1995: 101-5) e Joseph / Janda (2003a: 
62-64). 

'^ Per questa distinzione terminologica, si vedano Thomason / Kaufman (1988); Tho- 
mason (2001: 61, 68); Sankoff (2004: 644). In un tentativo di rendere ancora più precise 
la descrizione e la terminologia relative al mutamento linguistico. Andersen (in e. di stam- 
pa, §2.4, §2.5) distingue ulteriormente fra prestito 'borrowing' e trasferenza 'transferen- 
ce': 'Borrowing and Calques are innovation types distinct from other types of bilingual 
innovation, Interférence andTransference'. 

85 



La distinzione tra interferenza e prestito ci costringe a riconoscere 
l'importanza del parlante come punto di partenza del mutamento lingui- 
stico. Come osserva Croft, ianguages don't change; people change lan- 
guages through their actions' (Croft 1990:257; 2000:4), e i cambiamenti 
risalgono all'interazione di profondi impulsi cognitivi e comunicativi con 
le circostanze sociali. Inoltre, bisogna distinguere fra innovazione e muta- 
mento: si può parlare di mutamento solo dopo che l'innovazione di un in- 
dividuo viene adottata da altri parlanti e diventa parte del sistema (Mc- 
Mahon 1994: 248; landa / Joseph 2003: 13)'^. Un'altra distinzione utile 
introdotta da Trudgill (1986) per analizzare i meccanismi coi quali si in- 
troducono elementi stranieri nel proprio parlare è quella fra accomoda- 
mento e imitazione. Il primo termine si riferisce alla tendenza a ridurre le 
differenze fra il proprio uso e quello dell'interlocutore, un tipo di conver- 
genza che sembra costituire un tratto universale del comportamento uma- 
no. L'imitazione, invece, non richiede l'interazione faccia-a-faccia. Am- 
bedue questi meccanismi possono agire a livello sia conscio che subcon- 
scio. 

Tenendo in mente le varie distinzioni appena presentate, cerchiamo 
ora di dedurre dai tratti caratteristici dei dialetti valbormidesi i vari tappi 
della loro l'evoluzione. 



5.1. Fonologia. La struttura sillabica dei dialetti ci induce a collocare 
gli antichi valbormidesi fra i gallo-italici doc, la cui lingua fortemente ac- 
centata avrebbe incoraggiato la sincope delle vocali atone eccetto a (a dif- 
ferenza delle parlate liguri della costa) ^^. L'appartenenza al tipo gallo-ita- 
lico stretto viene confermata inoltre dalla maggior parte degli altri svilup- 
pi fonetici illustrati nella Tabella 1: si tratta specificamente di sviluppi 
monferrini (quale che sia stata la sua origine, anche la r debole caratteriz- 
za il monferrino'^ (Berruto 1974: 32)). E probabile che l'adozione delle 
consonanti palatalizzate di tipo 'ligure' sia stata la conseguenza di ripetuti 
esempi di accomodamento durante il Medioevo verso il comportamento 
linguistico degli abitanti della costa. Anche se non si può escludere un'o- 
rigine intema per queste consonanti, è ragionevole supporre che si tratti 



'^ Si vedano Andersen (2001b, e in e. di stampa) per analisi dettagliate dei vari tipi e 
stadi del mutamento linguistico. 

'* Se ciò si possa ricondurre ad un sostrato celtico è una questione ampiamente dibat- 
tuta ma non ancora risolta. 

'^ Merlo (1938) la denominò 'acutissima fra le spie liguri', ma Tagliavini (1969: 129) 
non fu d'accordo. 

86 



di prestiti dai modelli rivieraschi di prestigio (Petracco Sicardi (1965:107; 
1992: 19-20), postula la Liguria centro-occidentale del XII sec. come 
centro dell' innovazione)^^. Non provocò un aumento nel numero di fone- 
mi palatalizzati, già consistente nelle varietà monferrine, ma ci fu un no- 
tevole incremento nella loro frequenza e distribuzione' ^ 

5.2 Morfologia. La morfologia flessionale (la componente più rigida- 
mente strutturata e meno aperta al prestito) appartiene quasi interamente 
al tipo piemontese. I pochi tratti che accomunano il cairese e i dialetti vi- 
cini al tipo ligure possono considerarsi tratti conservatori, la cui persisten- 
za va attribuita senz'altro al contatto con il ligure^l Non cade, per esem- 
pio, la / atona finale che segna il plurale di molti sostantivi maschili, ma 
qui possono anche entrare in gioco corrispondenze morfologiche inteme, 
di tipo sintagmatico e paradigmatico, e perfino il piemontese ha una mar- 
ca plurale in -/ per alcuni aggettivi e per sostantivi che terminano in -/ 
(Brero/Bertodatti 1988: 44). Altro tratto apparentemente ligure è la for- 
mazione del plurale di alcuni nomi ambigeneri in -e, ma come nel caso 
precedente, potrebbe trattarsi di uno sviluppo intemo, ascrivibile ad un 
principio di naturalezza morfologica, per cui all'aggiunta di un tratto se- 
mantico di pluralità corrisponde l'espressione esplicita di una marca plu- 
rale-\ Quindi, a prescindere dall'avverbio deittico chi 'qui', presumibil- 
mente la forma originaria, rimpiazzata in Piemonte dal tipo gallo-roman- 
zo derivato da ecce hìc, tutti gli altri tratti morfologici elencati sopra so- 

20 Come nota Andersen (1988: 41-43), il prestigio non è una componente necessaria 
per la diffusione di innovazioni linguistiche, ma aiuta, e nel nostro caso ciò che sappiamo 
delle condizioni sociali della regione favorirebbe una tale interpretazione. 

2' Rispetto al piemontese centrale il monferrino dimostra già una notevole incidenza 
di affricate provenienti dallo sviluppo lombardo del nesso velare + dentale: nocte > neucc 
[n0tjl 'notte', frigidu >frègg [fraedsJ; dei nessi -CL-, -TL-: ocuLU > [ods] 'occhio' (que- 
sto ultimo sviluppo condiviso col ligure centrale, ma non col lig. occ); dei nessi -SJ-, -TJ- 
: cair. basçin [ba'siq] 'bacio', rasçun [ra'suq] 'ragione' (lig. boxo ['basa], raxon [ra'sug], 
piem. basin [ba'ziq], rason [ra'zug]) e di -X- (-[ks]-): sibilante palatalizzata in cairese, 
monferrino e ligure [f], ma [s] in piemontese: cair. lascè [la'Je] 'lasciare', /ra^c/w ['fraju] 
'frassino' (aglianese: [la'Je], ['frcju], lig. lascia [ìa'^a], frase ino ['frajinu], piem. lassé 
[ÌSLSQ],frasso ['frasu]). 

22 L'effetto del contatto sulla stabilità ha meritato meno attenzione da parte degli stu- 
diosi che non quello sul mutamento linguistico, ma si veda Benincà (1988 e 1994: 101) 
per l'effetto conservatore di varietà germaniche limitrofe sulla preservazione in ladino 
della cosiddetta inversione del soggetto, già delle lingue romanze antiche (non si tratta 
quindi di un prestito sintattico dal tedesco). Si veda, inoltre, Joseph / Janda (2003a: 124). 

23 Si veda Dressler (2003) per la nozione di iconicità strutturale. 

87 



no di provenienza settentrionale, ad esempio le desinenze tipicamente 
piemontesi della Ipl. del presente indicativo: 

Val B. [kan'tuma], [JTcri'vuma], [fi'nijuma] tutte le coniugazioni 

finiscono in [-uma] 
piem. [kan'tuma], [skri'vuma], [fi'njuma] tutte le coniugazioni 

finiscono in [-uma]^'^ 
lig. occ. [kan'tamu], [le'zemu], [ky'simu] ogni coniugazione ha la 

propria desinenza 
gen. [kan'temu], [ta'semu], [ser'vimu] la e 2a coniugg. hanno 

la stessa desinenza 

e il pronome tonico della 3p.: 

Val B. [kasl], ['kila], [kaej], ['kile] < eccu ille 

piem. [ksel], ['kila], [lur] < eccu ille (il pi. è un 

prestito italiano) 
lig. occ. ['elu], ['eia], ['eli] ['eie] < ille 

gen. 3sg. m.+ f. [le], 3pl.[lu] < ille 

5.3. Sintassi. Tra i fenomeni tipicamente o esclusivamente piemontesi si 
annoverano la negazione postverbale e la cliticizzazione dei pronomi 
complemento sul participio passato dei tempi composti. I dialetti valbor- 
midesi più settentrionali hanno partecipato a questi sviluppi sintattici, an- 
che se conservano ancora l'elemento preverbale: 

piem. / l'hai nen capite, gen. no t'ò capto, cair. a tìn'eu nen capite 
'non ti ho capito'; 

piem. inizio XVI sec. e che Verror d'el main ne sia nent de- 

smentià (Comedia de l'homo, G.G. Alione). 

La ripetizione dei clitici nei tempi composti potrebbe derivare da un 
uso linguistico soggettivo e espressivo (Tuttle 1992), ma non bisogna tra- 
scurare anche altri fattori semantici e strutturali (Parry 1995). Si tratta di 
sviluppi sintattici abbastanza recenti - la prima attestazione della negazio- 
ne postverbale risale al XV sec. (Clivio 1976: 41), mentre il primo esem- 
pio di un pronome enclitico sul participio passato si trova in un testo del 
tardo Seicento: 

piem. XVII sec. che fin il me ceur, m 'avrìo brusame {La pastorella 

semplice, Anon. in Brero (1981: 155)) 

^"^ Per la complessa situazione monferrina, si veda Telmon (1988). 



Ancora oggi in cairese e negli altri dialetti piiì settentrionali della Val 
Bormida, che normalmente hanno strutture discontinue, si sentono frasi 
con negazione o pronomi solo preverbali. Sembra che il vicino ligure ab- 
bia di nuovo frenato sviluppi di provenienza settentrionale, fornendoci ul- 
teriori esempi di mantenimento dovuto al contatto. 



6. La causalità multipla del mutamento linguistico 

Nella discussione dei tratti linguistici abbiamo già accennato a vari 
fattori che potrebbero aver inciso sul formarsi di un profilo dialettale for- 
temente connotato da tratti caratteristici del piemontese e del ligure. Con- 
sideriamo ora quali altri fattori possano aver contribuito a tale esito. 



6.\. La salienza. Per Trudgill una variabile linguistica può diventare sa- 
liente se una sua variante viene stigmatizzata dalla comunità sociale, se è 
coinvolta in un cambiamento in atto, se le sue varianti si divergono molto dal 
punto di vista fonetico oppure contribuiscono al mantenimento di un'opposi- 
zione fonologica (Trudgill 1986: 11). La nozione è discussa a fondo da Ker- 
swill e Williams (2002), secondo i quali, per evitare la circolarità dell'argo- 
mentazione, bisogna tenere distinti i fattori extra-linguistici da quelli intemi. 
In ultima analisi, i motori del mutamento hnguistico, tuttavia, sono per questi 
autori, i primi, cioè i fattori extra-linguistici, di tipo cognitivo, socio-psicolo- 
gico oppure pragmatico (ib.: 83) ^^. In una situazione di contatto i tratti sa- 
lienti, cioè percettivamente e psicologicamente prominenti per via di un 
qualche contrasto, acquistano connotazioni negative o positive secondo lo 
status dei parlanti. Ne consegue stigmatizzazione oppure approvazione e l'ap- 
provazione incoraggia l'accomodamento e l'imitazione. È ragionevole sup- 
porre che, come nei dialetti moderni, gli esiti palatali di pl, bl, fl in ligure 
fossero appunto salienti - i parlanti valbormidesi attuali sono così consci della 
loro insolita distribuzione e frequenza che esistono frasi fatte per dimostrare 
agli stranieri questa peculiarità del dialetto-^. Con ogni probabilità si sono dif- 
fusi gradualmente tramite singoU prestiti lessicali, come suggerito anche dallo 
studio di Longo (1969-70). 

^^ 'However, it is the extra-linguistic factors of component (3) [= extra-cognitive, 
pragmatic, interactional, social psychological, and socio-demographic factors MP] that in 
the end directly motivate speakers to behave in a certain way, and are therefore centrai to 
the salience notion' (Kerswill / Williams 2002: 106). 

-^ Ad es. cair. u cieuv? un cieuv ciû. Sci, u cieuv cian cianin, 'piove? non piove pili; 
sì, piove pian pianino'. 

89 



Un problema che si pone è se gli sviluppi morfologici e sintattici va- 
dano interpretati come esempi di evoluzione endogena oppure prestiti do- 
vuti alla salienza. Non si può escludere un'origine autoctona, ma il fatto 
che i nostri dialetti si trovino alla periferia dell'area caratterizzata da tali 
tratti, quella piemontese, dove si trovano stadi di sviluppo più avanzati 
(ad es. la perdita degli elementi pre verbali), rende probabile l'origine 
estema. La diffusione di innovazioni sorte nelle reti sociali aperte di città 
settentrionali quali Torino, Alba, ed Asti sarebbe stata incoraggiata dal 
prestigio delle varietà urbane e facilitata dalla vicinanza strutturale dei 
dialetti circostanti. Se consideriamo ad esempio la negazione, la gramma- 
ticalizzazione delle strutture discontinue si verifica solo in quelle varietà 
gallo-italiche in cui la marca preverbale si riduce ad una consonante sola 
(non nel ligure né nel veneto); nei dialetti piemontesi centrali questa fini- 
sce per sparire completamente, mentre nella Val Bormida si mantiene sia 
per il ritardo nella diffusione sia per l'influsso conservatore del ligure-^. 

Secondo Rydén (1991, in Cheshire 1996: 2) esiste una differenza cru- 
ciale tra il mutamento fonologico e quello sintattico: i tratti sintattici han- 
no un'incidenza molto piiì bassa di quelli fonologici, e quindi si prestano 
meno alla valutazione sociale^^. Se il prestigio sociale è meno pertinente, 
quale altro fattore avrebbe potuto incoraggiare l'adozione dei tratti sum- 
menzionati oltre alla spiccata diversità formale dalle strutture originarie 
(componente essenziale della salienza). Secondo Cheshire la nozione di 
salienza si riallaccia ai concetti dìforegrounding e backgrounding (collo- 
cazione in primo/secondo piano) e ciò spiega la maggiore frequenza di 
forme non-standard in contesti sahenti (Cheshire 1996: 4). La studiosa, 
riferendosi agli studi di Ossi Ihalainen sui dialetti inglesi (ad es. Ihalainen 
1991) sostiene che le frasi interrogative e quelle negative (e aggiungerei 
'imperative') sono contesti sintattici intrinsecamente interattivi. Tornando 
al nostro elenco di cambiamenti morfologici e sintattici, si nota che la 
maggior parte di queste strutture compare in contesti pragmatici di rilievo 
che spesso riflettono un aumento di soggettività o di modalità. Quindi gli 
stessi stimoli pragmatici che portano a rafforzamenti linguistici innovati- 
vi, possono anche contribuire alla loro diffusione. 

Il rafforzamento della negazione tramite l'aggiunta di un elemento po- 
stverbale deriva da un procedimento enfatico, espressivo, ed è solo in un 

-^ I dialetti valbormidesi seguono il piemontese anche nella scelta della forma, nen, e 
meno spesso, pa. 

2** Negli studi sociolinguistici di indirizzo quantitativo eseguiti nella scia dei lavori 
seminali di William Labov sono stati privilegiati i tratti fonetici a causa della loro frequen- 
za e idoneità come variabili (Chambers 2002: 350). 

90 



secondo momento che la frequenza d'uso ha portato alla grammaticaliz- 
zazione (Heine 2003). La pertinenza della nozione di prominenza intera- 
zionale vale anche per gli sviluppi morfologici esaminati: 

i) la desinenza -urna deriva probabilmente dall'imperativo (sono an- 
cora limitati a questo contesto nei dialetti piemontesi del Canavese 
(Zomer 1998: 87-8)); 

ii) i pronomi personali tonici chèl, chila risalgono al dimostrativo, ele- 
mento deittico e quindo per forza pragmaticamente prominente. 

Tuttavia, un'innovazione di tipo settentrionale per cui è stata proposta 
un'origine pragmatica (Parry 2003), non ha attecchito in Val Bormida, 
malgrado il contesto interazionale e prominente in cui compare. Si tratta 
della comparsa del complementatore che nelle frasi interrogative (prima 
nelle esclamative), struttura che ha rimpiazzato in gran misura l'inversio- 
ne interrogativa del piemontese tradizionale, ad es. Cosa eh' it fase? ~ 
Còs itfas-to 'Che fai?' (Brero / Bertodatti 1988: 82). Può darsi che que- 
sto sviluppo sia emerso troppo tardi (le prime attestazioni torinesi sono 
della fine del sec. XVIII) per poter prevalere sulle influenze unite della 
lingua standard e del ligure in questa zona periferica. Nell'odierna Val 
Bormida, come in Liguria, non c'è nessuna traccia dell'inversione inter- 
rogativa che deve averia caratterizzata nei secoli passati (è ancora attesta- 
ta in testi genovese del tardo Settecento e è persistita più a lungo in certe 
comunità rurali (Fomer 1998: 326)). 

6.2. La marcatezza. In ultima analisi la nozione di sahenza dipende 
forse da un principio che secondo Henning Andersen (200 la: 25) fa parte 
integrante del comportamento umano in genere. La marcatezza, pur con- 
siderata da Smith (1981) quasi irrilevante al mutamento linguistico, viene 
giudicata da Andersen 'un fattore che influisce in modo significativo sulla 
progressione del mutamento linguistico' (2001a:52). Il concetto di marca- 
tezza, come viene formulato da Trubetskoy e Jakobson negli anni 1930, si 
riferisce ad un rapporto asimmetrico fra membri di una data categoria, ad 
es. nelle seguenti opposizioni il primo membro è non-marcato mentre il 
secondo è marcato: singolare vs. plurale, maschile vs. femminile. I suoi 
riflessi nel linguaggio umano sono molteplici: viene invocata a seconda 
del linguista per spiegare fenomeni di complessità semantica, complessità 
strutturale, di neutraUzzazione in contesti specifici, e anche vari principi 
di sequenza nonché la frequenza degli elementi linguistici. Secondo An- 
dersen il concetto di marcatezza è tuttavia logicamente independente da 
tutti questi fenomeni. Incide sul mutamento linguistico come segue (An- 
dersen 200 la: 33-34, la traduzione è mia): 

91 



Nel mutamento intemo, evolutivo, probabilmente, le regole d'uso 
vengono gradualmente aggiustate per incorporare un'innovazione 
che si presenta come non marcata rispetto alle regole produttive 
della grammatica di fondo, e che viene ammessa prima nei contesti 
non marcati; solo quando l'innovazione perde la sua novità, essa si 
diffonde oltre i contesti non marcati nei contesti marcati. Invece, 
nel mutamento dovuto a fattori estemi, le regole d'uso vengono 
presumibilmente modificate direttamente per conformarsi al mo- 
dello estemo; l'innovazione è motivata dal punto di vista pragmati- 
co e compare prima nei contesti più salienti, pili controllati e mar- 
cati, per poi diffondersi, col venir meno della novità, nei contesti 
meno salienti e meno marcati^^. 

Nel mutamento dovuto al contatto, quindi, un elemento saliente viene 
introdotto dai parlanti nella loro varietà, mediante il procedimento del- 
l' accommodamento. Lì coesisterà per un certo lasso di tempo con la for- 
ma originaria, dando luogo così alla variazione che deve precedere qual- 
siasi mutamento linguistico. Inevitabilmente, ad ogni variante di un'op- 
posizione verrà assegnata un valore diverso, sicché rispetto alle norme 
tradizionali quella estranea verrà giudicata marcata. In un primo tempo i 
prestiti fonologici, morfologici, sintattici e lessicali saranno tutti marcati 
rispetto alle varianti indigene. Interessante il fatto che la maggior parte 
dei nostri prestiti possono considerarsi marcati anche dal punto di vista 
della complessità strutturale o semantica, ad es.: 

(i) in confronto alle articolazioni semplici e non-continue le affricate 

palatali e le fricative sono marcate (Hyman 1975: 152); 
(ii) in origine i pronomi tonici chèl, chila, che derivano dai dimostra- 
tivi rafforzati eccu illu/a, comprendevano un tratto deittico in 
più (Renzi 1997: 8); 
(ili) la ripetizione dei clitici complemento nei tempi composti rende 
più complessa la sintassi; 



^^ 'In the intemally motivateci, evolutive change, perhaps, the usage rules are gradual- 
ly adjusted to incorporate an innovation that is unmarked in relation to the productive ru- 
les of the core grammar, and which is first admitted to unmarked environments; only as 
the innovation loses its novelty does it spread from unmarked contexts to marked con- 
texts. In the extemally motivated change, by contrast, usage rules are presumably directly 
modified to conform to the extemal model; the innovation is pragmatically motivated and 
occurs first in the most salient, most monitored, marked environments, from which it may 
spread, as it loses its novelty, to less sahent, unmarked environments' (Andersen 200 la: 
33-34). 

92 



(iv) il rafforzamento pragmatico della negazione porta ad un'espres- 
sione discontinua, piià complessa dell'originale dal punto di vista 
sia semantico che sintattico. 

Tali correlazioni sono da aspettarsi secondo Andersen, il quale propo- 
ne un Principio di accordo rispetto alla marcatura (Principle of Marked- 
ness Agreement): ciò spiegherebbe il fatto che una data situazione (non 
solo linguistica) tende ad essere caratterizzata da fenomeni tutti marcati 
oppure non marcati, a prescindere dai parametri interessati (Andersen 
200 la: 27). Nel nostro caso, i prestiti sono marcati non solo struttural- 
mente o semanticamente, ma anche statisticamente, per via della loro spe- 
cificità che li lega a contesti particolari. Inoltre, dal punto di vista del 
comportamento flessionale, il membro marcato di un'opposizione lingui- 
stica tende ad avere meno forme diverse di quello non marcato (ad es. pi. 
vs. sg.) (Croft 1990: 73). Si noti che due delle innovazioni inflessionaU 
comportano il sincretismo: nella la pi. e nella 3a pi. dell'indicativo pre- 
sente i dialetti valbormidesi non distinguono più le diverse coniugazioni. 

Il passaggio da variante marcata a variante non marcata si realizza gra- 
dualmente attraverso un aumento nell'uso, attribuibile spesso a ragioni di 
prestigio o di maggiore espressività. Ne consegue una riduzione della 
specificità della variante marcata che la rende adatta a contesti sempre 
meno specifici o marcati, specialmente da parte di nuovi parlanti. Con 
l'abbandono delle vecchie varianti quelle nuove verranno integrate nel si- 
stema di fondo. 



7. Conclusione 

Il nostro esame dei tratti caratteristici dei dialetti valbormidesi ci porta a 
concludere che attraverso i secoli i parlanti abbiano preso dalle parlate piti 
prestigiose a nord e a sud numerosi tratti salienti, ma non in egual misura e 
non in modo totalmente passivo (viste le diverse innovazioni proprie). Pren- 
dendo come punto di partenza la struttura sillabica di tipo gallo-italico e la 
prevalenza di tratti fonetici di tipo monferrino (si veda la tabella 1) si delinea 
una possibile traccia evolutiva in linea con la gerarchia dei prestiti linguistici 
(i UvelU più permeabili sono il lessico e la fonetica, mentre non ci sono stati 
prestiti di morfologia flessionale dal Ugure, tipologicamente più distante). A 
parte le consonanti palatali di tipo ligure, pochi elementi che non siano sem- 
plicemente tratti conservativi, sono condivisi con questo gruppo^^. La stra- 
do Fra questi si trovano alcuni elementi lessicali non discussi in questa sede, ma per 
quanto riguarda il lessico la componente più sostanziosa sembra essere quella piemontese 
(si veda Parry 2001). 

93 



grande maggioranza dei cambiamenti sintattici e flessionali fanno parte di 
sviluppi piemontesi, a testimonianza della piij stretta affinità tipologica 
con questo gruppo. Il profilo asimmetrico dei dialetti è quindi solo appar- 
ente. 

Si è visto che nel caso della Val Bormida il contatto non ha portato al 
livellamento e alla semplificazione strutturale, e ciò presumibilmente per- 
ché non c'è mai stata (almeno prima del XX sec.) una situazione di pre- 
koine dovuta alla convergenza di parlanti diversi dialetti, che tendono a 
risolvere l'eterogeneità linguistica scegliendo le varianti non marcate. 
Qui, invece, abbiamo avuto a che fare con la diffusione linguistica, per 
cui i membri di una comunità periferica e rurale hanno fatto propri i tratti 
salienti delle parlate dei loro vicini più prestigiosi. Nella trattazione un 
ruolo chiave è stato assegnato alla salienza, la quale non è un fattore sem- 
plice ma dipende da una vasta gamma di fattori linguistici ed extra-lingui- 
stici (inclusa la nozione di marcatezza). Secondo Kerswill e Williams 
(2002:106) questi ultimi fattori sono cruciali per il mutamento linguistico, 
perché le lingue non sono organismi e sono i parlanti umani che le cam- 
biano^ ^ 



^' Parecchie pubblicazioni recenti di linguistica storica hanno sentito la necessità di in- 
sistere su questo, ad es. Croft (2000: 4), Andersen {in stampa), and Joseph and Janda 
(2003: 10). 

94 



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Quale dialetto per l'Italia del Duemila? Aspetti dell'italia- 
nizzazione e risorgenze dialettali in Piemonte (e altrove) 



Gaetano Berruto (Torino) 

1 . In un esercizio di futurologia sociolinguistica presentato nel settem- 
bre 1991 alla sezione ''Sprachprognostik und das 'italiano di domani'" 
del Congresso annuale dei Romanisti tedeschi (Berruto 1994) avevo pro- 
vato a configurare alcuni scenari sulla sorte del dialetto in Italia, deli- 
neandone quattro: il mantenimento dei dialetti ali 'incirca nella situazione 
in cui si trovavano ad inizio anni Novanta; quella che riprendendo una fe- 
lice metafora del compianto Giuseppe Francescato chiamavo la trasfigu- 
razione dei dialetti, vale a dire la loro trasformazione in varietà regionali 
molto marcate dell'italiano attraverso la 'cattura' da parte della lingua 
standard; uno scenario di vera e propria morte dei dialetti, della quale ela- 
borando come proiezioni in tempo reale i dati allora disponibili delle in- 
chieste nazionali Doxa e Istat mi spingevo ad estrapolare possibili date, 
che, a seconda del tipo di proiezione della curva del decadimento demo- 
grafico dei dialetti adottata e dei dati, gli uni più favorevoli alla dialet- 
tofonia e gli altri meno, delle indagini Doxa o Istat, sarebbero state da 
collocare nell'ipotesi meno favorevole fra il 2060 e il 2085 e nell'ipotesi 
pila favorevole attorno al 2350; e infine uno scenario, compatibile con 
realizzazioni parziali degli altri tre scenari, che prevedeva una crescente 
differenziazione regionale, col formarsi di Italie piià sociolinguisticamente 
diverse fra loro di quanto sia adesso (o fosse quindici anni or sono; come 
vedremo, la parentesi è rilevante. . .)• 

Che cosa si può dire a quasi tre lustri di distanza circa questi scenari? 
Verso quale direzione pare muoversi la dinamica dei rapporti fra italiano 
e dialetto all'inizio del nuovo secolo? In questo contributo vorrei appunto 
portare, se non certamente argomenti decisivi, almeno dati empirici e os- 
servazioni che consentano di cominciare a farsi un'idea più precisa di 
quale dialetto, quanto e come sia da incontrare nella situazione sociolin- 
guistica odierna del nostro paese. Nella prima parte illustrerò quindi, 
guardando le cose dalla specola allobroga dell'Italia di Nord-Ovest, qual- 
che aspetto anche quantitativo della presenza attuale del dialetto in alcuni 

101 



settori, situazioni e nicchie d'uso. Nella seconda parte tratterò invece 
exempla del tipo qualitativo di dialetto che viene utilizzato in diverse si- 
tuazioni comunicative, con particolare attenzione al fenomeno della co- 
siddetta italianizzazione dei dialetti. Trarrò quindi alcune conclusioni sul- 
lo stato di salute del dialetto all'inizio del Terzo Millennio. 



2. Quanto al primo punto, occorre anzitutto muovere dalla considera- 
zione che il dialetto in Piemonte, e nell'Italia di Nord-Ovest in generale, 
già dai tempi del cosiddetto miracolo economico non è mai stato vigoro- 
so. La cosa è ampiamente nota, e per sostanziarla adduco qui nelle tabelle 
1-4 una scelta fra i dati statistici disponibili, basati sulle autodichiarazioni 
degli intervistati, frutto delle macroinchieste dell' Istat e dei piccoli son- 
daggi Doxa. 

tabella 1 

Come si parla in famiglia, Italia (%). 







1987-8 


1995 


2000 




1974 


1982 


1988 


1991 


1996 


Istat 


italiano 


41,9 


44,6 


44,1 


Doxa 


25 


29,4 


34,4 


33,6 


33,7 




dialetto 


31,9 


23,6 


19,1 




51,3 


46,7 


39,6 


35,9 


33,9 




it./dial. 


25 


28,3 


32,9 




23,7 


23,9 


26 


30,5 


32,4 



tabella 2 

Come si parla in famiglia, Nord-Ovest (%) 







1974 


1982 


1988 


1991 


1996 


Doxa 


ital. 


28,3 


34,7 


44,2 


44,7 


42,3 




dial. 


39 


37,2 


25 


20,2 


18,6 




it./dial. 


32,7 


28,1 


30,8 


35,1 


36,3 



tabella 3 

Come si parla in famiglia. Regioni (%) 



Istat, 1988^2000 


Piemonte 


Lombardia 


Campania 


Puglia 


italiano 


53,2 -^ 58,6 


55,4 ^ 58,3 


22^21,5 


29,5^31,6 


dialetto 


23.4-^11,4 


22.8 ^ 10,7 


42.4 -^ 30.5 


34.5 ^ 17.7 


it./dial. 


22,8 -^ 27,3 


20,9 -> 27,9 


34,4 ^ 46,7 


34,2 ^ 49,8 



tabella 4 

Il dialetto (dial. -i- it./dial.) per classi di età e situazioni (%) 



Istat, 1988-^ 2000 




in famiglia 


con amici 


con estranei 




a. 6-10 


16,9 + 20.5^6,4 + 23,9 


14 + 20,3^5,9 + 23,6 


8,3 + 17,8^2,6+13,6 




a. 11-14 


20 + 20,5^9,5 + 29,2 


14,7 + 21,9^6,7 + 28,8 


5,5 + 17,2^1,3 + 12,2 




a. 15-24 


25,4 + 22,3^12,2 + 30,8 


16,6 + 24,8^7 + 30,1 


6,6+16,6^2,2+12,4 



102 



Tralasciando qui le tendenze di grana grossa ben note rappresentate 
nei dati statistici, la differenza regionale appare chiarissima dalle percen- 
tuali della tab. 3': in Piemonte e in Lombardia la dialettofonia risulta sen- 
sibilmente minore e l'italofonia corrispondentemente molto maggiore che 
nella situazione italiana globale; nel 2000, per il Piemonte, per es., 11,4% 
contro 19,1% e 58,6% contro 44,1% rispettivamente; e la differenza con 
la Campania e la Puglia diventa macroscopica, essendo attestati in queste 
regioni valori di risposte "solo o prevalentemente italiano" del solo 
21,5% e rispettivamente 31,6%. I dati Doxa, oltre che confermare il qua- 
dro, aggiungono l'importanza relativa del fattore 'grande centro abitato' a 
vantaggio dell' italofonia. Non solo: se assumiamo, come pare ovvio, che 
la catena della trasmissione generazionale sia la sola garante del manteni- 
mento a lungo termine del dialetto, la situazione non è affatto rosea, come 
ampiamente si sa e come mostrano inequivocabilmente i dati che riporto 
nella tab. 4, relativi alle classi di età più giovani. 

Se i lineamenti complessivi della questione demografica, quanto a ita- 
lofonia e dialettofonia, sono chiari, è anche vero, tuttavia, che qua e là, 
guardando bene tra le cifre, si notano alcune tendenze che possono far 
correggere la prima impressione. In primo luogo, è incontestabile che una 
parte considerevole della dialettofonia che va costantemente diminuendo 
non sparisce semphcemente dalla scena, ma da esclusiva si trasferisce nel 
campo dell'uso alternato o frammisto di italiano e dialetto: le cifre relati- 
ve a questa modalità di comportamento linguistico sono costantemente in 
crescita in tutte le situazioni regionali, e, anche se non si arriva a compen- 
sare la perdita in termini di dialettofonia esclusiva, nell'inchiesta ISTAT 
del 2000 per esempio ben la metà degli intervistati in Puglia arriva a di- 
chiarare un uso alternato di italiano e dialetto (v. tab. 3). Inoltre, vi sono 
sintomi, sia pure timidi e parziali, di un arresto dell'incremento dell' ita- 
lofonia esclusiva: si veda l'andamento della curva dal 1988 al 2000 per 
l'italiano globalmente nell'inchiesta Istat (tab. 1), confermato pienamente 
dall'andamento della curva 1974-1996 della Doxa per il Nord-Ovest (tab. 
2); e si badi anche, marginalmente, ai valori per il comportamento lingui- 
stico dichiarato (uso unico o prevalente del dialetto più uso alternato di 
italiano e dialetto) con gli estranei per la classe d'età inferiore, dai 6 ai 10 
anni, da ritenere a priori quella meno dialettofona, nell'inchiesta Istat m 
tab. 4. 



' Aggiungo anche dati relativi a Campania e Puglia, per fornire qualche spunto com- 
parativo con le altre situazioni regionali che sono state oggetto di analisi nel progetto di ri- 
cerca di cui il presente volume è un frutto. 

103 



Venendo a un'ottica più ristretta alla situazione torinese, nella tab. 5 
riporto alcuni dei pochissimi dati quantitativi esistenti circa la situazione 
in città, che rientrano peraltro perfettamente nel ben noto quadro di forte 
decremento della dialettofonia dopo il miracolo economico. A vero dire 
l'unico rilevamento con un campione statisticamente un po' più ampio è 
quello commissionato dal Consiglio Regionale del Piemonte all'agenzia 
Euromarketing (Cons. Reg. 2000); da cui appare anche in maniera lam- 
pante la differenza fra la situazione urbana e quella della provincia: la 
percentuale di chi afferma di parlare il dialetto in 25 comuni della provin- 
cia è più che doppia rispetto a quella della città (51,7% contro 23,1%). 
Dai pochi dati degli anni '70 (Becchio Galoppo 1978) a quelli recenti è 
evidentissima la dedialettalizzazione della comunità parlante torinese (v. 
tab. 5). 

tabella 5 

Dialettofonia a Torino (%) 



Becchio 1978 






parlo 
il piem. 
92 


capisco 
il piem. 
100 


non capisco 
il piem. 


parlo dial. 
in fam. 

78 


Parry 1994 


liceali 




20 


77 




10 




adulti 


<30 

30-59 

>60 


53 
71 
88 






51 


Cons. Reg. 2000 
(Torino/Provincia) 






23,1/51,7 


37,3/34,8 


39,6/13,5 





La fascia d'età cruciale per le sorti del dialetto è naturalmente quella 
giovanile. Per questo sarà opportuno vedere più da vicino gli adolescenti 
e i postadolescenti. Abbiamo alcuni rilevamenti presso gli studenti delle 
scuole medie inferiori e superiori torinesi, di cui qualche dato in tabella 6. 

tabella 6 
D dialetto presso i giovani a Torino (%) 



De Zuani 1998 (N = 278) 


capisco un dialetto 
61,1 


parlo un dialetto 
19.4 










molto poco mai 




Ruggiero 2003 (N = 312) 


94,9 


27,9 35,6 31,4 


competenza del dialetto 
socializzazione primaria 
apprendimento del dialetto 
situazioni d'uso del dial. 


attiva 18,9 
ital. 92,9 
nonni 31,9 
nonni 19,8 


semiattiva 24,4 
dial. 4,2 
genitori 25 
genitori 8 


passiva 5 1,6 
ital./dial. 1,9 
parenti 11,5 
cugini 6,8 


nulla 5,1 
non so 1 
amici 7,3 
amici 6,2 


vacanza 5 



104 



De Zuani (1998), incentrato peraltro sul linguaggio dei giovani e non 
sul dialetto, rileva un quinto degli intervistati, allievi delle scuole medie 
superiori, come in grado di pariare un dialetto (data la composizione della 
popolazione torinese, ovviamente questo non vuol dire che il dialetto in 
questione sia il piemontese: la graduatoria dei dialetti di cui è stata men- 
zionata la competenza vede ai primi posti il piemontese, 43%, il siciliano, 
16%, il pugliese, 15%, il calabrese, 8%). Ruggiero (2003) è invece un ri- 
levamento intreramente dedicato a far emergere tracce della dialettofonia 
fra i giovani (adolescenti e postadolescenti) di Torino. Tra le cifre che qui 
indicativamente riporto, merita un cenno la totale sovrapposizione con il 
dato di De Zuani (18,9% contro 19,4%) per la dialettofonia dichiarata. Si 
noti che sotto 'competenza semiattiva' indico i valori relativi a quelli che 
Ruggiero chiama "parianti semiattivi"; concetto assai simile se non iden- 
tico a quello di "parìanti evanescenti" di Moretti (1999)-. In sostanza, si 
tratta di giovani che in determinate circostanze possono produrre, e pro- 
ducono, frammenti conversazionali in dialetto, ma non possono essere 
considerati dialettofoni. E' significativo che siano un quarto degli intervi- 
stati. 

In secondo luogo, vengono confermate la parte ridottissima che il dia- 
letto nello scorso ventennio ha avuto nella socializzazione primaria - si 
noti però che non è assenza totale; del resto, se così fosse, ci sarebbe da 
chiedersi dove davvero è finito il dialetto... - e l'importanza della classe 
dei parenti anziani come baluardo del mantenimento del dialetto. Trattan- 
dosi di parianti fluenti, e che presentano il massimo grado di dialettofo- 
nia, sono certo quelli che possono continuare ad attivare l'uso interazio- 
nale del dialetto anche con parlanti poco competenti. 

3. L'influsso della lingua nazionale sui dialetti italoromanzi, la cosid- 
detta 'italianizzazione dei dialetti', è da decenni tema molto presente al- 
l'attenzione nella dialettologia e sociolinguistica italiana, ma i numerosi 
lavori ad essa variamente dedicati sono per la maggior parte consistiti in 
approcci descrittivi di questa o quell'altra situazione regionale o in meri 
elenchi di fenomeni. Fra i tentativi di discussione globale e interpretazio- 
ne generale della fenomenologia e di inquadramento complessivo anche 
teorico dei fatti e dei problemi non saprei infatti citare molti altri inter- 



2 II termine di Moretti mette più l'accento sulla fluidità e l'oscillazione della compe- 
tenza e delle realizzazioni dialettali di questi parlanti, mentre quello di Ruggiero mette più 
l'accento sul grado imperfetto e frammentario della competenza in dialetto. 

105 



venti oltre a quelli di Sanga (1985), di Grassi (1993), di Radtke (1995), di 
Sobrero (1996), e delle monografie di Michele Moretti (1988) e Bruno 
Moretti (1999) su situazioni estrameniali; fra l'altro, come si vede, quasi 
tutti lavori non recentissimi. 

Riprendendo spunti che ho accennato in un mio precedente contribu- 
to sul tema (Berruto 1997) e sviluppato in altri lavori più recenti (Berru- 
to 2005 a, 2005 b), la prospettiva teorica generale secondo cui vorrei in- 
quadrare il problema dell'italianizzazione dei dialetti è quella della lin- 
guistica del contatto. Mi baso quindi su una caratterizzazione del reper- 
torio (socio)linguistico italoromanzo medio (escluse in linea di princi- 
pio la Toscana e Roma) come di un caso^ di "bilinguismo (sociale) en- 
dogeno (o endocomunitario) a bassa distanza strutturale con dilalìa" 
(Berruto 1993: 5). Bilinguismo sociale va qui inteso nel senso che un 
sottoinsieme di parlanti di ogni comunità linguistica regionale possiede 
e utilizza sia l'italiano che il dialetto. 'Dilalìa' fa riferimento a una tipo- 
logia dei repertori (Berruto 1987, 1989, 1995: 227-250), nella quale con 
tale termine si designa una situazione che ha tratti in parallelo con la di- 
glossia classica (nel senso fergusoniano), in cui quindi esistono una va- 
rietà alta (H) e una varietà bassa (L), ma che da questa si differenzia per 
una sovrapposizione di domini, costituita essenzialmente dal fatto che 
la varietà H (contrariamente alla situazione di 'vera' diglossia) è impie- 
gata anche nella conversazione ordinaria ed è ampiamente lingua della 
socializzazione primaria. 

L'italianizzazione sembra collocarsi in questo contesto tra i fenomeni 
di convergenza, definiti come tali in quanto portano a un avvicinamento 
strutturale fra i sistemi, li rendono piià simili. Già Sanga (1985) interpreta- 
va - facendo peraltro riferimento unicamente a fatti fonetici - l'italianiz- 
zazione del dialetto come fenomeno di convergenza linguistica; in realtà, 
nei termini di "processi di convergenza linguistica, cioè di avvicinamento 
strutturale a una lingua-guida egemone (LE) da parte di lingue subalterne 
(LS)" che portano "alla trasformazione fonologica, grammaticale, lessica- 
le delle LS secondo il modello della LE" (Sanga 1985: 10), la cosa può 
sollevare qualche perplessità^. Convergenza dovrebbe essere bilaterale, 
un processo reciproco di avvicinamento di due sistemi linguistici. Se 
sembra assodato che i sistemi dei dialetti si muovano verso il sistema del- 
l'italiano, assumendone più o meno mediatamente forme, strutture, tratti, 
semantismi, non pare invece nell'insieme che il sistema dell'italiano si 

^ Mi sia consentita un'inelegante autocitazione. 
"• Breve discussione in Berruto (1997: 24-25). 

106 



muova in direzione dei dialetti, con mutamenti che procedano verso i si- 
stemi dialettali. L'indubbio accoglimento nell'italiano standard di lessico 
dialettale, e il formarsi di tanti italiani standard regionali con caratteri 
propri non solo a livello lessicale e fonetico ma anche in parte e marginal- 
mente morfosintattico, non sembra debbano essere interpretati come mu- 
tamento dell'italiano standard nel suo complesso in direzione dei dialetti, 
ma come un incremento della variabilità intema all'italiano, con l'affian- 
carsi all'italiano standard di numerose varietà più o meno sociolinguisti- 
camente marcate. Mattheier (1996) ha proposto, proprio per differenziare 
concettualmente la 'vera' convergenza (con avvicinamento strutturale at- 
traverso dinamiche di entrambi i sistemi, che può portare all'instaurazio- 
ne di fonjie e varietà intermedie e miste) dalla 'convergenza unilaterale' 
(l'avvicinamento di un sistema all'altro), il neologismo Advergenz "ad- 
vergenza"^ che qui adotteremo. L'italianizzazione strutturale dei dialetti 
rappresenta quindi un tipico fenomeno di 'advergenza'. 

4. Collocati così nel loro complesso i fenomeni di influsso della lingua 
standard sul sistema del dialetto nel contesto dei fatti di contatto linguisti- 
co, faremo ora qualche considerazione sulle dimensioni del fenomeno. 
Vorrei anzitutto avanzare alcune ipotesi generali. È innegabile, e ovvio, fa 
parte anzi dei luoghi comuni, che i dialetti abbiano subito un processo di 
italianizzazione. Tale italianizzazione riguarda o ha tuttavia toccato in mi- 
sura vistosa il lessico, e in misura molto minore la fonetica, lasciando 
pressoché intatti, se non in comparti generalmente marginali già dotati di 
una certa variabilità intema e instabilità stmtturale, i settori duri del siste- 
ma Hnguistico, la morfologia e la sintassi^. 

L'italianizzazione è certamente un processo di lunga durata, che per 
quello che riguarda la fonetica/fonologia e la morfosintassi è iniziato po- 
co dopo il porsi dell'italiano basato sulle Tre Corone Fiorentine come lin- 
gua letteraria standard (v. ancora su questo Sanga 1985, che prende in 



5 "Die bloBe formale oder semantische Annaherung einer Varietàt an cine andere da- 
durch, daB eigene Formen durch andere ersetzt werden, kònnte man dann etwa 'AD-VER- 
GENZ' nennen" (Mattheier 1996: 34). 

^ I parlanti evanescenti di Moretti (1999) mostrano fatti molto interessanti alle prese 
per esempio coi pronomi clitici del ticinese. Occorrerà qui distinguere fra il punto di vista 
dei parlanti e dell'apprendimento e l'ottica del dialetto in sé: che parlanti semicompetenti 
e poco fluenti destrutturino non vuol dire che il sistema dialettale si destrutturi, a meno 
che non si formi una nuova norma sulla base delle destrutturazioni dei parlanti semicom- 
petenti che vogliono parlare dialetto. 

107 



considerazione però, come detto, unicamente fatti fonetici), e clie ha per- 
corso il suo iter nei secoli passati; negli ultimi decenni, diciamo, se vo- 
gliamo, nell'ultimo cinquantennio, nonostante la vistosità dei fenomeni 
lessicali, l'influsso strutturale dell'italiano non sembra piij progredito in 
maniera sensibile. E' invece accelerato notevomente e aumentato in ma- 
niera vistosa l'apporto lessicale dell'italiano ai dialetti. La vistosità del fe- 
nomeno nell'ultimo cinquantennnio dipende tuttavia, a mio avviso, da 
fatti totalmente extralinguistici, e cioè dal moltiplicarsi di sfere lessicali 
(tutte quelle della società, tecnica ed economia moderne, quelle della glo- 
balizzazione) per le quali i dialetti non avevano le risorse lessicali adatte 
e in cui quindi dipendono totalmente da prestiti dall'italiano (a sua volta 
spesso debitore dell'inglese). Ma il lessico, da questo punto di vista, è la 
'buccia' del sistema linguistico, lo strato piià estemo e quello, quindi, a 
pili diretto contatto con l'extralinguistico e meno significativo per coglie- 
re le dinamiche inteme del sistema, anche se il più appariscente specie 
per i non addetti ai lavori. 

Un punto che a mio avviso spesso offusca la reale percezione della 
portata del fenomeno dell'italianizzazione dei dialetti è il fatto che si so- 
vrappongono la considerazione della mera forma e stmttura linguistica 
con la considerazione dei contenuti. Emblematiche a questo proposito so- 
no le parole di Sanga (1985: 10-11 e 28): "abbiamo la riduzione, a volte 
l'eliminazione, della diversità linguistica [corsivo G. B.] sostanziale, ma 
il mantenimento di una diversità formale relativa, e il conseguente conso- 
lidamento delle LS nel proprio molo", "il dialetto (LS) si arricchisce, ap- 
parentemente, di tutto il lessico italiano (LE), ma la comunicazione si sta- 
bilisce, in realtà, su una base tutta italiana, di cui il dialetto rappresenta 
ormai solo la traduzione fonetica". E anche Michele Moretti (1988: 81) in 
una bella monografia sulla variabilità intema di un dialetto mstico ticine- 
se si esprime in chiave analoga: le varietà italianizzate del dialetto nasco- 
no "dall'applicazione di regole fonetiche e morfologiche dialettali a un 
tessuto lessicale non dialettale, né linguisticamente né culturalmente. Ov- 
viamente l'apporto lessicale dell'italiano è aumentato molto negli ultimi 
tempi, con l'avanzare e l'affermarsi di quel nuovo tipo di vita e di società 
che trova unicamente nell'italiano adeguati mezzi di espressione". 

Ora, la questione dei contenuti, della sfera semantica e lessicale di ri- 
ferimento, del mondo designato, ha certamente grande importanza, ma la 
sua considerazione va tenuta separata, in linea di principio, dai fatti for- 
mali e stmtturali del sistema linguistico. Sì, è vero che in fondo si tratta 
della vecchia querelle idealistica della 'forma' e dello 'spirito' della lin- 
gua. Ma comunque una spiccata italianizzazione della cultura dialettale 

10R 



non significa di per sé implicitamente una altrettanto spiccata italianizza- 
zione del sistema linguistico dialettale. Sempre in un'ottica fondamental- 
mente socioculturale, seppur da un'altra angolatura, di parere diverso ri- 
spetto agli autori appena sopra citati, e piti vicina alla posizione che inten- 
do sostenere qui, è per esempio Marcato (2001: 47), quando partendo dal- 
l'importante constatazione deH"eteronomia', in senso tecnico, del dialet- 
to rispetto all'italiano afferma che "potranno cambiare così molte delle 
forme linguistiche tradizionalmente proprie del costume locale, ma, indi- 
pendentemente dalla consistenza delle innovazioni, finché si potrà pariare 
di costume linguistico condiviso si dovrà parlare anche di dialetto". 

Comunque sia, credo che le affermazioni che ho fatto possano trovare 
sufficiente conforto nei molti lavori di dettaglio disponibili sul tema del- 
l'italianizzazione dei dialetti (anche se mancano opere che trattino siste- 
maticamente e in maniera globale la questione), che non per nulla si in- 
centrano nella grande maggioranza su fatti lessicali; e cercherò nel pre- 
sente contributo di sostanziarle portando qualche argomento in proposito 
per quel che riguarda il dialetto piemontese recente o 'moderno'^. La pre- 
sentazione che faccio qui è peraltro unicamente esemplificativa, e non 
mira a nuli' altro che a dare un'indicazione di linee di ricerca da approfon- 
dire. Fornirò fondamentalmente materiali, con qualche avvio di commen- 
to. 



5. Nella mia esemplificazione seguirò anzitutto un'ottica opposta a 
quella che normalmente viene adottata nel contesto di indagini di questo 
genere: invece di prendere campioni normali, per così dire, di uso del dia- 
letto, vale a dire il dialetto usato nei settori comuni e per le sfere comuni- 
cative non specialistiche in cui per certi gruppi di parianti funziona tuttora 
da fondamentale varietà pariata colloquiale ed è pienamente funzionale, e 
di vedere che cosa è cambiato rispetto al dialetto d'antan, mi baserò sul 
dialetto usato in contesti alti e tecnici o settoriali, su sfere di argomenti 
per i quali il dialetto non possiede, o non dovrebbe per definizione e per 
storia possedere, nel suo patrimonio lessicale tradizionale, le risorse ne- 
cessarie, e cercherò di vedere che cosa è conservato, del dialetto. Si tratta 
dunque di individuare i settori solidi del sistema dialettale in campi di uti- 
lizzazione in cui il dialetto giocoforza è più esposto a un influsso massic- 
cio dell'italiano e ci sarà una quantità sicuramente alta di prestiti e neolo- 
gismi a questo improntati. 

'' Sul concetto di 'dialetto moderno' v. Marcato (2002: 53-55). 

109 



5.1. Il primo brano che proponiamo riguarda il parlare di calcio in dia- 
letto^ 

(1) Ti t 'teqi par la ju'weqtus, 'aijke se 1-e 'qdaje mal I pa'redsO 
pe'ro 1-8 'pryma g kla'sifika, 1 "milarj se'kugd, mi k-i ter) par al 
ty'rig 'qvetje e: st-'ani 'qduma 'tuma r) 'serjs bi, la kurj'tinwa a 
'perde, 'atjke se je:r al ty'rir) al meri'tava da'py, des 'gsuma q par 
ad ri'gur, 'rjsuma 'minim ug ri'gore al sar)t par serjt l-'ejer) 'dajlu, 
tytj i kumerjta'tur, kwa'siasi televi'zjug j-aq 'fajlu 'v0gi al re'plej 
syl ze'ru a ze'ru g ri'gur par al ty'riq [...] 'iijter 'milarj yœ 'vysda 
ma 1-ir).. 'parte ke a me: ri.. Vùjter 1-e neq k-ar) 'pjaza taqt //b'e 
kom..'kume igpusta'sjug d d3œg, sikyra'megt e: 'ayke se: s 'sabat 
al 'derbi 1 'milar) 1-e ner) k-a l-'abja faj graq 'koze, 'rjsuma 1-a vir)'- 
silu yr) a 'zeru kurj al ^o/ dal sar'd3Ìnjo //:, al brazi'ljaq, x) 'pratika 
la par'tia j-arj 'fala / brazi'ljaq, al ri'valdo 1 'sard3Ìnjo, poe: 1 d3y'- 
gava 1 nos if)'za:gi, nas ita'ljaq, le., pœ 1-a kag'bjalu kuq al tjev' 
stjegko [...] al ser'tjeqko //:, 'qsuma des 'propi tytJ ij ku'jios neq 
par'ke mi 1-e ner).. sur) ner) d'fuz 'jiaqka dal 'tnilaf) pe'ro li:, 'gsu- 
ma des 'propi tytJ ij ku'jios ner) par'ke mi 1-e ner).. suq ner) ti'fuz 
'jiagka dal 'milarj pe'ro sikyra'megt e: 1 'milatj j-e na.. q grup ad 
d3yga'dur st-aq, 'qsuma, o'dio poe ma'gari, pe'ro:, 'qsuma, j-a: 
di'tjamo j-e di djyga'dur ke: 'basta na djy'gada o due ke ri'zalv 
la., a s ri' zolf /a par'tia [...] 

"tu tieni per la Juventus, anche se le è andato male il pareggio però 
è prima in classifica, il Milan secondo, io che tengo per il Torino 
invece eh, quest'anno andiamo di nuovo in serie B, continua a per- 
dere, anche se ieri il Torino meritava di più, adesso insomma un 
paio di rigori, insomma minimo un rigore al cento per cento glielo 
avrebbero dato, tutti i commentatori, qualsiasi televisione l'hanno 
fatto vedere il replay sullo zero a zero un rigore per il Torino [...] 
Inter-Milan l'ho vista ma l'In... a parte che a me l'Inter non è che 
mi piaccia tanto, cioè com.. come impostazione di gioco, sicura- 
mente eh anche se questo sabato il derby il Milan non è che abbia 
fatto grandi cose, insomma l'ha vinto uno a zero con il gol del Ser- 
ginho lì, il brasiliano, in pradca la partita l'hanno fatta i brasiliani, 
il Rivaldo il Serginho poi giocava il nostro Inzaghi, il nostro italia- 
no... poi l'ha cambiato con il Shevchenko [...] il Shevchenko h. 



* Si tratta di un parlante vercellese sessantenne che commenta una giornata del cam- 
pionato di calcio 2002-2003 (ringrazio Stefania Ferraris per avermi fornito la registrazio- 
ne). Trascrizione in IPA, molto larga (non è per es. segnata la nasalizzazione delle vocali). 
Sono in grassetto i termini in italiano e in corsivo gli omofoni in italiano e dialetto. 

110 



insomma adesso proprio tutti non li conosco perché io non è., non 
sono tifoso neanciie del Milan però lì insomma adesso proprio tutti 
non li conosco perché io non è... non sono tifoso neanche del Mi- 
lan però sicuramente eh il Milan c'è una., un gruppo di giocatori 
quest'anno, insomma, oddio poi magari, però, insomma, ha, dicia- 
mo ci sono dei giocatori che basta una giocata o due che risolve la., 
si risolve la partita [...]" 

La sfera semantica calcistica non è certo uno dei settori in cui dobbia- 
mo aspettarci che il dialetto possieda materiali lessicali adeguati (anche 
se la chiacchiera e discussione da bar sul calcio in dialetto ha una lunga 
tradizione in Piemonte). Che cosa troviamo tuttavia in questo brano? 

I segmenti lessicali commutati dall'italiano sono pochissimi: un rigo- 
re, me, magari, diciamo, e un come subito autocorretto; vale a dire, tre in- 
cisi formulistici (tutti e tre interpretabili come aventi in fondo valore di 
segnali discorsivi o connettivi), una forma flessa di pronome personale (la 
forma del pronome tonico di P pers. sing. è in piemontese sempre mi, sia 
nei casi retti che nei casi obliqui) e un termine tecnico calcistico (esclu- 
diamo qui l'internazionalismo gol). Si noti però che il prestito non adatta- 
to dall'italiano rigore coesiste con il prestito adattato alla morfonologia 
dialettale: troviamo una volta rigore, appunto, e due volte rigur^. Ovvia- 
mente ci sono italianismi 'di necessità' ('culturali', secondo Myers-Scot- 
ton 2002), ma di solito integrati nella veste morfonologica dialettale^°: 
kumentatur, impustasjun ( 'd gioeg). Si noti anche qui che i verbi ku- 
menté^^ e impusté, col valore concreto di "avviare alla posta" esistevano 
già in dialetto. Meno bene integrato è paregio, con il solo scempiamento 
della consonante doppia (ma l'esito delle parole in -eggio è in piemonte- 
se variabile e non sempre certo, anche se ci sarebbe forse da aspettare una 
finale in -u invece che in -o. O addirittura paregil). Vi sono poi due casi 
di anglismi: replej e derbi. Tutti fatti a livello lessicale. Il tessuto morfo- 
sintattico, in particolare, sembra pressoché intatto. Si nota, è vero, qual- 
che fenomeno di variabilità: per es., per la forma del part. pass, del verbo 
fé "fare", che compare nelle due varianti /fl//jr<7(+ CI). Ma la grammatica è 
pienamente dialettale. Si può altresì segnalare l'arcaismo fonetico [s] per 
[tj] in l-a vinsilu "l'ha vinto(lo)" (col raddoppiamento del clitico in posi- 
zione pre- e postverbale regolare in dialetto in questo contesto). 

^ Del resto rigur esiste(va) già in piemontese, così come rigore in italiano, col senso 
proprio di "rigore, rigidezza". 

'° Nel riportare singoli esempi dialettali nel testo adotto una grafia larga basata su 
quella italiana. 

" Il Vocabolario del Ponza (1859) riporta anche coumentatour. 

Ili 



5.2. Il secondo ambito che prendiamo esemplificativamente in consi- 
derazione riguarda lo scrivere in dialetto. Il supplemento settimanale lo- 
cale del quotidiano nazionale La Stampa "Torino Sette" contiene sempre 
un articolo in piemontese, spesso costituito da una recensione di un volu- 
me o da un commento di avvenimenti culturali o manifestazioni di inte- 
resse regionale. Ecco un esempio di una recensione'^: 

(2) Ij sacociàbij dia Région. Dedica al patrimòni lenghistic ël nià- 
mer ondes ëd Palass Lascaris. Ognidun ant so vilagi/ dev avèj la 
gelosìa/ de spieghesse 'nt so linguagi. As podìa nen trovesse n'a- 
chit pi 'ndovinà che costi vers d'Edoardo Ignazio Calvo per deurbe 
'1 sacociàbil nìimer ondes che '1 Consej Régional a dedica a "Il pa- 
trimonio linguistico del Piemonte". Trantedoi pagine, satìe e bin 
samblà, eh 'a veulo marché l' anteresse istitussional che la Région a 
l'ha per la lenga e la coltura 'd nòsta tèra. ''Questo tascabile - a 
scriv ël Pressident del Consèj Roberto Cota - intende evidenziare 
le caratteristiche del nostro patrimonio linguistico e nel contempo 
presentare un bilancio delle varie attività che la Regione Piemonte 
mette in campo ogni anno per promuoverne la conoscenza". La 
difèisa e la valorisassion "dell'originale patrimonio linguistico", 
dia coltura e dia civiltà locai a l'è un dij prinsipi die Statut ëd la 
Région: per deje sàiva a cost prinsipi i Consèj, cissà da le bon-e 
bataje 'd tante associassion angagià ant cost travaj, a l'ha aprovà 
na prima lege ant ël 1979, peui sostituìa ant ël 1990 con la Lege n. 
26, rangià e mijorà ant ël 1997 con la n. 37 (ant la plachëtta as 
treuva '1 test complet dia Lege). Con cost ëstrument ël travaj per le 
lenghe regionaj a l'ha fosonà motobin e a l'ha dàit d'amson am- 
portante [...]. 

"I tascabili della Regione. Dedicato al patrimonio linguistico il 
numero undici di Palazzo Lascaris. Ciascuno nel suo villaggio/ de- 
ve avere l'orgoglio/ di spiegarsi nel suo linguaggio. Non si poteva 
trovare un incipit più indovinato di questi versi di E.I.C. per aprire 
il tascabile numero undici che il Consiglio Regionale dedica a "Il 
patrimonio linguistico del Piemonte". Trentadue pagine, fitte e ben 
disposte, che vogliono sottolineare l'interesse istituzionale che la 
Regione ha per la lingua e la cultura della nostra terra. [. . .] - scrive 
il Presidente del Consiglio R. C. - [...]. La difesa e la valorizzazio- 
ne "dell'originale patrimonio linguistico", della cultura e della ci- 
viltà locale è uno dei principi dello Statuto della Regione: per dare 
linfa a questo principio il Consiglio, stimolato dalle buone batta- 



'^ Riporto dal supplemento "Torino Sette" de La Stampa (5.10.2001). 
112 



glie di tante associazioni impegnate in questo lavoro, ha approvato 
una prima legge nel 1979, poi sostituita nel 1990 con la Legge n. 
26, rivista e migliorata nel 1997 con la num. 37 (nella placchetta si 
trova il testo completo della Legge). Con questo strumento il lavo- 
ro per le lingue regionali ha fruttato molto e ha dato messi impor- 
tanti [...]". 

Siamo qui in presenza di un uso molto colto e specialistico-letterario 
del dialetto. Anche qua i fatti rilevanti riguardano soprattutto il lessico. 
Notiamo anzitutto sacociàbil "tascabile", che all'inizio credevo un bell'e- 
sempio di vitalità dei moduli di formazione di parola autoctoni, pensan- 
dolo neologismo coniato dall'autrice della recensione Albina Malerba, 
con materiali del tutto piemontesi: "tasca" è infatti in piemontese sacocia, 
e la derivazione in -àbil salta, come in italiano, la fase verbale (come non 
esiste *tascare, così non esiste *sacociè). Un esempio di vitalità cioè del 
settore in cui i dialetti di fatto sembrano strutturalmente atrofizzati, quello 
della creazione di parole nuove con materiali autonomi. Ma a pag. XIII 
dell'edizione critica di una commedia di Carlo Casalis, autore piemontese 
di inizio Ottocento, Lm festa dia pignata (Torino, Centro Studi Piemonte- 
si, 1970), troviamo la citazione di un Quaresimal sacociàbil an vers pie- 
monteis-italian, con l'aggiunta 'd doi poemet dello stesso Carlo Casalis'^. 
Abbondano poi i termini molto colti e ricercati: achit, satì, sdiva, fosonè 
e, pili avanti, sislé "sigillare". Si tratta di un esercizio di bello scrivere in 
quello che i piemontesisti chiamano 'piemontese illustre', di patina otto- 
centesca. La morfosintassi appare del tutto conservata, tranne (nella parte 
di testo sopra non riportata) la cancellazione, del resto marginale, di un 
complementatore nella frase dipendente coma a scriv ël professor Casca, 
dove il piemontese vorrebbe piuttosto coma ca, con la posizione Comp 
doppiamente riempita. 

5.3. Dati interessanti per la nostra prospettiva vengono da un'analisi 
della presenza del dialetto in Internet. Dai numerosi materiali dei molti si- 
ti dialettali italiani'"* esistenti in rete studiati da Patrucco (2001, v. anche 
2002), traggo qui anzitutto una scelta di termini attinenti al lessico del- 
l'informatica e di internet (più latamente, della Computer mediated com- 



'^ Pubblicato ad Alessandria, Stamperia Rossi, 1805. Ringrazio molto Davide Ricca 
per avermi segnalato il reperto. 

"* Patrucco (2001) ne censiva 198, di cui 51 interattivi. Nel 2004 è stato creato il sito 
< www.dialettando.com > il cui forum ospita anche interventi in dialetto (frequenti in una 
visita del sito fatta nell'agosto 2004, più rari nel febbraio 2005). 

113 



munication) e al linguaggio della globalizzazione, vale a dire di settori 
terminologici del tutto estranei al dialetto tradizionale'^: 

(3) -"sito": lomb. sit, sid, siti, sìtt, siit; gen. scitu, scito, saio; piem. 
sit, sic. situ\ 

-"rete": lomb. rét, red, reet; boi. reid; gen. rœ, rè; piem. rèj, rèj 
web; 

-''link''': lomb. collegament; gen. connescioin, ghidun "bandiera, 
gagliardetto, segnale", link; boi. ligâm; piem. colegament; ven. li- 
ganbi; 

-"messaggio": lomb. messagg/messacc/mesacc, gen. messaggiu, 
piem. messagi; 

-"cliccare": lomb. schiscia "premi"; gen. picchè "battere"; piem. 
sgnaché "schiacciare"; 

-"interattivo": lomb. interativ, piem. interativ; 
-''home page ^: lomb. Cà, piem. Pagina 'd Cà, ven. kaxa; 
-lomb.: ciciàra per chat, màchin de cerca "motore di ricerca", el li- 
ber di quej ch'hinn vegnuu per guestbook, inlinia per on line; im- 
migrazion, inquinament, sundacc, informatiga; 
-piem.: telematich, telefonin, globalisassion, mondialisassion, plu- 
ralism, cooptassion, concretisassion, immigrassion, utilisassion, 
pessimism, intrateniment, dissolviment, infraross; dësvlupèldë- 
slupèlësvilupèlsvilupé "sviluppare" (in quattro varianti); 
-gen.: urdenatuì per computer, gruppu de discûsciun per newsgroup, 
fedealiximo "federalismo", globalizzassion, globalizzaçion, anti- 
globalizzassion, sottadesviluppœ "sottosviluppate", bullettin de ag- 
giumamentu. 

Fra le varie osservazioni che si potrebbero fare, ci limiteremo in que- 
sta sede a rilevare il grado di autonomia manifestato dai materiali dei siti 
dialettali, che in più di un caso non si limitano ad adottare pedissequa- 
mente un prestito dall'italiano morfonologicamente integrato (com'è pe- 
raltro nei casi di sundacc, messagg, interativ, pluralism, dissolviment, in- 
fraross, fedealiximo, bullettin de aggiurnamentu, ecc.), ma impiegano il 
termine dialettale corrispondente (red, reid, rèj per "rete"; cà, pagina 'd 
cà per "home page"; colegament "link", ecc.), e presentano anche calchi 
o parziali innovazioni semantiche con materiali indigeni laddove l'italia- 
no dipende pedissequamente dall'inglese: si vedano per es. i casi di chat, 
per cui in lombardo (sito comasco) troviamo ciciàra "chiacchiera" (fra 



'^ Riporto esempi principalmente dai dialetti gallo-italici, con qualche escursione nel 
veneziano, mantenendo la grafia dei siti originali. 

114 



l'altro non attestato in questa forma nei vocabolari dialettali; Cherubini 
per il milanese ha ciàccera); di link, per cui in genovese abbiamo, assie- 
me ad altri termini, anche il preziosismo ghidun "(letteralm.) gagliardetto, 
bandiera, segnale" (un preziosismo ligure sarà anche urdenatuì "compu- 
ter", come in francese), e in veneto liganbi; della perifrasi el liber di quej 
eh 'hinn vegnuu. Significativo è il caso di "cliccare", per cui troviamo tre 
bei calchi semantici con diversi verbi dialettali appropriati: schiscia, im- 
perat. da schiscia "premere", in lombardo; picchè "battere, picchiare", in 
genovese; sgnaché "schiacciare" in piemontese. 

Sarà anche interessante, in proposito, dare un'occhiata al materiale 
dialettale prodotto dai 'navigatori' partecipanti in siti di discussione, new- 
sgroups, guestbooks. Sempre dai dati di Patrucco (2001), e riassumendo 
molto, risulta il quadro generale seguente. Per lombardo, ligure e piemon- 
tese (se vogliamo, per milanese, genovese e torinese; ma sono presenti 
anche varietà provinciali e locali diverse'^) le strutture morfosintattiche di 
base appaiono sostanzialmente ben conservate, anche se si manifesta un 
alto tasso di variabilità, con la coesistenza di diverse forme e strutture per 
la realizzazione della stessa unità del sistema. E tale variabilità non sem- 
pre appare dovuta al fatto che inevitabilmente "la morfologia della lingua 
nazionale 'fa capolino' tra le regole di quella dialettale" (Patrucco 2001: 
148). Scegliendo alcuni casi critici (ma cfr. il contributo di D. Ricca in 
questo volume), quali la forma e la collocazione della negazione, la for- 
mazione del plurale nei nominali, le forme degli articoli e delle preposi- 
zioni articolate, i pronomi clitici soggetto, la coniugazione verbale, tro- 
viamo per es. accanto alle forme che ci si aspetterebbe in base alla gram- 
matica del dialetto occorrenze come quelle che esemplifichiamo cursoria- 
mente di seguito. 

Lombardo/milanese. Legiar "leggere" (invece di légg), saress "sarei" 
(invece di sariss); non so mia tant bon "non sono tanto capace" (invece di 
so mia tant bon: struttura della negazione, quindi, che somma le due 
strutture dialettale, con mia postverbale, e italiana, con non preverbale; si 
noti che in dialetto esiste invero una particella negativa anteponibile al 
verbo, che è pero no); leench "lingue" (invece di lengu: la regola di for- 
mazione del plurale qui applicata è quella dei sostantivi femminili in -eh 
o -ca), tutt "tutti" (invece di tucc), ann "anni" (invece di agn), programm 



'^ Tralasciamo del tutto qui il problema dell'identificazione della varietà e del rappor- 
to fra dialetto urbano della metropoli o del capoluogo, koinài regionali, dialetti provincia- 



115 



"programmi" invece dell'invariabile programma), notizi "notizie" (invece 
di notiz)\ in la "nella" (invece di in delà). 

Ligure/genovese. Creddu "credo" (invece di creo), saveivo "sapevo" 
(invece di saveivo), faieva "farei" (invece di faieiva); a art. det. femm. 
sing. (invece di e); e ancori non sei "se ancora non sai" (con la forma ita- 
liana della particella negativa). 

Piemontese. Scriver inf. (invece di scrive), tse "(tu) sei" (invece di 't 
ses),fasuma "facciamo" (invece ài fonia), l'ha deciss "ha deciso" (invece 
di l'ha decida); ai piemunteis "i piemontesi" (invece di ipiemunteis). 

Da questa spigolatura molto parziale, appare che il settore della 
morfologia con la maggior presenza di varianti e di fenomeni dovuti al- 
l'influenza dell'italiano è la coniugazione verbale. Ma accanto alle forme 
non corrispondenti alla tradizionale grammatica dialettale che abbiamo 
sopra esemplificato, e per ciascun fenomeno, sono presenti numerose for- 
me del tutto 'regolari', che costituiscono la maggioranza delle occorren- 
ze. Nel complesso, quindi, presso i frequentatori di pagine web interattive 
che impiegano il dialetto, e almeno per la situazione gallo-italica, la 
morfosintassi dialettale risulta piuttosto resistente, con alcuni tratti o re- 
gole particolarmente forti, quali per esempio la struttura della negazione e 
l'utilizzazione dei clitici soggetto, e in genere il comportamento dei cliti- 
ci. 

Sarà anche di qualche utilità vedere come si presentano messaggi in 
dialetto nelle interazioni in rete. Riporto sotto (sempre da Patrucco 2001) 
tre testi esemplificativi di interventi in forum e newsgroup, in piemontese 
(4a), lombardo (4b) e ligure (4c): 

(4) (a) :-)) A'm ven da ride... Mi ca sun meza piemunteisa e meza 
ruma a sun si ca scriva an piemunteis! Robe di mat!! A'm sentu ri- 
dicala a vote...:-)) Certo cha l'è an po' dificile capì qaeca ta scrive 
perché al notr dialet a l'è pitost diferent... Ti t'se dal Manfrà mi 
dal Canaveis. . . :-)) Arvetze! ! 

(b) Ciao Alberto e benvegnau, el tò messagg l'è pien de notizi inté- 
ressant e util. Mi gh'ho nò la toa età, ma el Richi (l'alter modera- 
dor de la conf) l'è pa o men tò coetani. Bòna ciciarada. 

(e) Cài tutti, pe quelli che gh'han coae de veddime (e de veddise), 
mi stasela, se o tempo o saia clemente, me attrovio sotta a-o palco 
di "Buio pesto". Me raccomando, çercaeme viàtri perché mi no so 
che facciaci! 

In (4a) è identificabile un brano scritto in un miscuglio di varietà rusti- 
che del piemontese, con presenza di forme ibride presumibilmente non 



116 



esistenti in nessuna varietà {ride "ridere", dificile, notr "nostro" - se non 
è errore di battitura) ^^; (4b) è scritto in un lombardo a volte un po' impro- 
babile, ottenuto mediante la cancellazione delle vocali finali diverse da -a 
(messagg, pien, intéressant, util, men, ecc.); (4c) è invece in un buon ge- 
novese con qualche inserzione di italianismi. 

Un discorso apposito meriterebbe l'utilizzazione del dialetto nella 
pubblicità, diventata significativa negli anni '90: Bodini (2000) documen- 
ta 203 testi pubblicitari con elementi di dialetto o italiano regionale molto 
marcato nell'ultimo decennio del secolo contro 133 nel complesso dei 
quattro decenni precedenti, dalla nascita della televisione al 1990'^. Qui, 
solo un rapido cenno esemplificativo della qualità del dialetto pubblicita- 
rio. In (5) riporto testi pubblicitari del CONAD apparsi negli ultimi anni 
su periodici nazionali (L'Espresso e Panorama), con (a) un toscano appe- 
santito da evidenti fenomeni di esagerazione caricaturale e ipercorretti- 
smo (la gorgia sovraestesa a un contesto che non le compete, in con hode- 
ste; e sovraestensione per il rafforzamento consonantico o raddoppiamen- 
to fonosintattico, in olive ss 'ha e in un olio cchè; e anche de i mmondo è 
un fiorentino un po' improbabile), (b) un napoletano con qualche proble- 
ma di grafia, (e) un bolognese lievissimamente zoppicante [proprie). 

(5) (a) Con hodeste olive ss'ha ddaffare un olio cchè Ila fine de i mmondo. 
(b) Io m' aggio accisa è fatica, mò arrecriateve vuie! 
(e) E bab de mi bab al faseva e proprie acsè. 



5.4. Che cosa dire, riguardo alla qualità del dialetto praticato in questi 
ambiti in parte nuovi e alla questione dell'italianizzazione? Si potrebbero 
proporre, allo stato attuale delle ricerche, alcune conclusioni provvisorie 
in forma apodittica. La vistosità dell'italianizzazione dipende totalmente 
dalle sfere semantiche in gioco (che attivano un certo lessico). Sono quin- 
di numerosissimi i 'prestiti di necessità'; ma non potrebbe essere altri- 



'^ Si noti qui anche l'autocompiacimento un po' stupito di scrivere in piemontese. Il 
problema della grafia, nel dialetto nel web interattivo, presenta per lo scrivente una dupli- 
ce sfida: da un lato la difficoltà oggettiva di scrivere una varietà di lingua essenzialmente 
parlata, e di come scriverla, secondo quale norma (orto)grafica; e dall'altro l'effetto un 
po' straniante dell'avere una produzione scritta in dialetto. Concomitantemente, va sotto- 
lineata la consapevolezza di una forte componente ludica nell'impiego del dialetto, che 
"fa ridere". 

'* V. anche Nesi (2001), Benucci (2003), Francesconi (2002). Il dialetto fa capolino 
anche negli spot televisivi della Svizzera Italiana: v. Pandolfi (2005). 

117 



menti, se il dialetto viene usato in più campi. I tratti basilari e 'forti' della 
morfosintassi sono sostanzialmente mantenuti e appaiono solidi. 

Un problema da esaminare e discutere ulteriormente, anche in chiave 
di linguistica del contatto, è quello del rapporto e della distinzione fra in- 
novazioni e instabilità inteme al sistema dialettale e influssi dell'italiano: 
il tradizionale problema del distinguere (v. su un aspetto specifico per es. 
Thomason 2000) nelle dinamiche di mutamento ciò che è dovuto alla de- 
riva intema e ciò che è dovuto al contatto linguistico diventa particolar- 
mente pregnante nella situazione italiana, di contatto intimo e intenso per 
vari secoli tra lingua e dialetto. Direi comunque che nel complesso le ri- 
cerche sinora condotte sul tema (da Parry 1990 sul piemontese con vena- 
ture liguri di Cairo Montenotte alla recentissima monografia di Miglietta 
2003 sul salentino e altre parlate meridionali, meritoriamente incentrata 
su fatti morfosintattici) mostrano in primo luogo e in generale, come ri- 
sultato dell'influenza dell'italiano sul dialetto, un grande incremento della 
variabilità, principalmente attraverso un macroscopico approfondirsi delle 
differenze generazionali (fra il dialetto parlato dagli anziani e quello par- 
lato dai piti giovani - differenze che invece non si vedono, non hanno 
corrispondenza nella lingua standard: in italiano i giovani non usano, per 
dire, costmtti di realizzazione infinitiva di completive o forme del partici- 
pio passato diverse da quelle degli anziani...); ma non un deciso trasfor- 
marsi integrale del dialetto in un'altra lingua, attraverso modifiche decisi- 
ve delle sue stmtture morfosintattiche portanti. 

6. Nel titolo di questo intervento si parla di 'risorgenze' '^ dialettali: si- 
nora nel panorama che ho cercato di tracciare di risorgenze, riemergenze, 
vere rinascite non se ne sono in effetti viste. Però ce ne sono. Bisogna an- 
darle a cercare. Esempi di emergenza del dialetto in ambiti dove non ce lo 
aspetteremmo li troviamo nei giovani che chattano (v. ora Grimaldi 
2004), intervengono in forum e newsgroups, si mandano mail e sms (v. 
Ursini 2003); dove cioè vent' anni fa sarebbe risultato molto difficile tro- 

'^ Mi è venuto spontaneo coniare questo neologismo (il termine non è attestato nei di- 
zionari di consultazione), con ovvia metaforizzazione dal fenomeno geologico delle risor- 
give, per esprimere il fatto che spesso il dialetto, almeno nella situazione nordoccidentale 
che mi è familiare, appare in gran parte sepolto dagli strati dell'italiano e dei vari linguag- 
gi della globalizzazione, ma qua e là ricompare, fa capolino magari là dove meno te l'a- 
spetti, a mo' di risorgiva che sbuca da una falda freatica sottostante. Ho trovato con gran 
piacere la stessa immagine in Grimaldi (2004: 133-134): "i dialetti [...] come un fenome- 
no carsico, sono riemersi là dove non ce li aspettavamo". 

118 



vaili, vuoi per impossibilità oggettiva dello strumento e del dominio (tutta 
la comunicazione mediata dal computer) vuoi per implausibilità sociolin- 
guistica (la pubblicità). Ma ce ne sono anche altre, di riemergenze dialet- 
tali in parte impreviste-": polle di risorgive, isolate e marginali sì ma indi- 
cative nel quadro globale che si delinea, nei fumetti-', nell'enigmistica--, 
nei nomi e insegne di locali, negozi, bar e ristoranti (cfr. Berruto 2002: 
36-37, Telmon 2002-^); e grosse risorgive nelle radio e televisioni locali 
(Badini 1999, Coveri-Picillo 1997), nelle canzoni di molti gruppi anche 
di nome (99 Posse, Alma Megretta, Mau Mau, Modena City Ramblers; 
Coveri 2004-^), eccetera. Nel complesso, si delinea quindi una serie di 
fatti che portano a concludere come la collocazione del dialetto nel reper- 
torio della comunità parlante sia significativamente mutata rispetto a una 
ventina d'anni or sono. 

A questo punto del nostro discorso, e riservando ad altra sede un ap- 
profondimento delle presenze dialettali nei diversi ambiti al di là della 
semplice degustazione che se ne può proporre qui, occorre cercare di trar- 
re qualche conclusione, sia pur provvisoria, di fronte al panorama genera- 
le piuttosto mosso che ho cercato di schizzare. Il dialetto è ancora vitale e 
vigoroso, o addirittura in lieve ripresa, o il processo di regressione conti- 
nua? Che significa che diminuiscano i parlanti dialetto ma aumentino gli 
ambiti e i campi in cui il dialetto emerge nell'uso-^? Per aiutare a dare 



'" A cui in parte ho già accennato in Berruto (2002). 

^' Come gioco molto intellettualizzato. In Paperinik e il recupero forzato, "Topolino" 
n. 2476, 2003, troviamo per esempio la sequenza: Paperinik : "Presa! Addio!". Amelia: 
"Non andrai lontano!". Amelia : "Ausa 'namu raja!". (Un muro si alza improvvisamente 
davanti all'auto di Paperinik). Paperinik : "Gasp! Questa è sicuramente opera di Amelia!" 
[piem.: awsa 'na milraja! "alza un muro!"]. 

^- E. Miola mi segnala per es. rebus con la chiave in italiano e la soluzione in genove- 
se: testi D; E faina = testi de faina ("teglie di farinata"); o con entrambe in genovese: A^ 
asce; aze NA = nasce a Zena ("nasce a Genova". 

^^ Che nota che le numerose presenze dialettali nell'ononomastica della ristorazione 
"tendono a specializzarsi in un uso tendenzialmente (o esclusivamente) nomenclatorio", e 
costituirebbero quindi la documentazione dello "sfruttamento dell'effetto del regresso" 
delle parlate locali (Telmon 2002: 350). 

^"^ L'uso di un napoletano con forti tratti di italianizzazione specie nel lessico ma di ti- 
po 'quotidiano' e con piena funzionalità comunicativa oltreché espressiva è mostrato da 
Di Benedetto (1999) in Alma Megretta, 99 Posse e altri gruppi campani. 

25 Si noti qui l'importanza del fatto che la presenza del dialetto in Internet e nella co- 
municazione mediata dal computer implica una motivazione effettiva e notevole negli 
scriventi e utenti, tale da superare per necessità del mezzo la barriera della scrittura e dei 
problemi di resa grafica. 

119 



una prima risposta a questioni del genere, ho provato a schizzare lo sche- 
ma della tab. 7, col quale intenderei cogliere molto riassuntivamente il 
valore del dialetto nei domini e negli ambiti in cui esso oggi si trova ad 
essere almeno in parte utilizzato. 

tabella 7 

Valori degli usi del dialetto 





valore effettivo 
(lingua d'uso) 


valore espres- 
sivo / ludico 


valore simbo- 
lico / ideologico 


valore 'museogra- 
fico' / folkloristico 


Ambiti d'uso 

conversazione 

quotidiana 


+ 


(+) 






radio e televisioni 
locali 


+ 


+ 


+ 


9 


presso i giovani 


7 


+ 


- 


- 


internet 


7 


7 


-1- 


-1- 


comunicazione me- 
diata dal computer 




+ 


7 




stampa 


7 


- 


-1- 


7 


pubblicità 


- 


- 


+ 


- 


canzoni 


7 


+ 


-1- 


- 


fumetti 


- 


+ 


7 


- 


nomi di locali e negozi 


- 


- 


+ 


7 



Indico provvisoriamente quattro categorie di valori principali da attri- 
buire all'impiego del dialetto, che vanno dal valore comunicativo effetti- 
vo come lingua d'uso funzionale dell'impiego quotidiano al valore di ri- 
sorsa espressiva con funzione principalmente ludica e di vivacizzazione 
(per così dire) dell'interazione al valore di rappresentazione e sottolinea- 
tura simbolica e ideologica di mondi di riferimento e di valori sociocultu- 
rali al valore di mera raccolta di materiali e tradizioni con intenti folklori- 
stici e museografici. 

E' evidente che procedendo da sinistra a destra la vitalità effettiva del 
dialetto diminuisce fino ad annullarsi: un dialetto ancora presente come 
lingua d'uso della comunicazione quotidiana è membro a pieno titolo del 
repertorio linguistico, un dialetto ridotto a richiamo folkloristico locale o 
ad antologia di materiali in un sito web non lo è piiì, e un dialetto ridotto 
a fonte di reperti da conservare come memoria di una cultura passata è 
defunto (in un certo senso la 'museizzazione' certifica l'estinzione). Ho 
quindi assegnato un valore per ciascuna categoria, mediante -t- e -, in una 
scelta di dieci ambiti o campi di presenza attuale del dialetto. Senza poter 
commentare più da vicino le valutazioni che propongo, che non sono nul- 
la più che provvisorie, vorrei osservare comunque che compare in più ca- 
si come assai rilevante il valore che ho chiamato simbolico/ideologico del 

120 



dialetto, che si trova ad essere impiegato non in quanto costituisca una 
varietà di lingua referenzialmente e pragmatic amente adeguata a bisogni 
comunicativi, quanto come veicolo di evocazione e attivazione di mondi 
di riferimento e valori particolari, diversi da quelli associati (o che si vor- 
rebbero associare) all'italiano (a volte, certamente, anche in chiave no- 
stalgico-rivendicativa). 

7. Dalla carrellata compiuta sono emersi argomenti sufficienti per so- 
stenere alcune conclusioni. Mentre da un lato, dal punto di vista demogra- 
fico, sembra procedere sia pure a ritmo molto rallentato la tendenza dei 
decènni precedenti, in quanto non vi è traccia statistica di un incremento 
effettivo dell'uso del dialetto e nulla consente di parlare propriamente di 
una ripresa della dialettofonia, anche se vi sono sintomi di una diminuzio- 
ne o addirittura cessazione del decremento, dal punto di vista funzionale e 
dei domini d'uso è cambiata decisamente, rispetto a venti/trenta anni or 
sono, la collocazione del dialetto nel repertorio. Il dialetto oggi non risul- 
ta più o non è più vissuto come codice tipico dei ceti bassi, simbolo di 
ignoranza e di esclusione dal mondo moderno, legato allo svantaggio so- 
ciale e culturale, portatore di connotazioni socioculturalmente negative, 
ma si configura come una tastiera di arricchimento espressivo, accanto al- 
l'italiano, per tutti i parlanti bilingui. Non è più stigmatizzato socialmente 
come varietà unicamente bassa, nella consapevolezza e nelle rappresenta- 
zioni della comunità parlante: sapere un dialetto è un valore positivo, una 
possibilità in più nel repertorio comunicativo individuale, da sfruttare per 
i suoi valori particolari, quando sia il caso. 

Il dialetto non è più vivo e vitale, quindi, come varietà linguistica che 
copra un segmento veramente funzionale, per così dire necessario nell'u- 
tilità quotidiana, per chi lo paria, e che risponda a (quasi) tutte le esigenze 
linguistiche di una microcomunità; ma sembra vivo e vegeto (a volte sia 
pure sotto forma di frammento) come sistema potenziale aggiuntivo, a di- 
sposizione del pariante, atto ad entrare in azione in settori particolari e a 
svolgere funzioni simboliche e/o pragmaticamente marcate; quasi come 
una sorta di codice linguistico di nicchia. Molto giustamente quindi, cre- 
do, Grimaldi (2004) esaminando la presenza di dialetti meridionali nelle 
chat-lines osserva che "stiamo [...] assistendo ad una riconversione d'u- 
so" dei dialetti; e conclude opportunamente che questa nuova allocazione 
di domini del dialetto e ricollocazione nel repertorio mostra che da "un 
contesto di povertà sociolinguistica se n'è sviluppato uno che palesa una 
ricchezza sociolinguistica, aggiungendo risorse espressive alla conversa- 
zione" (Grimaldi 2004: 123 e 133; corsivo dell'originale). 

121 



Le valutazioni formulate da Grimaldi con argomenti qualitativi circa 
l'uso di dialetti meridionali in nuovi ambiti coincidono significativamente 
con quelle a cui è giunto un recente rilevamento in termini quantitativi 
(Zenaro 2004) della situazione sociolinguistica di Rivoli, città di circa 
50.000 abitanti 15 km a ovest di Torino: dalle reazioni dei parlanti al que- 
stionario utilizzato si ricava che "l'uso del dialetto non è incompatibile 
con un alto livello di istruzione; l'acquisizione di strumenti culturali su- 
periori permette un uso piti consapevole delle varietà disponibili nel re- 
pertorio del parlante, le cui scelte sono 'liberate' dal tradizionale pregiu- 
dizio che associa il dialetto all'ignoranza di chi lo parla"; inoltre, nei giu- 
dizi dei parlanti risulta molto significativamente che "se il dialetto è una 
varietà compresa in un repertorio variegato all'interno del quale il parlan- 
te può scegliere, è indice di ricchezza culturale. Se invece il dialetto è la 
varietà che il parlante padroneggia con maggiore sicurezza 1...], allora di- 
venta indice di ignoranza ed è di conseguenza stigmatizzato" (Zenaro 
2004, 52)-^^. La posizione del dialetto nel repertorio, e il rapporto fra le 
varietà di lingua nel repertorio, sono dunque il fattore cruciale per com- 
prendere lo stato delle cose. 

Unita a una buona resistenza strutturale del sistema dialettale, la ricol- 
locazione del dialetto nel repertorio e la sua rivalutazione negli atteggia- 
menti e nelle rappresentazioni dei parlanti inducono, almeno per quanto 
riguarda la specola allobroga, a ritenere che - anche in considerazione 
della novità introdotta negli usi linguistici dalla comunicazione mediata 
dal computer - ci stiamo muovendo grosso modo nell'ambito del primo 
degli scenari che ipotizzavo una dozzina di anni fa: quello in cui si aveva 
"un tendenziale mantenimento della situazione attuale, che [...] vede la 
coesistenza di italiano e dialetto con un rilevante spazio di sovrapposizio- 
ne nella conversazione quotidiana" (Berruto 1994: 28-29). Scenario che, 
sia detto a mio scorno, allora ritenevo il meno probabile. . . 

Certo, rimane l'incognita di che cosa succederà quando verranno me- 
no le ultime generazioni di dialettofoni fluenti e di parlanti che ancora 
utilizzano il dialetto in maniera significativa e per una gamma ampia di 
funzioni (diciamo, grosso modo e per essere ottimisti, gli attuali quaran- 
tenni), che sono gli esponenti dell'ultima fase di trasmissione diagenera- 
zionale del dialetto. Le speculazioni sulla sorte dei dialetti vengono natu- 
ralmente a fondersi qui con la problematica della decadenza e morte delle 



^^ Zenaro (2004) utilizza proficuamente, per giungere a queste conclusioni, lo stru- 
mento metodologico di un 'tasso di piemontesità linguistica' modellato sul 'regolo dialet- 
tometrico' di Lo Piparo (1990). 



122 



lingue. Quanto è da considerare, in effetti, ancora 'vivo' un sistema lin- 
guistico che ha solo parlanti semiattivi {semispeakers)! Si aprono qui 
questioni a cui la ricerca sul language decay e language death non ha da- 
to sinora risposte definitive (v. Dressler 2003). Mi limito a segnalare sem- 
pre su questa linea, in conclusione, un problema interessante anche dal 
punto di vista teorico sollevato dai nostri risultati. La decadenza delle lin- 
gue di solito è un fenomeno lineare, che procede e si attua lungo una sola 
direzione, una linea unica di progressiva e concomitante (a) perdita di 
parlanti nativi, (b) perdita di funzioni svolte, (e) perdita di domini di im- 
piego, e (d) perdita di ricchezza e produttività strutturale. Nel caso dei 
dialetti italiani, si ha una novità: appunto, quella delle risorgenze laterali, 
marginali, 'carsiche' che abbiamo esemplificato (le presenze nei nuovi 
domini comunicativi, dal punto di vista delle situazioni; e presso i parian- 
ti evanescenti o semiattivi, dal punto di vista dei parianti), che cambiano 
le carte in tavola complicando le cose quanto almeno ai punti (b) e (e) 
dell'elenco appena fatto, e che configurano un processo di decadenza che 
si diluisce, per lo meno, in più direzioni o linee di sviluppo. Che cosa ciò 
possa significare per il futuro del dialetto, starà a sociolinguisti e ecolin- 
guisti delle generazioni che ci seguiranno studiare e valutare. 



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127 



Sulla nozione di dialetto italianizzato in morfologia: 
il caso del piemontese 



Davide Ricca (Torino) 

1. Introduzione 

Di italianizzazione del dialetto si è scritto in anni recenti (cfr. Sanga 
1985, M. Moretti 1988, Grassi 1993, Radtke 1995, Sobrero 1997, Berruto 
1997, B. Moretti 1999), ma, come è stato detto da molti, prevalentemente 
riguardo ai due estremi del sistema linguistico: la fonologia da un lato e il 
lessico dall'altro. Meno considerati, e tanto meno analizzati in modo si- 
stematico, sono stati i due livelli centrali del sistema, la morfologia e la 
sintassi, per le quali spesso ci si limita ad affermare, in modo generico, 
che sono meno toccate dall'italianizzazione. In questo contributo ci si 
propone di definire in modo più preciso e soprattutto piti articolato il con- 
cetto di italianizzazione nell'ambito della morfologia. Si farà riferimento 
a un particolare sistema dialettale, la varietà urbana torinese, senza pre- 
tendere, ovviamente, che le considerazioni qui presentate possano essere 
automaticamente estese ad altre situazioni nel quadro estremamente com- 
plesso ed eterogeneo del repertorio linguistico in Italia. L'interesse princi- 
pale è infatti quello, metodologico, di mostrare come non si possa parlare 
uniformemente di italianizzazione in morfologia, in quanto sottosistemi 
diversi del dialetto possono essere molto diversamente reattivi al contatto 
linguistico. 

Rispetto al quadro complessivo riscontrabile in Italia, si può probabil- 
mente affermare che le caratteristiche del rapporto tra italiano e dialetto 
in Piemonte si avvicinano a valori estremi rispetto a tre parametri. Coesi- 
stono infatti: una distanza strutturale dei due codici particolarmente ele- 
vata; una vitalità oggi tra le più basse, per lo meno nel contesto urbano; e 
un repertorio ampiamente articolato all'interno del codice dialetto, che in- 
clude una varietà urbana torinese con un discreto grado di elaborazione o 
Ausbau (nel senso di Kloss 1987), utilizzata in passato con una certa am- 
piezza anche in testi scritti (non solo negli ambiti "classici" della poesia e 
del teatro, ma - a fine Ottocento - anche in romanzi popolari e persino in 



129 



giornali di discreta diffusione •) e in possesso di una ortografia standar- 
dizzata^. In particolare, questa koiné è stata senz'altro largamente utiliz- 
zata (probabilmente almeno fino alla seconda guerra mondiale) in ogni 
forma di oralità, inclusi contesti pubblici e temi "elevati" o tecnici, ed è 
quindi da lungo tempo permeabile al massiccio afflusso di prestiti dal- 
ritaliano\ 

Nel valutare le caratteristiche morfologiche di tale varietà urbana, non 
è quindi evidente su quali dati empirici occorra basarsi. La dimensione e 
le finalità di questo contributo non permettono di affrontare estesamente 
la questione. L'esemplificazione, necessariamente molto limitata, che for- 
niremo, attingerà principalmente a due tipi di fonti di "piemontese con- 
temporaneo" volutamente divergenti: da un lato una serie di interviste 
compiute e trascritte da Massimo Bonato (Bonato 2004), a 8 parlanti - 
per un totale di circa 7 ore di conversazione - provenienti da diverse parti 
del Piemonte, ma fondamentalmente aderenti alla koiné (anche se con 
tratti locali, che diventano quasi dominanti nel caso del parlante di Ales- 
sandria). Alcuni di essi sono direttamente impegnati come piemontesisti, 
ma naturalmente la loro produzione orale non coincide completamente 
con la normatività della variante scritta che essi stessi propugnano. Come 



' Per un profilo degli autori di romanzi d'appendice in piemontese cfr. Clivio (2002: 
362-375), e per i giornali in piemontese nel secondo Ottocento Clivio (2002: 357-361). Il 
più importante periodico in piemontese, 7 Birichin, uscì dal 1886 al 1926 e raggiunse tira- 
ture di 12.000 copie (Clivio 2002: 359). 

- Di questa ortografia si farà uso nel seguito, per comodità, anche nella citazione di 
esempi da fonti orali. I tratti più salienti non coincidenti con l'italiano sono: per le vocali, 
o vale [u]/[u] (ma nei prestiti anche [o] atono, vedi 3.3), mentre ò vale [o] (solo tonico in 
piemontese); u vale [y], eu vale [0] ed ë vale [a] (che è un fonema distinto e può essere 
anche tonico). Per quanto riguarda le consonanti, la [g] intervocalica si nota con n- per op- 
porla a [n], scritta n, mentre in fine di parola n vale [g] e nn vale [n]; le affricate [tj] e 
[d3] in fine di parola sono rese con ce, gg; infine, s vale [z] in posizione intervocalica e in 
fine di parola, mentre vale [s] all'inizio di parola seguita da vocale e dopo consonante; la 
grafia segnala però sempre il contrasto tra i fonemi /s/ e /z/, utilizzando ss nei primi casi 
per [s], e z nei secondi per [z] . 

^ Basta scorrere a questo proposito il lemmario di Sant'Albino (1859). Si noti che, 
essendo allora i parlanti tutti dialettofoni, l'inclusione in gran numero di termini ita- 
lianeggianti non può essere motivata - come lo sarebbe oggi - dall'intento del lessi- 
cografo di fornire in qualche modo equivalenti dialettali a termini italiani noti; ma 
semmai dall'esigenza opposta, di garantire a utenti incerti nella loro competenza del- 
l'italiano che un dato termine, evidentemente considerato non ignoto al dialetto urba- 
no, potesse anche essere usato in "buon" italiano (come risulta chiarissimo nella pre- 
fazione al dizionario). 

130 



illustrazione di quest'ultima, tra le varie opzioni possibili si sono scelti 
due numeri di una rivista bimestrale in piemontese appena apparsa, É! 
Afermativ. Piemontèis (il primo numero, maggio-giugno 2004, e l'ultimo 
uscito, marzo-aprile 2005), perché afferma programmaticamente di voler- 
si occupare in piemontese proprio di temi tradizionalmente non dialettali, 
dalla politica estera allo sport"^, e quindi costituisce un terreno particolar- 
mente ricco per la verifica delle strategie di adattamento di nuovi prestiti. 

Poiché per una varietà urbana come il torinese la questione dell'italianiz- 
zazione si pone anche in tempi molto precedenti a quelli attuali, per qualche 
esempio di confronto si atttingerà per l'Ottocento ad alcuni testi teatrali in 
prosa {Le ridicole illusioni, commedia anonima databile intomo al 1802; G. 
Zoppis, Marìoma Clarìn, e. 1860; V. Bersezio, Le miserie 'd monsù Travet, 
1863), e per la metà del Novecento ad alcuni corsivi giomaUstici di Arrigo 
Frusta (1875-1965) apparsi su Ij Brande dal 1952 al 1955 col titolo Fassin-e 
'd sabia (i dettagli delle edizioni sono riportati in bibUografia); oltre che ai di- 
zionari di Zalh (1830), Ponza (1859), Sant'Albino (1859) per l'Ottocento e di 
Gribaudo (1983) e Brero (2001 [1976-1982]) per l'epoca attuale. 

Dal punto di vista della morfologia, esistono a priori almeno tre livelli 
distinti rispetto ai quali considerare fenomeni di italianizzazione, e cioè: 

- la morfologia derivazionale; 

- la struttura delle classi flessive, in particolare rispetto ai meccani- 
smi di integrazione dei prestiti; 

- la morfologia flessiva vera e propria, cioè la possibile evoluzione 
dei paradigmi flessivi del dialetto, in particolare per lo strato lessi- 
cale autoctono, in senso "italianeggiante". 

Nel seguito si esaminerà separatamente ciascuno di questi tre livelli. 

2. Italianizzazione in morfologia derivazionale 

Nel valutare lo "stato di salute" della morfologia derivazionale del 
dialetto è essenziale distinguere tra regole di formazione e regole di anali- 

^ Nell'editoriale del primo numero, a firma del direttore responsabile Mauro Tosco, si 
legge infatti: "É a nass per che i chërdoma che na lenga minoritaria, ël piemontèis, che a 
veula esse e fesse lenga e seurte da j'antrap del dialèt, a venta dzortut ch'a sia dovrà pròpi 
an coj contest e argoment andova soens fin-a ij piemontesista a l'han gena, o miraco mach 
nen tròpa ocasion, ëd dovrela regolarment" [É nasce perché crediamo che una lingua mi- 
noritaria, il piemontese, che voglia essere e farsi lingua e uscire dagli impacci del dialetto, 
bisogna soprattutto che sia usata proprio in quei contesti e argomenti dove spesso persino 
i piemontesisti provano imbarazzo a usarla regolarmente, o forse semplicemente non han- 
no troppe opportunità di farlo (Trad. mia)]. 

131 



si. Infatti, nei limiti in cui il dialetto è dncora utilizzato, non è difficile 
rintracciare in testi della koiné contemporanea formazioni morfologi- 
camente analizzabili, non attestate nei dizionari ottocenteschi, e nem- 
meno in quelli recenti di Gribaudo (1983) e Brero (2001). Ad esempio 
nei due numeri di É! sopra menzionati, si trovano, tra varie altre, pa- 
role come le seguenti (citate con le due cifre dell'annata e la pagina 
della rivista): 

(1) teor-is-ator (04: 7), comersi-al-is-assion (05: 13), uliv-ista (04: 
4), volontari-à (04: 4), mediat-is-àbil (04: 10) 

Parole del tipo di (1), tuttavia, non provano l'esistenza di regole di for- 
mazione di parola produttive nel dialetto odierno, anche se si potesse di- 
mostrare con certezza che si tratta di neoformazioni (come sarà senz'altro 
il caso almeno per ulivista o mediatisàbil, perché sono recenti i concetti 
denotati). E molto più plausibile, infatti, che siano direttamente prestiti 
dall'italiano, e non prodotti di regole di formazione di parola autonome 
all'interno del piemontese. Naturalmente, l'affinità delle due lingue coin- 
volte (e il bilinguismo generalizzato dei residui parlanti/scriventi del pie- 
montese) consente di pensare che - contrariamente a quanto avviene soli- 
tamente con i prestiti tra lingue più lontane - tali parole possano essere 
analizzate come morfologicamente complesse: una parola come presenta- 
tor sarà bimorfemica anche in piemontese, data l'esistenza del voxho pre- 
sente da un lato e di numerosi derivati in -ator dall'altro. Si potrà quindi 
senz'altro parlare di suffissi -ator, -àbiU -assion ecc.; ma, appunto, in ter- 
mini di analisi morfologica del lessico, il che non implica che essi siano 
disponibili come procedimenti di arricchimento lessicale autonomo del 
dialetto, indipendentemente da modelli italiani. 

Come si può allora verificare l'esistenza di una morfologia deriva- 
zionale autonoma per il piemontese? Il caso più indisputabile sarebbe 
ovviamente l'esistenza nel dialetto di procedimenti derivazionali pro- 
duttivi globalmente privi di paralleli italiani, né formali né semantici. 
Ma, data la stretta parentela (e il continuo contatto linguistico) tra i 
due codici, casi del genere non sembrano reperibili, e del resto sono 
abbastanza rari anche confrontando tra loro le lingue romanze "mag- 
giori". 

Tuttavia, se si prendono in esame fasi precedenti del piemontese 
(quindi il suo lessico consolidato, non eventuali neoformazioni), versioni 
più deboli del criterio proposto sembrano del tutto sufficienti a garantire 
l'autonomia derivazionale del dialetto. 

132 



Per definire autonomi i due sistemi di regole derivazionali. sarà infatti 
senz'altro sufficiente l'esistenza nel dialetto di singole formazioni senza 
paralleli italiani (non di interi procedimenti come nella versione più forte 
del criterio). I casi in (2) illustrano situazioni particolarmente chiare, in 
cui alla parola derivata nel dialetto non corrisponde alcun possibile paral- 
lelo italiano: in altre parole, gli equivalenti italiani o non sono parole deri- 
vate, o hanno comunque una struttura morfologica inconfrontabile con 
quella attestata in piemontese. 

(2) ciapulé 'tritare' —> ciapul-or 'mezzaluna' {'\tritatore, -toio) 
stòmi 'stomaco' -^ stomi-era 'indigestione' (*stomachiera) 
sotré 'sotterrare' —> sotr-or 'becchino' {"f sotterratore) 

Nei casi in (2), il condizionamento da parte dell'italiano si può esclu- 
dere con sicurezza non solo a livello di prestito, ma anche di calco: non 
c'è infatti un modello strutturalmente parallelo in italiano, sia pure con 
materiale morfologico diverso. 

Nei casi in (3), invece, dove un parallelo semantico-strutturale esi- 
ste, non è escludibile a priori l'influenza dell'italiano a livello di cal- 
co (anche se per molte parole di uso comune sembra decisamente im- 
probabile). In ogni caso, anche se si avesse paradossalmente a che fa- 
re ovunque con calchi, i derivati in (3) sarebbero comunque da consi- 
derare come formati - a suo tempo - dai parlanti dialettali in base al- 
la propria competenza morfologica (cioè applicando una regola di 
formazione produttiva in piemontese), non essendoci alcuna somi- 
glianza tra i significanti italiano e dialettale, sia nella base che nel 
suffisso: 

(3) tòla 'latta' -^ tol-é 'stagn-ino' 

ciòca 'campana' —^ cioch-in 'campan-ello' 
gram 'cattivo' -^ gram-issia 'cattiv-eria' 

In misura minore, ma ancora sufficiente, l'autonomia della morfologia 
derivazionale del dialetto può essere verificata anche quando uno solo de- 
gli elementi in gioco (base o suffisso) non ha parallelo nel corrispondente 
significante italiano. Negli esempi in (4) e (5), l'elemento divergente è 
stato segnalato in grassetto: 

(4) basi parallele, suffissi distinti: 

pesant 'pesante' —> pesant-or 'pesant-ezza' 
tabach 'tabacco' —> tabach-ìn 'tabacc-aio' 
pompa 'pompa' —> pomp-ista 'pomp-iere' 



133 



(5) basi distinte, suffissi paralleli: 

mnis 'pattume' -^ mnis-era 'pattum-iera' 
cavagna 'cesta' —> cavagn-in 'cest-ino' 
sgairé 'sprecare' —>sgair-on 'sprec-one' 
galup 'ghiotto' -^ galup-eria 'ghiotton-eria' 
crin 'porco' —>crìn-ada 'porc-ata' 

I casi in (5) sono probabilmente quelli di minore autonomia tra quelli 
visti fin qui, data la corrispondenza anche formale nel procedimento deri- 
vazionale scelto dalle due lingue. Il tipo è peraltro analogo a quello di 
fonnazioni come ingl. drinkable, che sono sempre state considerate suffi- 
cienti per inserire a pieno titolo il suffisso di origine romanza nell'inven- 
tario dei suffissi produttivi dell'inglese. 

Riassumendo, non vi sono dubbi che il dialetto abbia posseduto in 
passato una morfologia derivazionale autonoma dall'italiano, e ciò vale 
per tutto il periodo in cui è stato in grado di formare parole dei tipi (2)- 
(5). Una plausibile datazione di tali formazioni è ovviamente quasi im- 
possibile nella maggioranza dei casi: data la scarsità di documentazione 
scritta del piemontese anteriormente al Settecento, molte di esse saranno 
ben più antiche di quanto possa risultare dalle attestazioni testuali o lessi- 
cografiche. 

Per quanto riguarda la vitalità della morfologia derivazionale nel dia- 
letto contemporaneo, non è però rilevante sapere quanto siano antiche le 
derivazioni in questione (quelle citate compaiono quasi tutte in Sant'Albi- 
no 1859); al contrario, occorrerebbe poter identificare con sicurezza deri- 
vati dei tipi (2)-(5) come neoformazioni. Non è facile escludere categori- 
camente che tali neoformazioni esistano, ma l'impressione, scorrendo un 
po' di pubblicistica recente, è che siano quanto meno assai rare^. Il caso 
meno sfavorito sembrerebbe essere il tipo (5); ma se si prova ad applicare 
suffissi modellati sull'italiano, come -àbil o -ment avverbiale, che si in- 
contrano spessissimo in formazioni del tipo (1), a basi lessicali caratteri- 
stiche esclusivamente del dialetto, i risultati appaiono decisamente inna- 
turali, come in (6) - se non come gioco linguistico -, quando non assolu- 
tamente inaccettabili, come è il caso degli avverbi deaggettivali in -ment 
mil): 



^ In certi casi può essere arduo decidere se assegnare una formazione al tipo (4), o 
considerarla prestito adattato del tipo (1): si pensi al suffisso -é , che è l'equivalente eti- 
mologico e semantico di it. -aio, ma ne è forse sincronicamente abbastanza lontano per as- 
segnare al tipo (4) formazioni relativamente recenti come benzine (in Brero 2001). 

134 



(6) caté 'comprare' -^ V.catàbil 
dëstissé 'spegnere -^ V.dëstissàbil 
dovré 'usare' -^ V.dovràbif 
s-ciapé 'rompere' -> V.s-ciapàbil 
sgnaché 'schiacciare' -^V.sgnacàbil 

(7) bòrgno 'cieco' -^ ""borgnament 
dësdeuit 'goffo' -^ ''dësdeuitament 
galùp 'ghiotto' -^ ""galupament 

s-ciass 'fitto', 'compatto' -^*s-ciassament 

Inoltre, quando esistono varianti allomorfiche di uno stesso suffisso, 
solo gli al'lomorfi "italianeggianti" appaiono disponibili per neoformazio- 
ni del tipo (1), modellate sull'italiano. Si considerino ad esempio le tre 
varianti del formante di nomi deverbali d'agente (e strumento) risalente al 
latino -TÔR(EM): la (8a), di sicura tradizione diretta, la (8b), presumibil- 
mente mediata da varietà lombarde (Chvio 1972 [1976: 95]), e la (8c), 
più nettamente italianizzante: 

(8) a. -or/-ior^ sotré -^ sotror, an^ende -^ arvendior 

b. -ador/-idor giughé -^ giugador, bate -^ batidor 

e. -ator/-itor visité -^ visitator, vince -^ vincitor 

Tutte e tre le varianti del suffisso sono presenti da lungo tempo nei te- 
sti piemontesi. Il tipo autoctono si trova già in crior 'banditore' e rezior 
'rettore' nei testi chieresi del 1321, il più antico documento di sicura data- 
zione e localizzazione (Gasca/Clivio/Pasero 2003: 54); cfr. anche anun- 
cior 'annunciatore' nelle quattrocentesche Recomendaciones di Saluzzo, 
(Gasca/Clivio/Pasero 2003: 115). D'altra parte treytor 'traditore' e già ne- 
gli stessi testi chieresi (Gasca/Clivio/Pasero 2003: 59), e peccator nella 
Lamentazione di Chien (sec. XV; Gasca/Clivio/Pasero 2003: 100). In am- 
bito torinese, per -dar si può citare almeno stampador "^H^^^"^^"^^;*; 
tramué 'd San Michel del 1663 (v. 225, ora in Gasca/Clivio/Pasero 2003: 
287). Ovviamente sia -dor che -tor sono poi largamente attestati nella lin- 
gua del Settecento, per non parìare dell' Ottocento^ 

6 Può essere significativo che Brero (2001) s.v. utilizzare riporti dovré accanto al pre- 
stito utilisé, ma s.v. utilizzabile riporti solo il prestito utilisàbil e non Vdovrabil. 

^ Uultenore allomorfia -or/-ior e simili dipende dalla classe flessiva del verbo: a pn- 
ma variante si applica ai verbi in -.; corrispondenti a quelli latini in -are, 1 altra alle re- 

stanti due coniugazioni. . . e » ^ n87- ma 

s Come ulterion esempi settecenteschi, nell'Arpa discordata (ed. Fontana e. 1787 ma 

composta e. 1707) si trovano parole come govemator (v. 1799), imitator (v. 649), libera- 

135 



La semplice presenza di allomorfi come -ator o -odor non sarebbe dunque 
di per sé granché dirimente per valutare il grado di italianizzazione della 
morfologia derivazionale del dialetto. Ben più rilevante è il fatto che la va- 
riante autoctona -or non sia oggi (e in realtà da lungo tempo) più disponibile 
per neoformazioni. Dovendo dire in dialetto 'calcolatore', si dirà normalmen- 
te calcolator, e forse è possibile anche calcolador, del resto attestato già in 
Sant'Albino (1859) nel senso [+animato]: entrambe le forme, nel senso di 
'computer', sono date in Brero (2001)*^. Certamente, però, non è possibile de- 
rivare ^calcolar, e altrettanto inconcepibili sarebbero forme come ^presentar 
'presentatore', ^guidar 'guidatore', e così via. Considerazioni analoghe val- 
gono per varianti come -ura/-iura (ancora frequente nel lessico consolidato, 
cfr. sgrafignura 'graffio', mordiura 'morsicatura') rispetto ad -adurai -idura e 
-aturai -itura. 

In definitiva, si può dire che dal punto di vista della morfologia derivazio- 
nale l'italianizzazione del dialetto appare decisamente avanzata, e ciò si riflet- 
te in molti casi anche nelle scelte lessicografiche orientate in senso relativa- 
mente puristico come Brero (2001); naturalmente per raggiungere conclusio- 
ni definitive occorrerebbero ricerche molto più ampie. D'altra parte la forma- 
zione di parole è il settore della morfologia che più confina con il lessico, ed 
è naturale aspettarsi un maggiore intacco. Nelle prossime sezioni si cercherà 
di valutare in che misura il massiccio contatto lessicale con l'italiano abbia ri- 
flessi sensibili anche sulla morfologia flessiva del piemontese. 

3. Integrazione dei prestiti e classi flessive 

3.1. Quando una lingua è esposta all'afflusso massiccio di prestiti, la 
loro integrazione morfologica può modificare l'organizzazione delle clas- 

tor (v. 1779), e cassador (v. 563), minador (v. 1397), zappador (v. 1000). E anche la lin- 
gua solitamente molto popolare di Isler comprende forme come sonador, sfrosador 'con- 
trabbandiere', regolator 'regolatore (in senso legale)' (in Gasca/Clivio/Pasero 2003 ri- 
spettivamente alle pp. 377, 395, 433). 

^ Per quanto riguarda la produttività attuale di -ador/-idor, nei due numeri presi in esa- 
me della rivista É si possono rintracciare forme come: arsercador 'ricercatore' (04: 15), 
abonament sostnidor (05: 3), esplorador (04: 10), organisador (05: 8). Non è chiaro in 
che misura queste possibili neoformazioni abbiano davvero corso, e quanto invece rifletta- 
no un consapevole sforzo di stabilire una qualche distanza dai modelli italiani. Nessuna 
delle quattro forme citate è in Sant'Albino (1859), che ha invece esplorator e organisator, 
e solo esplorador si ritrova in Brero (2001), accanto alla forma in -atorZ-itor che è l'unica 
riportata negli altri tre casi. Importanti sarebbero naturalmente dati della produzione orale. 
Nelle interviste di Bonato (2004), un caso interessante è prosador (intervista del parlante 
di Spinetta (CN); registrato anche in Brero 2001), anche se qui -ador non è deverbale. 

136 



si flessive, incrementando sostanzialmente la produttività di alcune o ad- 
dirittura creandone di nuove'°. Per quanto riguarda il piemontese, le clas- 
si flessive del dialetto hanno efl'ettivamente subito alcune modificazioni 
indotte dal contatto con l'italiano: l'integrazione dei prestiti, infatti, non 
avviene sempre inserendoli nelle classi flessive esistenti, ma determina 
l'introduzione di alcune classi flessive nuove, parallele ai modelli italiani. 
D'altra parte, questi processi non arrivano a scardinare realmente l'im- 
pianto delle classi flessive del dialetto, perché non si assiste a migrazioni 
di parole ("metaplasmi") dello strato lessicale autoctono verso le nuove 
classi flessive (forse con l'eccezione degli aggettivi in -al, v. 3.4). Inoltre, 
nessuno dei fenomeni che considereremo è specifico del periodo contem- 
poraneo, essendo tutti largamente attestati nei documenti scritti almeno 
dal primo Ottocento (oltre che nei dizionari dell'epoca). 

Nel seguito si prenderà in esame separatamente ciascuna delle tre ca- 
tegorie lessicali maggiori (verbi, nomi e aggettivi). 

3.2. Per quanto riguarda i verbi, le corrispondenze sono automatiche. I 
prestiti italiani sono integrati nelle tre omologhe classi flessive del dialet- 
to": -are -^ [-'e], -ere (inclusi i verbi in -durre, -porre e sim.) -^ [-e] 
(atono), -ire -^ [-'i]. Non è facile però trovare esempi di prestiti di que- 
sto tipo che siano indisputabilmente neologismi. Verbi come concede, 
elude, esige, estrae, incide, indite, ingionze, interpon-e, espon-e, protège, 
tradu(v)e, chiaramente non riconducibili a tradizione diretta, sono regi- 
strati con molti altri già in Zalli (1830), e non c'è motivo di credere che 
non fossero in uso nella varietà urbana del tempo^^, anche se presumibil- 
mente avranno avuto una circolazione limitata agli strati sociali elevati e 
alfabetizzati. La lista si amplia ulteriormente in Sant'Albino (1859). La 



'" Dressler/Thomton (1996: 2-3) considerano la disponibilità di una classe flessiva ad 
accogliere ed integrare i prestiti addirittura come il criterio prioritario per valutare la sua 
produttività; soltanto in subordine si considerano produttive le classi flessive in cui rien- 
trano solo neoformazioni di carattere derivazionale. Questo approccio, peraltro, può dare 
esiti problematici proprio nei casi di contatto tra lingue strettamente imparentate, quali ita- 
liano e dialetto, come si vedrà in 3.2. 

" In torinese esiste anche un'altra sottoclasse residuale, riconducibile a quella in [-e] 
atono, ma caratterizzata dall'infinito in -èj, che continua il latino -ère. Oltre a cinque ver- 
bi fortemente irregolari {avèj, dovè], podèj, savèj, vorèj), vi appartengono i due soli verbi 
regolari piasèj e valèj, che oltretutto ammettono all'infinito le varianti vale e piase (cfr. 
Aly-Belfàdel 1933: 225-226). 

'^ Di quelli sopra menzionati, almeno concede, espon-e, protège si trovano ad esempio 
nelle Ridicole illusioni. 

137 



vitalità delle corrispondenze è comunque testimoniata dai verbi inclusi in 
Brero (2001) che non compaiono nei dizionari ottocenteschi: citiamo per 
i verbi in -are forme come discriminé, driblé, esumé, sgancé o vari deri- 
vati come concrétisé, squalifiche; per quelli in -ere conette, omette, e per 
quelli in -ire agredì, inebetì. Nei due numeri di E ho potuto trovare due 
verbi non registrati neppure in Brero (2001): coinvòlze 'coinvolgere' (04: 
4) epërten-e 'pertenere' (04: 6). 

I prestiti non incidono dunque sulla struttura delle classi flessive ver- 
bali del piemontese; tutt'al piti, possono comportare una conseguenza 
problematica per quanto riguarda la loro produttività. Infatti, in base al 
criterio di Dressler/Thornton (1996) discusso alla nota 10, si potrebbe 
concludere che la situazione di contatto rende produttiva nel dialetto - a 
differenza che nell'italiano - la classe in [-e], che, come si è visto, è in 
grado di accogliere i prestiti al pari delle altre due. Questa affermazione 
appare in realtà alquanto controintuitiva, e suggerisce che il ruolo dei pre- 
stiti come test cruciale per valutare la produttività delle classi flessive va- 
da precisato, escludendo appunto quelli provenienti da sistemi linguistici 
geneticamente vicini, per i quali i parlanti possono essere in grado di sta- 
bilire corrispondenze diasistemiche, specialmente nei casi di bilinguismo 
generalizzato tipici del contatto italiano-dialetto. 

3.3. La situazione è assai più complessa per quanto riguarda l'integra- 
zione morfologica dei prestiti nominali, molto piìj rilevante anche sul pia- 
no quantitativo. Delle due classi flessive fondamentali dell'italiano, i fem- 
minili in -a/-e non pongono problemi, essendo senza eccezione trasferiti 
nell'omologa classe del piemontese. Più articolata è invece l'integrazione 
dei maschili italiani in -o/-i. La classe omologa del piemontese in questo 
caso è rappresentata da nomi invariabili uscenti in consonante. Esempi di 
accoglimento in questa classe per il lessico stabilizzato sono riportati in 
(9a). Ma questa strategia di integrazione diasistemica è in regressione ri- 
spetto ad altre due soluzioni, esemplificate in (9b) e (9c) rispettivamente: 

(9) Integrazione dei nomi italiani in -o/-i: 

a. -^ -0/-0: agiut, avocat, sénat, tabach 

b. — > -[u] /-[u]: chilo, ebreo, etto, nòno, sòcio, treno, tubo 

(normalmente pronunciati con [u] finale) 
e. — > -[o] /-[i]: aereo, semaforo [se'maforo], telefono 

[te'lefono], gelato, impiegato (solitamen- 
te pronunciati con [o] finale) 

138 



Oggi, la strategia (9a) non sembra più molto attiva per parole 
morfologicamente non analizzabili, per lo meno nel parlato'^; rimane 
però normale per quelle con suffisso derivazionale identificabile (v. ol- 
tre). Le strategie (9b) e (9c) sono da tempo in competizione nella varietà 
torinese. La distinzione tra le due nei testi scritti è resa problematica per il 
singolare dal fatto che [u] e [o] atono (assente in piemontese nel lessico 
autoctono) non sono generalmente distinti nella scrittura, essendo entram- 
bi rappresentati con o. Tuttavia, l'esistenza del tipo (9c) già nell'Ottocen- 
to è garantita dalle attestazioni di plurali in -/, come in (10): 

(10) Elo possibil che j' impiegati a sapio parlé mai d'nen autr? {Jra- 
y^rlll, 5). 

Un commento esplicito sulla compresenza delle due strategie nel tori- 
nese degli anni Trenta si trova in Aly-Belfàdel (1933: 120), che non uti- 
lizza la grafia tradizionale, e può quindi segnalare l'esistenza di [o] atono: 
"Taluno italianizza però [..]: marmu o marmo, plurale marmi o marmu". 

Dal punto di vista del sistema morfologico del piemontese, i due tipi 
(9b) e (9c) sono molto diversi. In primo luogo, (9b) non istituisce una 
classe flessiva diversa da (9a), in quanto entrambi i tipi sono invariabili. 
Inoltre, il tipo (9b) non introduce neppure un pattern fonologico estra- 
neo, dato che il lessico autoctono del piemontese comprende un sia pur 
ridotto numero di maschili invariabili uscenti in -[u], per lo più corrispon- 
denti a parole proparossitone latine (e italiane): gomo 'gomito', aso 'asi- 
no' ecc. L'ingresso di nuovi termini in questa (sotto)classe si limita ad al- 
terare la corrispondenza diasistemica per cui a una parola parossitona in 
-o in italiano fa riscontro una parola uscente in consonante in piemontese. 

Il tipo (9c), invece, comporta l'introduzione di una nuova classe flessi- 
va, e configura pertanto un'istanza di italianizzazione anche a livello 
morfologico, oltre che lessicale e fonologico, per la comparsa del nuovo 
fono) [o] postonico''*. 

Va sottolineato, tuttavia, che la nuova classe flessiva in -[o] /-[i] appa- 
re limitata all'accoglimento dei prestiti. Un livello maggiore di italianiz- 



'^ Nello scritto con aspirazioni puristiche si trovano ancora numerosi casi come ròl 
'ruolo' {É 04: 13; anche in Brero 2001 accanto a ròlo, che è preferito come lemma), e an- 
che telefon {É 04: 8) e sit 'sito Web' {É 04: 14). Per quest'ultimo cfr. anche Berruto (que- 
sto volume). 

''' Questo [o] non configura comunque un nuovo fonema, nonostante la presenza di 
contrasti sub-minimi con [u] come telèfono [te'lefono] vs. ij telèfono [ij te'lefunu] 'gli te- 
lefono' : infatti [o] atono può sempre essere visto come un allofono di [o] tonico, con cui è 
in distribuzione complementare. 

139 



zazione si avrebbe nel caso - al momento non ipotizzabile - che la nuova 
classe attraesse anche parole uscenti in [-u] del lessico autoctono. Finché 
ciò non avviene, sarebbe anche possibile negare che il dialetto abbia acqui- 
sito una nuova classe flessiva, considerando le istanze del tipo (9c) sempli- 
cemente come prestiti occasionali non integrati o addirittura casi di code- 
mixing italiano - dialetto. Ma questa opzione a mio avviso non è preferibi- 
le, tenuto conto che numerose parole in (9c) appaiono ben acclimatate sen- 
za avere sviluppato varianti non flesse al plurale {*j' impiegato, *ij gelato). 
I prestiti italiani in -e (maschili e femminili) come erede, lege, lòde, 
luce ['lytse], sede, salute [sa'lyte] ecc. seguono un percorso analogo: non 
vengono accolti nella classe, diasistematicamente corrispondente, degli 
invariabili uscenti in consonante (cfr. can 'cane/i', neuit 'notte/i'), ma 
tendono a mantenere la -e finale al singolare'^. Anche in questo caso il 
piemontese ha un piccolo gruppo di termini autoctoni invariabili in -e 
(come mare 'madre', prèive 'prete') che può servire da modello per man- 
tenere una flessione invariabile, come in ( 1 1 )-( 12): 

(11) Per voté tante mai lege {Fassin-e 'd sabia, p. 17) 

(12) un-a die pi bele sede d'esposission {É 04: 14) 

Tuttavia, forse con maggior sistematicità che nel caso dei prestiti in -o, 
si registra l'alternativa dell'introduzione di una nuova classe flessiva "ita- 
lianeggiante" in -[e] /-[i], ben attestata già nell'Ottocento'^: 

(13) ubidient a le legi d'un Goem savi e modera {Rid. ili. Ili, 14) 

(14) Conpiasìsse die lodi (Sant'Albino 1859, s.v. lode). 

Al contrario, i prestiti provenienti dalla classe flessiva dei maschih in -a/-i 
(tipicamente i derivati in -ista) non danno luogo a una classe flessiva sul mo- 
dello itahano, ma si adeguano sempre al paradigma invariabile del dialetto: ij 
comunista, ij problema come ij barba 'gh zii', ij giòbia 'i giovedì' ecc.'^ 

'^ Come per il caso precedente dei prestiti in -o, negli scritti con impronta puristica si 
trovano casi di integrazione nella classe omologa, che non sembrano avere molti riscontri 
nel parlato, comt fras {É 05: 8), assente in Brero (2001) che hdt. frase. 

'^ In vari casi i prestiti italiani hanno soppiantato forme autoctone precedenti, come lèj 
per 'legge' e lus per 'luce'. Se lus ha probabilmente una sua residua vitalità, la reintrodu- 
zione di lèj in numerose pubblicazioni contemporanee in piemontese (cfr. anche in É 05: 
5,6,11) ha non poco di artificioso. Solo lus. ma non lèj, compare in Brero (2001). 

'^ Sorprendente e alquanto innaturale, almeno per chi scrive, è la scelta "ipercorretta" 
di integrare alcuni prestiti in -a mediante la cancellazione della vocale finale, che si trova 
qualche caso in É: pianet (04:12), pilòt (04: 8; anche in Brero 2001 come alternativa), 
program (04:13), genòm uman (05: 16). 

140 



Diverso è il trattamento dei prestiti nominali morfologicamente com- 
plessi, sia uscenti in -o sia in -e. In questo caso, prevale il parallelismo tra 
i suffissi derivazionali, per cui i prestiti vengono di norma fatti rientrare 
nella classe degli invariabili, al pari dei derivati già esistenti con gli stessi 
suffissi. Si avrà quindi èl/ii versament, V/j' assessore, ël/ij presentator, 
laAe globalisassion, la/le lavatris, ecc. Lo stesso trattamento può venire 
esteso a parole non derivate ma terminanti in una sequenza omofona a un 
suffisso derivazionale (per esempio cruscòt nelle interviste di Bonato 
2004, parlante di Collegno (TO); presente anche in Brero 2001). Questa 
strategia, molto rilevante quantitativamente, non altera in alcun modo la 
struttura morfologica del dialetto, e contribuisce quindi notevolmente al- 
l'impressione complessiva di resistenza all'italianizzazione della morfo- 
logia dialettale. Si noti però che se la distanza fonetica tra il suffisso ita- 
liano e quello piemontese è sensibilmente maggiore della semplice can- 
cellazione della vocale finale, è possibile anche la strategia italianizzante 
(9c): è il caso di alcuni nomi in -ato come impiegato o gelato visti sopra 
(dove il corrispettivo piemontese del suffisso è -à). 

3.4. È soprattutto nell'ambito delle classi flessive aggettivali che l'im- 
patto dei prestiti ha conseguenze rilevanti che possono essere lette in ter- 
mini di italianizzazione. Va ricordato, infatti, che la situazione di partenza 
del piemontese, per quanto riguarda il lessico di tradizione diretta, non 
coincide con quella italiana. Nel dialetto, gli aggettivi risalenti alla secon- 
da classe latina, come fort, sono stati assimilati a quelli risalenti alla pri- 
ma classe come aut, introducendo di conseguenza la differenziazione tra 
maschile e femminile sia al singolare che al plurale (cfr. Rohlfs 1968: II, 
§ 396). D'altra parte, al pari dei nomi, le forme del maschile in piemonte- 
se risultano invariabili rispetto al numero, tranne che per gli aggettivi ter- 
minanti in -[1]. I paradigmi sono riassunti in (15): 



sing. 






pi. 


m. 


f. 


m. 


f. 


aut 'alto' 


anta 


aut 


aute 


fort 'forte' 


fòrta 


fort 


fòrte 


bel 'bello' 


bela 


bej 


bele 


fòl 'matto' 


fòla 


fòj 


fòle 



I prestiti da aggettivi italiani in -e (o comunque gli aggettivi giunti al 
dialetto per tradizione indiretta) hanno in grande maggioranza una struttu- 
ra morfologica: sono soprattutto derivati in -al, -bil, o -antZ-ent, o per lo 



141 



meno presentano terminazioni non analizzabili, ma coincidenti fonetica- 
mente con suffissi {comQ federai, nòbil, récent). Come per i nomi derivati 
in -tor, -Sion ecc., anche per gli aggettivi la presenza di un suffisso o di 
una terminazione omofona comporta la cancellazione della vocale finale 
del maschile, che si adegua da questo punto di vista al paradigma nativo 
del dialetto. Tuttavia, per gli aggettivi l'adeguamento alla morfologia del 
piemontese non è completo: si registra infatti una grande oscillazione tra 
la flessione secondo il paradigma autoctono in (15) e una flessione "ita- 
lianizzata" che neutralizza l'opposizione maschile/femminile secondo le 
forme del maschile. Nella varietà più familiare a chi scrive, la tendenza a 
seguire il modello italiano è quasi categorica per i femminili degli agget- 
tivi in -al {11 naturala/ naturai 'naturale:?'), estremamente variabile per 
quelli in -ib)il {terìbila/terìbil) e molto ridotta per quelli in -ant/-ent (re- 
centall recent, interessanta/linteressant)}^ Data la grande variabilità in 
quest'ambito, ho condotto una verifica sistematica del comportamento 
degli aggettivi in -al, -bil e -ant/-ent in tutte le registrazioni di Donato 
(2004) e nei due numeri di E. I dati orali sono purtroppo scarsissimi di 
esempi per il tipo -bil, ma per gli altri due tipi rispecchiano chiaramente 
la tendenza contrapposta data sopra. Su oltre una ventina di aggettivi in - 
al usati al femminile (come dialetal, musical, régional, tradissional, sta- 
tai, normal, ufissial ecc.), non si trova nessun caso di flessione in -a/-e, 
mentre al contrario il tipo in -nt, pur meno frequente, la presenta regolar- 
mente (con casi come deficenta, recenta, diferenta, amportanta/importan- 
ta, potenta, impressionanta, antere s santa). 

Un po' diversi, forse prevedibilmente, i dati dalla fonte scritta, che 
coincidono con i dati orali per il tipo in -nt, e mantengono la flessione del 
femminile anche per il tipo in -bil, qui piìi largamente attestato (cfr. im- 
probàbila 05: 16, sensìbila 05: 5, amprevedìbila 04: 7, atendìbila 04: 
15)^^, ma registrano una forte oscillazione, con differenze idiolettali evi- 
denti, per gli aggettivi in -al, dove in alcuni articoli gli autori appaiono 

'* Delle recenti grammatiche divulgative del piemontese, l'unica che menziona in par- 
te la questione è Villata (1997: 66-67), che afferma che gli aggettivi in -/ (dunque sia quel- 
li in -bil che quelli in -al) hanno il femminile identico al maschile, con la possibile ecce- 
zione degli aggettivi in -// accentati sull'ultima sillaba, come gentil (oltre che evidente- 
mente di bel, tranquil e sim.). Una nota tempera però questa affermazione, sostenendo che 
"alcuni parlanti sono soliti accordare gli aggettivi uscenti in -/". Non si fa menzione espli- 
cita degli aggettivi in -nt, che per default dovrebbero rientrare quindi nel tipo con flessio- 
ne distinta del femminile. 

'^ Si possono segnalare peraltro un paio di eccezioni: biblioteca circolant (04: 10) e 
j'arsorse disponibij (05: 4). 

142 



proporsi di mantenere la flessione tipicamente piemontese in -a/-e {la ge- 
mala defìnission 04: 7, tension internassionala 04: 8, ëd pitanse normale 
05: 12), con risultati peraltro non coerenti nemmeno all'interno dello stes- 
so testo, come si vede da casi come ìj pregiudisse ëd l 'industria coltural 
ossidentala (05: 9). 

Anche in questo caso, la variabilità descritta non è propria solo del pe- 
riodo contemporaneo, come mostrano gli esempi ottocenteschi seguenti: 

(16) mi j' era présent ch'i plorava ['piangevo' : parla una donna] {Rid. 
ili II, 3) 

(17) Impertinenta\ Goardé come ch'i risponde {Travet I, 14) 

(18) [parla un contadino] La mastinarìa ch'a l'ha fame ancheuj l'è 
nen naturala an chila {Rid. ili. II, 3) 

(19) [parla un prete] Perchè ch'a la campagna le person-e pi semphci 
a secondo mej '1 moviment del cheur e cola naturai simpatìa 
eh' as vëddo a nasse ant ij marior ['i giovani in età da matrimo- 
nio'] {Rid. ili. 11,6) 

(20) L'agricoltura a l'è un-a die còse le pi nòbij e le pi utij ch'a-i sia 
al mond {Travet II, 13) 

È anzi probabile che nella varietà scritta della koiné di metà Ottocento, 
priva di scrupoli puristici e incline al trasferimento massiccio di prestiti, 
la flessione di tipo italiano fosse pili estesa di quanto non avvenga a 
tutt'oggi nel parlato-^. 

La flessione senza opposizione maschile/femminile di aggettivi come 
naturai o terìbil ha l'effetto di reinstaurare nel sistema del piemontese 
una seconda classe flessiva aggettivale riducendo in questo ambito la di- 
stanza strutturale con l'italiano, per cui si può senz'altro parlare di un 
processo di italianizzazione che coinvolge la morfologia flessiva. In que- 
sto caso, l'impatto sul sistema del piemontese è decisamente piià rilevante 
di quanto lo fosse per i nomi, dato che molti aggettivi che rientrano in 
questa classe, sia pur di tradizione "dotta", sono da lunghissimo tempo 



^'^ Esempi di flessione "italiana" di questi aggettivi si trovano comunque anche prima, 
nel Settecento (citiamo da Gasca/Clivio/Pasero 2003, quindi con grafia normalizzata): per 
es. in Ventura dona incomparàbil (p. 479), e persino nella lingua di registro schiettamente 
popolare di Isler: dota fosonant 'dote abbondante' (p. 388, in rima). Meno sorprendente è 
incontrare il tipo nel piemontese di corte di Pipino: cfr. Cort rispetàbil (p. 526), comedia 
pastoral (p. 528), còsa [...] intéressant (p. 530); però anche, a pochissima distanza nello 
stesso testo: paròle [...] provensale (p. 525), përson-e ignorante (p. 527, 529). 

143 



acclimatati nel piemontese e appartengono indubitabilmente al vocabola- 
rio fondamentale e quotidiano dei parlanti. In particolare, per gli aggettivi 
in -al dove il passaggio appare sostanzialmente categorico nel parlato, si 
può parlare di un processo che coinvolge uno strato lessicale sentito com- 
pletamente come nativo. 

Fonologicamente assai meno integrati sono un gruppo di aggettivi 
uscenti in -e, come capace, felice, grave, velóce, che danno luogo a una 
ulteriore classe flessiva parallela all'italiano, con plurale -[i] al pari dei 
nomi come lege, e naturalmente senza distinzione maschile/femminile-'. 
Anche questi, peraltro, si trovano già nell'Ottocento, non solo nei dizio- 
nari ma anche nei testi, come negli esempi seguenti (si noti anche sempli- 
ci nell'es. 19): 

(21) Gnun, fora dl'amor dia patria, sana sta capace d'alontaneme da 
la mia Nisin-a (Rid. ili. 1,4) 

(22) nojautri, so felici subordina (Travet II, 2) 

Casi di questo tipo sono anche rintracciabili per alcuni aggettivi in -o 
senza terminazioni assimilabili a suffissi. Per esempio, serio è integrabile 
secondo le strategie (9b) e (9c). Nel primo caso sia ha ['serju], invariabile 
al maschile, col femminile seria, sul modello di qualche aggettivo nativo 
come bòrgno/a 'cieco/a'; nel secondo si ha la forma italianizzata ['serjo], 
con un m. pi. seri parallelo al tipo gelato/i". Un'occorrenza del tipo inva- 
riabile nella pubblicistica degli anni Cinquanta è per esempio: 

(23) basta, foma//5eno, ch'a ré ora (Fassin-e 'd sabia,p. 5) 



4. Autonomia dei paradigmi flessivi 

Il terzo livello rispetto a cui verificare l'effetto del contatto linguistico 
sul dialetto concerne più direttamente la flessione: non l'organizzazione 



^' L'adeguamento di questi pochi aggettivi in -e al paradigma di grand, con l'introdu- 
zione di un femminile in -a, è assolutamente esclusa {*felicia,*velocia e sim. sono incon- 
cepibili). Anche per questi aggettivi si possono trovare nella pubblicistica contemporanea 
tentativi di integrazione puristica come grav (È: 04: 6), assente però in Brero (2001), che 
invece axmnette felice, grave, velóce (anche se non capace). 

^^ L'integrazione massimamente "nativa" m. sing./pl. seri, f. seria (secondo il modello 
autoctono di aggettivi come tëbbiltëbbia 'tiepido/a', stofi /stofìa 'stufo/a') è segnalata in 
Sant'Albino (1859), con un rimando, e in Brero (2001) accanto a serio, ma non sembra 
più granché utilizzabile oggi. Gribaudo (1983) ha solo serio, che è già l'unica forma nel 
Monsù Travet (5 occorrenze). 

144 



delle classi flessive vista in 3., bensì le forme stesse dei paradigmi relativi 
allo strato autoctono del lessico. Anche in questo dominio sarebbe conce- 
pibile un'influenza dell'italiano, nel senso di una sostituzione di morfemi 
particolarmente lontani da quelli italiani con desinenze italiane più o me- 
no adattate fonologicamente. Non vi è però traccia di questa tendenza nei 
parlanti intervistati da Donato (2004), il che conferma quanto emerso in 
altri studi (cfr. ora Berruto, questo volume), e cioè che la morfologia fles- 
siva risulta il nucleo di massima resistenza all'italianizzazione.-^ 

n carattere fondamentalmente autonomo e impermeabile del sottosi- 
stema della morfologia flessiva rispetto ai due livelli precedentemente 
esaminati è particolarmente chiaro in prospettiva diacronica. Si è visto nei 
paragrafi 2. e 3. che la perdita di autonomia della derivazione e la riorga- 
nizzazione delle classi flessive, entrambe dovute in definitiva all'impatto 
dei prestiti lessicali dall'italiano, non sono fenomeni solo recenti, ma so- 
no largamente presenti per lo meno in tutto l'Ottocento e anche prima. Al 
contrario, nello stesso periodo la morfologia flessiva del piemontese non 
solo conserva la sua autonomia, ma registra persino un certo numero di 
evoluzioni in senso "anti-italianizzante" nell'ambito della flessione ver- 
bale. 

La prima è la sparizione definitiva del passato remoto, le cui ultime at- 
testazioni scritte sono rintracciabili nei primi anni dell'Ottocento, per 
esempio nelle poesie di Agostino Bosco e nelle Ridicole illusioni (quasi 
tutte in bocca ai personaggi contadini); cfr. Clivio (1969 [1976: 75 n.3]). 

Pili recente è la regolarizzazione dei participi passati irregolari del tipo 
scriva 'scritto', vincili, 'vinto', rompu 'rotto' ecc. I participi irregolari so- 
no stati eliminati quasi completamente nella flessione dei tempi composti 
del dialetto odierno (ne rimangono pochissimi, come mòrt, visi oltre a 
quelli in -ait di alcuni verbi ampiamente irregolari come dait, stait, fait, 
andait), ma erano ancora ampiamente utilizzati (per lo piìi in alternanza 
con le forme regolarizzate) fino a tutto l'Ottocento, come negli esempi 
seguenti: 

(24) Pòvr fieul! aj'han un pò rat la testa (Rid. ili. Ili, 1) 

(25) j'heu<ÌMv^rr na sotoscrission {Travet 11,2) 

^^ Un caso in cui si potrebbe forse ravvisare un'evoluzione dei paradigmi flessivi in 
direzione italiana è costituito dal regresso della forma contestuale/ per l'articolo femmi- 
nile plurale davanti a vocale (j'orije 'le orecchie', oggi spesso sostituito da le orije). Ma la 
forma le (segnalata, sia pur come rara, in Aly-Belfàdel: 1933: 96) è già attestata accanto a 
ì' almeno in tutto l'Ottocento.- le idee {Rid. ili. II, 6), le ore {Travet III, 7), le òche {Mario- 
ma Clarin I, 3) ecc. 

145 



(26) ... a t'han imponute 'd chité la società e a l'han obligate a lassé 
coj ëstudi che fórse a t'avrìo distint (Marioma Clarin I, 2) 

Per gli anni Trenta del Novecento, Aly-Belfàdel (1933: 221) segnala 
che "esistono i participi irregolari, ma sono di gran lunga meno usati e di 
uso più antiquato che non i regolari".^"^ 

Questo mutamento morfologico ha una motivazione intema al sistema 
del piemontese, in quanto produce una semplificazione dei paradigmi 
flessivi, ma sul piano del confronto italiano-dialetto si muove in direzione 
opposta all'italianizzazione^^. 

Infine, è fondamentalmente novecentesca l'estensione in torinese del- 
l'infinito in -e atono tipico dei verbi della seconda coniugazione a quasi 
tutti i verbi in -ì del tipo di it. dormire, cioè quelli che non presentano il 
tema in -is- (= it. -isc-) nelle forme rizotoniche (cfr. Grassi 1993: 284). 
Gli infiniti cusì 'cucire', durmì, partì, sentì, surtì 'uscire' ecc. sono nor- 
mali nei testi dell'Ottocento e sono gli unici riportati in Sant'Albino 
(1859), ma oggi a Torino esistono quasi solo le forme innovate cuse, 
deurme, parte, sente, seurte. Anche qui si tratta di un'evoluzione che al- 
lontana le forme flesse piemontesi da quelle italiane. 

5. Conclusioni 

In questo contributo si è illustrato come nelle varietà piemontesi il 
contatto con l'italiano sia tutt' altro che privo di conseguenze sulla morfo- 
logia: in particolare, è dubbio che si possa parlare ancora di una morfolo- 
gia derivazionale autonoma, e anche il sistema delle classi flessive non 
appare impermeabile all'italianizzazione, particolarmente negli aggettivi. 
D'altra parte, il nucleo "duro" della morfologia flessiva, in gran parte ver- 
bale, non manifesta fenomeni di convergenza con l'italiano, e la sua sta- 
bilità consente di ipotizzare come alquanto improbabile, nel quadro so- 

^'* Molti participi irregolari sono tuttora utilizzabili correntemente, ma solo come ag- 
gettivi o quanto meno modificatori nominali: z l'hai rompu ël vas vs, ël vas a l'é rot; la 
fnestra a va durbïa vs. a-i-é na fnestra duverta; a l'ha scriva un liber vs. un liber bin 
scrit. Cfr. Villata (1997: 206-208). 

-^ Paradossalmente, in torinese il tipo in -iî si è invece esteso nel Novecento al verbo 
vnì (in chiaro rapporto di analogia semantica con andé), che ha oggi vnuit rispetto al più 
antico vnù, e addirittura al verbo originariamente regolare pijé 'prendere', nel quale la for- 
ma analogica p/a// (cfr. Aly-Belfàdel 1933: 220, Villata 1997: 206) sarà stata indotta dalla 
normale pronuncia monosillabica [pje] dell'infinito, che apparenta fonologicamente il ver- 
bo alla serie di de, fé, sté. Ma anche questa estensione in controtendenza si caratterizza co- 
me del tutto autonoma dai modelli italiani, anzi vi si contrappone. 

146 



ciolinguistico piemontese, la formazione di varietà ibridizzate in cui ven- 
ga meno la distinguibilità tra i due codici. Infine, si è sottolineato il fatto, 
peraltro già ben noto (cfr. Berruto 1997: 14), che i fenomeni di italianiz- 
zazione in questione non appaiono specifici del periodo contemporaneo, 
ma si trovano largamente attestati nella varietà torinese urbana - scritta, 
ma presumibilmente anche parlata dalle classi elevate - almeno fin dal 
primo Ottocento. Non sembra quindi che la situazione attuale di grande 
marginalità del dialetto (in termini di numero di parlanti e di ambiti di im- 
piego) stia comportando uno stravolgimento delle caratteristiche del codi- 
ce qualitativamente diverso da quanto già presente addirittura in epoca 
preunitaria, quando il dialetto aveva il dominio completo dell'oralità; se 
non, forse, nella forte riduzione delle potenzialità realmente autonome di 
arricchimento del lessico, inevitabile conseguenza della perdita da parte 
del dialetto di qualunque dominio di impiego esclusivo. 



147 



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149 



Atteggiamenti linguistici e valutazioni dei parlanti in Pie- 
monte 

Sabina Canobbio, Monica Cini, Riccardo Regis (Torino)' 



1. Introduzione 

L'indagine di cui si riferiscono qui alcuni risultati aveva lo scopo di 
sondare atteggiamenti e opinioni di parianti piemontesi attorno ad alcuni 
aspetti dell'attuale situazione linguistica della nostra regione^ Essa ha ri- 
guardato in particolare l'uso dei codici Dialetto locale / Dialetto di koinè / 
Lingua italiana nei diversi domini, i rapporti reciproci e quindi la gerar- 
chia di tali codici nel repertorio, il dialetto della propria comunità rispetto 
alle varietà diatopiche altre (del Piemonte principalmente ma non solo), e 
si è svolta dunque nella prospettiva di quella dialettologia percezionale^ 
che sembra oggi rappresentare un naturale sviluppo dell'attenzione al 
punto di vista del parlante tradizionalmente presente nella prassi di ricer- 
ca della "scuola di Torino". Un punto di vista, quello del pariante, che ov- 
viamente non si intende sostituire a quello del linguista ma che, ogni vol- 
ta che venga ascoltato, sembra fornire qualche elemento interessante a 
supporto e complemento di quanto viene rilevato con altre metodiche e da 
altre prospettive'^. 

Per compiere l'indagine sono state scelte otto località del Piemonte, 
rappresentative delle principali aree linguistiche regionali individuate dal- 



' Pur essendo questo testo frutto di una riflessione condivisa, vanno attribuiti a Sabina 
Canobbio i § 1 e 6, a Monica Cini il § 5 a Riccardo Regis i § 2, 3 e 4. 

2 II gruppo di lavoro che ha proposto e poi sviluppato questa parte di attività all'inter- 
no dell'unità torinese era formato, oltre che dagli scriventi, anche da Tullio Telmon e da 
Gianmario Raimondi. 

3 Secondo la scelta metalinguistica che Tullio Telmon ha spiegato in Telmon (2002), 
introduzione agli Atti del convegno di Bardonecchia (Cini -Regis 2002), ai quali si riman- 
da per un ampio inquadramento delle tematiche qui toccate. Sui diversi aspetti della "per- 
cezione" linguistica interessanti osservazioni si trovano in D'Agostino (2002). 

"^ Rimandiamo in tal senso alle equilibrate osservazioni di Gaetano Berruto, nelle sue 
conclusioni del già citato convegno di Bardonecchia (Berruto 2002). 

151 



la letteratura corrente^, con esclusione della parte montana della regione 
caratterizzata dalla presenza di minoranze^ e per questo interessato da di- 
namiche del tutto particolari. I punti di inchiesta, di cui si può verificare 
la distribuzione nella Carta dei punti (pag. 179), sono stati 5 per il Pie- 
monte caratterizzato dalla presenza del piemontese e delle sue varietà: Te- 
stona (frazione collinare di Moncalieri), per l'area (peri)torinese; Orio per 
quella canavesana; Sordèvolo per quella biellese; Alba per quella langaro- 
lo-monferrina; Verzuolo per quella alto-piemontese. Inoltre, 3 per le zone 
cosiddette intermedie e cioè Vercelli per il Vercellese e Solerò per l'Ales- 
sandrino; infine 1, Galliate (Novara), per il Piemonte linguisticamente 
non piemontese ma lombardo^. 

In ciascuna di queste località sono stati interrogati 6 parlanti, un ma- 
schio e una femmina per ciascuna delle tre fasce d'età 18-30 anni (che ci- 
teremo qui come dei "giovani", o I); 31-60 (degH "adulti", o II); 61 e ol- 
tre (degli "anziani", o III), per un totale dunque di 48 informanti*^ ai quali 
è stato sottoposto un questionario di 70 domande (la maggior parte a scel- 
ta multipla e alcune di esse anche attraverso il confronto con carte geo- 
grafiche) seguite da una prova di riconoscimento, e di comprensione, del- 
le varietà dialettali delle località indagate (della propria e delle altre sette) 
sulla base di campioni di parlato registrato^. 

In particolare, la prima batteria di domande era tesa a qualificare la 
fonte oltre che anagraficamente, rispetto a scolarità e professione, mobi- 
lità, codice di formazione primaria, altre competenze linguistiche'^. La 



5 Si vedano in particolare Berruto (1974), Telmon (1988a e 2001). 

^ Nella fascia occidentale quelle galloromanze, più a oriente quelle alemanniche. 

^ Con una scelta rivelatasi in realtà non completamente felice per la spiccata indivi- 
dualità che, anche nella nostra indagine, Galliate ha rivelato rispetto al capoluogo provin- 
ciale e all'intera area novarese. Cfr. su Galliate in particolare Belletti et alii (1984) e la sua 
ricca bibliografia. 

^ Va da sé che da un lato l'esiguità del numero degli informanti d'altro lato il mancato 
bilanciamento rispetto ad altri parametri (quali scolarità, professione, ecc.) non ne fa un 
campione sociologicamente rappresentativo e di questo andrà naturalmente tenuto conto 
in eventuali valutazioni di tipo quantitativo, che non potranno che essere del tutto relative. 
Le fonti saranno indicate nel testo con una stringa di identificazione formata da: indica- 
zione di genere (F/M) - fascia d'età (I, II, III) - nome della località. 

"^ In questa sede vengono riportate per motivi di spazio le sole domande coinvolte dal- 
la trattazione. 

'° Va precisato che per la fascia dei "giovani" non è stata indicata come conditio sine 
qua non per partecipare all'indagine una competenza anche attiva del dialetto locale e 
quindi queste fonti non sono state selezionate sulla base di tale parametro; rimando a dopo 
per qualche osservazione sulle competenze attestate dai sedici giovani. 

152 



seconda batteria di domande riguardava i domini d'uso di italiano e dia- 
letto. Ne seguivano altre dedicate alla percezione del dialetto e di suoi 
"confini", sia diatopici sia funzionali; alla percezione dell'italiano; alla 
percezione congiunta di italiano e dialetto; alle opinioni" dei parlanti sul 
grado di bellezza, di simpatia e di differenza di una serie di varietà dialet- 
tali (non solo del Piemonte) rispetto alla propria. Sezione quest'ultima de- 
stinata evidentemente a stanare gli stereotipi e i pregiudizi dei piemontesi 
ma, perché no, anche a verificare se sono stereotipi quelli sui piemontesi 
che li vogliono diffidenti e ostili verso i meridionali e, per altri motivi, 
verso i lombardi, chiusi verso tutti gli altri, ecc.ecc. Un questionario che 
comunque, pur prevedendo per una buona parte almeno delle domande 
anche una semplice apposizione di crocette in corrispondenza di una delle 
risposte previste dai menu, è stato utilizzato secondo modalità non rigide, 
lasciando agli informatori lo spazio per risposte e valutazioni più articola- 
te, proprio quelle che ora, dato che i rilievi sono stati tutti integralmente 
registrati '2 e le registrazioni sono state poi trascritte quasi integralmente, 
costituiscono per noi la differenza, cioè materiali più ricchi ma anche più 
problematici e complessi da leggere ed elaborare. 

In effetti come prima valutazione complessiva del rilievo possiamo di- 
re che, anche se il questionario non ha ben funzionato in tutte le sue parti, 
ci siamo trovati alla fine con una massa di dati così cospicua e complessa 
da doverne rimandare una presentazione complessiva e organica a una di- 
versa e più ampia sede'^ Umitandoci qui a riportare alcuni degli spunti, in 
particolare attorno alla componente dialettale del repertorio e sui relativi 
giudizi di bellezza e simpatia, che sembrano più promettenti rispetto a fu- 
turi approfondimenti. 

'• Erano queste le domande di matrice più propriamente "prestoniana", con riferimento 
quasi obbligato alle ormai classiche ricerche di Preston e dei suoi collaboratori negli Stati 
Uniti (cfr. Niedzielski-Preston 2000) ma la consapevolezza del contesto in cui quegli studio- 
si hanno lavorato (e altri prima di loro altrove), ben diverso da quello di lingua cum dialectis 
che è il nostro, giustifica la solo parziale fruibilità di quelle esperienze e infatti non a caso il 
nostro questionario è in realtà debitore anche e soprattutto rispetto ad altri modelli e ad altre 
ricerche appartenenti ad ambiti a noi più vicini. Per una prima rassegna bibliografica specifi- 
ca rimando a Canobbio / lannàccaro (2000 e 2002), ma è doverosa ahneno la citazione espU- 
cita di nomi quali quello di Nora Galli de' Paratesi (1984), di Léo Léonard (1987), di Ga- 
briele lannàccaro e di Vittorio deU'Aquila (1998), di Laura Ajnardi (1999/2000). 

'^ 90' circa di registrazione per ciascun parlante. 

'3 Si segnala che un ampio resoconto su quanto raccolto a proposito della percezione dei 
rapporti tra dialetto e italiano è stato presentato da Tullio Telmon ad un recente convegno pa- 
lermitano (Telmon 2005), mentre brevi anticipazioni su alcuni aspetti della ricerca sono state 
fatte da Sabina Canobbio al Deutscher Romanistentag di Kiel (Canobbio in stampa). 

153 



2. Il sentimento dell'onnipotenza semantica 

Vediamo in primo luogo quali opinioni manifestano i nostri informato- 
ri sul dialetto. Dalle reazioni alla domanda 15, "Crede che in dialetto si 
possa parlare di qualsiasi cosa?", cui soltanto 8 intervistati su 48 hanno ri- 
sposto negativamente, si deduce che essi credono abbastanza fermamente 
nell'onnipotenza semantica del codice locale; un atteggiamento simile si 
è riscontrato di fronte alle domande 16, "Crede che qualsiasi testo (anche 
letterario) possa essere tradotto in dialetto?", e 28bis, "Crede che in dia- 
letto si possa scrivere qualsiasi cosa?", che hanno totalizzato rispettiva- 
mente 10 e 13 risposte negative. Come già faceva notare Telmon (2002: 
XIII), "il paradigma dialettofobico che in Italia ha percorso per lo meno 
l'ultimo secolo e mezzo" non ha attecchito, o ha attecchito soltanto in mi- 
sura ridotta, nella coscienza del parlante comune. Certamente, nel valuta- 
re le possibilità comunicative del dialetto, svolge un ruolo non secondario 
la variabilità diamesica; ed in effetti, passando dal mezzo orale al mezzo 
scritto, i giudizi degli informatori si "raffreddano" (le risposte negative 
salgono, come si è già ricordato, da 8 [domanda 15] a 13 [domanda 
28bis]). Questo dato andrà tuttavia letto non già come una denuncia delle 
lacune lessicali del dialetto, bensì come l'ammissione delle difficoltà ma- 
teriali che la scrittura del dialetto comporta (F-I-Alba afferma significati- 
vamente che il "dialetto è più da parlare che da scrivere"). Una categoria 
intermedia fra mezzo scritto e mezzo orale è rappresentata dalla "tradu- 
zione", che può evidentemente interessare entrambi i canali; anche il giu- 
dizio degli informatori è in questo caso interlocutorio, con 10 risposte ne- 
gative. 

Può essere interessante evidenziare che i più scettici circa le potenzia- 
lità del dialetto sono stati gli intervistati al di sotto dei 30 anni, i quali 
hanno spesso posto in rilievo come le lingue locali rivelino carenze sul 
versante della terminologia tecnica (informatica, in primis): da questa fa- 
scia d'età, sono giunte ben 18 risposte negative su 31. Occorrerà d'altro 
canto sottolineare che fra gli assertori più convinti dell'onnipotenza se- 
mantica del dialetto vanno annoverati gli ultrasessantenni, che soltanto in 
5 casi hanno dato parere negativo sull'uso del codice regionale per parla- 
re, tradurre o scrivere di qualsiasi cosa. 

I dati più significativi ci giungono però dal confronto simultaneo fra le 
risposte fomite alle domande 15, 16 e 28bis. Assumendo l'implicazione 
oraloscritto, in base alla quale l'impiego del dialetto per scrivere di qua- 
lunque argomento è subordinato al suo utilizzo per parlare di qualsiasi co- 
sa, si arriva ad una serie di combinazioni di risposte più o meno corrette. 
Sarà ad esempio non corretta la combinazione SNS (ovvero Sì alla do- 

154 



manda 15, No alla domanda 16 e Sì alla domanda 28bis): attestata per 3 
dei nostri informatori, essa è alquanto improbabile poiché, se si dichiara 
che il dialetto non può essere usato per parlare o scrivere di qualsiasi co- 
sa, risulta poi arduo dimostrare le ragioni del suo impiego per tradurre 
(oralmente o per iscritto) qualunque testo. Andrà invece considerata cor- 
retta la combinazione SSN, riscontrabile nell'intervista a M-I-Orio: Sì al- 
la domanda 15, Sì alla domanda 16 (ma, precisa l'informatore, soltanto 
nell'orahtà). No alla domanda 28bis. In base ai criteri ora illustrati, si so- 
no registrate 5 combinazioni non corrette (4 del tipo SNS, 1 del tipo NSS, 
1 del tipo NSN). 

3. La percezione in diatopia 

3.1. Per quanto riguarda la percezione in diatopia, e piìi precisamente nel- 
r indicare da quali tratti sia riconoscibile la propria parlata (domanda 21) ri- 
spetto alle altre, gli intervistati fanno grande uso degli aggettivi "largo" e 
"stretto"^"^: F-IH-Solero caratterizza il proprio dialetto come "più largo" ri- 
spetto ai dialetti limitrofi, e a quello di Quargnento in particolare, che "è piii 
stretto, [..] più italiano"; la parlata di Vercelli è, nel contempo, più larga del 
torinese (F-III- Vercelli) e più stretta delle parlate dei paesi vicini (M-III- Ver- 
celli); e la Usta potrebbe proseguire con l'albese ("più largo del torinese; me- 
no cantilenante del cuneese": M-I-Alba) e con la varietà di Orio (che è ''mol- 
to larga" [F-I-Orio] e ''molto differente dalla parlata torinese, che è molto più 
stretta" [M-H-Orio]). 

Non mancano poi esempi concementi il lessico (cil e cila, 'lui' e 'lei' sono 
indicati da più di un informatore come tipici del solerino; nin 'non' è avver- 
bio prettamente oriese, ecc.), né annotazioni fantasiose (presenza di slavismi 
nel vercellese o di accenti tedeschi nel galliatese). In particolare, desta una 
certa curiosità il fatto che l'intercalare neh, spesso utilizzato dai non piemon- 
tesi per parodiare la parlata regionale, venga nominato in più di un'occasione 
come caratteristico delle singole varietà pedemontane: F-III- Alba sostiene 
che "lo diciamo solo qui nell'Albese"; M-I-Verzuolo ne rivendica la tipicità 
nel dialetto del suo paese; F-III- Vercelli cita l'espressione varda neh ('guarda 
eh') come emblematica della "larghezza" del vercellese. 

3.2. Possono essere fatte rientrare nell'ambito della percezione in dia- 
topia anche le complesse dinamiche che si delineano tra varietà locali e 

'" Per il significato di queste attribuzioni si rimanda a Telmon (1988b). 

155 



koinè i= piemontese di Torino). Nel valutare il proprio dialetto rispetto al 
torinese (domanda 31), gli informatori scelgono molto spesso l'opzione 
"più rozzo", cui vengono però spesso associati gli altri comparativi "piii 
simpatico" e "più genuino". Pare insomma di capire che la categoria 
"rozzezza" sia una specie di vox media, alla quale i parlanti attribuiscono 
tendenzialmente una serie di valori positivi. 

Gli albesi sono quelli che giudicano in modo più positivo la loro parla- 
ta, asserendone variamente la simpatia, il calore e la bellezza; Galliate, 
Solerò e Sordevolo sono invece le uniche tre località (non a caso periferi- 
che) a presentare un informatore (M-III-Galliate, M-III-Solero, M-II-Sor- 
devolo) che definisce più brutto il dialetto locale rispetto al torinese. A 
Testona, prevedibilmente, 3 intervistati su 6 non distinguono o considera- 
no molto simile al torinese la propria varietà . 

Il dialetto del capoluogo regionale veicola giudizi e associazioni al- 
quanto variegati: si spazia dalla simpatia (F-II-Sordevolo) all'antipatia 
(M-II-Sordevolo; M-I-/ M-II-/F-III-Alba); si va dall'idea di raffinatezza 
(forse il sentimento più attestato e diffuso) a richiami di tipo storico (la 
tradizione ottocentesca [F-I-Solero], i Savoia, Cavour [F-I-/M-II- Vercel- 
li]), sociale (la borghesia [M-I-Orio, M-III-Sordevolo, M-II- Vercelli]) e 
turistico-folklorico (la Mole [M-I-Testona], Gianduia [F-III-Solero, F-III- 
Vercelli]). Benché sia molto difficile trovare delle tendenze unitarie, è uti- 
le sottolineare che coloro che valutano più positivamente il proprio dialet- 
to (come detto, gli albesi) sono pure quelli che giudicano con maggiore 
durezza il torinese; al di fuori di ogni considerazione si pone invece il ca- 
so di Testona, essendo la sua varietà in buona parte coincidente con la 
parlata del capoluogo, anche se con alcuni tratti che la accomunano ad al- 
tre del contado e in particolare dell'area collinare. 

Va ancora detto che cinque degli intervistati di Alba fanno riferimento 
al loro dialetto come al "più bello" del Piemonte, mentre l'orgoglio locale 
(o il lealismo) degli altri centri si attesta su valori più bassi (3 preferenze 
a Galliate, Orio, Testona, Solerò e Verzuolo, 2 a Vercelli, 1 a Sordevolo); 
sempre a livello di bellezza, il torinese riscuote favori in quasi tutti i punti 
di inchiesta (2 preferenze a Galliate, Solerò, Verzuolo e Vercelli [in que- 
st'ultimo caso, a pari merito con vercellese e alessandrino], 1 ad Alba, 
Orio e Testona, a Sordevolo). 

Ma il dato forse più peculiare riguarda le reazioni alla domanda 37, 
"Esiste un dialetto che Le permetterebbe di essere compreso in tutta la re- 
gione?": se è vero che le risposte affermative sono state 26, è altrettanto 
vero che ben pochi informatori hanno attribuito al torinese il ruolo di lin- 
gua franca. E abbastanza normale che a Testona 2 informatori (sui 5 del 

156 



Carta dei punti d'in- 
chiesta. 




partito del "Sì") indichino la propria varietà come spendibile in tutta la 
regione, ma è decisamente curioso che a Galliate addirittura 4 intervistati 
scelgano per adempiere tale funzione il novarese (2), il novarese e il tori- 
nese messi assieme (1) o, addirittura, il dialetto locale (1) (ricordiamo an- 
cora che novarese e galliatese sono parlate gallo-italiche di tipo lombar- 
do). 

Continuando a spigolare tra le risposte degli informatori piiì campa- 
nilisti, possiamo citare le posizioni di F-III-/M-III-Alba e F-I-Vercelli, 
che candidano la propria varietà a koinè regionale; si orientano invece 
sul torinese tre parlanti di Sordevolo, tre di Orio, due di Solerò, appena 
uno di Alba e di Verzuolo. Due intervistati, M-I-Orio e F-I-Verzuolo, di- 
chiarano che "no, neppure il torinese" sarebbe intelligibile in tutto il 
territorio regionale; due altri, F-II-Solero e F-III- Vercelli, si mantengo- 
no su posizioni vagamente utopiche, dicendo che una varietà di piemon- 
tese super partes non c'è ma andrebbe creata. Sulla stessa lunghezza 
d'onda è F-I-Orio, che auspica la nascita di una sorta di "esperanto del 
piemontese". 

157 



Affiora talvolta l'idea di una koinè presente nei fatti, ma non coinci- 
dente con il torinese: F-II- Vercelli sostiene che "ognuno sa il suo [dialet- 
to] e può essere capito"; del medesimo avviso sembra essere M-I-Testo- 
na, per il quale esiste una non meglio precisata "base comune", che per- 
metterebbe l'intercomprensione fra parlanti di aree diverse. Probabilmen- 
te, anche gli intervistati albesi, galliatesi e vercellesi che promuovono la 
loro parlata a possibile mezzo di comunicazione regionale andrebbero in- 
seriti fra gli assertori della koinè di fatto. Resta da capire quale tipo di va- 
rietà utilizzerebbero questi informatori nel parlare con piemontesi di altre 
zone, se cioè il dialetto rustico o un dialetto già "addomesticato", in cui i 
tratti più forti siano stati eliminati o perlomeno attenuati. 

4. Opinioni su correttezza/scorrettezza e percezione del cambiamento 

4.1. La dinamica centro-periferia o, se si preferisce, il rapporto varietà 
\oca\e-koine traspare anche da alcune delle risposte alla domanda 27 
("Esiste, secondo Lei, un modo più giusto per parlare il dialetto?"). A 
questo proposito, è interessante citare le opinioni di F-II-Orio e F-III-Te- 
stona: per il primo, esistono delle regole solo "se si tratta del piemontese- 
torinese", non "se si tratta dei dialetti locali"; per la seconda, che, come si 
è già detto, parla una varietà assimilabile al torinese, "l'è giust col che 
Toma" ('è giusto quello che abbiamo'), lasciando trapelare la consapevo- 
lezza di possedere il piemontese "ufficiale"'^. Altri intervistati, forse col- 
piti nel vivo del loro Sprachgefuehl, si sono espressi in modo piuttosto 
forte: F-I-Vercelli dichiara che "il dialetto non ha regole precise come l'i- 
taliano", mentre, per F-III-Vercelli, "dipende da come uno l'ha imparato: 
non c'è una grammatica"; se M-I-Orio sostiene che esiste solo "una nor- 
ma orale, che non si può insegnare né codificare", M-II-Orio risponde al- 
la domanda con un "No" reciso, "perché il dialetto non è una lingua". 
Non mancano però nemmeno atteggiamenti relativistici: da un lato, F-I- 
Alba propone una normatività modulare, dicendo che "ci può essere un 
dialetto corretto per i giovani, un dialetto corretto per gli anziani, ecc."; 
dall'altro lato, M-II-Testona azzarda che ogni paese abbia i suoi parametri 
di correttezza. 

In totale, la domanda 27 ha veicolato 25 "Sì", che sono da confrontare 
con le 33 risposte negative alla domanda 24 ("Secondo Lei, nel Suo pae- 



'^ Ma l'espressione di F-III-Testona potrebbe anche essere interpretata come "per ogni 
paese è giusta la propria varietà", che è il contrario dell'atteggiamento normativo sopra ri- 
levato. 

158 



se/nella Sua città, parlano tutti correttamente il dialetto?"); aggiungiamo 
che la scorrettezza, secondo gli intervistati, si riconosce o dai vocaboli o 
dalla pronuncia o da entrambi i fattori. Ovviamente, ci saremmo aspettati 
che chi aveva deciso di barrare la casella del "No" al quesito 24 avrebbe 
risposto automaticamente "Sì" al quesito 27; ciò che, invece, non è avve- 
nuto. Molto alto, quindi, il numero di contraddizioni'^: se, per la coppia 
di domande 27/24, le combinazioni corrette erano SS (5 informatori) e 
SN (19 informatori), sono fioccate le combinazioni di tipo NN (12 infor- 
matori) e NS (6 informatori). 

4.2. I sentimenti di correttezza/scorrettezza solo legati a doppio filo 
alla percezione del cambiamento (domanda 45, "Pensa che il dialetto stia 
cambiando molto?"): in prima istanza, un dialetto che cambia è general- 
mente un dialetto contaminato, meno corretto; in secondo luogo, i tratti 
diagnostici della scorrettezza possono coincidere in larga misura con i se- 
gni del cambiamento. Non ci si dovrà perciò stupire se gli informatori (28 
su 48) che hanno risposto positivamente alla domanda individuano princi- 
palmente nel lessico, meno frequentemente negli aspetti fonetici, le avvi- 
saglie del cambiamento; tuttavia, quando si chiede loro da quali lingue 
provengano le parole nuove del piemontese, emergono nuovamente delle 
incongruenze: M-I-Solero e M-II-Testona, ad esempio, sostengono contem- 
poraneamente che il dialetto a) sta cambiando nei vocaboli e b) non acco- 
glie parole nuove. Fra le lingue da cui giungono le parole nuove, compare 
quasi sempre l'italiano, spesso accompagnato da altri codici (il francese, 
l'inglese, il greco [F-III-Galliate] e il torinese [M-II-Sordevolo]). Riguardo 
al francese, occorre aggiungere che gli intervistati avvertono spesso un for- 
te legame culturale e genealogico tra esso e il piemontese. 

5. Giudizi sul grado di differenza, bellezza e simpatia di alcune va- 
rietà 

In quest'ultima parte ci concentreremo su un aspetto particolare della 
nostra ricerca, analizzando le risposte a tre domande poste a conclusione 
del questionario: 

- la domanda numero 68 con cui si chiede di indicare // grado di dif- 
ferenza fra il dialetto proprio e alcune altre varietà: all'informato- 
re è stata sottoposta una lista di varietà inteme alla regione (ales- 



'^ Sulla contraddittorietà della coscienza linguistica si vedano Scherfer (1983) e Tel- 
mon (2002 e 2005). 

159 



sandrino, biellese, canavesano, langarolo, monferrino, torinese, 
valsesiano, vercellese e inoltre occitano e francoprovenzale), va- 
rietà limitrofe e settentrionali (lombardo, ligure, emiliano e vene- 
to), varietà centro-meridionali (napoletano, pugliese, romanesco, 
sardo, siciliano e toscano) e, infine, l'italiano e il francese. Ovvia- 
mente tale domanda presuppone anche un'attenzione alla domanda 
precedente (numero 67) nella quale si chiede di indicare all'interno 
delle varietà pedemontane date come opzioni quale si ritiene di 
parlare. Per garantire una certa omogeneità è stata fornita una scala 
di differenziazione dal "quasi uguale" al "molto differente" passan- 
do per "un poco" o "piuttosto differente"; 
- le domande numero 69 e 70 con le quali si chiede di indicare, per 
ciascuna delle varietà, // grado di simpatia e // grado di bellezza: le 
varietà sono le stesse della domanda precedente e l'informatore 
può scegliere anche in questo caso all'interno di una scala che 
comprende il "molto antipatica/brutta", "antipatica/brutta" e "piut- 
tosto antipatica/brutta" per la parte negativa, con i corrispondenti 
gradi nella parte positiva, con la possibilità di esprimere anche un 
giudizio apparentemente neutro come "indifferente" •''. 
Per analizzare i giudizi fomiti dagli informatori si è deciso di raggrup- 
pare le varietà in base al criterio di distanza spaziale dai dialetti presenti 
in Piemonte: si analizzeranno quindi innanzitutto i dialetti più lontani fino 
ad avvicinarsi a quelli all'interno della regione stessa'^. 



5.1. In linea generale si può dire che se emerge una compattezza di 
giudizio che rivela una chiara percezione della differenza tra i dialetti 
pedemontani e le varietà centro-meridionali proposte'^, sono invece più 
frammentati i giudizi che riguardano la simpatia e la bellezza: innanzi- 
tutto si può rilevare che i giudizi, complessivamente, non sono mai 



" È stato necessario far riferimento anche ad altre domande sparse nel questionario 
che hanno fornito indicazioni sui giudizi di diversità, simpatia e bellezza, in particolare al- 
la domanda 40 "qual è il dialetto più bello del Piemonte?", alla 41 "come considera il dia- 
letto della Liguria?" e alla 42 "come considera il dialetto della Lombardia?". 

'** Non si prenderanno qui in considerazione i giudizi sulle lingue nazionali in quanto 
alcune osservazioni, soprattutto riguardo al rapporto con l'italiano, sono presenti in Tel- 
mon (2005). 

'^ L'unica eccezione è rappresentata dagli informatori adulti di Alba che hanno giudi- 
cato, in maniera stravagante, il loro dialetto poco differente rispetto al siciliano e rispetto 
al sardo. 

160 



estremi né in positivo né in negativo, ma si addensano intorno al "piut- 
tosto" simpatico/antipatico e "piuttosto" bello/brutto con una netta pre- 
valenza di giudizi positivi in entrambi i casi; infatti a Galliate, Orio e 
Vercelli, ma anche Alba, Verzuolo'^ la maggioranza degli informatori ha 
giudicato piuttosto simpatiche e belle le varietà dialettali centro-meri- 

dionali-^ 

Al di là del caso specifico si aprono qui due considerazioni di carattere 
generale: la prima è che si conferma come i giudizi di simpatia e bellezza 
nei confronti di una stessa varietà a volte non coincidano-; la seconda 
considerazione deriva dal valore da dare a "indifferente" che potrebbe es- 
sere un giudizio scaturito da una parziale conoscenza della varietà (per 
esempio F-I-Alba che risponde "indifferente" alla domanda 41 sul dialet- 
to ligure con la spiegazione "perché lo conosco pochissimo") oppure da 
una reticenza nell' esprimere giudizi negativi (F-II-Sordevolo che alla do- 
manda 42 "come considera il dialetto della Lombardia?" risponde "indif- 
ferente" ma alla domanda 69 dichiara una forte antipatia, così come il M- 
Ill-Sordevolo che indica come "rozzo" il lombardo alla domanda 42, ma 
alla 69 dice che gli è indifferente; ed ancora F-II- Sorde volo che definisce 
il lombardo antipatico (domanda 42), ma indifferente alla domanda 69 ). 

Vale la pena rilevare anche che durante le inchieste nasce l'impressio- 
ne che in realtà non ci sia una reale conoscenza delle varietà dialettali su 
cui si richiede un giudizio, ma che gli informatori facciano riferimento al- 
la varietà di italiano regionale. A quest'ultimo proposito si veda ad esem- 
pio M-I- Vercelli che dicendo, in una frase in italiano, "è simpetico" (sic!), 
allude a un tratto tipico della fonetica dell'italiano pugliese, non a caso 
sottolineato caricaturalmente da certi comici in televisione. 

5.2. Prendendo in esame il gruppo dei dialetti settentrionali, il grado di 
differenziazione percepito tra questi e il dialetto che si è riconosciuto co- 



20 Bisogna precisare che ad Alba il giudizio negativo colpisce solo il pugliese, mentre 
a Verzuolo è considerato antipatico il pugliese e brutto il romanesco. 

21 Ovviamente ci sono delle eccezioni, per altro difficilmente valutabili a causa del 
campione non rappresentativo e dell'incidenza della soggettività sulla risposta; è il caso, 
per esempio, dell'informatore M-III-Galliate che, in controtendenza con gli altri informa- 
tori della stessa località, giudica antipatico il napoletano, il pugliese, il sardo e il siciliano; 
i giudizi risultano parzialmente diversi per quanto riguarda la bellezza: "piuttosto brutto" 
per napoletano e pugliese e "indifferente" per sardo e siciliano. 

22 Un altro esempio è rappresentato dagli informatori di Testona che giudicano com- 
plessivamente simpatici ma brutti i dialetti in oggetto. 

161 



me proprio è molto alto: il dialetto giudicato più distante è, come era pre- 
vedibile, il veneto, mentre il giudizio sulle altre varietà si addensa intomo 
al valore "piuttosto differente". È opportuno soffermarsi sul caso dei par- 
lanti di Galliate, in quanto, come è noto, nelle aree di confine e di contat- 
to si verificano le dinamiche più interessanti e, presumibilmente, le pres- 
sioni più forti sulla coscienza linguistica dei parlanti; significativa, infatti, 
è la valutazione che gli informatori galliatesi danno rispetto al lombardo: 
esso è percepito piuttosto differente dal galliatese, al quale sarebbe più vi- 
cino il ligure. Bisogna sottolineare che gli informatori di Galliate sono 
stati gli unici a non voler individuare tra le varietà pedemontane proposte 
una che potesse rappresentare il loro dialetto, ma hanno ribadito di parla- 
re "galliatese". 

Per inciso si può dire che alla domanda numero 4, "che cosa si parla 
qui?" le risposte in genere sono state "italiano" e "dialetto" oppure "ita- 
liano e vercellese / solerino / alla moda di Orio", ecc., ma nessun infor- 
matore rifiuta di indicare alla domanda 67 una varietà compresa nell'e- 
lenco proposto; a Galliate, al contrario, alla stessa domanda gli informa- 
tori hanno sempre risposto "italiano e galliatese", non trovando, come già 
accennato, nell'elenco fornito nessuna varietà che li soddisfacesse-^ Una 
qualche affinità del galliatese con il lombardo è accennata da F-I-Galliate 
(che specifica che i vocaboli sono simili, ma l'accento è diverso) e dagh 
informatori anziani, mentre F-II-Galliate dice che il galliatese "non c'en- 
tra niente con il vercellese, con il torinese., neppure con il lombardo: non 
ci assomiglia proprio... il galliatese è diverso anche dal novarese"-"^. Quel 
che emerge dunque è la percezione da parte dei galliatesi di avere un dia- 
letto diverso da varietà quali il vercellese o il torinese, ma sostanzialmente 
non sembra esserci percezione dell'affinità con il lombardo. Del resto se 
Galliate ha da sempre avuto una storia legata a uno spirito indipendenti- 
sta-^, tuttavia l'opinione di non appartenere linguisticamente al dominio 
lombardo, ma a quello piemontese pur con qualche diversità, sembra esse- 
re oggi molto diffusa nell'intera area novarese e quindi sembra essere il 
sentimento dell'appartenenza amministrativa a svolgere un ruolo decisivo. 

Per quanto riguarda la valutazione complessiva degli altri dialetti 
emerge una percezione positiva dell'emiliano soprattutto per quanto ri- 

^^ Nella lista non è stato compreso il novarese, tuttavia alla domanda del raccoglitore 
"se ci fosse stato il novarese, lo avrebbe indicato?", solo gli informatori più giovani affer- 
mano che avrebbero optato per questa. 

^'' Si veda quanto già detto in § 1 a proposito della situazione linguistica di Galliate. 

^5 Per notizie riguardanti la storia locale di Galliate, e per la sua vicenda linguistica, si 
veda Belletti et alii (1984). 

162 



guarda la simpatia, seguito a ruota dal ligure che non registra complessi- 
vamente nessun dato negativo. Forse piià interessanti per gli stereotipi che 
da sempre si intrecciano nel rapporto tra piemontesi e lombardi, e tra tori- 
nesi e milanesi in particolare, sono i risultati ottenuti dal lombardo: esso è 
certamente varietà che riscuote meno successo delle altre, ma non nella 
misura che ci si sarebbe potuta aspettare. In dettaglio si può notare che il 
lombardo è giudicato piuttosto antipatico a Testona (quindi a ridosso di 
Torino), a Verzuolo e a Orio, risulta pressocché "indifferente" a Sordevo- 
lo, Galliate, Vercelli-^, mentre i giudizi sono positivi a Solerò e a Alba. 
Minore successo riscuote il lombardo sul piano della bellezza. 

In realtà, e questo è un discorso generale che può valere per ogni giu- 
dizio espresso dagli informatori, si trova una conferma a quanto già rile- 
vato da Nora Galli de' Paratesi (1984) riguardo alla sovrapposizione tra il 
dialetto e chi lo parla e soprattutto il giudizio che si dà nei confronti delle 
persone che si conoscono e che parlano quel certo dialetto; in modo parti- 
colare il lombardo può risultare simpatico perché si è tifosi del Milan (M- 
I-Galliate) o al contrario può subire un giudizio negativo perché non si è 
tifosi del Milan o dell'Inter né di Berlusconi (M-III-Testona). Anche gli 
informatori se ne rendono conto: per esempio F-I-Galliate dice di consi- 
derare ridicolo il lombardo, ma aggiunge "forse piti per il loro modo di 
fare che per il loro modo di parlare" ed ancora F-III-Orio che afferma "i 
lombardi mi sembra che si ritengano un po' superiori agli altri". Il tutto 
viene confermato anche da alcune risposte fomite alla domanda 42 in cui 
vengono utilizzati aggettivi che non si riferiscono alla lingua ma a chi la 
parla: spocchioso (M-II-Alba), altezzoso (F-II-Alba), raffinato (F-I-Sole- 
ro), rozzo (M-III-Solero; M-III- Sordevolo), borioso (F-III-Vercelli), 
odioso (M-I-Orio). 

5.3. Se per i codici presi precedentemente in esame la possibilità di 
conoscenza poteva essere dovuta anche a fattori diversi dal diretto contat- 
to con la parlata, e mi riferisco soprattutto agli stereotipi regionali che 
vengono trasmessi tramite i media, per quanto riguarda le varietà del Pie- 
monte la conoscenza non può essere che quella diretta. 

Tracciando una linea longitudinale che tagli il Piemonte all'altezza di 
Torino, si nota un'evidente frattura tra il Nord del Piemonte e il Sud e vi- 
ceversa; infatti oltre a rilevare il numero crescente del valore "non cono- 
sce" rispetto alla conoscenza reciproca dei piemontesi appare evidente 

^^ In realtà a Vercelli alla domanda 42, "come considera il dialetto della Lombardia?" 
si ha una prevalenza di risposte negative. 

163 



che nelle località poste a nord della linea tracciata sono meno noti i dia- 
letti del sud (a Sordevolo e a Vercelli non sono conosciuti i dialetti posti 
nel sud del Piemonte quali alessandrino, langarolo e occitano, così come 
a Galliate-^), specularmente le località poste a sud non conoscono il ver- 
cellese, il valsesiano, il biellese il canavesano. Poco note, con l'eccezione 
di Alba e Verzuolo, le minoranze galloromanze e si noti che il francopro- 
venzale è identificato quasi ovunque con i patois della Valle d'Aosta. 

Un caso a sé è quello di Testona, a ridosso quindi di Torino: è la loca- 
htà in cui gli informatori hanno risposto "non conosco" alla maggioranza 
delle parlate indicate (biellese, canavesano, francoprovenzale, monferri- 
no, occitano, valsesiano e vercellese). 

Le modalità di attribuzione di giudizi positivi o negativi sono simili a 
quelle già messe in evidenza per gli altri gruppi, e quindi legati a fattori 
extralinguistici'^^. 

Tra i diversi risultati ottenuti ci pare interessante soffermare l'attenzio- 
ne sui giudizi espressi riguardo al torinese, alla luce del fatto che è la va- 
rietà che tutti affermano di conoscere, ma anche, e di conseguenza, sui 
giudizi riguardanti il proprio dialetto. Nel complesso il torinese è consi- 
derato simpatico e piuttosto bello in tutte le località tranne che ad Alba, 
dove si registra un valore negativo per la simpatia e un "indifferente" per 
la bellezza. Questa negatività può essere associata all'antipatia che spesso 
viene dichiarata nei confronti di coloro che emigrati a Torino (ci riferia- 
mo in particolare all'emigrazione per lavoro degli anni Cinquanta - Ses- 
santa) e poi ritornati al paese, avevano un atteggiamento di superiorità ri- 
spetto a chi era rimasto, un atteggiamento che linguisticamente si palesa- 
va parlando torinese^^. 

Come si è già accennato, il valore più alto per la simpatia / bellezza del to- 
rinese è registrato a Testona e nella stessa località è anche il valore piià alto in 
assoluto, poiché è la varietà che gli informatori hanno dichiarato di parlare. 
Può sembrare un'osservazione scontata, ma non è così se rapportata alle ri- 
sposte delle altre locahtà. Ci si aspetterebbe infatti che il dialetto più bello e 
simpatico della regione fosse il proprio, ma in realtà così non è: si mettano in- 
fatti a confronto i valori delle domande dirette su simpatia e bellezza e la do- 
manda 40 "qual è il dialetto più bello del Piemonte?". D caso emblematico è 



^^ In questa località bisogna aggiungere biellese e canavesano. 

^^ Si prenda ancora come esempio la frase di M-I- Vercelli che giudica il francoproven- 
zale "antipatico" perché "la montagna è inospitale". 

^^ Ciò si ritrova anche nelle parole dell'adulto di Solerò che non vede di buon occhio 
le persone che sebbene solenne parlano torinese "per darsi un tono". 



164 



Sordevolo dove solo un informatore risponde che il oiù bello di tutti è il sor- 
devolese (M-II-Sordevolo) seguito da una risposta per il biellese (F-III-Sor- 
devolo); gli altri informatori rispondono che "non ce ne sono di più belli" (M- 
I-Sordevolo), oppure "non so" (F-I-Sordevolo), o ancora che i più belli sono 
l'occitano e il vercellese (M-HI-Sordevolo). Confrontando questi risultati con 
i valori dati alle domande simpatia / bellezza troviamo che il biellese, vale a 
dire la parlata indicata come la propria dagli informatori nella domanda 67, 
ottiene valori molto alti sia per simpatia sia per bellezza tranne che nelle ri- 
sposte di M-II-Sordevolo che dà un giudizio cautamente positivo, "piuttosto 
simpatico e piuttosto bello", e si ricorderà che proprio M-II-Sordevolo era 
stato l'unico informatore a indicare come il più bello il "sorde volese". 

Di Galliate si è già detto, ma vale la pena sottolineare che non tutti gli 
informatori rispondono "galliatese" alla domanda 40 (M-I-Galliate dice il 
dialetto di Trecate; il torinese F-II-Galliate e M-III-Galliate) e che il gra- 
do maggiore di simpatia e bellezza è riservato al torinese. 

Ad Orio gli informatori si dividono: M-I-Orio, F-I-Orio e F-II-Orio ri- 
spondono "l'oriese"; gli informatori anziani "il torinese" e il M-II-Orio 
"il langarolo" (che dice di trovare "spassoso"); ricordo che nella scelta 
tutti gli informatori locali hanno risposto di parlare il canavesano che nei 
valori di simpatia e bellezza raggiunge i valori relativi più alti, ma ancora 
una volta un informatore che aveva risposto l'oriese prima, ora ci dice 
che il canavesano gli è indifferente (M-I-Orio). 

Nelle inchieste di Vercelli, di Alba, di Testona e di Verzuolo invece i 
dati concordano in quanto il dialetto giudicato più bello da ciascun infor- 
matore, è anche quello che riscuote i valori più alti di simpatia e di bellez- 
za. A Solerò la maggioranza degli informatori risponde che il dialetto più 
bello è il solerino, ma F-II-Solero e M-III-Solero indicano il torinese: nei 
dati su simpatia e bellezza il torinese è più simpatico dell'alessandrino, 
anche se entrambi registrano valori simili e superiori alle altre varietà. 

5.4. Le conclusioni che si possono trarre da queste ultime osservazio- 
ni sono di ordine diverso: la prima è metodologica e riguarda la domanda 
67 che impone una forzatura agli informatori nello scegliere di etichettare 
il proprio dialetto con un iperonimo. Si è visto che i galliatesi hanno rifiu- 
tato tutti questa operazione, gli informatori di Testona e di Vercelli non 
hanno avuto invece problemi perché sentivano possibile l'identificazione 
tra le loro varietà locale, rispettivamente, il torinese e in vercellese, men- 
tre gli altri informatori, pur compiendo l'operazione di inclusione del pro- 
prio dialetto nella denominazione più larga, sono caduti in alcune con- 

165 



traddizioni nell' esprimere successivamente i giudizi di simpatia e bellez- 
za. 

La seconda considerazione è di carattere linguistico e riguarda la koinè 
dialettale su base torinese: si è già visto che la percezione della sua esi- 
stenza è pressocché nulla-^^, ma il risultato qui evidenziato, cioè che tutti 
in tutte le località riconoscono la varietà torinese, è una prova indiretta 
del contrario. Inoltre è interessante ribadire l'atteggiamento nei confronti 
del torinese che in generale è visto in modo positivo (tanto da preferirlo al 
proprio dialetto e forse potrebbe essere una spia del prestigio goduto dal 
dialetto del capoluogo il fatto che tali risposte siano state date dagli anzia- 
ni e da qualche adulto), ma che può risultare antipatico proprio a causa di 
quel prestigio di cui gode. 

Si può dunque confermare che i piemontesi in effetti sembrano cono- 
scere poco, almeno da un punto di vista linguistico, la loro regione e il 
dato forse più interessante è che la mancata conoscenza coinvolge oltre ai 
giovani, cioè i meno dialettofoni, e agli informatori più anziani (che, tra- 
dizionalmente, hanno viaggiato di meno e hanno intessuto minori reti so- 
ciali esteme) anche i parlanti di mezz'età. 

Altre possibili considerazioni possono essere fatte riguardo ai criteri 
che portano a un giudizio positivo o negativo: per quanto concerne la 
simpatia si è visto che i fattori che determinano il giudizio sono esclusi- 
vamente extralinguistici, mentre per quel che riguarda la bellezza si pos- 
sono rilevare criteri di tipo estetico (un tratto fonetico può essere sgrade- 
vole come per esempio la "r moscia" del francese) e criteri legati alla 
comprensione, cioè la bruttezza di una lingua è data dalla difficoltà di 
comprenderla (si vedano le frasi "è brutto perché non lo capisco" degli 
adulti di Sordevolo e del M-II- Solerò). 

Infine si veda il caso della F-I- Vercelli, studentessa universitaria con 
padre vercellese e madre sarda: le sue risposte denotano una netta diffe- 
renza di atteggiamento e di giudizio tra la varietà pedemontana (che con- 
sidera brutta perché è un dialetto, che spera scompaia insieme agli al- 
tri...) e il sardo (che, dice, è una lingua e non scomparirà mai). Tuttavia la 
risposta alla domanda su qual sia il dialetto più bello del Piemonte indica 
"il dialetto di Oleggio" - che in realtà è di tipo lombardo - perché era 
quello di sua nonna. Appare evidente che per motivi difficilmente rico- 
struibili e certamente legati alla storia e ai rapporti personali dell'infor- 
matrice si è sviluppato un sentimento diverso nei confronti delle varietà 
linguistiche di famiglia, frutto di quella mescolanza di culture e di dialetti 

^^ Cfr. quanto rilevato in § 3.2. 
166 



che è forse il tratto più riconoscibile della famiglia italiana oggi, o almeno 
lo è certamente in Piemonte. 



6. Conclusioni 

In chiusura vale forse la pena di riportare qualche indizio attorno a 
quella che potremmo chiamare la "speranza di vita" del dialetto nella no- 
stra regione, quella ipotizzabile sulla base di dati oggettivi e quella (pro- 
babilmente) costruita su base affettiva e/o ideologica dai parlanti. 

Nel questionario era presente una domanda specifica (la 47) che solle- 
citava un'opinione a questo riguardo: "Pensa che il dialetto stia sparen- 
do?". Per essa era offerta, oltre all'opzione No/Sì, la possibilità per coloro 
che rispondessero "Sì" di quantificare la sopravvivenza in 10, 25, 50, 
100, 150 anni o più. Ebbene, su 48 informatori 34 hanno risposto chiara- 
mente "Sì", 9 chiaramente "No", mentre 5 hanno fornito risposte un po' 
ambigue o non collocabili con certezza: "Sparisce sì e no...", "Come si fa 
a dire...", "Si' ma ne possono venire di completamente diversi", "Spero 
di no" e (particolarmente significativa) "Sì... ma spero di no". Per quanto 
riguarda i parlanti che hanno chiaramente risposto "Sì", 16 di essi hanno 
scelto per la sopravvivenza dei dialetti l'opzione 25 anni (e non sfuggirà 
la ragionevolezza di questa scelta che corrisponde più o meno alla dimen- 
sione di una generazione); 9 hanno indicato una tenuta di 50 anni; 6 di 
100 anni; 2 di 150 anni. Un'informatrice ha distinto: "nelle città 10 anni, 
nei paesi anche 50", mentre un'altra^' ipotizzando 100 anni di sopravvi- 
venza, ha tenuto a precisare "dipende dalle zone, il sardo non morirà 
mai!". Per quanto riguarda invece i "No", vale la pena di riportare le os- 
servazioni che accompagnano alcuni di essi e che sembrano mostrare una 
buona consapevolezza da parte dei parlanti di alcune dinamiche in atto 
negli ultimi anni nel nostro paese: "No... per me c'è un ritorno", " 
No... anzi, rischia di diventare lingua colta"; "No, anzi è ricercato"; "No, 
tanti lo stanno recuperando", "No, si sta trasformando". 

Passiamo ora a un altro tipo di "risposta", quella che viene cioè dalle 
competenze linguistiche dei giovani^^, di coloro dai quali nei fatti dipen- 



31 F-I- Vercelli. Il profilo biografico di questa fonte, ma anche numerose tra le sue ri- 
sposte, mostrano una identità linguistica complessa, divisa tra la componente piemontese 
e quella sarda, alla quale sembrano andare le sue preferenze in considerazione di un diver- 
so prestigio della "lingua" sarda rispetto al "dialetto" piemontese. Cfr. § 5.4. 

^^ Non dimentichiamo autovalutate dagli informatori ma da noi non verificate nel cor- 
so della ricerca che non era a questo finalizzata. Va anche avvertito che la domanda previ- 

167 



derà nel futuro la sopravvivenza o meno dei dialetti. Pur non essendo sta- 
ta richiesta alla fascia giovanile dei nostri informatori, come già avvertito, 
una specifica competenza dialettale per partecipare al rilievo, tutto som- 
mato dalle loro note di presentazione ne è emersa più di quanto ci aspet- 
tassimo. In particolare, sui 16 parlanti giovani, solo 1 ha escluso di posse- 
dere qualunque competenza dialettale, 2 hanno dichiarato di averla solo 
passiva, 4 hanno confessato un uso del dialetto sporadico e modesto, 
mentre i 9 rimanenti hanno affermato di averne una competenza anche at- 
tiva. Anzi ben 5 di questi ultimi hanno fatto esplicito riferimento al dialet- 
to come "prima lingua imparata"^^ anche se 3 di essi hanno in realtà atte- 
stato di italiano e dialetto un apprendimento contemporaneo. Interessante, 
in quanto ci riporta a un modello familiare che ha caratterizzato fortemen- 
te l'Italia degli ultimi decenni, la loro comune spiegazione di questo ruolo 
del dialetto nella loro formazione primaria e cioè l'essere stati nei primi 
anni della loro vita, a causa dell'attività lavorativa di entrambi i genitori, 
allevati per buona parte del tempo dai nonni, evidentemente dialettofoni 
come è ancora comune per la generazione degli attuali "anziani". D'altra 
parte, e come era prevedibile, la famiglia è stata attestata come luogo in 
cui il dialetto è ancora codice di comunicazione corrente anche da altri 
giovani, che pure hanno affermato di non avere praticamente altre occa- 
sioni di impiegarlo negli altri domini. Solo in un paio di casi^"* l'acquisi- 
zione di una competenza dialettale è stata invece attestata fuori dalla fa- 
miglia, cioè all'epoca dell'ingresso nella scuola e quindi dell'inserimento 
nel gruppo dei pari^-\ Altrettanto prevedibili, ma comunque significative, 
le numerose affermazioni-^^ di uso dialettale con funzioni ludico - espres- 
sive (quando ci si arrabbia, per scherzare, per imprecare, per parlare con 
gli animali) in quella, cioè, che sembra essere in effetti oggi in buona par- 
te di Italia una delle sacche di resistenza e di riassestamento dei dialetti 
per giovani che ne hanno una competenza anche molto parziale e relativa. 



sta dal questionario non richiedeva esplicitamente di distinguere tra competenza dialettale 
attiva e passiva, precisazione che è però emersa in alcuni casi con chiarezza dalle parole 
degli informatori mentre in altri casi è stata recuperabile attraverso l'analisi delle risposte 
alle domande sull'uso di italiano e dialetto nei diversi domini. 

" F-I-Sordevolo, M-I-Testona, M-I-Sordevolo, M-I-Orio, M-I-Galliate. 

^'^ M-I-Verzuolo e M-I-Vercelli, certo non a caso maschi entrambi, dal momento che 
altre ricerche ci hanno mostrato come la sopravvivenza di uso del dialetto nella comunica- 
zione giovanile sia appannaggio particolarmente della componente maschile. 

^^ Osserva M-I-Vercelli: "Da piccolo non lo impari mica". 

^^ Ricavabili anch'esse dalla batteria di domande sull'uso di lingua e dialetto nei di- 
versi domini. 

168 



com'è indubbiamente ormai il caso di quelli di buona parte della nostra 
regione. 

Da notare infine, a margine, che nessuno dei giovani intervistati, come 
del resto è stato per i parlanti delle altre fasce generazionali, ha ammesso, 
a fronte di una domanda esplicita a riguardo (la 18), di essersi mai vergo- 
gnato del dialetto; le risposte negative a riguardo sono state anzi in genere 
ferme e fiere, tanto che la portata di questo entusiasta lealismo ci porta a 
leggerlo, nella sua compattezza, come probabile frutto di un attuale, gene- 
ralizzato condizionamento ideologico che sembra del resto essere alla ba- 
se di molte delle "risorgenze""*^ dialettali che abbiamo visto manifestarsi 
in questi ultimi anni anche nella nostra regione. 



^^ Citando un termine usato da Gaetano Berruto anche in questa sede procidana. 

169 



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171 



Routines conversazionali monolingui e mistilingui in Pie- 
monte 

Silvia Dal Negro (Vercelli) 



1. Introduzione 

In un contesto di italofonia ormai generalizzata, i processi di language 
shift che avrebbero dovuto portare alla rapida scomparsa dei dialetti in 
Italia sembrano essersi arrestati o comunque avere rallentato il loro corso 
e non sono giunti a completamento nemmeno in quelle regioni (come ad 
esempio la Lombardia e il Piemonte) nelle quali il fenomeno di forte re- 
gressione dei dialetti appariva, fino a uno o due decenni fa, irreversibile. 
In realtà, l'impressione che si ricava dall'osservazione diretta e da una 
scorsa alla bibliografia italiana più recente (per l'area piemontese cfr. ad 
esempio Berruto 2002 e Cerniti 2003) è che i dialetti si stiano ritagliando 
nuovi spazi e stiano assumendo funzioni in parte diverse rispetto a quella 
tradizionale che li vedeva come codice primario di comunicazione per la 
maggior parte della popolazione ^ 

Da un'analisi dei dati ISTAT sugli usi linguistici della popolazione re- 
lativa all'anno 2000 si osserva che, pur diminuendo l'uso esclusivo del 
dialetto (ma appunto a ritmo meno sostenuto che in passato), aumenta 
l'uso alternato dei due codici nei tre macro-ambiti considerati (famiglia, 
con gli amici, con estranei). Si tratta, come si può intuire, di un nuovo ti- 
po di dialettofonia, caratterizzata dalla coesistenza, virtualmente presso 
tutti i parianti dialettofoni e in tutte le situazioni comunicative, del dialet- 
to con la lingua nazionale. Questo fatto, unito alla distanza strutturale re- 
lativamente bassa fra i due codici e, di conseguenza, all'alto grado di in- 
tercomprensibilità, fa sì che l'uso dell'uno o dell'altro possa emergere in 
un'ampia gamma di situazioni e di domini che a prima vista non sembre- 
rebbero del tutto appropriati. 

1 II cambiamento funzionale del dialetto all'interno del repertorio linguistico appare in 
modo molto chiaro nei dati raccolti da Cerniti (2003), dai quali emerge come l'uso dialet- 
tale spontaneo delle generazioni più anziane sia stigmatizzato e rifiutato dai parlanti gio- 
vani che ne prediligono invece un uso intenzionale e controllato. 

173 



L'obiettivo di questa ricerca è proprio quello di indagare l'interazione 
fra i codici compresenti localmente in un contesto nel quale l'uso del dia- 
letto sia considerato sociolinguisticamente marcato, per lo meno in Pie- 
monte. Si tratta di brevi interazioni linguistiche caratterizzate da un grado 
molto basso, praticamente nullo, di familiarità fra gli interlocutori, da no- 
tevole ritualità e prevedibilità, dalla funzione prevalentemente transazio- 
nale e dal contesto pubblico e anonimo nel quale si svolgono. Partendo 
dunque da una prospettiva fortemente sfavorevole all'attivazione del dia- 
letto, si voleva innanzitutto verificarne la presenza. Inoltre, data la preve- 
dibilità del tipo di interazione, è stato possibile controllare una serie di 
variabili contestuali potendosi invece concentrare su un numero ridotto di 
queste e sulla loro correlazione con la presenza del dialetto. 

Per questa indagine sono state raccolte oltre 500 brevi registrazioni 
anonime (con durata media dai pochi secondi ai 2-3 minuti) di richieste di 
indicazioni stradali rivolte a sconosciuti nell'area del Piemonte nord- 
orientale da parte di studentesse della Facoltà di Lettere e Filosofia di 
Vercelli, da alcuni collaboratori e da me stessa tra il 2001 e il 2003; una 
trentina di registrazioni sono invece tratte da un corpus più recente rac- 
colto con la collaborazione di Alessandro Vietti per ovviare ad alcuni sbi- 
lanciamenti nelle variabili indipendenti scelte-. La ricerca presentata in 
queste pagine si limita all'analisi di una selezione di 400 registrazioni 
tratte dal corpus completo. 

Dati raccolti con tecniche e in situazioni comunicative analoghe sono 
già stati utilizzati in lavori volti ad indagare la scelta dei codici e delle va- 
rietà in comunità bilingui o dilaliche, come è il caso presentato qui. Si ve- 
dano ad esempio Gardner-Chloros (1985), Dittmar / Schlobinski / Wachs 
(1988), Miglietta (1994 e 1996), e soprattutto Sobrero (1992a e 1992b). 
Dal punto di vista metodologico, la tecnica di elicitazione dei dati scelta 
rientra nei "rapid and anonymous observations" à la Labov, elaborata per 
indagare la stratificazione sociale di singoli fenomeni linguistici su un 
ampio campione di parlanti (cfr. ad esempio il notissimo Labov 1972a 
sulla variabile 'r' nell'inglese newyorkese elicitato da commessi di tre de- 
partment stores). L'utilizzo di un corpus con queste caratteristiche pre- 
senta indubbi vantaggi per gli obiettivi posti nelle premesse al lavoro. La 
brevità, l'anonimato, la neutralità dell'argomento e la non marcatezza 
della situazione permettono di raccogliere molti dati in un tempo relativa- 

^ Ringrazio per la preziosa ed entusiastica collaborazione Carla Lorizzo e Marco Alle- 
gra, oltre alle (allora) studentesse Vania Caliaro, Annalisa Carta, Lorenza Cattaneo, Mi- 
chela Cerniti Rigozzi, Romina Deasti, Elisa Gallone, Anna Viola e Silvia Zanella. 

174 



mente breve e di registrare a microfono nascosto, controllando al tempo 
stesso alcune variabili (il che garantisce un buon grado di comparabilità 
dei dati e la possibilità di formulare generalizzazioni). Ma ciò che più 
conta ai fini di un'indagine sulla scelta dei codici è che i dati elicitati so- 
no del tutto spontanei. Al momento della richiesta, infatti, l'interlocutore 
era inconsapevole di essere registrato^, per cui vengono quasi annullate le 
note distorsioni dovute alla situazione di elicitazione e registrazione. Ciò 
non vale invece per i turni del rilevatore, le cui scelte linguistiche sono in 
larga parte controllate e prevalentemente'^ indipendenti dalle altre variabi- 
li contestuali. 

Un corpus siffatto non è naturalmente esente da limiti, innanzitutto la 
cattiva qualità di molte delle registrazioni, che è stato necessario scartare, 
quindi la mancanza di informazioni sulle persone registrate, la difficoltà 
nella ricostruzione del contesto e di conseguenza nell'interpretazione dei 
comportamenti linguistici. Va notato, infine, che sebbene non si sia opera- 
ta una campionatura probabilistica (anche per la difficoltà oggettiva di in- 
dividuare una popolazione di riferimento^), come si vedrà, il campione 
appare tutto sommato abbastanza ben proporzionato nella sua stratifica- 
zione. 



2. Il Piemonte nord-orientale come area linguistica 

L'area nella quale è stato raccolto il corpus è compresa nelle quattro 
province di Vercelli, Biella, Novara e Verbano-Cusio-Ossola, un territorio 
che appartiene amministrativamente al Piemonte ma che costituisce, dal 
punto di vista storico, culturale e linguistico, una tipica area di transizio- 
ne, dai confini sfumati, tra Piemonte e Lombardia. 

Consideriamo qui brevemente la disomogeneità dal punto di vista lin- 
guistico, cioè dei dialetti tradizionalmente parlati in questa zona. Per una 

^ Né le reali intenzioni dello scambio linguistico sono state rivelate in un secondo mo- 
mento. Si ritiene tuttavia che il tipo di scambi, brevissimi, del tutto neutrali riguardo al- 
l'argomento, e la casualità con la quale sono state fermate le persone per strada, garanti- 
scano il completo anonimato delle stesse. 

■* In realtà l'alto numero di collaboratori ha reso piuttosto difficile un controllo totale 
delle variabili indipendenti. Si consideri che il rilevatore è nella maggior parte dei casi un 
membro della comunità linguistica in esame e parte attiva dell'evento sociolinguistico che 
osserva e perciò non può essere del tutto libero dalle influenze del contesto sulle sue stes- 
se scelte linguistiche. 

' Cfr. però De Masi (1992: 173) che considera come popolazione di riferimento per un 
campione analogo al mio l'insieme degli individui che con qualche probabilità si incontra- 
no per strada a certe ore del giorno. 

175 



prima ricognizione delle suddivisioni dialettali può bastare il confronto di 
alcune carte dell'AIS e dell'ALI, le quali permettono di seguire la distri- 
buzione di tratti linguistici secondo un modello a strati, per cui muoven- 
dosi da ovest verso est la presenza di tratti tradizionalmente classificati 
come lombardo-occidentali aumenta progressivamente sostituendosi a 
tratti più tipici delle parlate piemontesi. Il dato più interessante che emer- 
ge da una prima ricognizione, pur approssimativa, riguarda la distribuzio- 
ne delle isoglosse lungo assi nord-sud in corrispondenza del corso dei fiu- 
mi e dei torrenti principali e delle rispettive valli. In particolare emerge 
una nutrita serie di isoglosse che si infittiscono seguendo il corso del Se- 
sia dividendo l'area in esame in due sub-regioni: variabili come, per cita- 
re solo alcuni esempi tra i tanti disponibili, il tipo lessicale lavor- (est) vs. 
il tipo traval- (ovest); la forma della particella di negazione, mìa o niit/nut 
(est) vs. net) (ovest); la forma dei pronomi personali di terza persona, 
lu(i), le (est) vs. cél, cela (ovest). Altre isoglosse, invece, includono o 
escludono quasi interamente il territorio nell'area dialettale piemontese, 
caratterizzandolo di fatto come tipica zona di transizione. Due esempi del 
primo tipo sono l'inclusione di buona parte del territorio (ne restano 
escluse frange nella zona del Verbano e a est di Novara) nell'area interes- 
sata dall'uscita in -è degli infiniti della prima coniugazione e dall'esito 
velarizzato di -al- (tipo aut vs. alt 'alto'). Un esempio del secondo tipo è 
invece l'esclusione di tutta l'area dalla palatalizzazione di -cl- di tipo 
piemontese (tipo vej vs. vec 'vecchio'). 

Il continuum dialettale che emerge anche dal confronto di pochi tratti 
linguistici, si riflette nell'italiano parlato in quest'area, di gran lunga il 
codice più documentato in tutte le registrazioni raccolte. Se i fenomeni 
più appariscenti si riconoscono a livello prosodico, con un'intonazione di 
tipo lombardo nell' Ossola e, più a sud, a est della linea Borgomanero-No- 
vara, si possono riconoscere anche altri tratti, ad esempio relativi all'aper- 
tura / chiusura delle vocali medie e all'arretramento di /a/. 

Più rilevanti per la presente ricerca sono però le differenze di carattere 
sociolinguistico fra le due aree comprese in questa parte del Piemonte, 
una, di carattere più urbano e industriale, gravitante attorno a Novara e 
proiettata verso la Lombardia con il potente polo di attrazione di Milano; 
l'altra più rurale, più periferica e forse maggiormente caratterizzata come 
piemontese. L'ipotesi, che come vedremo troverà conferma nei nostri da- 
ti, è che l'area orientale, confinante con la Lombardia, risulti meno dialet- 
tofona nel contesto specifico oggetto di questa indagine, proprio per il 
suo carattere più schiettamente urbano e per la sua vocazione come area 
di scambio e transizione, mentre nei centri agricoli (di varia dimensione) 

176 



del vercellese e del biellese la presenza del dialetto dovrebbe emergere 
con maggior forza all'interno di comunità (almeno apparentemente) più 
radicate sul territorio. 



3. Dati quantitativi 

Si considerino ora alcuni aspetti generali che caratterizzano il corpus 
dal punto di vista quantitativo e che permettono già di intravedere alcune 
regolarità che emergeranno però in modo piìi evidente con un'analisi 
multi variata dei dati. 

Avendo la ricerca come scopo principale quello di verificare la presen- 
za del dialetto nel nostro corpus di indicazioni stradali e di valutare il pe- 
so relativo di diversi fattori sulle scelte linguistiche dei rispondenti, il co- 
dice usato nella risposta costituisce la variabile dipendente dell'analisi 
quantitativa. Per semplificare l'analisi, tuttavia, è stato necessario ridurre 
la varietà di casi di compresenza di italiano e dialetto, troppo dispersiva, a 
due sole varianti, e cioè all'uso esclusivo dell'italiano e alla presenza, 
seppur minima, del dialetto nei turni dell'interrogato. In seguito si mo- 
strerà come questo 'uso del dialetto' corrisponda in realtà ad un'ampia 
gamma di possibilità linguistiche e discorsive, la cui varietà è però diffi- 
cilmente riconducibile ad un'analisi quantitativa e che verrà perciò recu- 
perata in un secondo tempo (vedi § 4). 

Per quanto riguarda le variabili indipendenti, cioè i fattori potenzial- 
mente significativi nel descrivere e spiegare il comportamento linguistico 
dei parlanti, si è preso in considerazione il sesso e l'età dell'informatore^, 
il sesso del rilevatore, la località nella quale è avvenuto lo scambio (se 
città, paese o centro di media grandezza^), l'area (occidentale, province di 
Vercelli e Biella, o orientale, province di Novara e Verbania) e il codice 
usato dal rilevatore (anche in questo caso esclusivamente italiano vs. dia- 
letto o misto italiano e dialetto). Per quanto riguarda l'età, le diverse fasce 
che erano state registrate in un primo momento sono state accorpate in 
due grosse fasce (+/- 40 anni approssimativi) per evitare la dispersione 
dei dati. Infine, altre variabili situazionali, quali ad esempio il fatto che 
l'informatore fosse in compagnia e interagisse dunque anche con un'altra 
persona, o che il rilevatore fosse locale o meno, sono state escluse dall'a- 

^ Per l'inserimento del parlante in una fascia d'età ci si è dovuti basare ovviamente 
sulla sola valutazione soggettiva del rilevatore. 

^ A questo fine mi sono rifatta ai dati demografici dell' ISTAT relativi al 2000 e ho 
classificato i comuni al di sotto dei 5.000 abitanti come 'paese', quelli tra i 5.000 e i 
10.000 come 'centro di media grandezza' e quelli superiori ai 10.000 come 'città'. 

177 



nalisi quantitativa e verranno recuperate nell'ambito di un'analisi piti 
puntuale di alcune registrazioni significative. 

Tab. 1 II campione 





Risposte 


TOTALE 


% 








solo italiano 


anche dialetto 






Domanda in italiano 


278 (92%) 


21 (7%) 


299 


74% 


Domanda in dialetto 


41 (40%) 


60 (59%) 


101 


25% 


Rilevatore M 


113(86%) 


18(13%) 


131 


32% 


Rilevatore F 


225 (83%) 


44(16%) 


269 


67% 


Città 


165 (93%) 


11 (6%) 


176 


44% 


Centro medio 


89 (83%) 


17(16%) 


106 


26% 


Paese 


84(71%) 


34 (28%) 


118 


29% 


Zona est 


181 (91%) 


17 (8%) 


198 


49% 


Zona ovest 


157(77%) 


45 (22%) 


202 


50% 


Informatore M 


154(81%) 


35(18%) 


189 


47% 


Informatore F 


184(87%) 


27(12%) 


211 


52% 


Inform. <40 a. 


172(95%) 


8 (4%) 


180 


45% 


Inform. >40 a. 


166 (75%) 


54 (24%) 


220 


55% 


TOTALE 


340 (85%) 


60(15%) 


400 


100% 



Come si può osservare dai dati riportati nella Tab. 1, non tutti i fattori 
all'interno di ciascun gruppo sono parimenti rappresentati, ciò vale so- 
prattutto per il caso della prima variabile, quella della lingua usata dal ri- 
chiedente, per la quale il numero di richieste in dialetto copre solo un 
quarto dell'intero campione. In generale, però, la distribuzione dei dati 
appare del tutto accettabile trattandosi di un corpus spontaneo, con fina- 
lità essenzialmente esplorative. Da una prima lettura dei valori assoluti e 
percentuali si può osservare che l'uso del dialetto da parte dell'interroga- 
to sembra correlato alla richiesta in dialetto, a un contesto non urbano 
nella parte occidentale dell'area in esame, e all'età piti anziana dell'inter- 
rogato. Invece, il sesso del richiedente e dell'interrogato non sembrano 
correlare con la scelta del codice. 

A partire da questi dati è possibile costruire un modello probabilistico 
che misuri il peso relativo delle variabili indipendenti sull'incidenza del- 
l'uso del dialetto da parte dei nostri inconsapevoli informatori, che esclu- 
da quelle variabili che non sono statisticamente significative (individuan- 
do eventuali interferenze reciproche fra variabili) e, infine, che calcoli la 
probabilità di occorrenza di un dato fenomeno (nel nostro caso l'uso del 
dialetto) a parità di tutti gli altri fattori (annullandone cioè il peso relati- 
vo). Tale modello, applicato ad un campione come il nostro e relativa- 
mente ad una variabile quale la presenza o meno del dialetto nel parlato 

178 



spontaneo, non può naturalmente avere valore predittivo in senso forte; si 
tratta però di un potente strumento descrittivo che permette una lettura 
più dinamica dei dati. 

Per questo tipo di analisi mi sono avvalsa di VARBRUL, il program- 
ma pili diffuso per l'analisi multi variata nella sociolinguistica quantitati- 
va, elaborato da Sankoff alla fine degli anni '70 e di cui esiste ora una 
versione aggiornata (GOLD VARE; cfr. Robinson / Lawrence / Taglia- 
monte 2001), piià intuitiva e dunque di più facile utilizzo. Rispetto ad altri 
programmi di analisi statistica, Varbrul, che si avvale di un modello di re- 
gressione logistica, si presta particolarmente bene alla sociolinguistica e 
in particolare all'analisi di campioni raccolti sul campo, tipicamente più 
sbilanciati e con minor controllo sulle variabili rispetto a campioni co- 
struiti in laboratorio^. 

In una prima fase dell'analisi (analisi step-up-step-down) vengono in- 
dividuati i fattori che non contribuiscono in modo significativo alla varia- 
zione, che possono così essere eliminati dal modello finale. Nel nostro ca- 
so l'analisi giudica non significativo il sesso, sia dell'interrogato sia del 
richiedente, mentre la variabile relativa all'area geografica (orientale e 
occidentale) appare poco significativa ma non viene comunque rifiutata 
dal modello. 

Il modello che ne risulta è riportato nella Tab. 2 nella quale sono indi- 
cati i valori percentuali di applicazione della regola (presenza del dialetto 
nella risposta) per ognuno dei fattori considerati, i valori attesi in base al 
modello e il peso relativo dei fattori. A questo proposito va ricordato che 
un valore superiore a 0.5 corrisponde ad un'influenza positiva di quello 
specifico fattore affinché la regola si applichi (cioè che emerga il dialet- 
to), mentre valori al di sotto di 0.5 indicano un'influenza negativa, cioè 
un'alta probabilità che la regola non si applichi. Fattori che presentano 
valori attorno allo 0.5, infine, sono meno influenti nell'applicazione o 
meno della regola. Da ultimo viene riportato il valore Pg con il quale si in- 
dica la probabilità media di applicazione della regola all'interno del cor- 
pus annullando il peso dei diversi fattori^. 



* Per questa parte di analisi dei dati un contributo decisivo mi è stato dato da Alessan- 
dro Vietti. Sull'applicazione di Varbrul alla ricerca in sociolinguistica cfr. Paolillo (2002), 
Bayley (2002), Vietti (2005). 

^ Come si può osservare, pO corrisponde ad una percentuale deir8%, notevolmente in- 
feriore alla percentuale di effettive risposte parzialmente dialettali elicitate (15%, vedi 
Tab. 1). 



179 



Tab. 2 Peso relativo dei fattori 





risposta anche in dialetto 


valori attesi 


peso del fattore 


Codice 
domanda 


anche dialetto 
solo italiano 


0.41 
0.07 


0.26 
0.05 


0.798 
0.386 


Località 


paese 

centro medio 
città 


0.29 
0.16 
0.06 


0.14 
0.09 
0.05 


0.645 
0,525 
0.387 


Età interrogato 


>40 
<40 


0.25 
0.04 


0.16 
0.03 


0.681 
0.284 


Area 


ovest 
est 


0.22 
0.09 


0.11 
0.06 


0.586 
0.412 



400 tokens 
Pg! 0.082 

A parità di significatività la presenza del dialetto nei turni del richie- 
dente risulta il fattore più "pesante" nel determinare la presenza del dia- 
letto nella risposta, seguito, ad una certa distanza, dall'età più anziana 
dell'interrogato e dal fatto di trovarsi in un piccolo centro abitato. A que- 
sto proposito va ricordato che la variabile 'località' è di tipo contestuale e 
non demografico, riguarda cioè dove avviene l'interazione e non il luogo 
di residenza o di origine dell'informatore (che non ci è dato sapere"^). Ciò 
sembra comunque rilevante perché, se l'informatore è dialettofono, sarà 
con maggiore probabilità in un piccolo centro che questa dialettofonia po- 
trà emergere. Viceversa, tra i "pesi" negativi, l'età più giovane dell'inter- 
rogato è il fattore che con maggiore forza impedisce l'applicazione della 
regola, cioè l'emergere del dialetto nella risposta, seguito con valori quasi 
identici dal contesto urbano e dalla richiesta formulata in italiano. L'ana- 
lisi multivariata prodotta da Varbrul sembra invece escludere come non 
significativa la variabile sesso '^ 

"^ In diverse registrazioni, tuttavia, l'informatore dichiara la propria estraneità alla lo- 
calità nella quale avviene l'interazione, spesso, ma non necessariamente, per evitare di 
fornire una risposta: indicativamente potrebbe essere in questa direzione nella piazza lì + 
perché lì e 'è la piazza + per cui_ + però io non sono di Trecate. Oppure, con risposta in- 
teramente in dialetto: mi so mia + so mia perchè mi + su mia da ki mi 'non lo so perché 
non sono di qui, io'. 

" Un confronto diretto con i dati discussi in Sobrero (1992a e 1992b) è possibile solo 
in parte per la maggiore ampiezza del corpus salentino e per il numero maggiore di varia- 
bili considerate in quello. Anche in quel caso, comunque, la scelta del dialetto è correlata 
positivamente con l'ambiente rurale (paese), con l'età più elevata (e più ancora con ceto e 
grado d'istruzione bassi) e con l'uso del dialetto nella domanda, notando una convergenza 
soprattutto nei primi turni dell'interazione. Anche qui il sesso non risulta significativo 
(Sobrero 1992a: 167). 

180 



Tuttavia, un'analisi piiì attenta dei dati ottenuta incrociando due varia- 
bili alla volta ha fatto emergere modelli di variazione almeno in parte di- 
versi per le donne e per gli uomini, mettendo in evidenza come la variabi- 
le del genere risulti invece significativa tenendo conto della strutturazione 
intema dei due gruppi presi individualmente piuttosto che dal confronto 
diretto dei due generi considerati come fattori della stessa variabile. 

Dividendo il corpus in due sottocampioni (uno per genere), i dati sui 
quali effettuare l'analisi si restringono ulteriormente provocando una ri- 
duzione dei fattori che continuano a risultare significativi: in particolare, 
come si può osservare dalla Tab. 3, il modello esclude l'area geografica 
per il sottogruppo delle donne e la località per il sottogruppo degli uomi- 
ni. 

Tab. 3 Variabile sesso 





Donne 


Uomini 


Codice 
domanda 


anche dialetto 
solo italiano 


0.910 
0.316 


0.725 
0.418 


Età interrogato 


>40 
<40 


0.771 
0.231 


0.613 
0.328 


Località 


paese 

centro medio 
città 


0.763 
0.571 
0.290 




Area 


ovest 
est 




0.616 
0.378 



Donne: 


Uomini: 


211 tokens 


\m tokens 


p^: 0.026 


p^: 0.142 



Il primo dato che emerge con evidenza osservando i valori riportati 
nella Tab. 3 riguarda la percentuale di applicazione della regola annullan- 
do il peso di tutti i fattori (il valore Pq), che, come si può notare, per le 
donne è inferiore di 6 punti rispetto al valore riscontrato sul campione in- 
tero, mentre per gli uomini è addirittura superiore di 6 punti. Questo spie- 
ga perché la variabile sesso venisse rifiutata dal primo modello: i due sot- 
togruppi si annullano a vicenda, probabilmente interagendo con altre va- 
riabili in modo però diverso l'uno dall'altro. Nel campione delle donne le 
tre variabili che risultano significative presentano una polarizzazione dei 
valori molto maggiore di quella risultante nel campione degli uomini, co- 
sì come di quella relativa all'intero campione. Ciò è vero in particolare 
per l'età e per il codice usato nella richiesta, dove il valore relativo a 'do- 
manda in dialetto' ha un'incidenza fortissima nella probabilità che l'infor- 

181 



matrice usi a sua volta il dialetto nella risposta. Per gli uomini, viceversa, 
il fattore contestuale del codice usato dall'interlocutore ha un peso molto 
minore, così come è minore la polarizzazione rispetto alle due fasce d'età. 

Quanto alle altre due variabili geografico-territoriali, esse sembrano 
fare da sfondo alle considerazioni appena esposte: il modello emerso per 
le donne (forte sensibilità a fattori contestuali e polarizzazione delle due 
fasce d'età) vale soprattutto in contesto rurale (paese), mentre per gli uo- 
mini un modello di dialettofonia piti diffusa in parte indipendente da altri 
fattori, emerge forse con maggior forza nell'area del vercellese e del biel- 
lese. 

In conclusione, questa analisi differenziata per i due generi permette di 
dare una lettura piij articolata alla variabile indipendente 'sesso': da una 
parte l'uso del dialetto per le donne sembra maggiormente condizionato 
dall'età di quanto non lo sia per gli uomini, dall'altra le donne risultano 
mediamente molto più sensibili degli uomini nelF adeguarsi alla scelta del 
codice del loro interlocutore. Più in generale si può affermare che per le 
donne del campione l'incidenza delle variabili (in particolare il codice 
usato dall'interlocutore) sia molto maggiore che non per gli uomini. 

4. Per una tipologia degli scambi linguistici 

Come è emerso con grande evidenza dall'analisi quantitativa dei dati, 
la variabile che sembra pesare maggiormente sulle scelte linguistiche dei 
nostri anonimi interlocutori è quella relativa al codice usato dal richieden- 
te, una variabile che, nel caso delle donne, è risultata ancora più significa- 
tiva. Ciò presuppone un bilinguismo potenziale italiano-dialetto diffuso 
sul territorio che può essere attivato o meno dal parlante a seconda del 
contesto. Il tipo di dati raccolti, che azzera di fatto la variazione in rela- 
zione alla situazione, all'argomento e al grado di familiarità tra gli inter- 
locutori, rende a maggior ragione evidente come i parlanti si pongano di 
fronte ad un particolare evento comunicativo, per quanto neutro e poco 
significativo, interpretandolo e attualizzando in modi anche molto diversi 
il repertorio linguistico di cui essi dispongono. 

Dell'interlocutore (richiedente) si è messa in evidenza soprattutto la 
scelta linguistica, in quanto statisticamente significativa e facilmente ri- 
conducibile a due varianti contrapposte. Va tuttavia ricordato che l' inter- 
locutore-richiedente, sebbene invariabilmente sconosciuto all'inconsape- 
vole informatore, si presenta in realtà come un fascio di tratti sociali, geo- 
grafici e anagrafici che possono essere riassunti almeno in due figure con- 
trapposte. Da una parte quella dell'individuo che si muove all'interno del- 

182 



la propria comunità (intesa in senso lato, come microregione), dall'altra 
quella dell'estraneo, di passaggio nella località dove avviene l'incontro. 
E' chiaro che un lavoro di interpretazione di questo insieme di fattori da 
parte dell'interpellato può influenzare in maniera decisiva le proprie scel- 
te linguistiche. 

A questo proposito si vedano due esempi a confronto. Un interlocuto- 
re-richiedente tipicamente locale (si tratta di una studentessa residente 
nella zona), la cui richiesta presuppone una certa familiarità con il territo- 
rio (es. 1) può elicitare una risposta mista italiano-dialetto pur parlando 
solo in italiano, cosa che difficilmente potrebbe avvenire con un interlo- 
cutore-richiedente palesemente non locale (es. 2). 

(1) Carisio (VC): studentessa e donna anziana 

\St\ buongiorno mi scusi, sa mica dirmi dov'è la raymond qua a Ca- 
risio? 
MA buìjdì ... uh sì ... alóra, cela l-a d-arjdé sempe dricia 

'Buongiorno, allora, Lei deve andare sempre dritto' 
\St\ eh 
\F\ poi dopo ad uq certo pugto la gira a sinistra, s-a sbaglia 

gnarjca sa la vor 

'Poi ad un certo punto gira a sinistra, non si sbaglia neanche se 

vuole' 
\St\ mh [RIDE] 
\R perché ... lei prosegue sempe dric' 

'Perché, Lei prosegue sempre dritto' 
\St\ sì 
\F\ a la prima via a sinistra ...la gira la s-cera scrit raimor)... sa 

sbaglia nerj 

'Alla prima via a sinistra, gira, vede scritto Raymond, non si 

sbaglia' 
\St\ ah va bene, grazie mille, buona giornata 
\F\ grazie 

(2) Livorno Ferraris (VC): SDN e due donne anziane 

\Sil\ scusate 

\F\ prego 

\Sil\ c'è un supermercato qua vicino? 

\F\ eh qua vicino &no& 

\F2\ &deve andare in fon/& 

\PA &al fondo al fondo del viale 

\Sil\ ah ho capito ... è lontano? 

\F\ ma no no 



183 



\Sil\ adesso vedo 

\F\ si vede la fine di qua 

\F2\ dove c'è il monumento poi 

\Sil\ ah 

\F2\ si trova il monumento alla sua sinistra, gira così c'è il &su/ 

supermercato 
\F\ &il supermercato 

\Sil\ vado giù di qui 
\F2\ eh sì 
\Sil\ grazie 

Come si è già anticipato, la presenza del dialetto nei turni dell'interro- 
gato può variare in modo considerevole. Calcolando il numero di parole o 
di morfemi in entrambi i codici è teoricamente possibile ordinare le regi- 
strazioni in base alla percentuale di dialetto presente in ognuna delle regi- 
strazioni. Tuttavia una procedura di questo genere non ci direbbe nulla su 
come il dialetto si colloca all'interno di questi brevi scambi, né se il suo 
rapportarsi all'italiano possa dirsi in qualche modo significativo. Sempre 
appoggiandosi a criteri oggettivi le registrazioni miste italiano-dialetto si 
possono invece classificare a seconda che la commutazione di codice sia 
di tipo inter- o intrafrasale, cioè rispettivamente come casi di commuta- 
zione di codice vera e propria (vedi ess. 3-4) o come casi meglio definibi- 
li come enunciazione mistilingue (vedi ess. 5-6). 

(3) Trecate (NO): SDN e due donne anziane 

\F2\ allora lei quando arriva- 
VF 1\ la prima/ praticamente trova la prima via sulla destra 
\F2\ sì 

\F1\ in fondo alla via sbuca dove c'è la piazza 
\Sil\ grazie 
\F1\ va sempre dritto 
\F2\ eh ... sbaglia mia 

'Non sbaglia' 
\Fl\ehsì 
\Sil\ grazie 
\F2\ arrivederci 

(4) Novara, rilevatore e tre anziani 

\M\ deve fare ... seicento metri 

\M2\ sempre diritto 

\M\ se vuol prendere il pulman prende il tre, il cinque 

184 



\Ril\ però a piedi sono seicento metri? 

\M2\ seicento metri ... /m l-è giiien, dés miniit l-è là 

'Seicento metri, Lei (lett.: lui) è giovane, in dieci minuti è là' 
'\F\ eiì l-è gióvéne 
Eh, è giovane" 

r "> 
L---J 

(5) Santhià (VC): studentessa e uomo di mezza età 

\St\ buonasera scusi, volevo chiedere se sa mica dov'è il comune? 

\M\ buonasera, eh ... /-municipio? 

\St\ sì 

\M\ municipio ... dritti a la rotunda, a la rotonda giri a snistra 

\St\ mh 

\M\ la prima via a destra/ l-second fabricato a destra è /-municipio, prima 

dia piassa 
\St\ ah, va bene, va bene 
\M\ buonasera 
\St\ grazie 

(6) Livorno Ferraris (VC): studentessa e uomo anziano 

\St\ [...] non sa mica, / cercuma ël museo ferraris 

'Non sa, cerchiamo il museo Ferraris' 
\M\ il museo? 
\St\ sì 
\M\ là ... nt-è cula ... quella casa là eh già/ gialla no? 

'Là dove c'è quella, quella casa gialla' 
\St\ ah quella giaunal 

'Quella gialla?' 
\M\ eh, e sótaj-è na porta dencó ... duèrta 

'E sotto c'è anche una porta, aperta' 
\St\ mhm 
\M\ entra h dentro l-è il museo 

'Entra, lì dentro è il museo' 

A questo punto è interessante capire come queste diverse possibilità di 
combinazione di italiano e dialetto si inseriscano nello schema piuttosto 
rigido e prevedibile delle richieste di indicazione stradale, schema ben il- 
lustrato in Sobrero (1992a), al quale rimando. 

Si considerino qui alcuni tipi ricorrenti per quanto riguarda la presenza 
del dialetto nei nostri dati. Nei casi in cui il richiedente usa il dialetto in 
apertura, marcando dunque da subito l'interazione come dialettofona, la 
prima reazione dell'interlocutore può essere del tutto divergente, presen- 
tando un uso esclusivo dell'italiano: 

185 



(7) Crova (VC): studentessa e donna giovane 

\St\ buongiorno, c-a ma sciisa, sa pô di-mi nte c-a l-è al bar nôu c- 
a I-arj duerîà chi a crova? 

'Buongiorno, mi scusi mi può dire dov'è il bar nuovo che han- 
no aperto qui a Crova?' 

\F\ prosegua dritto fino alla fine del paese, dopo la chiesa sulla destra 

\St\ grazie 

Con pili probabilità, però, l'interpellato reagisce con una risposta dia- 
lettale (es. 8) o mistilingue (es. 9 e anche 6 pila sopra), anche quando l'in- 
terlocutore non è evidentemente in grado di sostenere l'intera spiegazione 
in dialetto (es. 10). 

(8) Bìanzè (VC): due studentesse e donna anziana 

\Stl\ c-a ma scusa ...sa di-m nte c-a l-è la stasiùìj? 

'Buongiorno, può dirmi dov'è la stazione?' 
\F\eh? 
\Stl\ la stasiùr) ... nte c-a l-è? 

'La stazione, dov'è?' 
\F\ eh la stasiùr) fé che tume ëndëréra, quarj ch-i rìvaj diijt al bivio 

arjdòj dric ' 

'La stazione dovete tornare indietro, quando arrivate al bivio 

andate dritto' 
\Stl\ va beg grazie 
\St2\ grazie 

(9) Cigliano (VC): studentessa e donna anziana 

\St\ c-a ma sciisa madamiï), nte c-a i sufjje scòli médje? 

'Mi scusi signora, dove sono le scuole medie?' 
\F\ ahye scòle médje _ oh i sur) da l-auta part del pais ... alùra, 

adès qui trovi ël sens Unie, quindi, 

giri la tua destra, passi davanti l-uspidal, vai avagti fino al se- 
maforo [...] 

'Ah, le scuole medie, sono dall'altra parte del paese, allora, 

adesso qui trovi il senso unico, quindi 

giri sulla destra, passi davanti all'ospedale, vai avanti fino al 

semaforo ...' 

(10) Bellinzago (NO): rilevatore e uomo anziano 

\Ril\ scusi 
\M\ dica 

\Ril\ sa mia ndua l-è la stasior)? 
'Non sa dov'è la stazione?' 



186 



\M\ eh la stasiorj è un pu luntarj 

'Eh la stazione è un po' lontano' 
\Ril\ lontano? 

\M\ sì, deve prendere sta strada qui, deve fare circa un chilometro 
a piedi [...] 
L'apertura in dialetto viene dunque interpretata, nel nostro campione, 
come una richiesta di (o la disponibilità a) condurre l'interazione in dia- 
letto, richiesta che può essere accolta o meno. Manca, invece, in questo 
tipo di interazioni, un uso funzionale della commutazione di codice, più 
probabile, come si vedrà sotto, all'interno di dialoghi prevalentemente in 

italiano. 

Si noti che nell'intero corpus non si è riscontrato un solo caso di rea- 
zione (positiva o negativa che sia) a queste aperture in dialetto, tutte effet- 
tuate, inoltre, da individui giovani e in prevalenza di sesso femminile. 
Questo fa pensare ad una non marcatezza del dialetto in interazioni con 
estranei nell'area orientale del Piemonte, un fatto che mi sembra indicati- 
vo di una dialettofonia più diffusa e pervasiva di quanto non si sia soliti 

pensare'^. 

Ancora più frequente appare la scelta (convergente) di usare il dialetto 
in risposta ad ulteriori richieste di chiarimento nell'ultima parte dell'inte- 
razione dedicata alle spiegazioni, soprattutto nelle fasi cosiddette di con- 
trollo o di commento (cfr. Sobrero 1992a): 

(11) Sali (VC): studentesse e uomo anziano 

\St\ buongiorno 

\St2\ buongiorno 

\St\ è per di qua che si va a sali? 

\M\sì 

\St\ dobbiamo sempre andare dritto? 

\M\ aha eh eh ottocento metri è sali 

\St\ ah l-è facil parèj ? <— 

'Ah è così facile?' 
\M\ oh l-è un chilometro e sinsent metrë dal casil da strà 

'Oh, è un chilometro e cinquecento metri dal casello della strada' 
\St\ ah [RIDE] 
\St2\ [RIDE] va bene, grazie 
\M\ prego 

'2 Questi risultati contrastano invece con le reazioni anche molto negative raccolte da 
Massimo Cerniti nel corso di una ricerca analoga effettuata a Torino (comunicazione per- 
sonale). Cfr. anche Berruto (2004: 54-55) per un commento. 

187 



(12) Fontaneto (NO): rilevatore e donna di mezza età 

\Ril\ eh-, senta io devo andare verso cressa 

\F\allora trenta/ deve tornare indietro ... e- fa il ponte lì 

\Ril\ sì 

\F\ arriva là all'incrocio della statale. ìattraversa! la statale, sempre 

dritto arriva &a cressa& 

\Ril\ &ma-& l-è mia <— luntàrj? 

'Ma non è lontano?' 
VPA !no!- dii- dii miniit l-è le 

'No! Due minuti è lì' 
\Ril\ bene [RIDE] grazie 

I casi di commutazione di codice interfrasale sembrano invece occor- 
rere solo su iniziativa dell'interrogato e in genere ai confini tra le diverse 
fasi in cui si articola l'interazione, ad esempio in coincidenza con la fine 
della parte dedicata alle indicazioni e/o introducendo una valutazione (in 
genere positiva) sul percorso: 

(13) Valstrona (BI): studentessa e uomo giovane 

L...J 

\M\ allora da qui, da campore prosegue sempre dritto, passa il pon- 
te, fa un paio di tornanti e poi c'è un incrocio, si tiene sulla si- 
nistra, la va avarjti 'ciijcét metër, l-ariva alfrére <r- 
'... va avanti cinquecento metri e arriva al "Frére"' 

\St\ grazie 

\M\ buongiorno 

(14) Bianzè (VC): studentesse e uomo anziano 

\M\ la prima strada, a sinistra ... comunque vengo anch'io, se voj 
veni après [RIDE] 
'... se volete seguire' 
\St\ grazie [RIDE] 

E' dunque possibile individuare, in questi esempi di commutazione di 
codice, una funzione, ad esempio relativa all'organizzazione testuale-di- 
scorsiva, nel passaggio dall'italiano al dialetto, il che è appunto coerente 
con il loro statuto di commutazioni vere e proprie. Come già altre ricer- 
che sul code-switching hanno messo in rilievo'\ la commutazione di co- 



'^ Cfr. ad esempio i diversi saggi contenuti in Auer (1998) e in particolare l'introdu- 
zione al volume a cura di Auer stesso. 

188 



dice segnala spesso il passaggio da un nucleo tematico ad un altro, da un 
atto linguistico ad un altro, sfruttando il cambiamento di codice come ce- 
sura conversazionale forte. Trattandosi, per il nostro corpus di richieste di 
indicazioni stradali, di interazioni strutturate in modo molto rigido e ri- 
corrente è interessante notare come la disponibilità di due codici ben di- 
stinti nel repertorio linguistico della comunità venga utilizzata secondo 
modi e forme abbastanza ricorrenti e almeno in parte prevedibili. 

Una questione che si pone con questi nuovi scenari di persistenza del 
dialetto, pure a fronte di un'italofonia generalizzata, riguarda i valori o le 
funzioni proprie che si possano attribuire al dialetto, indipendentemente 
dai valori conversazionali appena visti, quasi assimilabili a quelli di se- 
gnale di articolazione del discorso. Si consideri ad esempio la preferenza 
del dialetto a ricorrere in concomitanza ai commenti; si può aggiungere 
che in questi contesti il passaggio al dialetto (o l'uso di frammenti in dia- 
letto) coincide anche con un cambiamento della chiave, nel senso di un 
aumento della familiarità, in parallelo ad una indubbia riduzione della di- 
stanza fra gli interlocutori, altrimenti perfetti estranei. Inoltre, al dialetto 
si associa indubbiamente una forte componente locale che, come è noto, 
può essere utilizzata sia in senso positivo, per coinvolgere l'interlocutore 
(v. es. 15), anche qui con un cambiamento della chiave oltre che dell'ar- 
gomento, sia negativo, per distanziarsene del tutto (es. 16). 

(15) Cureggio (NO): rilevatore e due donne anziane 

\F1\ ecco- lì dove c'è la posta lei va avanti lì dove c'è la posta giri 

a destra, lo vede 
\F2\ &e lo vede& 
\Ril\ &/-è mia luntarj?& 

'Non è lontano?' 
\Fl\eh? 

\Ril\ l-è mia luntarj? 
'Non è lontano?' 
\Fl\!noo, mano! 
\Ril\ chi visir)_ 

'Qui vicino' 
\Fl\sì- chi visir) l-è da da turbane arjca liii ... o no? 

'Sì, "chi visir)'" è di Borgomanero anche lui, o no?' 
\Ril\ sur) da briga 

'Sono di Briga' 
\F1\ ah tó mi sur) da burbané e lóra- a gh-è pòc ... ecco ... là in 
fondo 

'Ah bè, io sono di Borgomanero e allora c'è poca (differenza), 
ecco, là in fondo' 

189 



(16) Arona (VB): rilevatore (18 anni) e uomo anziano 

\Ril\ sa dov'è un tabacchino per caso? 

\M\ no, no no, mi so mia ... so mia perchè mi ... su mia da chi mi 
'No, no no, io non lo so, non lo so perché io non sono di qui, io' 

Funzioni analoghe del dialetto sono state riscontrate anche nell'analisi 
di corpora di parlato meno strutturati del nostro. Ad esempio, nei suoi da- 
ti di parlato spontaneo raccolti in un gruppo di adolescenti piemontesi (di 
area vercellese-biellese). Scaglia (2002: 85-87) osserva che i prestiti oc- 
casionali dal dialetto e gli episodi di commutazione di codice funzionano 
come segnali di cortesia supportiva, in particolare come in-groiip identity 
markers. Tra le funzioni conversazionali più evidenti, si nota ad esempio 
l'uso del dialetto in ordini e richieste, ottenendo come effetto una mitiga- 
zione degli stessi: cfr. ad esempio ciao, fami viighi 'fammi vedere', 'ndu- 
ma sia murëta 'andiamo sul muretto'. Non molto diversamente. Cerniti 
(2003: 47) nota come il dialetto funzioni, nel suo corpus di parlanti più 
giovani, tra l'altro per attenuare i rifiuti. 

5. Conclusioni 

Italiano e dialetto emergono con modi e proporzioni molto diversi nei 
dati spontanei raccolti chiedendo indicazioni stradali a sconosciuti in nu- 
merose località del Piemonte nord-orientale. A fronte di un'italofonia pre- 
ponderante, il dialetto fa comunque la sua comparsa ritagliandosi anche 
in questo ambito decisamente sfavorevole il suo spazio (con una media 
dell' 8% circa, annullando l'effetto delle diverse variabili). In piccoli cen- 
tri, in risposta a richieste dialettali o miste, l'interlocutore anziano o di 
mezza età utilizza il dialetto, sebbene quasi sempre affiancato all'italiano. 

L'analisi quantitativa dei dati condotta sul corpus ha permesso di indi- 
viduare interessanti correlazioni fra alcune variabili indipendenti. Come 
si è visto, la variabile che sembra avere un peso maggiore sulla selezione 
del dialetto da parte dell'interrogato è l'uso del dialetto da parte del ri- 
chiedente, un peso che si fa ancora più significativo per gli interrogati di 
sesso fenmiinile. 

Un'osservazione più attenta di questi scambi bilingui ha anche per- 
messo di individuare alcuni schemi ricorrenti di compresenza dei due co- 
dici e del passaggio dall'uno all'altro ricoprendo funzioni conversazionali 
o sociali, come quella di segnalare la cesura fra le diverse parti che strut- 
turano questi mini-dialoghi molto prevedibili e convenzionalizzati, oppu- 
re il passaggio ad un altro tipo testuale o ad una diversa chiave con lo 
scopo, ad esempio, di diminuire le distanze fra gli interlocutori. 

190 



In sintesi, la probabilità che emerga il dialetto in questi scambi dipen- 
de da una serie di variabili controllabili e da molte altre di tipo contestua- 
le, più difficilmente quantificabili, quali ad esempio l'aspetto esteriore 
(tratti somatici, abbigliamento) del richiedente, il tipo di richiesta, la com- 
presenza di pili persone, e da altre ancora di natura testuale e conversazio- 
nale. Tutti questi fattori spingono l'interìocutore verso un'interpretazione 
della situazione come piti o meno locale, piià o meno familiare, favorendo 
così usi linguistici verosimilmente diversi. Non si può infine escludere un 
ruolo più attivo degli interiocutori i quali non sono solo interpreti di una 
situazione ma sono anche in grado di modificare la stessa, ad esempio tra- 
sformando uno scambio anonimo e di natura transazionale in una piace- 
vole conversazione di paese fra (quasi) conoscenti proprio per mezzo del- 
la scelta del dialetto o della commutazione di codice. 



191 



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193 



Dialetto e processi di italianizzazione in un habitat del 
Sud d'Italia! 

Rosanna Sornicola (Università di Napoli Federico II) 



1. Il concetto di habitat e l'habitat procidano 

In questo lavoro si presentano alcuni risultati di una indagine effettua- 
ta sull'arco di un triennio nell'isola di Procida, con due gruppi di parlanti 
diversi per mestiere, grado di istruzione ed età. Si tratta di pescatori, ma- 
rinai e capitani di lungo corso, di età compresa tra ottantatré e ventisette 
anni, il cui grado di istruzione varia tra la terza elementare e il diploma 
dell'Istituto nautico. I due gruppi sono costituiti, uno, da persone che pro- 
vengono da famiglie procidane da molte generazioni, l'altro da discen- 
denti di un nucleo di pescatori napoletani stabilitisi a Procida durante la 
seconda guerra mondiale. Obiettivo del lavoro è stato lo studio dei pro- 
cessi di italianizzazione in questi parlanti, in rapporto alle loro varietà 
dialettali di base. L'indagine si inserisce in una ricerca dialettologica e so- 
ciolinguistica di più lungo periodo sul territorio flegreo, a ridosso del 
Golfo di Napoli, di cui sono state presentate altrove le linee-guida e studi 
relativi a singoli fenomeni-. L'area ha un considerevole interesse storico e 
pone problemi teorico-metodologici, situata com'è al margine settentrio- 
nale della grande conurbazione napoletana, ma ben diversa da questa per 
facies linguistica, tradizioni, stili di vita, mentalità e in alcuni casi - come 
a Procida - per il profondo radicamento di una identità storica che si rive- 
ste di toni di contrapposizione rispetto a quella napoletana. Questa situa- 
zione mostra un aspetto della complessità sociolinguistica della metropoli 



' Desidero ringraziare Maddalena e Michele Ambrosino dell'aiuto che mi hanno ge- 
nerosamente dato per stabilire contatti sul territorio ed inserirmi nella realtà procidana, in 
particolare alla Corricella. La loro consapevolezza metalinguistica delle varietà dialettali 
dell'isola è stata una fonte molto utile per la ricerca. All'amico e collega Gianni Romeo 
devo informazioni storiche preziose. Desidero inoltre ringraziare Valentina Retaro e Gio- 
vanni Abete per l'assistenza nella preparazione delle rappresentazioni grafiche dei dati. 

^ Cfr. Sornicola 1999, Sornicola 2005c e relativa bibliografia. 

195 



partenopea e delle zone ad essa adiacenti. L'applicazione indiscriminata 
del modello centro-periferia rischierebbe di appiattire un quadro molto 
pili sfaccettato. Per questo motivo nella ricerca si è ritenuto piti opportuno 
fare ricorso ad una nozione di area "peri-urbana" intesa come sede di uno 
o più centri di conservazione e persino di elaborazione ed irradiazione di 
norme linguistiche. 

Ma la situazione napoletana chiama in causa anche altre questioni. I 
modelli sociolinguistici tradizionalmente sviluppati in ambiente anglo- 
americano fanno ricorso a rappresentazioni come quella di "rete" sociale, 
che si ispirano ad una sorta di atemporale geometria delle interazioni so- 
ciah e linguistiche, genericamente applicabile a gruppi diversi, in condi- 
zioni storiche diverse. E legittimo chiedersi se la matrice in ultima analisi 
positivistica del modello sociologico di rete sociale possa rappresentare 
quanto di particolare e caratteristico si muove in società, comunità e 
gruppi di spazi storici come quelli europei. La questione potrebbe essere 
riformulata in altri termini: può un modello globale rappresentare le sin- 
golarità locali così rilevanti per comprendere dinamiche sociolinguisti- 
che? Si dirà che questo è solo un altro modo di guardare all'antico proble- 
ma del rapporto tra teoria e storia. Se anche fosse così, tuttavia, ciò non ci 
esimerebbe dal cercare altri strumenti analitici. 

Il modello che ha informato la ricerca sui pescatori, marinai e capitani 
di Procida è quello di "habitat sociolinguistico". Con questa espressione 
si intende uno spazio geografico definito da attività socio-economiche, 
comportamenti e atteggiamenti culturali che hanno implicazioni per lo 
studio della variazione linguistica. La nozione di habitat che qui si propo- 
ne non si ispira ad una ecologia linguistica di tipo biologico- 
naturahstico^, ma si fonda piuttosto sulla tradizione di una geografia sto- 
rica o di una storia geografica, in quanto riguarda le condizioni geografi- 
che (ambientali) e storiche che spesso condizionano il destino di un'area 
e dei gruppi umani che la abitano. In questo modo essa si pone come un 
modello non solo descrittivo, ma anche interpretativo, di dinamiche so- 
ciali e linguistiche in cui particolarità di spazio e tempo giocano un ruolo 
importante. L'habitat sociolinguistico definisce le condizioni esteme della 
possibilità di variazione linguistica di gruppi sociali. 

Il ricorso al modello dell'habitat si è rivelato utile anche come alterna- 
tiva al problematico concetto di comunità linguistica. Ampiamente impie- 

^ Nelle discussioni contemporanee di ecologia linguistica si fa spesso ricorso ad un 
quadro teorico biologico-naturalistico, il che sembra molto discutibile. Per un esame criti- 
co di questi modelli si veda Dressler 2003. 

196 



gato in dialettologia classica, quest'ultimo può essere di controversa ap- 
plicazione alle situazioni contemporanee. Interessante a questo proposito 
è la critica che tende a storicizzare il concetto di comunità come il prodot- 
to di una ideologia romantica (cfr. Busino 1978; Bagnasco 1999). Per 
quanto riguarda l'indagine svolta a Procida, molti parlanti del piccolo nu- 
cleo abitativo della Marina della Corricella, nei periodi in cui non sono 
imbarcati su navi mercantili, trascorrono insieme buona parte del loro 
tempo di lavoro (su barche da pesca, di notte) e di riposo (sulla banchina 
del porticciolo, di mattina e di pomeriggio), ma non è chiaro fino a che 
punto essi si percepiscano come un gruppo che costituisce una comunità. 
Dai loro racconti emerge che nei periodi piià o meno lunghi in cui sono 
lontani dall'isola vivono una forte nostalgia della famiglia e dello spazio 
fisico e culturale del piccolo porto su cui sono costruite le loro case, delle 
abitudini quotidiane, in cui rientrano anche i lunghi pomeriggi sul molo a 
guardare il mare e chiacchierare con i compagni di lavoro. In questo spa- 
zio e tempo vissuti e condivisi, che scandiscono i turni di lavoro di notte e 
quelli di riposo, i parlanti realizzano gran parte della loro dimensione lo- 
cale di individui sociali. A livello di micro-storia, il piccolo villaggio che 
oggi ospita non più di una trentina di famiglie si può considerare un habi- 
tat come luogo di abitudini che si ripetono ogni giorno, e che diventano 
quasi ritualizzate"^. 

Ma l'isola di Procida, e in particolare il villaggio della Corricella, pos- 
sono essere considerati degli habitat anche rispetto a caratteristiche stori- 
che strutturali di più lungo periodo, in rapporto alle tradizionali attività 
marinare e della pesca. Sia pure con alterne vicende, l'isola ha avuto a 
partire dalla seconda metà del XVII secolo una situazione economica ab- 
bastanza prospera, con tratti specifici rispetto all'intera area napoletana^. 

Tre caratteristiche sono da molto tempo distintive dell'habitat socio- 
linguistico procidano. La prima caratteristica cospicua, che Procida con- 
divide con altre realtà isolane diverse (cfr. i contributi del bel volume di 
King & Connell 1999, ed in particolare l'introduzione di Connell & 
King), è l'apertura ad un mercato del lavoro intemazionale. Delle antiche 
e tradizionali attività marinare si ha documentazione storica già per il XV 
secolo (cfr. Di Taranto 1985). Nel Novecento, per molti decenni un'aha 
percentuale della popolazione maschile attiva dell'isola ha fornito equi- 
paggi a navi mercantili italiane e di altri paesi. In particolare, nel Nove- 



^ La nozione di "habitat sociolinguistico" sarà discussa in maggior dettaglio in un la- 
voro in preparazione per il Bollettino Linguistico Campano. 
5 Cfr. Di Taranto 1985. 



197 



cento l'Istituto Nautico di Procida, uno dei più antichi d'Italia, ha prepa- 
rato macchinisti, ufficiali e capitani della marina mercantile italiana e di 
quelle di altri paesi. Caratteristico è stato per i procidani, come per i mon- 
tesi e gli ischitani, il lavoro su petroliere e navi che trasportano gas. Ciò 
ha garantito un notevole livello di prosperità economica dell'isola, non 
privo di costi sociali, dal momento che i prolungati periodi di assenza de- 
gli uomini adulti hanno creato famiglie con vuoti psicologici e traumi 
emotivi. La seconda caratteristica riguarda il fatto che le attività marinare 
hanno assunto la forma di una emigrazione periodica di marinai e ufficia- 
li, con turni di imbarco su rotte intemazionali variabili da qualche anno 
ad alcuni mesi. Si tratta di un tipo particolare di transnazionalismo che, 
accanto ai costi umani e sociali poco fa menzionati, ha avuto effetti cultu- 
rali rilevanti. I marinai e gli ufficiali procidani hanno l'isola come bari- 
centro emotivo, ma si sono confrontati già da decenni con il complesso e 
contraddittorio equilibrio tra cultura locale e cultura globale che contrad- 
distingue l'epoca contemporanea. La terza caratteristica è la forte e gene- 
ralizzata propensione all'istruzione, delineabile, in base a fonti orali, già 
per la prima metà del Novecento ^. Essa ha costituito un fattore di rinfor- 
zo dei comportamenti italianizzanti che i parlanti più anziani del gruppo 
indigeno, anche poco scolarizzati, attestano già per la metà del 
Novecento^. 



2. Presupposti teorici e metodologici 

2. 1. Obiettivi del lavoro. Questo lavoro ha avuto come obiettivo lo 
studio delle differenze interindividuali nelle produzioni parlate di soggetti 
con diverso retroterra dialettale (procidano e napoletano). Sebbene siano 
stati esaminati sia fenomeni fonetici che sintattici, in questa esposizione 
per motivi di spazio si presenteranno solo alcuni risultati relativi ai 
primi^. 

Il ricorso a due gruppi di parlanti con diverso retroterra dialettale è 
stato preordinato allo scopo di controllare eventuali reazioni diverse ri- 

'' Alcuni dei pescatori e marinai intervistati testimoniano che i loro genitori avrebbero 
voluto studiare, ma non ne avevano la possibilità economica. Molti parlanti inoltre hanno 
esplicitamente dichiarato di aver considerato molto importante che i figli studiassero. 

^ Questa tendenza è confermata per l'area vicina di Monte di Procida anche dai risul- 
tati del lavoro di Como (2004). 

^ Alcuni risultati sui processi sintattici sono stati presentati nella relazione tenuta al 
Congresso di Procida. Aspetti diversi di questa casistica sono discussi in Somicola 2005a 
e Somicola 2005b. 

198 



spetto al dialetto di base nel passaggio all'italiano. Si voleva infatti verifi- 
care quanto i processi che si determinano nelle produzioni in italiano fos- 
sero dovuti a contatto con il dialetto e quanto fossero da questo indipen- 
denti. Come è noto, questo problema è stato a lungo discusso nella dialet- 
tologia e nella sociolinguistica italiane (cfr. Sobrero 1988, specie 735 e 
739, e relativa bibliografia; Telmon 1993). Esso trova un interessante pa- 
rallelo nelle discussioni sui caratteri del francese regionale (cfr. i contri- 
buti di Tuaillon, Taverdet e Straka in Taverdet et Straka 1977; Muller 
1985: 157-168; Taverdet 1990, specie 706-709). In questi studi si è ripe- 
tutamente segnalato che alcuni fenomeni che contraddistinguono le va- 
rietà regionali non possono essere imputati al contatto con i dialetti o con 
i patois, e che sono invece delle innovazioni che si determinano nel pas- 
saggio alla lingua nazionale. Ma di che natura sono queste innovazioni? 
Non poche di esse hanno l'aspetto di fenomeni generali, che ricorrono 
poligeneticamente in molte lingue. Non è chiaro tuttavia se questo carat- 
tere di per sé consenta di pensare a fenomeni non marcati di semplifica- 
zione, come è stato suggerito da piìi parti. Per certi versi, si potrebbe so- 
stenere che le innovazioni abbiano qualcosa di "misterioso", che contri- 
buisce a dare alle varietà regionali di lingua conformazioni non chiara- 
mente definite. Abbiamo liste di fenomeni che le caratterizzano, ma gli 
assetti complessivi e le loro ragioni ci sfuggono. 

Si tratta evidentemente di risvolti della piìj ampia problematica del 
contatto e del cambiamento, a lungo discussi anche in lavori di orienta- 
mento teorico (cfr. Thomason & Kaufmann 1988; Silva-Corvalan 1994), 
con conclusioni che lasciano giustamente il varco ad interpretazioni non 
univoche. In ogni caso, bisogna notare che il problema della reazione 
contattuale è stato studiato in passato piuttosto in chiave di interferenza 
comunitaria o sistemica piuttosto che di reazioni individuali. Tuttavia al- 
cuni approcci sono in interessante controtendenza rispetto a questa impo- 
stazione. Essi indicano nuove prospettive sulla variazione individuale, al- 
l'interno di sequenze o stadi di acquisizione dalle caratteristiche tenden- 
zialmente regolari (cfr. Klein e Perdue 1992 e i numerosi lavori di ricerca 
della équipe sull'acquisizione di L2 che fa capo al Max Planck Institut). 

È possibile in effetti che l'analisi della variabilità inter-individuale di 
processi più o meno generali possa contribuire a comprendere alcuni 
aspetti del problema che ci concerne. Nel lavoro qui condotto sia le rea- 
zioni di contatto o transfer che quelle innovative nel parlato italiano o ita- 
lianizzante^ sembrano comportare dimensioni chiaramente differenziate 

^ Userò questo termine per identificare in maniera generica produzioni miste di vario tipo. 

199 



individualmente, sia pure all'interno di dinamiche di vario grado di rego- 
larità. I fenomeni caratteristici del dialetto locale procidano sono ben con- 
servati nelle produzioni dialettali di tutti i marinai e pescatori della Corri- 
cella'^ e le differenze individuali a questo riguardo sono relativamente 
esigue. Parafrasando la conclusione di Gauchat per Charmey si potrebbe 
dire che sono stati esaminati vari parlanti e che, a parte le oscillazioni nel 
vocalismo tonico, si è trovato poco di individuale. Tuttavia, nelle produ- 
zioni in italiano degli stessi parlanti, la variabilità è cospicua e, come ve- 
dremo, non può semplicemente essere addebitata a ovvi fattori sociolin- 
guistici, come l'istruzione, l'età, il livello sociale familiare e/o personale, 
l'attaccamento alla cultura locale. 

Ma non è solo la dimensione della variabilità inter-individuale che può 
contribuire ad un ripensamento delle tradizionali prospettive sull'interfe- 
renza per contatto e l'innovazione non marcata. Altre due scelte possono 
essere utili: (a) l'esame della natura e del tipo di processo e (b) l'esame 
della distribuzione di ogni processo tra produzioni in dialetto e produzio- 
ni in italiano. 

Un punto sembra particolarmente problematico. Dietro le concezioni 
classiche dell'interferenza per contatto risiede l'idea che le abitudini arti- 
colatorie di uno strato linguistico si riproducano piij o meno meccanica- 
mente su un altro. Questa idea offre il fianco a critiche per diverse ragio- 
ni: 

(1) presuppone che tutti i fenomeni dello strato dialettale siano piena- 
mente automatizzati a livello del parlante e pienamente stabilizza- 
ti a livello di gruppo sociale (anche se così fosse, peraltro, rimar- 
rebbe da dimostrare l'impatto di queste caratteristiche sul trasferi- 
mento allo strato linguistico italiano o italianizzante); 

(2) presuppone un modello di produzione parlata uniforme tra dialet- 
to e italiano, nel senso che entrambe le dinamiche siano uguali o 
seguano le stesse traiettorie. 

I risultati che emergono dal lavoro su Procida mostrano che entrambe 
queste assunzioni sono discutibili. Alcuni processi caratterizzano solo le 
produzioni in dialetto, altri solo quelle in italiano. L'allungamento delle 
vocali pretoniche, ad esempio, si determina solo nelle produzioni in ita- 
liano, ed è in totale controtendenza con i processi, cristallizzati in dialet- 
to, per cui le vocali delle sillabe pretoniche tendono ad innalzarsi o a cen- 



'" Si tratta dei parlanti A - L: cfr. 2.4. 
200 



tralizzarsi (cfr. inoltre la discussione in 2. 2. 3.). Più interessante sembra il 
fatto che, persino quando un fenomeno occorre in entrambi gli strati di 
produzione, la dinamica con cui si realizza può non essere la stessa. Ad 
esempio, la velarizzazione di /a/ in alcuni soggetti aumenta quando questi 
parlano in italiano, come se volessero scandire e differenziare meglio 
l'articolazione. D'altra parte, nel dialetto di base la velarizzazione di /a/ 
non è una caratteristica regolare e stabile (cfr. 3. 1. e 3. 2.). 

Ma anche le innovazioni di natura generale pongono problemi, come 
dimostrano alcune dinamiche di movimento vocalico. Nonostante la loro 
generalità, esse sono tutt' altro che regolari sia nelle produzioni in dialetto 
che in quelle in italiano (cfr. 3. 1. e 3. 2.). 

Una questione non meno spinosa, infine, riguarda il rapporto tra stabi- 
lizzazione di processi di natura generale in alcune varietà e loro perma- 
nenza allo stato latente in altre. Che la resa approssimante di Ivi, fenome- 
no non caratteristico del napoletano, ma presente in modo irregolare in 
procidano, compaia nei parianti napoletani, in buona parte semi-analfabe- 
ti, più frequentemente che in quelli procidani, dimostra che la compren- 
sione di alcuni sviluppi va cercata nelle dinamiche individuali piuttosto 
che nei fenomeni macroscopici che caratterizzano un gruppo sociale o 
un'area linguistica. 

2. 2. Alcuni motivi-guida del lavoro. Sembra utile esplicitare prelimi- 
narmente alcuni motivi di fondo che hanno informato la ricerca. Il primo 
riguarda le difficoltà di capire il presente e le conseguenti cautele che do- 
vrebbero scaturirne. Questa assunzione non è del tutto scontata, dal mo- 
mento che si trova spesso contraddetta da procedure metodologiche e in- 
terpretazioni di più ampio respiro in lavori sincronici di vario orientamen- 
to. 

Il secondo motivo di fondo riguarda il problematico rapporto tra di- 
mensione locale e nazionale. Il lavoro che qui si presenta ha come obietti- 
vo lo studio della transizione dal dialetto alla lingua come sviluppo stori- 
co su scala locale, e ciò ovviamente comporta problemi e metodi diversi 
da quelli che riguardano la transizione come sviluppo storico su scala na- 
zionale. Tuttavia, l'analisi del pariate di singoli individui può fornire al- 
cune chiavi interpretative di movimenti di più vasta dimensione. In effet- 
ti, i dati statistici su larga scala, pur interessanti, hanno bisogno del con- 
fronto e del correttivo di singoli studi microscopici e con analisi in detta- 
glio di comportamenti effettivi. Il quadro che emerge dalle indagini del- 
l' ISTAT per la dialettofonia e l'italofonia nell'Italia degli ultimi anni (cfr. 
i lavori di Berruto e Moretti in questo volume) indica tendenze generali 

201 



che un lavoro su piccola scala come quello su Procida conferma e le cui 
dinamiche può in parte contribuire ad articolare e comprendere. 

Il terzo motivo di fondo riguarda le modalità di transizione dal dialetto 
alla lingua nazionale. Come i due precedenti, anche questo ha implicazio- 
ni per la teoria del rapporto tra sincronia e diacronia, e in particolare per 
la teoria del cambiamento linguistico. L'ipotesi a cui si è dato credito è 
che la transizione non avvenga per salti, ma che lasci dei residui notevoli. 
In effetti, ciò è evidentissimo per il lessico e la sintassi (cfr. Puolato, in 
questo volume; Somicola 2005a e 2005b). Il concetto di "residuo" però 
non va inteso solo come possibile effetto del contatto lingua-dialetto, ma 
anche (il che forse costituisce un aspetto più interessante) come l'affiora- 
re di fenomeni che sono potenzialmente sempre presenti e che spesso 
hanno una distribuzione trasversale tra le varietà del repertorio dei parlan- 
ti. Nelle condizioni storiche italiane, e in particolare in quelle italiane me- 
ridionali, una transizione rapida su larga scala da livelli dialettali a livelli 
genericamente definibili di italiano sembra poco probabile. Una serie di 
domande si impongono. Quanto può essere rapida l'uscita del dialetto 
dalla competenza attiva dei parlanti che lo presentano come prima o come 
seconda varietà? E quanto può essere rapida l'uscita del dialetto dalla loro 
competenza passiva? Certo, con "transizione rapida" potrebbero intender- 
si modelli di cambiamento diversi. Misurato sulla scala della storia lin- 
guistica di una nazione, un secolo può essere un tempo breve. Sulla mi- 
cro-scala di un piccolo gruppo sociale, come una famiglia, o un minusco- 
lo nucleo abitativo come il villaggio della Corricella, un secolo è un pe- 
riodo lungo. 

Alcuni modelli plausibili prevedono la coesistenza attiva di dialetto e 
italiano o il monolinguismo italiano attivo con la retrocessione del dialet- 
to a liveUi di competenza passiva di varia consistenza (cfr. Moretti 1999). 
Queste dinamiche possono determinarsi singolarmente all'interno di alcu- 
ne famiglie o gruppi, persino nel giro di una generazione, ma rimane da 
vedere quale sia l'effettiva articolazione e tenuta dell'italiano che viene 
acquisito a partire da contesti familiari prevalentemente dialettofoni. 
Mancano studi ad ampio spettro su famiglie, tali da permettere generaliz- 
zazioni, ma numerosi dati lasciano supporre che l'italiano rapidamente 
acquisito in tali condizioni sia tutt' altro che lessicalmente ricco e gram- 
maticalmente differenziato ed elaborato. Tutto ciò, come è ovvio, non 
esclude che ci possano essere dinamiche individuali in controtendenza. È 
interessante inoltre chiedersi quanto diffusa possa essere la situazione 
prevista dal modello che ipotizza per la seconda generazione di parlanti 
che provengono da famiglie dialettofone una italianizzazione massiccia 

202 



con perdita del dialetto o una sua rapida regressione a livelli "evanescen- 
ti". 

L'esame di un contesto economicamente e culturalmente dinamico co- 
me quello procidano conferma che non bisogna lasciarsi sedurre dall'im- 
piego indiscriminato di modelli del cambiamento del tempo breve. Una 
molteplicità di condizioni sociali, culturali e linguistiche lo impedisce. 
Per quanto riguarda le prime, mi limito qui a menzionare un aspetto che 
nel contesto procidano, come in altri meridionali, è di fondamentale im- 
portanza, ovvero l'attaccamento profondo alle radici, alla famiglia, al luo- 
go di origine. Questo atteggiamento culturale che accomuna tutti i parlan- 
ti da me intervistati, di età, istruzione e classe sociale diversa, è un fattore 
che, sia pure con differenze dovute alle specifiche caratteristiche indivi- 
duali, sembra favorire la conservazione del dialetto locale, attiva o passi- 
va. Nei capitani del campione, ad una diversa competenza del dialetto lo- 
cale si aggiunge una tendenza attiva al mantenimento di una facies dialet- 
tale genericamente definibile napoletana, che talora fa irruzione nel testo 
parlato con code-switchings e interferenze sistematiche a livello fonetico 
talora massicce. 

Ma i modelli del cambiamento del tempo breve sono implausibili so- 
prattutto per ragioni di linguistica intema. Il punto critico sembrano i con- 
cetti di 'saper parlare italiano' e di 'imparare a parlarlo'. Troppo spesso 
negli studi sul bilinguismo e l'acquisizione di lingue seconde, non meno 
che in quelli sul rapporto lingua-dialetto, si trascura che saper parlare una 
lingua è una condizione dinamica e precaria, per la natura stessa dell'atto 
di parlare. L'acquisizione dell'italiano parlato che si assume in molta bi- 
bhografia è come quella di un prodotto finito, preesistente all'acquisizio- 
ne da parte dei parlanti. Essa è concepita come il raggiungimento di un 
target conseguito una volta per tutte. Dietro tale idea c'è evidentemente 
una rappresentazione della lingua parlata come un oggetto statico, la cui 
natura di "schema" o grammatica non è dopotutto dissimile da quella che 
si può postulare per la lingua scritta. L'italiano parlato è molto meno del- 
l'itaHano scritto un target definibile a priori, una volta per tutte e, aspetto 
ancor piij problematico, esso non è un target unitario e immobile. 

2. 3. // modello di parlato come processo. Regole di processo e regole 
di grammatica. Il modello di parlato che qui si assume si può definire 
"processuale", in quanto è incentrato sulla nozione di processo. La scelta 
di questo modello si coniuga con un'altra assunzione, la centralità asse- 
gnata alla sintagmatica rispetto alla paradigmatica. Per quanto rilevante 
sia quest'ultima, si ritiene che la considerazione del parlato come produ- 

203 



zione e processo debba essere sempre preliminare e concomitante a quel- 
la delle strutture in cui esso prende forma. In un certo senso si potrebbe 
dire che la sintagmatica ha ragioni che la paradigmatica non conosce. È 
nella dimensione sintagmatica e processuale che si creano molti fenomeni 
di parlato, è qui che essi trovano giustificazione. Questa prospettiva per- 
mette di riposizionare il problema, a lungo dibattuto, della grammatica 
del parlato. È possibile che la questione se l'italiano parlato abbia un'altra 
grammatica sia semplicemente mal posta, nel senso che in questi termini 
è insolubile. Il motivo potrebbe risiedere nel fatto che, anche se compia- 
mo l'operazione nduziomstica di formalizzare il parlato in termini di 
grammatica (qualunque grammatica o sistema, dopotutto, è inevitabil- 
mente una operazione riduzionistica), avremo scavalcato la dimensione 
processuale di fondo di qualunque produzione parlata. Questo natural- 
mente non vuol dire che non si debba pensare a regole, ma che le regole 
devono essere concepite come determinazioni di dinamiche processuali, e 
non di tipi grammaticali cristallizzati, come regole di processo e non co- 
me regole di sistema. 

Analogamente, il vecchio problema della collocazione del parlato tra 
competenza ed esecuzione va riconsiderato criticamente. L'impostazione 
in termini di processo e di regola di processo va di pari passo ad una criti- 
ca della concezione che dicotomizza regole (in rapporto al sapere) e uso. 
Per quanto riguarda quest'ultimo, alcuni decenni di ricerca sociolinguisti- 
ca hanno contribuito a superarne la visione semplicistica come qualcosa 
di anomico, non regolato. Tuttavia, il concetto di regola (o regolarità) di 
uso sviluppato in vari ambienti sociolinguistici non è andato oltre una 
rappresentazione meramente frequentistica dell'accadimento di fatti, per 
cui si sono cercate giustificazioni puramente esteme, o più recentemente 
inteme (come la semplificazione). 

Regole di competenza (sapere) e regole di uso (fare) non possono cat- 
turare la specificità della produzione di parlato. Alcuni risultati interes- 
santi che vengono dagli studi di acquisizione di lingue seconde in conte- 
sto scolastico (guidato) mostrano che un punto critico nella acquisizione 
riguarda la sfasatura tra il sapere le regole ed essere in grado di usarle. Ri- 
sultati simili sembrano emergere per l'apprendimento dell'italiano a par- 
tire da contesti di dialettofonia o di "italiano ridotto". Ancora piiì com- 
plesso sembra il caso di parlanti in condizioni di bassa o inesistente scola- 
rizzazione, che di per sé non favoriscono la formazione né rinforzano la 
consapevolezza di regolarità linguistiche. La ricerca sulla produzione di 
parlato richiede logiche psicolinguistiche che vanno oltre la dicotomia di 
conoscenza ed esecuzione, sapere e realizzazione. Centrale appare la no- 

204 



zione di 'saper fare', che contiene qualcosa in più del semplice sapere, 
come risulta chiaro osservando in varie forme di attività persone che san- 
no, ma non sanno fare. 

Uno dei fattori fondamentali in rapporto al saper fare riguarda l'auto- 
matizzazione di abilità o, se si vuole, l'automatizzazione di regole di 
competenza e di regole di comportamento. Si tratta di un problema com- 
plesso, che non sembra aver ricevuto sufficiente attenzione in sociolin- 
guistica^l Mi limito qui a menzionare due suoi aspetti cruciali per la lin- 
guistica della variazione. Il primo è che i parìanti di una lingua o varietà 
seconda, e persino quelli di una lingua o varietà prima, che hanno interio- 
rizzato regole di competenza simili possono differire sensibilmente ri- 
spetto al livello di automatizzazione delle regole di uso. Il secondo è che 
non esistono condizioni di automatizzazione totale né delle regole di uso 
né di quelle di competenza. Per quanto riguarda le prime, anche livelli alti 
di automatizzazione possono regredire sotto particolari condizioni di pro- 
duzione. 

In realtà, se si ammette che il parìato, ancor più che lo scritto, ha una 
cospicua dimensione di processo, e un processo di natura particolare per 
cui nessuna produzione di uno stesso pariante è mai esattamente simile ad 
un'altra (il cosiddetto principio della instabilità del parìato), non dovreb- 
bero sembrar strane alcune implicazioni che da ciò si possono trarre per 
quanto riguarda l'imparare a parìare italiano. Saper parìare (qui inteso co- 
me saper fare) è una abilità precaria, persino per le persone scolarizzate. 
È un'abilità che può regredire più o meno facilmente, a seconda di un 
gran numero di condizioni. A maggior ragione, può comportare instabilità 
e precarietà anche imparare a parìare una lingua a partire da contesti di 
dialettofonia, di italianizzazione ridotta, o di esposizione plurima a va- 
rietà diverse e compresenti nel repertorio. In altri termini, non si impara 
mai a parlare italiano una volta per tutte. 

// concetto di processo. La definizione generale, non scientifica, di proces- 
so come "the course of becoming as opposed to being the action or fact of 
going on or being carried on; progress, course", data daW Oxford English 
Dictionary, può essere assunta come convenzionale punto di partenza'-. Que- 

'1 Questo problema era stato ampiamente discusso nella ricerca psicologica e psico- 
patologica francese tra XIX e XX secolo, e aveva influenzato la riflessione linguistica 
francese (cfr. Somicola 2002). 

•2 Ma la storia del termine è antica e molto complessa poiché attraversa numerose di- 
scipline (si veda la voce Prozess dello Historisches Worterbuch der Philosophie, Bd. 7: 
1543-1562. 

205 



sta definizione riflette solo minimalmente i nuclei concettuali attorno a 
cui si sono sviluppate le diverse nozioni di "processo" nella storia della 
linguistica. Per Sapir (1921, cap. 4) il termine ha il significato di 'tecnica, 
metodo', e questa modellizzazione ha probabilmente avuto una influenza 
sulle successive concezioni generative, in cui processo può essere consi- 
derato un sinonimo informale di 'regola'. Particolare importanza ha il ter- 
mine in varie tradizioni di fonologia, in cui un processo fonologico / fo- 
netico è definito come una "modificazione subita da un suono linguistico 
o da una sequenza di suoni linguistici" (Loporcaro 1989). In questo ambi- 
to particolarmente utile è la distinzione tra: 

processi che alterano una articolazione primaria; 

processi che aggiungono o modificano una articolazione secondaria. 

In tale modellizzazione si assume che ci siano articolazioni basiche, 
che possono essere rappresentate come forme soggiacenti, e articolazioni 
aggiuntive o accessorie, che possono deformare le prime e dar luogo a 
rappresentazioni derivate. Nella modellizzazione che qui si assume, il 
concetto di processo ricopre fenomeni fonetici e fonologici, ma esso po- 
trebbe essere ripensato in maniera più ampia anche per fenomeni di altri 
livelli di analisi, come quelli morfologici e sintattici. Così, accanto ai più 
tradizionali esempi di processo, come quelli che si determinano nel rag- 
giungimento di un target psicomotorio o nel mantenimento di un piano 
psicomotorio durante l'articolazione di foni, si potrebbero concepire pro- 
cessi di sviluppo di piani micro- e macro-testuali, intesi come traiettorie 
di linearizzazione di unità di contenuto interrelate. 

Nel concetto di processo qui utilizzato sono contenute diverse compo- 
nenti: 

(a) l'idea che nessun fenomeno sia rappresentabile come istantaneo 
(principio della non istantaneità); 

(b) L'idea dell'esistenza di strutture seriali specifiche. Sebbene un 
processo possa operare su una o più unità (di vario livello di ana- 
lisi), bisogna in ogni caso rappresentare il dominio del processo 
come una sequenza di fasi di produzione tra loro interrelate (ge- 
stures o componenti di gestures, di un piano di produzione più 
ampio; alcune di queste gestures possono essere simultanee, altre 
no). 

In base a ciò si può dire che il concetto di processo rimanda sempre 
a rappresentazioni relazionali, ovvero strutture i cui elementi contraggono 
rapporti seriali. 

206 



Caratterizzazione dei tipi di processo. Si possono riconoscere due coppie 
di proprietà che sembrano utili per la descrizione di dati di produzione di 
parlato spontaneo e per lo studio delle dinamiche sincroniche di contatto 
di varietà. Per quanto la loro caratterizzazione richieda un ulteriore affi- 
namento, se ne può tentare una prima provvisoria caratterizzazione. Una 
prima tassonomia riguarda l'entità del processo. A questo riguardo si han- 
no: 

1) Processi microscopici, debolmente percepibili all'analisi; 

2) Processi macroscopici, chiaramente o fortemente percepibili al- 
l'analisi. 

Una seconda tassonomia, che può ulteriormente differenziare le moda- 
lità della prima, riguarda la dinamica e la temporalità intrinseca dei pro- 
cessi. A questo riguardo si possono avere: 

3) Processi quiescenti o cristallizzati all'interno di una varietà. So- 
no spesso macroscopici e si accompagnano ad una elevata con- 
sapevolezza da parte dei parlanti. Caratterizzano inoltre un inte- 
ro gruppo sociale in maniera piuttosto regolare. A livello teorico 
possono essere in parte associati a regole morfologiche, 
morfofonologiche, fonologiche obbligatorie che hanno una rap- 
presentazione lessicale. Si noti che quiescenza o cristallizzazio- 
ne non è sinonimo di grammaticalizzazione, ma semmai di feno- 
meni diacronici che hanno cessato di essere attivi o produttivi. 
Esempi di processi quiescenti nell'area flegrea sono l'innalza- 
mento delle vocali toniche medie in sillaba aperta, la metafonia 
vocalica, i processi di alterazione delle laterali geminate (che si 
rotacizzano, ovvero diventano approssimanti) in alcune catego- 
rie grammaticali come l'articolo, i pronomi dimostrativi e i pro- 
nomi personali. Sono processi che tendono a non ripercuotersi 
trasversalmente tra le varietà del repertorio, ma si annidano in 
lessemi morfologicamente integrati nel dialetto. Ciò comporta 
che essi compaiano, in linea di massima, in produzioni parlate in 
italiano solo per interferenza o code-switching, veicolati dal les- 
sema in cui si annidano^^. 



^^ Tuttavia i soggetti in fasi iniziali di acquisizione dell'italiano, come il parlante E 
del campione, mostrano eccezioni rispetto a questo principio. Essi mostrano processi 
del tipo in questione anche in lessemi morfologicamente non riconducibili al dialetto 
(cfr. 4.). 

207 



4) Processi attivi (non quiescenti). Hanno una forte dinamica intema 
e possono essere microscopici o macroscopici, ma in generale so- 
no meno percepibili di quelli quiescenti. A livello teorico sono 
rappresentati da regole post-lessicali. Presentano spesso irregola- 
rità di distribuzione strutturale e sono tendenzialmente non rego- 
lari e uniformi anche attraverso i contesti diafasici e i gruppi so- 
ciali. Tendono a rimanere produttivi attraverso le varietà del re- 
pertorio. Si dividono in due sottotipi, differenziati soprattutto in 
base al livello di percepibilità: 

(4a) Processi attivi manifesti, chiaramente percepibili o macro- 
scopici; 

(4b) Processi attivi latenti all'interno di una varietà. Sono frequen- 
temente microscopici e si accompagnano caratteristicamente ad un 
basso grado di consapevolezza da parte dei parlanti. Piti sporadica- 
mente possono assumere un aspetto macroscopico. A livello teorico 
la rappresentazione tradizionale che piià approssima questo tipo di 
processo è quella delle regole variabili. Tuttavia tale rappresenta- 
zione è per certi versi insoddisfacente. Essa presuppone comunque 
una polarizzazione di presenza e assenza, che si tratti di fenomeni 
discreti o continui. La nozione di latenza è invece incompatibile 
con questa dicotomia (si veda la discussione in 6.). 

2. 4. // corpus e la metodologia. Il corpus della ricerca è costituto da 
19 interviste di parlato spontaneo e semi-spontaneo, condotte con tecni- 
che di intervista libera e in alcuni casi semi-guidata, alla Marina della 
Corricella e alla Marina di Sancio Cattolico, nell'isola di Procida. Le in- 
terviste sono di durata variabile, da un minimo di venti minuti ad un mas- 
simo di un'ora. Durante la fase di raccolta dei dati, sono state effettuate 
anche rilevazioni e annotazioni su atteggiamenti e comportamenti cultu- 
rali e linguistici che emergevano nell'interazione con i parlanti, sia in fa- 
se di intervista che al di fuori di essa. Nei tre anni della ricerca il lavoro 
sul campo si è protratto per circa quindici settimane. 

I parlanti sono stati divisi in due gruppi. Il gruppo 1 è costituito da 
persone di famiglia preponderantemente procidana da molte generazioni. 
Tale gruppo presenta una composizione sociale variegata. Sebbene sia 
molto comune nella popolazione maschile attiva il doppio mestiere di 
marinaio e pescatore, oggi in fasi diverse dell'anno, si sono ulteriormente 
ripartiti i parlanti a seconda dell'attività prevalente, in pescatori, marinai 
e capitani: 

208 



Gruppo 1 

Pescatori della Marina della Corricella 

A: 83 anni, pescatore, scolarità terza elementare. Figlio di pescato- 
re. Da giovane per tre anni è stato marinaio su navi mercantili. 

B: 78 anni, pescatore, scolarità prima elementare. Figlio di pesca- 
tore. Il padre è emigrato a Marsiglia per cinque anni, senza la fa- 
miglia. Non è mai stato imbarcato su navi mercantili. 

C: 64 anni, pescatore e oggi padrone di una attività di costruzione 
e riparazione di reti; è proprietario di una pescheria. Scolarità terza 
elementare. Figlio di pescatore (il padre ha lavorato a Trieste per 
molti anni). Da giovane è stato marinaio su navi mercantili per otto 
anni e mezzo. 

E: 50 anni, pescatore, scolarità terza elementare. Non dà informa- 
zioni sulla famiglia di origine. È stato imbarcato come mozzo su 
navi mercantili per molti anni. 

F: 46 anni, pescatore. Scolarità scuola media inferiore. 

G: 31 anni, operaio edile, pescatore a giornata per alcuni periodi 
dell'anno. Scolarità scuola media inferiore. 

Marinai della Marina della Corricella 

H: 63 anni, marittimo (motorista). Ha frequentato l'istituto tecnico. 
Figlio di pescatore. Da ragazzo ha fatto il pescatore con il padre, a 
Fiumicino. Ha lavorato per diciannove anni nella marina mercanti- 
le ed ora è in pensione. 

I: 49 anni, ha il diploma dell'Istituto Nautico e per due anni ha fre- 
quentato l'Università. Per alcuni anni ha lavorato su navi mercanti- 
li come ufficiale di macchina. Ormai ha smesso di navigare, è pro- 
prietario di un grosso motopeschereccio con dodici uomini di equi- 
paggio, e lavora attivamente alla gestione della sua impresa di pe- 
sca. 

L: 42 anni, ha frequentato l'Istituto Nautico. Per alcuni anni è stato 
imbarcato su navi mercantili come macchinista. Oggi lavora come 
marinaio e pescatore sul motopeschereccio di I. 

Capitani di lungo corso 

M: circa 70 anni, ha il diploma dell'Istituto Nautico ed è stato ca- 
pitano superiore di lungo corso. Ha guidato grandi navi della mari- 
na mercantile italiana, come la Michelangelo. Oggi vive in pensio- 



209 



ne in una città del Nord, ma toma spesso a Precida. Viene da una 
famiglia di armatori. 

N: 63 anni, ha il diploma dell'Istituto Nautico ed è stato capitano 
superiore di lungo corso. Ha guidato petroliere di vari paesi. Viene 
da una famiglia di pescatori. Oggi è in pensione. 

O: 55 anni, ha il diploma dell'Istituto Nautico ed è stato capitano 
superiore di lungo corso. Ha lavorato per molti anni in America. 
Oggi è in pensione e svolge altre attività. 

Il gruppo 2 è formato da parlanti che provengono da due famiglie di 
origine napoletana. Alla Corricella, le famiglie di questa provenienza so- 
no in numero non trascurabile, tanto da dare al piccolo centro una facies 
linguistica ibrida, in cui la componente napoletana è ancora sensibile nel- 
le generazioni più giovani. Una famiglia, in particolare, ha avuto molti di- 
scendenti e presenta un interesse linguistico speciale, perché è possibile 
seguire attraverso le sue diramazioni la perdita di tratti napoletani e l'ac- 
quisizione di tratti procidani, ben netta in alcuni membri e ibridizzata in 
altri. Il capostipite, P, un pescatore napoletano di S. Lucia, si è trasferito a 
Procida da giovane durante la seconda guerra mondiale, insieme alla mo- 
glie, per cercare rifugio e migliori condizioni di vita. Uno dei figli, S, pre- 
senta ancora una facies dialettale fortemente napoletana. Nella famiglia di 
P, le condizioni di dialettofonia sono del tutto prevalenti in P e U, mentre 
S e soprattutto T, il parlante piti scolarizzato, hanno un repertorio diffe- 
renziato in dialetto e italiano. L'altra famiglia napoletana è costituita da 
due fratelli, Q e R, il cui dialetto ha tratti napoletani, con qualche ibridiz- 
zazione procidana in Q. Entrambi questi parlanti (soprattutto R, che pure 
è scarsamente scolarizzato) presentano nell'intervista una facies di italia- 
no relativamente avanzata. Nello sviluppo del loro repertorio il lavoro co- 
me marinai può aver avuto una notevole importanza. 

Gruppo 2 

P: 93 anni, analfabeta, pescatore. Si è trasferito a Procida da Mer- 
gellina durante la seconda guerra mondiale, con il suo nucleo fami- 
liare. Non è mai stato imbarcato. I figli e i nipoti sono proprietari 
di motopescherecci con cui conducono una piccola azienda fami- 
liare. 

Q: 83 anni, scolarità elementare. Ha lavorato come marinaio per 
qualche anno, da giovane, quindi ha fatto il pescatore sino alla 
pensione. 



210 



R: circa 70 anni, è fratello di Q, ha la licenza elementare. Ha lavo- 
rato per cinque anni su navi passeggeri, quindi come pescatore. 

S: 63 anni, è uno dei figli di P, non è andato a scuola, ha sempre 
fatto il pescatore. È comproprietario con il fratello di alcuni grossi 
motopescherecci. 

T: 42 anni, è nipote di P, ha frequentato l'Istituto Nautico, è stato 
imbarcato su navi mercantili come macchinista, e oggi lavora nel- 
l'azienda peschereccia di famiglia. 

U: 30 anni, è nipote di P, ha la terza elementare. Ha sempre lavora- 
to nell'azienda familiare. 

2. 5. Elenco dei processi fonetici considerati. I processi fonetici presi 
in considerazione come rilevanti per lo studio del rapporto tra produzioni 
in dialetto e produzioni in italiano sono qui di seguito riportati. Alcuni di 
essi hanno una natura generale e ricorrono in italiani regionali diversi, al- 
tri sono pila locali. 

Processi vocalici. 

(la) Allungamento cospicuo delle vocali toniche: ita'lja::na (E), 
um'me::se (L), 'koiisa (N); 

(Ib) Allungamento delle vocali atone, specie pretoniche: i:ta:li:'ano 

{B),fa;'stidjo (L), kom'dotta (N); 

(2) Innalzamento delle vocali atone, sia pre- che post-toniche: 
paru'lattjd (C), spu'sato (C), 'pikkuld (C), 'isula (D), mi'stjerd (E); 

(3) Centralizzazione delle vocali atone, specie in sillaba finale; 

(4) Sviluppo di un "legamento" w o a tra una Consonante (Occlusiva 
o Fricativa) e una Vocale (in sillaba tonica e talora atona): 

(4a) Struttura C ^ V: mm^'e (B), bb'^vm'b'ind (F), ajfon'd^vnda (F), 
'le'vna (G), attiviTv (L), çitTv (N); 

(4b) Struttura C ' V: 'm'o^^d (A), Vvm, Fv (L), 'bb^ene (M), s'i (N); 

(5) Dittongazioni 

(5a) Dittongazione spontanea discendente (in sillaba tonica e talora in 
sillaba atona), preponderantemente in sillaba aperta 

(5b)o — > o" / ou: ni'po"t3 (A) [processo presente in tutti i parlan- 
ti]; 



211 



(5c) e ^ e' / ei: vo'leivd (A) [processo presente in tutti i parlanti]; 

(5d) Dittongazione e -^ (eA, a) (Vocali toniche e talora atone, in conte- 
sto predominante di sillaba chiusa): settanta' ss'^ttd (B), vapo'rsAtti 
(C), 'pAntso (F); 

(5e) Dittongazione e -^ (e, sa, a, aì) (Vocali toniche e talora atone in 
contesto predominante di sillaba liberà): fa'cAVAiìd (B), ri'pAta 
(F); 

(6) Nasalizzazione di vocali sia in contesto di nasale adiacente (prece- 
dente o successiva) sia in contesto non nasalico: kom'pàjijid, 
T'vttjDiG); 

Nei contesti non nasali questo processo potrebbe essere un effetto col- 
laterale di un setting fortemente velare; 

(7) Palatalizzazione di [a] tonica e atona: 
'^rae/a (A), 'ssekrifiço, sen'dasre, 'mxjiga (E); 

(8) Velarizzazione di [a] tonica: gwv'dvjijia (F), 'vnni (L), responsabbili'to 

(N); 

Processi consonantici 

(9) Sonorizzazione di Consonante sorda dopo nasale; 

(10) Desonorizzazione di Consonante sonora dopo nasale: man'tfare 
(E), man'd^are (M); 

(11) Lenizione o sonorizzazione di Consonante sorda -i- Vocale in con- 
testo di sillaba iniziale e di Consonante sorda intervocalica: 'Janna 
(E), 'karikd, peskc'^'e'renjo (F), 'kariko (M); 

(12) Assimilazioni 

(12a) Assimilazioni di liquida vibrante e liquida laterale alla Consonante 
successiva 

(12al) r + C ^ ^ + C, CC: pe"ke (C), 'pa'li (D), / k'kariko (E), dis'ko'so 

(N); 

(12a2) 1 -I- C ^ ' + C, CC: / rristo'rante (D), / ttubbo (E), albergo (F), 
'vohe (in pili parlanti); 

(12b) Assimilazione di Consonante occlusiva dentale sorda alla frica- 
tiva dentale precedente (s + t — > s\ ss): 'smesso, 'kwes'o, 'kwesso (in 
più parlanti); 

212 



(13) Velarizzazione di [1] e [-11-]: vafori, raffa'elto, Itv (N); 

(14) Passaggio ad approssimante di [-v-]: llawo'rare,pru'wiste (E); 

(15) Passaggio ad approssimante di [r]: 'eja, pijka'toue (D), 'kauiko 

(E); 
(16) Palatalizzazione di fricativa dentale nel contesto di Consonante 

labiale o velare successiva: fpeçalid'dzatd (E), 'Jkwola (F). 

2. 6. La metodologìa di analisi. Per studiare la distribuzione inter-indivi- 
duale dei processi si sono costituite delle tavole, relative, rispettivamente, 
al vocalismo e al consonantismo nelle produzioni in italiano o italianiz- 
zanti, che rendono conto della presenza, latenza e assenza di ogni proces- 
so per ciascun parlante (cfr. Tab. 1-4)'^ In base all'esame di queste distri- 
buzioni si sono costruite gerarchie di frequenza di processi, distinte per i 
due gruppi (cfr. Fig. 1-4)'^ Si è quindi esaminato il rapporto tra processi 
presenti o manifesti e processi latenti per pariante, separatamente per il 
vocalismo e per il consonantismo e per ognuno dei due gruppi (cfr. Fig. 
5-8). Si sono infine costruiti alcuni indici, ritenuti significativi per lo stu- 
dio delle dinamiche interindividuali: 

- L'indice di presenza di processi sia vocalici che consonantici (I 
(V + C), cfr. Tab. 5 e 6); 

- L'indice del rapporto tra presenza di processi vocalici e di proces- 
si consonantici (Indice V/C, cfr. Tab. 5 e 6); 

- L'indice di latenza assoluta, che esprime il numero di processi la- 
tenti per parlante (cfr. Tab. 5 e 6); 

- L'indice di latenza relativa, ovvero il rapporto tra processi latenti 
e processi manifesti (sia vocalici che consonantici) (I (L)) (cfr. 6. 
l.eó. 2.,cfr. Fig. 11). 

i"* Un processo che ha da una a tre occorrenze è stato rappresentato con '+', un pro- 
cesso con un numero di occorrenze superiore a tre, ma non regolare, è stato rappresentato 
con '++', un processo che compare in maniera regolare è stato rappresentato con '+++'. Si 
noti che all'aumentare della regolarità si riscontra quasi sempre un aumento di forza del 
processo, che diventa pertanto cospicuo percettivamente o, nella terminologia qui usata, 
macroscopico. I processi latenti (cfr. 6.) sono stati rappresentati con '*'. L'assenza di pro- 
cesso è ovviamente rappresentata con '-'. 

15 Assegnando un punto a ciascun processo presente in un parlante, indipendentemen- 
te dalla sua regolarità e dalla sua forza, e mezzo punto a ciascun processo latente, il pun- 
teggio totale di ogni processo è stato ottenuto in base alla sua frequenza in ognuno dei due 
gruppi. 

213 



I primi due indici e l'ultimo sono stati parametrizzati. L'indice di pre- 
senza dei processi vocalici e consonantici, I (V+C), ha un livello nullo o 
minimo (da zero a 2), un livello medio (da 3 a 9) e un livello alto (da 10 
verso l'alto). L'indice di rapporto tra processi vocalici e processi conso- 
nantici, V/C, varia da valori positivi, a zero a negativi. I valori positivi in- 
dicano ovviamente una prevalenza di processi vocalici, quelli negativi 
una prevalenza di processi consonantici. L'indice di latenza relativa, I 
(L), ha un livello basso, da a 20%, medio dal 21% al 39%, alto dal 40% 
al 60%. 



3. Analisi dei processi vocalici 

3. 1. Gerarchie di frequenza dei fenomeni vocalici nei due gruppi. I 
processi vocalici sono distribuiti secondo gerarchie di frequenza diverse 
nei due gruppi di parlanti (cfr. Tab. 1 e 2). Non è chiaro sino a che punto 
queste differenze lascino affiorare condizioni caratteristiche dei diversi 
retroterra dialettali (si confrontino le Fig. 1 e 2). Fenomeni molto genera- 
li, come le dittongazioni discendenti [ei], [ou] delle vocali medie semi- 
chiuse /e/ e loi, che compaiono spontaneamente in varietà parlate di nu- 
merose lingue, occupano nel gruppo 1 i due ranghi più alti, e ciò potrebbe 
essere dovuto al contatto con le varietà dialettali procidane, dove il pro- 
cesso è molto più cospicuo e stabilizzato che nelle varietà napoletane (cfr. 
Sornicola 2003a, 2005c). L'ipotesi dell'influenza dialettale sembra in 
questo caso ricevere sostegno dal confronto con il gruppo 2, in cui i due 
processi dittongali menzionati occupano un rango inferiore. L'interferen- 
za dialetto-lingua può giustificare anche la diversità di rango, nei due 
gruppi, dell'abbassamento e dittongazione di /e/ in [e], [eA], [a], [aì]. Tale 
processo è infatti macroscopicamente caratteristico delle varietà procida- 
ne e più in generale dell'area flegrea (cfr. Sornicola 2001 e 2003a), men- 
tre non si riscontra in napoletano (ma si vedano anche le osservazioni in 
3.3.). 

Altri risultati sono più problematici da analizzare. La nasalizzazione di 
vocali e la palatalizzazione di /a/'^ si trovano in entrambe le gerarchie ai 
ranghi più bassi, pur trattandosi di due fenomeni di diverso statuto varia- 
zionistico. Il primo, in effetti, è un processo di natura stilistica, con debo- 
le regolarità in procidano, più radicato invece in alcuni stili di parlato di 



'^ Uso qui la terminologia nota in dialettologia romanza. Da un punto di vista foneti- 
co il processo è meglio descritto in termini di anteriorizzazione e innalzamento della vo- 
cale. 

214 



Tab. 1 
Distribuzione dei processi vocalici (gruppo indigeno) 



Parlanti 


e' 


O" 


D 


C'V 


ditt. e 


ditt. e 


C*V 


V 


£e 


A 


+ 


+ 


- 


+ 


- 


- 


- 


- 


* 


B 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


- 


L. 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


* 


- 


- 


D 


+ 


+ 


+ 


+ 




* 


+ 


- 


- 


E 


+ 


+ 


+ 


- 


* 


* 


- 


- 


++ 


F 


+ 


+ 


+++ 


+ 


++ 


++ 


+++ 


- 


- 


G 


+ 


+ 


++ 


++ 


+ 


+ ~ 


+++ 


+ 


- 


H 


+ 


+ 


+ 


* 


+ 


+ 


* 


- 


- 


I 


+ 


+ 


+ 


* 


+ 


+ 


* 


- 


- 


L 


+ 


+ 


+ 


* 


- 


- 


* 


- 


- 


M 


+ 


+ 


++ 


+ 


- 


- 


+ 


- 


- 


N 


+ 


* 


- 


* 


+ 


+ 


- 


- 


- 


O 


+ 


+ 


+++ 


++ 


+ 


+ 


+ 


- 


- 



Tab. 2 
Distribuzione dei processi vocalici (gruppo napoletano) 



Parlanti 


D 


Cwy 


O" 


C"V 


e' 


ditt. e 


V 


se 


ditt. e 


P 


+ 


+ 


+ 


* 


* 


* 


+ 


- 


- 


Q 


++ 


+ 


+ 


* 


* 


+ 


+ 


- 


- 


R 


+ 


* 


* 


* 


- 


+ 


- 


* 


- 


S 


* 


* 


. 


. 


- 


- 


- 


- 


- 


T 


+ 


+ 


+ 


* 


+ 


- 


- 


- 


- 


U 


+++ 


+++ 


+ 


++ 


+ 


* 


++ 


- 


- 



varietà napoletane. Diverso e più complesso è il caso della palatalizzazio- 
ne di /a/ in una gamma di varianti [ae], [e], [e], a prima vista riconducibi- 
le senza difficoltà ad una giustificazione interferenzialistica dal momento 
che un processo simile non è osservabile in napoletano, ma è presente 
nelle varietà dialettali procidane e montesi. Tuttavia in tali varietà il feno- 
meno è fondamentalmente di natura metafonetica, e ha inoltre un alto 
grado di morfologizzazione per la codifica del genere e del numero di no- 
mi, aggettivi e participi (cfr. Milano 2002; Somicola 2005c). 

Nelle produzioni in italiano, o orientate sull'italiano, la palatalizzazio- 
ne di /a/ compare come processo puramente fonetico solo in tre parlanti, 
in due (A e R, entrambi anziani e con bassa scolarità) in maniera del tutto 
sporadica ed inoltre latente. Il parlante E è l'unico che lo presenta in ma- 
niera del tutto manifesta e cospicua. Si tratta di un uomo con un compor- 
tamento sociale e linguistico di grande insicurezza, che lo distingue netta- 
mente dagli altri intervistati, sia del gruppo 1 che del gruppo 2. La scola- 

215 



rizzazione pressoché inesistente si accompagna ad un evidente forte desi- 
derio di riscatto sociale, che lo conduce a inserirsi spesso nella conversa- 
zione di gruppo per raccontare la sua storia. Il suo parlato è quello in cui 
maggiormente numerosi e strutturalmente più differenziati sono i feno- 
meni di italianizzazione del dialetto e di "invenzione" dell'italiano (fre- 
quenti sono ad esempio ipercorrettismi e malapropismi)^^. 

È interessante che nella casistica del parlante E ora descritta si produ- 
cano processi che non appartengono né all'italiano né al dialetto, ma che 
si configurano come innovativi, a non alta stabilità, o se si vuole effimeri. 
La palatalizzazione spontanea di /a/ tonica si può per l'appunto inserire 
tra questi. Il fatto che si tratti di un processo puramente fonetico, e non 
morfofonologico e morfologico come in procidano, potrebbe essere un 
argomento contro l'ipotesi che esso sia imputabile al retroterra dialettale. 
D'altra parte, diversi ordini di dati fanno propendere per la tesi che esso 
abbia un carattere naturale. In effetti, l'anteriorizzazione e l'innalzamento 
di /a/ sono due dei non numerosi movimenti che può seguire la dinamica 
di /a/ nel parlato spontaneo (una discussione di questa tesi è stata presen- 
tata in Somicola 2003b). Questa considerazione è congruente con il fatto 
che il fenomeno in questione si presenta come una innovazione effimera. 
Altro indizio significativo sembra che i due parlanti in cui il processo è 
latente provengano da retroterra dialettali diversi ^*^, uno con e l'altro sen- 
za alcun tipo di palatalizzazione. Si può pertanto concludere che il deter- 
minarsi della palatalizzazione di /a/ come processo puramente fonetico 
nelle produzioni in italiano o italianizzanti dei parlanti procidani sia indi- 
pendente dal retroterra dialettale. 

La velarizzazione di /a/ mostra per un altro verso la genesi complessa 
di alcuni processi di parlato tra dialetto e italiano'*^. Essa è presente in en- 
trambe le varietà dialettali procidana e napoletana, ma non in maniera re- 
golare e stabile. Il processo occupa nelle due gerarchie ranghi con un pic- 
colo scarto. Ma ciò potrebbe avere interpretazioni opposte: dare plausibi- 
lità all'ipotesi interferenzialistica o, al contrario, mostrare l'indipendenza 
di questo processo dalle varietà dialettali di base. Un'analisi piiì micro- 

'^ Per una analisi dettagliata della interessante produzione parlata del testo di E rinvio 
a Somicola 2005b. 

'* In P il processo ricorre esclusivamente in un lapsus. 

'^ Ancora una volta non è chiaro se gli scarti minori tra le due gerarchie siano dovuti 
alle differenze tra le varietà dialettali di base. Le differenze di rango della palatalizzazione 
di 5 + Occlusiva labiale o velare, nelle gerarchie dei due gruppi, potrebbero riflettere il 
fatto che il processo è meno cristallizzato nella varietà procidana rispetto a quella napole- 
tana. 

216 



n r 



Gerarchia di presenza dei processi 
vocalici - Gruppo indigeno 



(1) Dittongazione e' 

(2) Dittongazione o" 

(3) Velarizzazione di /a/ = [d] 

(4) Sviluppo di legamento 3 C V 



(5) Dittongazione Iti -^ (ea, a) 

/e/ -^ (e, EA, A, aì) 

(6) Sviluppo di legamento w C V 



(7) Nasalizzazione di V 



(8) Palatalizzazione di /a/ 



Gerarchia di presenza dei processi 
vocalici - Gruppo napoletano 



(1) Velcirizzazione di /a/ = fol 



(2) Sviluppo di legamento w C V 



(3) Dittongazione o" 



(4) Sviluppo di legamento 9 C V 



(5) 



Dittongazione e' 



Dittongazione /e/ -> (ea, a) 



(6) Nasalizzazione di V 



(7) Palatalizzazione di /a/ 



(8) Dittongazione /e/ -^ (e, e a, a, aì) 



Figura 1 



Figura 2 



scopica della distribuzione del processo nei due gruppi e della sua regola- 
rità aiuta forse a trovare una conclusione. La velarizzazione di /a/ compa- 
re nelle produzioni in italiano o italianizzanti di quasi tutti i soggetti inter- 
vistati. Nel gruppo 1 è del tutto regolare in F e O, e sembra in via di rag- 
giungere questo stadio in G e M. I parlanti A e N invece non ne hanno 
traccia. Nel gruppo 2, eccezion fatta per U e in misura minore per Q, il 



217 



processo è molto frequente anche se non del tutto regolare. In P la vela- 
rizzazione si determina solo nei monosillabi (come la forma verbale fa), 
un contesto caratteristico di alcune varietà stilistiche napoletane. E inoltre 
latente in R e S, entrambi parlanti al di sopra dei 60 anni, con scolarizza- 
zione infima o nulla. 

Il processo in esame, ad ogni modo, occorre in soggetti di classe sociale, 
istruzione ed età sensibilmente diverse ed è particolarmente cospicuo nei 
due capitani di lungo corso (M e O) che provengono da famiglie scolarizzate 
e che hanno ricoperto incarichi di alto hvello nella marina mercantile itaha- 
na e in quelle di altri paesi. Si può pertanto escludere l'ipotesi che si tratti di 
una caratteristica socialmente e culturalmente condizionata. D'altra parte, il 
fatto che il processo sia presente in due individui situati vicino al limite su- 
periore e a quello inferiore di età (M e G) fa escludere che si tratti di una ca- 
ratteristica che ha acquistato peso solo nelle generazioni più giovani. Che in 
parlanti come M ed O la velarizzazione sia ancora piià cospicua nelle produ- 
zioni in italiano rispetto a quelle in dialetto e mostri un netto aumento di for- 
za nei contesti in cui maggiore è la focalizzazione di costituenti, induce ad 
ipotizzare che il processo abbia almeno in parte una genesi stilistica. In effet- 
ti, in tutti i soggetti con velarizzazione si riscontra un setting fortemente ve- 
lare (cfr. 3. 2). In aggiunta a ciò, in M e O si nota una tendenza alla iperarti- 
colazione di parlato, specialmente visibile nelle produzioni in italiano. Del 
resto, se in tutti i soggetti che presentano la velarizzazione, questa fosse do- 
vuta meccanicamente all'esposizione ad un ambiente Unguistico circostante, 
perché essa manca del tutto in alcuni parlanti (A e N), ed è molto meno co- 
spicua in altri? Si potrebbe dunque ipotizzare che il processo risieda in dina- 
miche di produzione individuah e stiUstiche, che si assestano poi in diverso 
modo nel dialetto e nelle varietà di italiano. In base alle considerazioni ora 
svolte, si può inoltre concludere che, in questo caso, la prossimità di rango 
gerarchico nelle scale (cfr. Fig. 1 e 2) non dipenda in senso stretto dall'inter- 
ferenza con le varietà dialettali: piuttosto, si tratta di un processo che attra- 
versa produzioni in dialetto e produzioni in itahano, ma che ha una genesi in 
un certo senso indipendente dalle une e dalle altre (cfr. anche 3.2.). 

Che l'uguaglianza o la prossimità di rango nelle gerarchie non siano il 
riflesso immediato di uguali situazioni dei retroterra dialettali, lo si può 
vedere anche in base alla dittongazione e abbassamento della vocale me- 
dia semi-aperta /e/, che occupa nelle gerarchie dei due gruppi ranghi mol- 
to simili (cfr. Fig. 1 e 2), sebbene si tratti di un processo presente in proci- 
dano (come in altre varietà campane) e solo latente in napoletano (cfr. 
Somicola e Maturi 1993). Analogamente, lo sviluppo del legamento [a] è 
un processo regolare in molte varietà precidane, mentre in napoletano 

218 



compare in forma latente, ed è maggiormente percepibile in alcuni stili 
parlati trascurati. Come interpretare allora il fatto che il processo occupa 
lo stesso rango nelle due scale? 

La diversità di rango, in effetti, può richiedere una interpretazione che ten- 
ga conto non solo della distribuzione areale, ma anche delle caratteristiche 
stilistiche dei processi coinvolti, come si vede nei risultati relativi agli svilup- 
pi del legamento [w]. Questo è un fenomeno endemico nell'area flegrea, 
mentre in napoletano compare solo in parlanti con forte setting velare e in sti- 
li enfatici. Tuttavia esso occupa un rango più elevato nella gerarchia del grup- 
po 2, rispetto a quello della gerarchia del gruppo 1 (cfr. Fig. 1 e 2). È infatti 
presente in maniera abbastanza regolare nei parlanti napoletani, mentre è 
confinato solo ad alcuni parlanti procidani (cfr. Tab. 1 e 2). 

3. 2. Validità circoscritta delle scale di implicazione e loro basi natu- 
rali. L'analisi della distribuzione e frequenza dei processi (cfr. Tab. 1-4) 
mostra che il modello della scala di implicazione non ha validità generale 
né per il vocalismo né per il consonantismo. Esso risulta applicabile solo 
limitatamente ad alcuni fenomeni e ad alcuni parianti. Il quadro è ulte- 
riormente complicato dalle caratteristiche di latenza (per cui cfr. 6.). 

Per quanto riguarda il vocalismo, si possono fare le seguenfi osserva- 
zioni (cfr. Tab. 1 e 2). Nel Gruppo 1, solo i parianti con indici alti di pro- 
cessi presenti (B, F, G e O) hanno una distribuzione di dinamiche vocah- 
che rappresentabili attraverso una scala di implicazione. Nel gruppo 2, il 
modello implicazionale potrebbe valere solo se le caratteristiche latenti si 
considerassero del tutto equivalenti a quelle manifeste. 

Ciò che sembra interessante, ad ogni modo, è l'esistenza di relazioni 
circoscritte tra processi che hanno una affinità (solidarietà) articolatoria 
naturale. Si può individuare, ad esempio, una solidarietà tra la velarizza- 
zione di /a/ e lo sviluppo del legamento [w] nel contesto C _ V, secondo 
la relazione di implicazione bicondizionale: 

Se [d] 3 [wl e Se [w] 3 [d] 

(Se si determina velarizzazione di /a/ si determina anche lo sviluppo del 
legamento [w], e viceversa) 

Questa regolarità è assente nel solo parlante E, che mostra velarizzazione 
di /a/ senza sviluppo del legamento. 

La relazione tra i due fenomeni potrebbe giustificarsi in base alla pre- 
senza di un setting articolatorio fortemente velare-^, di cui entrambi sono 

20 Per la nozione di setting rinvio a Laver 1994: 115-116 e 152-155. 

219 



una manifestazione. Nei soggetti di bassa estrazione sociale e con stili di 
parlato fortemente enfatici (come F, G, U), l'implicazione assume una for- 
ma particolare: ognuno dei due processi solidali è molto cospicuo, il che fa 
ipotizzare che in alcuni casi la relazione implicazionale non riguardi solo la 
dicotomia di presenza vs assenza, ma coinvolga anche la forza o grado di 
manifestazione dei processi. Questa ipotesi potrebbe dare ulteriore fonda- 
mento all'idea che esista una giustificazione articolatoria naturale dei rap- 
porti osservati. La relazione di solidarietà di grado potrebbe ricevere soste- 
gno anche in base ai dati del parlante S, che esibisce latenza di entrambi i 
fenomeni. Ma altri dati sono in controtendenza rispetto alla regolarità ipo- 
tizzata. Nei capitani M e O, i parlanti di classe sociale piià elevata del grup- 
po 1, i due processi in esame, pur essendo solidali, non mostrano la stessa 
forza. Analoga considerazione vale per il parlante Q, del gruppo 2. 

I testi prodotti da altri soggetti (B, G e U) forniscono indizi a sostegno di 
un rapporto tra la velarizzazione di /a/, lo sviluppo del legamento [v^] e la na- 
sahzzazione vocaUca. Si tratta, in effetti, di tre dinamiche che attivano due re- 
gioni hmitrofe dell'apparato fonatorio, la regione velare e le cavità nasali, in 
questo caso non si hanno al momento dati sufficienti a delineare il tipo di re- 
lazione, ma gh indizi sono interessanti come ulteriore conferma di sinergia tra 
processi con una evidente affinità fonetica naturale-'. 

Non sembra invece sussistere rapporto implicazionale generalizzato tra la 
velarizzazione di /a/ e l'abbassamento e dittongazione delle vocali medie an- 
teriori, nonostante si tratti di movimenti vocalici con una certa affinità. Ac- 
canto ad un certo numero di parlanti che esibiscono entrambi i processi, ci so- 
no individui (come L e M) che hanno la velarizzazione di /a/, ma non l'abbas- 
samento e dittongazione delle vocali medie. Si potrebbe ipotizzare che questi 
ultimi fenomeni impUchino il primo, ma non viceversa. Ma tale ipotesi sareb- 
be del tutto artificiosa; essa non sarebbe inoltre vahda per tutti i soggetti (è 
contraddetta da N). Ma il motivo più importante per cui il modello implica- 
zionale non sembra proponibile risiede nel fatto che i due tipi di processo non 
hanno lo stesso statuto stilistico. Ad esempio, durante l'intervista, i parlanti H 
e I esibiscono l'abbassamento e dittongazione in pochi contesti in cui allenta- 
no l'autocontrollo, ma hanno la velarizzazione sia in questi che nelle produ- 
zioni autocontrollate. È possibile dunque che il dinamismo delle vocah medie 
sia meno regolare e stabilizzato rispetto alla velarizzazione di /a/. 

^' Tale situazione strutturale è ben compatibile con il fatto che nelle varietà napoleta- 
ne urbane la nasalizzazione sia un fenomeno tipico di stili enfatici ipertrofizzati, descrivi- 
bili rispetto a parametri sociolinguistici (si riscontrano specialmente in parlanti di bassa 
condizione sociale e culturale), ma caratterizzano anche stili di canto tradizionali (si pensi 
ad esempio a Sergio Bruni e Mario Merola). 

220 



3.3. Differenze tra parlanti. Il quadro ora delineato contiene ulteriori 
elementi di disomogeneità, che riguardano le condizioni strutturali di di- 
stribuzione e quelle di repertorio. Nel gruppo 1, lo sviluppo del legamen- 
to [w] è definito dal contesto C _ V, in cui C è una Occlusiva (labiale, 
dentale o velare, oppure una fricativa labio-dentale) e V è la Vocale /a/^^. 
Questa doppia condizione sugli intomi di sinistra e di destra si riscontra 
anche in Q, che appartiene al gruppo napoletano. Tuttavia in altri parlanti 
del gruppo 2 (P e T) il processo ha una distribuzione determinata solo dal 
contesto consonantico precedente. Esso si realizza infatti solo quando la 
consonante che precede è una nasale bilabiale. 

Alcuni processi sono disomogenei rispetto alla distribuzione nel reper- 
torio. L'abbassamento e la dittongazione delle vocali medie anteriori, ad 
esempio, si verificano nel pariante B soprattutto nelle porzioni di testo in 
cui egli ha produzioni in italiano o italianizzanti, piuttosto che in quelle in 
dialetto. Viceversa, nel pariante H le vocali medie anteriori sono più sta- 
bili nelle produzioni in italiano che in quelle in dialetto. Questi dati appa- 
rentemente contraddittori potrebbero significare che i processi vocalici in 
questione non si determinino in maniera automatica per interferenza dia- 
letto-lingua. In altri termini, il parlante non riproduce necessariamente 
una abitudine articolatoria del dialetto, trasferendola in maniera meccani- 
ca alla dinamica del suo pariato in italiano. I risultati emersi indicano an- 
cora una volta una ricreazione indipendente di dinamiche che, peraltro, 
nello stesso dialetto sono tutt' altro che stabili e regolari. 



4. I PROCESSI CONSONANTICI 

Come nelle gerarchie vocaliche, anche in quelle consonantiche i ran- 
ghi superiori sono occupati da processi che hanno un alto grado di natura- 
lezza e generalità. Si tratta delle assimilazioni (di sonorità o di luogo di 
articolazione) e della lenizione in contesto intervocalico. I fenomeni più 
marcati e "locali", come la labializzazione di Ivi e la velarizzazione di /!/, 
occupano i ranghi inferiori per entrambi i gruppi, ma presumibilmente per 
motivi diversi (cfr. più avanti). Complessivamente, le due scale ottenute 
per il gruppo 1 e il gruppo 2 presentano tra loro gerarchizzazioni più si- 
mili rispetto a quelle ottenute per il vocalismo. I processi ai ranghi alti 
occorrono tendenzialmente in tutti i parlanti, sia nelle produzioni in dia- 
letto che in quelle in italiano (cfr. Tab. 3 e 4 e Fig. 3 e 4). Quelli ai ranghi 

'" Ma nel parlante B si ha sviluppo di legamento anche nel monosillabo me, un intor- 
no che presenta condizioni simili a quelle vahde nel gruppo 2. 

221 



bassi non sono altrettanto omogeneamente ripartiti. Come per il vocali- 
smo, tuttavia, anche nel consonantismo le gerarchie non sono immediata- 
mente significative delle differenze degli strati dialettali di base. 

Le assimilazioni progressive nei contesti /-C e r-C e i loro ranghi relativa- 
mente alti nelle gerarchie dei due gruppi sollevano alcune questioni interes- 
santi. Nell'itahano parlato a Napoli, pronunzie come [aTco], [akko] 'arco' so- 
no caratteristiche regolari di alcuni stili la cui distribuzione socioUnguistica 
non è del tutto chiara. Esse si possono infatti osservare in parlanti con grado 
di istruzione non alto, ma hanno anche costituito uno stereotipo di affettazio- 
ne aristocratica^^. Analoghe considerazioni valgono per l'assimilazione pro- 
gressiva l-t, come in [a'to], [atto] 'alto'. Si noti tuttavia che a Napoli questi 
processi non si riscontrano sempre in maniera ben percepibile (macroscopi- 
ca). Bisogna inoltre tenere in conto che nelle varietà dialettali napoletane, i 
contesti -It- sono indisponibili, perché sono stati eliminati da sviluppi diacro- 
nici. Si pensi ai tipi ata 'altro', vota 'volta', awtd 'alto', che mostrano dileguo 
della laterale o sua vocalizzazione-'^. I contesti -rp-, -rb-, -rd-, -rt-, -rk- 
(kworpa, garbd, sarda, mworta, pworkB) non sembrano attivare assimilazione 
manifesta, neppure in stili particolarmente trascurati-^ (sull'assimilazione r-C 
in area italiana meridionale si veda Rohlfs 1949-1954, 1, §§ 262 e 263). Ci sa- 
rebbero dunque argomenti per sostenere che si tratti di processi che in manie- 
ra macroscopica si producono indipendentemente nel passaggio all'italiano. 
Ma il fatto che nel dialetto napoletano ci sia una sorta di intolleranza ad alcu- 
ni contesti Liquida -i- Occlusiva condurrebbe anche a concludere che lo strato 
dialettale sia comunque in qualche modo coinvolto, sia pure come una condi- 
zione negativa o di impedimento. 

La situazione di Precida non sembra diversa da quella napoletana, se 
non per il fatto che i processi assimilativi di Liquida + Occlusiva si esten- 
dono ad un maggior numero di parlanti e di contesti stilistici in produzio- 
ni in italiano o italianizzanti. Non è privo di interesse che l'unico soggetto 
del gruppo 2 che presenta l'assimilazione r-C, in contesti distribuzional- 
mente limitati*^^, sia il pili giovane della generazione dei napoletani proci- 
danizzati, ma anche l'unico che non è andato a scuola (U). 

^^ Si pensi alle pronunzie di Carlo Croccolo e Totò quando recitano la parte di perso- 
naggi nobili. 

-'' Un ulteriore sviluppo è rappresentato dal tipo ava/a 'alto', con evoluzione della vo- 
cale posteriore alta in una fricativa labio-dentale e proliferazione di una vocale anaptittica. 

^^ Una apparente eccezione è costituita da ^ciakké 'perché', parola che però esibisce il 
processo assimilativo in molti dialetti meridionali, anche in assenza di condizioni genera- 
lizzate di assimilazione. È possibile che la struttura metrica della parola, ossitona, favori- 
sca lo sviluppo. 

^^ Nel contesto in cui C = Idi, ma non in quello in cui C = /k/, /g/. 

222 



Tab.3 
Distribuzione dei processi consonantici (gruppo indigeno) 



Pari. 


sonor. 
C/C 

nas— 


assim. 

st 


assim. 
1 + C 


assim. 
r + C 


palat. 

s/_C 


leniz. 
son. C 


deson. 
C/C 

nas— 


V^W 


r->j 


velariz. 

1 


A 


+ 


- 


- 


- 


- 


- 


- 


- 


- 


- 


B 


+ 


+ 


. 


- 


+ 


- 


- 


- 


- 


- 


C 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


- 


- 


D 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


- 


- 


++ 


- 


E 


+ 


+ 


++ 


++ 


+ 


+ 


+ 


++ 


+ 


- 


F 


+ 


+ 


++ 


++ 


++ 


++ 


+ 


+ 


- 


- 


G 


+ 


++ 


++ 


++ 


+ 


+ 


+ 


+ 


- 


+ 


H 


* 


* 


* 


* 


- 


- 


* 


- 


- 


- 


I 


+ 


+ 


* 


* 


- 


* 


- 


- 


- 


- 


L 


+ 


+ 


+ 


_ 


+ 


* 


- 


- 


- 


- 


M 


+ 


* 


* 


* 


- 


- 


- 


- 


- 


- 


N 


++ 


+ 


++ 


++ 


+ 


+ 


+ 


- 


- 


- 





+ 


* 


* 


* 


- 


- 


- 


- 


- 


++ 



Tab.4 
Distribuzione dei processi consonantici (gruppo napoletano) 



Pari. 


sonor. 
C/C 

nas— 


assim. 
st 


palat. 

s/_C 


assim. 
1 + C 


leniz. 
son. C 


r^j 


velariz. 
1 


assim. 
r + C 


V— >w 


deson. 
C/C 

nas— 


P 


+ 


* 


+ 


- 


- 


+ 


+ 


- 


- 


- 


Q 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


* 


* 


- 


* 


* 


R 


++ 


- 


++ 


+ 


* 


- 


- 


- 


- 


- 


S 


+ 


+ 


* 


+ 


* 


- 


- 


- 


- 


- 


T 


+ 


+ 


* 


- 


* 


- 


- 


- 


* 


- 


U 


+ 


++ 


++ 


++ 


- 


+ 


- 


+ 


- 


- 



Meritano un rapido esame anche le distribuzioni nel repertorio di alcu- 
ni processi che nella varietà procidana sono presenti in maniera irregola- 
re, come la labializzazione di NI e la approssimantizzazione di Ivi. Il pri- 
mo è raro o assente in napoletano. Nel gruppo di origine napoletana, in 
effetti, manca del tutto (cfr. Tab. 4). Nel gruppo procidano, è caratteristico 
solo di parlanti poco scolarizzati (cfr. Tab. 3). In alcuni (C, F) ricorre solo 
nelle produzioni in dialetto, mentre in E si riscontra sia in dialetto che in 
italiano. In quest'ultimo tuttavia tale distinzione può esser tracciata con 
difficoltà, dal momento che nel suo parlato il confine di varietà appare 
pressoché privo di compartimentalizzazione. 

Per quanto riguarda la resa approssimante di Ivi, nella varietà dialettale 
procidana questo processo fonetico si manifesta in maniera non uniforme, 
come una caratteristica, piij o meno regolare, limitata ad alcuni parlanti. 

223 



Gerarchia di presenza dei processi 


consonantici - Gruppo indigeno 


(1) Sonorizzazione di C/C„3^_ 


(2) Assimilazione st 


(3) Assimilazione 1 + C 


Assimilazione r + C 


(4) - 


Palatalizzazione di 

^^-^ /velare 
[labiale 


(5) Lenizione/sonorizzazione di C sorda 
( V_V, son _V ) 


(6) Desonorizzazione di C sonora /C„^_ 


(7) Passaggio ad approssimante di /v/ 


^ Passaggio ad approssimante 


^ Velarizzazione di /l/ 



Gerarchia di presenza dei processi 


consonantici - Gruppo napoletano 


(1) Sonorizzazione di C/Cn33_ 


(2) Assimilazione st 


(3) Palatalizzazione di s/_C C^i^^^ 


[labiale 


(4) Assimilazione 1 + C 


Leniz./son. di C sorda 


^^ ( V V, son V ) 

(5) ^ 


Passaggio ad approssimante 

di/r/ 


(6) Velarizzazione di /l/ 


Assimilazione r + C 


(7) ^^ 


Passaggio ad approssimante 

di/v/ 


(8) Desonorizzazione di C sonora /C^_ 



Figura 3 



Figura 4 



In napoletano, in cui il fenomeno non è osservabile, possono determinarsi 
processi spontanei di approssimantizzazione di /r/, che tuttavia non si fis- 
sano in una caratteristica stabile. Quest'ultima casistica, in effetti, si ri- 
scontra in non poche varietà parlate di lingue diverse, specie in stili non 



224 



accurati. Uno sguardo alla distribuzione della resa approssimante di Ivi al- 
l'interno dei due gruppi mostra che in entrambi i casi il processo occorre 
in due soli parlanti (D ed E nel gruppo 1, P e U nel gruppo 2, cfr. Tab. 3 e 
4). È interessante che questi siano tutti soggetti con scolarità infima o nul- 
la, e in vario modo molto ancorati alla cultura e alla identità locali. Tutta- 
via le loro caratteristiche di età e di storia linguistica personale sono ben 
diverse. Accanto a produzioni in dialetto, alcuni soggetti (D ed E) mostra- 
no sviluppi testuali in italiano con notevole interferenza dal dialetto di ba- 
se (o fenomeni di innovazione indipendenti). Non è dunque strano trovare 
in questi parìanti un processo per certi versi residuale come l'approssi- 
mantizzazione. Il caso di E merita un ulteriore commento. Si tratta infatti 
di una persona che nella lunga marcia di avvicinamento dal dialetto all'i- 
taliano ha raggiunto a cinquant'anni solo uno stadio iniziale di italianiz- 
zazione, presumibilmente ormai fossilizzato. La permanenza di un feno- 
meno residuale in una facies linguistica come quella ora descritta testimo- 
nia quanto possano essere resistenti i processi del dialetto locale in condi- 
zioni di italianizzazione ridotta. 

Diversa è l'interpretazione della resa approssimante nei due parlanti 
del gruppo napoletano (P, di 93 anni e U, di 30 anni). Il loro pariato è pre- 
ponderantemente dialettale. P ha una varietà napoletana per nulla ibridiz- 
zata con quella procidana, nonostante i sessanta anni trascorsi sull'isola, 
mentre U che, come si è detto, rappresenta la terza generazione di mem- 
bri della famiglia di P, mostra una varietà dialettale in cui i tratti procidani 
sono ormai piuttosto cospicui. Pertanto, se in D, E e U l'approssimantiz- 
zazione di /r/ può essere dovuta ad una interferenza col dialetto locale, 
per P sembra più plausibile che la resa approssimante sia indotta da un fe- 
nomeno di fricativizzazione spontaneo. Il quadro delineato, ad ogni mo- 
do, costringe ad essere cauti nello scegliere una ipotesi o l'altra. 

Altri problemi riguardano caratteristiche distribuzionali e di setting 
che, pur avendo un ovvio fondamento articolatorio, sono irregolarmente 
ripartite tra i parianti. Ad esempio, in alcuni (G e O) si ha solidarietà 
tra un processo consonantico come la velarizzazione di l\l e il setting 
velare/faringale che li contraddistingue. Altri (F, U), che pure mostrano 
vistosamente tale setting, non presentano velarizzazione. Un caso inte- 
ressante è quello di un processo di coarticolazione della laterale rispetto 
al contesto successivo, che occorre in maniera macroscopica solo in P: 
l\l si velarizza nei contesti di vocale posteriore o /a/, mentre si palata- 
lizza quando segue una vocale palatale. Si tratta di un processo naturale 
di armonizzazione che ha riscontri in diverse lingue. Ma come mai oc- 
corre in maniera manifesta solo in P? 

225 



5. Differenze di distribuzione dei processi vocalici e consonantici 

I processi vocalici mostrano alcune differenze rispetto a quelli conso- 
nantici: essi hanno una diffusione ampia, anche se non sempre uniforme, 
tra i parlanti di entrambi i gruppi (cfr. Tab. 1 e 2 e Fig. 1 e 2) e tendono a 
mantenersi maggiormente anche attraverso la scolarizzazione e la mobi- 
lità sociale verso l'alto. Quest'ultima caratteristica è particolarmente evi- 
dente nei soggetti con il diploma dell'Istituto nautico le cui famiglie di 
origine sono poco o per niente scolarizzate (H, I e N). Come si è detto, 
tuttavia, anche i capitani che provengono da famiglie scolarizzate e bor- 
ghesi e che hanno avuto carriere con aperture sociali intemazionali (M e 
O) presentano un vocalismo ricco di dinamiche. Questo risultato sembra 
congruente con il fatto che le caratteristiche di vocalismo in italiano par- 
lato siano uno degli indicatori pili emblematici della localizzazione regio- 
nale. 

La variabilità dei processi vocalici è condizionata da fattori multi- 
pli, come il desiderio del parlante di presentarsi in maniera socialmen- 
te distinta o la sua indifferenza a ciò, l'insicurezza o l'orgoglio della 
propria appartenenza sociale, l'attaccamento al luogo di origine e, in 
una certa misura, il livello di scolarizzazione. Un parlante scolarizza- 
to, con un comportamento socialmente non sicuro, come H, mostra 
nella produzione in italiano un autocontrollo e una riduzione dei pro- 
cessi vocalici maggiore rispetto ad O, di livello sociale più alto, so- 
cialmente sicuro e disinvolto. I parlanti F e G, piìi giovani, con minore 
scolarizzazione e retroterra sociale basso, mostrano un autocontrollo 
minimo e una bassissima accuratezza. L'analisi della conversazione 
presenta molti indizi che fanno pensare ad una sorta di orgoglio occul- 
to del proprio status. In questi soggetti i fattori ora menzionati posso- 
no contribuire a giustificare la cospicua presenza di numerosi processi 
vocalici di vario tipo. Ma bisogna osservare anche che, a parità delle 
condizioni sociolinguistiche sopra menzionate, rimane un margine di 
variabilità inter-individuale che non è facile giustificare, se non in ba- 
se a fattori idiosincratici. Il parlante N, ad esempio, sembra avere di- 
namiche vocaliche numericamente esigue ed intrinsecamente deboli 
(cfr. Tab. 1). 

Nel consonantismo il livello di istruzione sembra avere un ruolo pili 
dominante che nel vocalismo per giustificare la variabilità inter-indivi- 
duale (cfr. Tab. 3 e 4 e Fig. 3 e 4). Esso è infatti il fattore primario di dif- 
ferenziazione dei parlanti. Specialmente nel gruppo 1, i processi conso- 
nantici mostrano un'alta concentrazione nei soggetti poco scolarizzati, di 
età inferiore ai 65 anni (C, D, E, F e G: cfr. Tab. 3 e 4). Con l'eccezione 

226 



del solo N-^, nei soggetti con diploma di scuola media superiore si osser- 
va invece una netta caduta dei processi consonantici. Che la regressione 
dei processi consonantici sia in rapporto alla scolarizzazione è conferma- 
to anche dalle differenze che emergono tra T (scolarizzato) e U (non sco- 
larizzato) del gruppo 2, simili a quelle che si riscontrano tra C e D (non 
scolarizzati) e H, I, M, O, e in minor misura L (scolarizzati), del gruppo 
1. 

Il fatto che i due soggetti più anziani del gruppo 1 (A e B), caratteriz- 
zati da bassa scolarizzazione, abbiano una mappa che assomiglia mag- 
giormente a quella dei soggetti scolarizzati farebbe ipotizzare che le assi- 
milazioni, la lenizione o sonorizzazione di consonante e la palatalizzazio- 
ne di /s/ + Consonante siano processi attivati nelle generazioni più giova- 
ni, specie nel passaggio a produzioni in italiano o tendenzialmente tali^^. 
Sebbene il quadro complessivo offerto dal gruppo 2 sia meno chiaro-^, 
questa conclusione sembra confermata (o quanto meno non invalidata) 
anche dai risultati ottenuti per gli anziani di origine napoletana. 

5. 1. I parlanti con coejficienti negativi di rapporto Vocale / Conso- 
nante. Esaminiamo ora i risultati relativi all'indice V/C (cfr. Tab. 5). I 
parlanti con scolarizzazione medio-alta (H, I, M e O, del gruppo 1, e T, 
del gruppo 2) hanno coefficienti positivi, prevalgono cioè i processi voca- 
lici (cfr. 2. 6.). I parlanti con scolarizzazione infima o nulla (C, D, E, del 
gruppo 1, e R e S, del gruppo 2) e i parlanti con scolarità media inferiore 
(F, G, L), hanno un coefficiente negativo, prevalgono cioè i processi con- 
sonantici. Questi risultati inducono a ritenere che l'indice V/C possa esse- 
re specialmente sintomatico del livello di scolarizzazione^*^. 



-^ Già in precedenza di questo parlante si sono riscontrate alcune corrispondenze con 
il gruppo dei non scolarizzati. 

^* Si noti che A non esibisce alcun processo, se non quello di rango pili alto, ovvero la 
sonorizzazione consonantica dopo nasale. 

^^ L'unico parlante scolarizzato è T, il cui indice ricade nell'intervallo dei parlanti 
scolarizzati del gruppo 1 . Gli indici di P e di Q, i due parlanti più anziani del gruppo 2, si 
accostano maggiormente a quelli dei soggetti anziani e scolarizzati del gruppo 1. 

^"Non è chiara tuttavia l'interpretazione del coefficiente zero emerso per tre parlanti 
del gruppo napoletano, P, Q e U, di età molto diversa, ma accomunati dall'analfabetismo o 
semi-analfabetismo. Questo risultato richiede forse una ulteriore analisi in base alle carat- 
teristiche intrinseche alle famiglie napoletane di Procida. 

È possibile, in ogni caso, che l'indice V/C sia in minor misura correlato anche ad altri 
fattori, come il livello culturale della famiglia di origine e il desiderio di acquisire status 
sociale e prestigio. Questo potrebbe giustificare l'indice negativo di N, un capitano con 

227 



L'asimmetria rilevata tra la distribuzione dei processi vocalici e quella 
dei processi consonantici sembra interessante. Ma a che cosa può essere 
dovuta? Perché in primo luogo la scolarizzazione e in secondo luogo l'ac- 
curatezza o l'autocontrollo indotti da desiderio di prestigio fanno regredi- 
re maggiormente le dinamiche consonantiche rispetto a quelle vocaliche? 
Una risposta può essere cercata nella fondamentale differenza di produ- 
zione di processi vocalici e consonantici. Come è noto, i primi sono di 
durata relativamente maggiore e richiedono gestures in cui i vari organi 
fonatori sono attivati dall'inizio alla fine dell'articolazione in maniera più 
libera, mentre i secondi sono di durata relativamente minore e coinvolgo- 
no gestures più circoscritte e vincolate. I primi sono più lenti, i secondi 
più veloci, precisi e forse complessi. Sebbene queste differenze di per sé 
non chiariscano l'asimmetria rilevata, possono aiutare a formulare delle 
ipotesi per ulteriori indagini. Si potrebbe, ad esempio, ipotizzare che il 
controllo della produzione parlata agisca meglio in gestures rapide, anche 
se complicate dall'integrazione di vari movimenti che richiedono accura- 
tezza, di quanto non avvenga in gestures lente, i cui movimenti, forse di 
minore precisione o comunque con un arco di libertà maggiore, devono 
essere monitorati più a lungo. 



6. Il fattore latenza 

Un problema che sembra cruciale riguarda una gamma di processi dal 
controverso statuto in sede di osservazione e di analisi interpretativa, la 
cui esistenza deve tuttavia essere riconosciuta sia a livello empirico che 
teorico. Si tratta di processi latenti, debolmente percepibili all'osservazio- 
ne, ma che non possono sfuggire a chi sia esperto dell'area ed abbia orec- 
chio fonetico allenato^^ Del resto, la loro esistenza è del tutto prevedibile 
a livello teorico, a partire dalla nozione stessa di processo fonetico. Se in- 
tendiamo quest'ultimo come un insieme di eventi articolatori (gestures) 
più o meno sincronizzati e dotati di automatismo, appare molto improba- 



scolarità media superiore. A differenza degli altri due capitani esaminati. N viene da una 
famiglia non scolarizzata. A differenza di H e I, anch'essi provenienti da famiglie non sco- 
larizzate, non mostra ambizione sociale. Questo atteggiamento di mancanza di ambizione 
sociale accomuna N a tutti i parlanti non scolarizzati. 

^' Sebbene in questa fase della ricerca non siano state ancora effettuate misurazioni, i 
risultati di analisi spettroacustiche condotte in altri lavori sull'area napoletana, per proces- 
si con queste caratteristiche, confermano la realtà empirica di tale fenomenologia e la sua 
postulabilità (cfr. Somicola e Maturi 1993). 

228 



Tab. 5 

Indici di presenza e di latenza dei processi vocalici e consonantici 

(gruppo indigeno) 



Parlanti 


V 


C 


I (V+C) 


Latenza 

(V) 


Latenza 

(C) 


(LV+LC) 


V/C 


A 


3 


1 


4 


1 





1 


2 


B 


8 


3 


11 











5 


C 


6 


8 


14 


1 





1 


-2 


D 


5 


7 


12 


2 





2 


-2 


E 


4 


8 


12 


2 





2 


-4 


F 


7 


8 


15 











-1 


G 


8 


9 


17 











-1 


H 


5 





5 


2 


5 


7 


5 


I 


5 


2 


7 


2 


3 


5 


3 


L 


3 


4 


7 


2 


1 


3 


-1 


M 


5 


1 


6 





3 


3 


4 


N 


3 


7 


10 


2 





2 


-4 





7 


2 


9 





3 


3 


5 



Tab. 6 

Indici di presenza e di latenza dei processi vocalici e consonantici 

(gruppo napoletano) 



Parlanti 


V 


C 


E (V+C) 


Latenza 

(V) 


Latenza 

(C) 


E 
(LV+LC) 


V/C 


P 


4 


4 


8 


1 


3 


4 





Q 


5 


5 


10 


4 


2 


6 





R 


3 


2 


5 


1 


4 


5 


1 


S 


3 





3 


2 


2 


4 


3 


T 


4 


2 


6 


3 


1 


4 


2 


U 


6 


6 


12 





1 


1 






bile che esso si dissolva mai del tutto in uno stesso individuo, anche sotto 
condizioni inibenti. In altri termini, permangono dei residui in un certo 
senso "cronici", che possono slatentizzarsi sotto particolari circostanze. 
In effetti, nella dinamica di produzione di parlato, si possono osservare 
molti processi che passano dallo stato "attuale", in cui essi si determinano 
a pieno regime, ovvero al massimo della loro forza potenziale, ad uno 
stato al limite della loro potenzialità, virtuale o latente, in altri termini, 
sotto modi di funzionamento ridotto. 

Questa modellizzazione presuppone un rapporto più stretto tra manife- 
stazione e latenza di un processo di quanto non sia quello tra latenza e sua 
assenza. Si assume, in altri termini, in un dato parlante la sussistenza di 
un fenomeno che non scompare, piuttosto che la sua instaurazione in for- 
ma ridotta ex nihilo. Ciò comporta una rappresentazione di cambiamento 
per declino piuttosto che di cambiamento innovativo. È un'onda decre- 



229 



6 -| 

5 - 

4 

3 

2 

1 -I 









Vocalismo (gruppo indigeno) 



LN 
♦ ♦ 

A ♦ 



I DH 

♦♦♦ C 

M ♦ 



FO 



BG 
4^ 



3 4 5 6 

indice di presenza dei fenomeni 



7 



Figura 5 



6 
5 

4 - 
3 - 
2 - 
1 - 








Vocalismo (gruppo napoletano) 



S 

♦ 
R ♦ 



U 



3 4 5 6 7 

indice di presenza dei fenomeni 



Figura 6 

scente piuttosto che montante. In questo senso, il modello di parlato come 
insieme di processi dinamici, potenziali, può comportare che un processo 
non scompaia del tutto, ma si riduca funzionalmente^-^. Tuttavia, sebbene 

^^ La latenza di un particolare fenomeno può non essere una caratteristica stabile di 
un parlante. Essa dipende dai contesti pragmatici e stilistici. Pertanto, il carattere latente si 
deve considerare come l'opposto di quello manifesto solo rispetto ad una situazione prag- 
matica costante, nel nostro caso l'intervista. In tale situazione alcuni parlanti mostrano 
una inibizione sistematica di processi, per cui questi appaiono sotto forma latente. 



230 







Consonantismo (gruppo indigeno) 








6 -. 


H 












5 - 


♦ 












4 - 




M 


IO 








3 - 




♦ 


♦♦ 








2 - 






L 








1 - 




A 


B ♦ 


DN 


FCE 


G 


n 




♦ 


t 


♦ ♦ 


♦t* 


t 





T 

1 


2 3 4 5 6 
indice di presenza dei fenomeni 


7 


8 


9 



Figura 7 





Consonantismo (gruppo napoletano) 




6 n 








5 - 




R 




4 - 




♦ P 




3 - 


S 


♦ Q 




2 - 


♦ 


T ♦ U 




1 - 




♦ ♦ 




u T- 

1 


filili 
2 3 4 5 6 7 

indice di presenza dei fenomeni 


8 9 



Figura 8 

tale rappresentazione nella maggior parte dei parlanti sembri congruente 
con la tipologia dei processi esaminati, il modello potrebbe non essere del 
tutto generale. In alcuni casi sembra plausibile l'ipotesi che piuttosto che 
di mantenimento sotto forma ridotta, si tratti dell' attualizzazione di vir- 
tualità in principio sempre presenti-^\ 

^^ Ad esempio, nel parlante A, che ha l'indice più basso di processi manifesti, quello 
più alto di processi assenti e un solo processo latente e del tutto sporadico (la palataUzza- 
zione di /a/), questo potrebbe trovare giustificazione in tal modo. 



231 



L'analisi della distribuzione inter-individuale di frequenze di proces- 
si manifesti, latenti e assenti mostra una ovvia relazione inversa fra i tre 
stati: all'aumentare dell'uno diminuiscono gli altri due, ma in maniera 
non lineare (cfr. la Fig. 9 e, per il rapporto tra presenza e latenza, la Fig. 
10). 

6. 1. Distribuzione della latenza tra vocalismo e consonantismo. Un 
contributo ai problemi ora sollevati può venire dall'esame più particola- 
reggiato della distribuzione di tipo e frequenza dei processi latenti. Nel 
vocalismo, un maggior numero di parlanti ha processi latenti rispetto al 
consonantismo, con indici non elevati. Nel consonantismo, viceversa, un 
minor numero di parlanti ha processi latenti, con indici alti (cfr. Fig.5- 
8)34. 

I parlanti con indici di latenza relativa^^ più alti sono quelli la cui pro- 
duzione parlata mostra un maggiore autocontrollo. Questo dato conferma 
il modello di latenza come inibizione di processi attivi che si attutiscono 
sino a diventare poco osservabili. La scolarizzazione e l'autocontrollo 
non li eliminano, li nascondono. 

Ma non tutti i processi si latentizzano. L'analisi della distribuzione 
della latenza rispetto alla tipologia dei processi e alle loro gerarchie mo- 
stra che sono le dinamiche naturali o spontanee che occupano ranghi rela- 
tivamente alti a subire questa sorte. Nel vocalismo, si tratta delle ditton- 
gazioni delle vocali medie e dello sviluppo di legamenti. La nasalizzazio- 
ne vocalica non ha invece latenza (cfr. Tab. 1 e 2). Nel consonantismo so- 
no le assimilazioni e le lenizioni che tendono maggiormente a latentizzar- 
si, mentre i processi "locali" come la velarizzazione di /l/, la labializza- 
zione di /v/ e l'approssimantizzazione di /r/ non mostrano latenza, soprat- 
tutto all'interno del gruppo 1 (cfr. Tab. 3 e 4). Ciò significa presumibil- 
mente che si tratta di processi abbandonati senza tracce o, secondo la ter- 
minologia qui adoperata, di processi quiescenti. Che al riguardo ci siano 
delle differenze tra il gruppo 1 , complessivamente con un maggior nume- 
ro di parlanti scolarizzati, e il gruppo 2, con un minor numero di parlanti 
scolarizzati, conferma che l'istruzione, i viaggi di lavoro e le esperienze 
di vita al di fuori delle realtà locali sono fattori che influiscono sulla re- 
trocessione di processi "locali". 



^'* Questa situazione è in parte dovuta alla distribuzione asimmetrica di processi voca- 
lici e consonantici precedentemente esaminata. 
35 Cfr. 2. 6. 

232 



6.2. Distribuzione della latenza tra i parlanti. Possiamo ora analizza- 
re la variazione inter-individuale rispetto agli indici di presenza e di laten- 
za discussi in 2. 6 (cfr. Fig. 9-11). I parlanti con valori alti dell'indice di 
presenza di processi vocalici e consonantici (B, C, D, E, F, G, U), hanno 
valori nulli (B, F, G) o minimi (C, D, E, U) dell'indice di latenza relativa. 
Si tratta di soggetti con bassa scolarizzazione e comportamento linguisti- 
co poco autocontrollato. Il loro italiano mostra una interferenza con il 
dialetto ancora molto sensibile, con frequenti code-switchings. La varia- 
zione stilistica è pressoché inesistente e gravita del tutto verso il polo del- 
la informalità. L'indice di latenza è basso anche in N, il capitano di cui si 
è già riscontrata l'affinità di alcuni comportamenti con i soggetti poco 
scolarizzati. 

Più complesso è il quadro dei parlanti con valori medi dell'indice di 
processi manifesti. I valori di latenza relativa più alti (tra il 40% e il 60%) 
si osservano in H, I, R, S, T. Le loro condizioni di scolarizzazione sono 
diverse: H, I, T hanno il diploma di scuola media superiore, R e S sono 
senza alcuna istruzione. Tuttavia, durante le interviste, R e in minima mi- 
sura S hanno prodotto testi in un italiano con qualche livello di articola- 
zione sintattica e lessicale-^^. Ma soprattutto traspare in loro con chiarezza 
il desiderio di parlare italiano, molto più di quanto non avvenga nella 
maggior parte dei soggetti con latenza bassa o nulla. L'italiano dei parlan- 
ti scolarizzati, H, I e T, ha pochi code-switchings con il dialetto e un'arti- 
colazione strutturale e lessicale sviluppata. 



7. Il fattore fluenza 

Un fattore che sembra di notevole importanza per comprendere le ca- 
ratteristiche in esame è la fluenza in italiano dei parlanti. Esso gioca, a 
mio avviso, un ruolo chiave per lo studio delle dinamiche di produzione 
del parlato, ed è presumibilmente non meno importante dei tradizionali 
fattori sociolinguistici (età, istruzione, sesso, classe sociale) per compren- 
dere i processi di italianizzazione. 

La definizione del concetto di fluenza pone diverse questioni che qui 
si possono solo accennare. Si riconosce da tempo che essa non possa es- 
sere unitaria. Tale concetto infatti è in rapporto a tutta una gamma di ca- 
ratteristiche, che riguardano atteggiamenti come l'autocontrollo e l'insi- 



^^ Mi si perdoni questa definizione del tutto imprecisa, dal momento che un'analisi 
più oggettiva e attenta richiederebbe un commento puntuale qui impossibile. 

233 



20 



O 15 

> 



10 



^ 



c.\ u 




■ Presenza 
S Latenza 
D Scarto V/C 



L'-' M T H 



Parlanti 



Figura 9. Distribuzione inter-individuale di presenza, latenza e scarto V/C 
espressa in valori assoluti 



8 n 








7 






♦ H 


N 






♦ Q 


0) 5 - 






♦ R ♦ 1 


=5 4 




♦ S 


♦ T ♦ P 


S 3 

■o 

•S 2 






♦ M ♦ L «0 

♦ N £♦ D 


1 


( 






♦ A ♦ U ♦ C 

B F G 


) 1 2 


3 


4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 








indice di presenza 



Figura 10. Rapporto latenza/presenza (espresso in valori assoluti). 

curezza, i livelli di competenza comunicativa raggiunti e, soprattutto, le 
abilità di produzione automatizzata di parlato, che rimandano alle regole 
di saper fare. D'altra parte, negli studi sulla fluenza si fa ampiamente ri- 
corso ad una sua articolazione in livelli: fonetico-fonologico, morfo-sin- 



234 



tattico, lessicale, semantico-lessicale, retorico-pragmatico^l Farò qui rife- 
rimento a queste diverse nozioni. 

I due soggetti con i valori massimi di latenza relativa (attorno al 60%), 
H e S, sono molto autocontrollati. S, in particolare, è impacciato e poco 
fluente a livello di pianificazione dell'enunciato. Risponde con enunciati 
brevi, senza articolazione lessicale e strutturale. Il suo è un italiano "di 
stretta misura", con testualità poco sviluppata e poca libertà di movimen- 
to tra argomenti di discorso. H è pragmaticamente poco fluente, nel senso 
che non interviene spesso nella conversazione e, quando lo fa, ha una 
gamma di argomenti ristretta, che sviluppa in maniera circoscritta, parlan- 
do per breve tempo. I parianti I, R e T invece sono pragmaticamente 
fluenti, con differenze strutturali di sintassi e di lessico tra I e T, da un la- 
to, e R dall' altro^^ In ogni caso, specialmente in R e T l'italianizzazione è 
un processo tutt' altro che pervasivo e profondo, e soprattutto appare in- 
stabile. 

A livello sociale, ciò che accomuna i parianti con latenza relativa alta 
(H, I, R, S, T) è il retroterra familiare non scolarizzato. H, I, T costituisco- 
no la prima generazione che è andata a scuola e ha conseguito un diplo- 
ma. R e S hanno appreso l'italiano in contesto non scolastico. È interes- 
sante confrontare il comportamento linguistico dei soggetti con indici di 
latenza alti con quelli dei parlanti M e O, con indice di latenza relativa 
medio. Si tratta di soggetti scolarizzati e provenienti da famiglie scolariz- 
zate. Rispetto a questi ultimi, H, I, T (e in minor misura di L) mostrano 
un italiano che complessivamente ha maggiori residui dialettali, sia pure 
trattenuti. Tali residui sono ancora pili evidenti in R e S, due parlanti che 
hanno compiuto il salto dal dialetto all'italiano, con tutta la difficoltà e la 
precarietà che l'acquisizione libera, in contesto non guidato, comporta. 

Ma interessante sembra anche il confronto tra i parianti con indice di 
latenza relativa alto o medio e quelli con indice di latenza relativa nullo o 
basso (B, C, D, E, F, G, U). Si tratta di soggetti per niente o poco scola- 
rizzati in cui l'interferenza col dialetto è piti massiccia a tutti i livelli di 
struttura. Tuttavia, essi si abbandonano in maniera libera all'italiano che 
hanno acquisito in contesto spontaneo o scolastico o fanno di tutto per 
tentare di parlario (è il caso di E). Sono, in altri termini, pragmaticamente 
"fluenti", ma il loro italiano, oltre ad una forte interferenza col dialetto 



" Cfr. ad esempio il classico articolo di Fillmore 1979 e i contributi in Riggenbach 
2000, specie Koponen & Riggenbach 2000. 

3» Queste differenze sono presumibilmente dovute al fatto che I e T sono soggetti sco- 
larizzati, mentre R non lo è. 

235 




10 20 



30 40 50 60 70 
ìndice di presenza relativa 



80 



Figura 11. Distribuzione inter-individuale della latenza 
(espressa in valori percentuali) 



trasporta con sé cospicui processi fonetici, morfologici e sintattici innova- 
tivi, in altri termini non è accurato ad alcun livello di analisi. 

La fluenza è dunque un fattore cruciale per comprendere i processi che 
vengono trasportati o si producono nel passaggio all'italiano. All'aumen- 
tare della fluenza aumentano le dinamiche dei processi che si innescano. 
Ciò si vede con la maggiore evidenza nei parlanti poco o per niente scola- 
rizzati e privi di ambizione sociale, e in misura minore nei parlanti scola- 



236 



rizzati e disinvolti per maggiore solidità di retroterra culturale. Per contro, 
al diminuire della fluenza si ha una diminuzione o una latentizzazione no- 
tevole di processi: questa fenomenologia è caratteristica dei parlanti sco- 
larizzati o meno e socialmente insicuri, il cui processo di italianizzazione 
è recente e precario. 

8. Una tipologia dei parlanti 

Una considerazione integrata dei tre indici I (C+V), I(L), e V/C (cfr. 
2. 6. e Tav. 5-6, Fig. 9-11) permette di delineare la seguente tipologia di 
parlanti: 

(1) Parlanti con indice di presenza di processi medio, coefficiente V/C 
positivo e indice di latenza medio o alto: 

H, I, M, O, T 

Sono i soggetti con il maggior livello di italofonia, riscontrabile anche 
rispetto a parametri strutturali e retorici. Si differenziano al loro intemo 
per i coefficienti di latenza. I soggetti con coefficienti alti sono meno 
fluenti e meno disinvolti linguisticamente. 

(2) Parlanti con indice di presenza di processi medio, coefficiente V/C ne- 
gativo e indice di latenza medio o alto: 

L, ReS 

Sono i soggetti italofoni più insicuri. Il loro italiano è, complessiva- 
mente, meno articolato rispetto a quello del gruppo precedente. Esso è 
inoltre più precario, nel senso che tende a non mantenersi a lungo e in 
maniera relativamente uniforme durante l'intervista. 

(3) Parlanti con indice di presenza di processi alto, coefficiente V/C 
negativo, indice di latenza nullo o basso: 

C, D, E, F, G, N, U 

Sono i soggetti il cui italiano trasporta con sé la maggiore interferenza 
col dialetto, e in cui il retroterra dialettale è ancora molto forte, nonostan- 
te in alcuni (D, F, G, N) si sia sviluppato un repertorio che comprende sia 
il dialetto che l'italiano. E e U non mostrano un vero e proprio sviluppo 
di produzioni in italiano, ma solo tentativi in questa direzione con risultati 
caratteristici del parlato di semi-colti. L'italiano di D, F, G, N è articolato, 
ma non accurato. Questa caratteristica è evidente a livello fonetico, 
morfologico, sintattico e lessicale in D, F e G, a livello fonetico in N, la 

237 



cui sintassi peraltro è meno elaborata di quella degli altri capitani. Il fatto 
che F e G, più giovani di D, producano anche molti code-switchings du- 
rante l'intervista mostra che alla fluenza in italiano si accompagna una in- 
differenza di fondo per il tipo di produzione che si usa con un estraneo. 

9. Conclusioni 

L'analisi microsociolinguistica condotta sinora può avere delle conse- 
guenze per ipotesi di livello macrosociolinguistico. I valori riscontrati, so- 
prattutto nel gruppo 1, possono analizzarsi come riflesso del fatto che l'a- 
vanzata del processo di italianizzazione a livello di singoli parlanti trasci- 
na con sé dei sedimenti del loro retroterra linguistico o innesca dinamiche 
nuove. Sebbene questo valga tendenzialmente sia per il vocalismo che per 
il consonantismo, in quest'ultimo si assiste ad un effetto piià vistoso di va- 
riabilità inter-individuale, indotto soprattutto dall'istruzione e, in minor 
misura, dallo stile di vita e dalla sicurezza sociale e culturale. Dai dati a 
disposizione emerge infatti che sotto condizione di scolarizzazione i pro- 
cessi consonantici sono maggiormente controllati e soppressi (spesso sot- 
to forma latente) rispetto a quelli vocalici. Ma abbiamo visto che queste 
dinamiche sono, a loro volta, in rapporto alla fluenza. La fluenza pragma- 
tica in italiano, che caratterizza molti soggetti attorno ai sessant'anni e al 
di sotto di questa età, comporta inevitabilmente una produzione parlata 
ricca di dinamiche fonetiche naturali, così come di sviluppi sintattici in- 
novativi (ad esempio, le strutture locativo-esistenziali, per cui cfr. Somi- 
cola 2005b). Ma i processi linguistici possono essere attivati anche dalla 
fluenza ad altri livelli strutturali (fonetico-fonologico, morfo- sintattico, 
semantico-lessicale), come si può vedere nei parlanti scolarizzati, social- 
mente e culturalmente sicuri e non solo pragmatic amente fluenti. Nessun 
parlante è del tutto privo di processi fonetici, o in maniera manifesta o in 
maniera latente. Inoltre, come abbiamo visto, la distribuzione inter-indivi- 
duale dei fenomeni non si conforma in modo netto e univoco a fattori so- 
ciolinguistici. 

Del resto, chi potrebbe meravigliarsi che l'italiano parlato sia ricco di 
dinamiche fonetiche come quelle esaminate? Questa rappresentazione è 
possibile solo se lo si considera come un target ideale preesistente e rag- 
giunto una volta per tutte. La presenza di numerosi processi (fonetici o di 
altro livello) non è indizio di italianizzazione imperfetta, ma al contrario è 
il segno di un movimento di appropriazione della lingua, che non sarà 
mai del tutto compiuto. Potrebbe essere questo il fondamento di una 
realtà che, riprendendo la suggestiva espressione di Moretti, è definibile 

238 



come il "serbatoio di variazione" dell'italiano. La fluenza, fattore squisi- 
tamente dinamico e condizione fondamentale della variabilità intema del 
parlato, può forse contribuire a giustificare perché tale serbatoio perman- 
ga sempre attivo e sia ineliminabile. Essa può contribuire anche a com- 
prendere la difficile e complessa avanzata del processo di italianizzazione 
su scala nazionale, come movimento intemo ai parlanti e non alle gram- 
matiche o sistemi. Che italiano è quello dei parlanti poco scolarizzati? 
Che italiano è quello dei parlanti scolarizzati, ma insicuri per retroterra 
culturale e condizioni di vita? Quanto rapidamente affiora nell'intervista 
e quanto a lungo si conserva nella produzione parlata? A livello indivi- 
duale e su scala nazionale, il punto critico sembra quello del "dominio" 
dell'italiano, della fluenza a tutti i livelli stmtturali in situazioni pragmati- 
che diverse. Da questo obiettivo molti parlanti italiani, certo molti parlan- 
ti del Sud d'Italia, sono ancora ben lontani. Se è così, la questione della 
italianizzazione si sposta dalla pur importante dimensione della scolariz- 
zazione di massa a quella degli effettivi stmmenti di sviluppo e padronan- 
za linguistica che la scuola, e piià in generale la vita culturale e sociale di 
una nazione, possono offrire. 



239 



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242 



Osservazioni sull'uso e la conservazione di un dialetto locale 

Paola Como (Napoli) 



1. Introduzione 

La questione della progressiva restrizione dei contesti e degli ambiti 
d'uso dei dialetti rappresenta uno dei leitmotiv della tradizione dialettolo- 
gica italiana. Un aspetto strettamente legato al 'calo della dialettofonia' ri- 
guarda la lenta trasformazione dei dialetti e delle loro grammatiche sotto 
la pressione esercitata dall'italiano, a causa del perdurante contatto tra i 
due codici in diversi contesti comunicativi, la cosiddetta 'italianizzazio- 
ne'. Da un lato il dialetto retrocede rispetto agli ambiti e ai domini, e dun- 
que dall'uso, dall'altro le sue strutture si assimilano a quelle della lingua 
dominante, convergono^ verso di essa, si italianizzano. 'Retrocessione' e 
italianizzazione si riferiscono dunque a processi differenti, accomunati 
tuttavia dagli effetti che dovrebbero produrre sul dialetto nella lunga dia- 
cronia. La progressiva riduzione nell'uso e la perdita delle strutture, come 
si sa, portano negli anni alla corruzione della competenza lungo la linea 
generazionale e quindi all'effettiva scomparsa della lingua. Da decenni si 
paventa in Italia la morte dei dialetti, ma nonostante le iniziali pessimisti- 
che previsioni, essi continuano a 'resistere' con modalità tuttavia molto 
differenziate da regione e regione, tra città e provincia, tra singole loca- 
lità. 

Sebbene esista una vasta bibliografia su questi temi, da più parti si la- 
menta l'assenza di lavori che collochino la complessa fenomenologia al- 
l'interno di quadri teorici più generali. ^ Scarseggiano a tutt'oggi anche 
studi sistematici basati su corpora di dati reali che mettano in evidenza le 

' Altro termine molto utilizzato e non privo di ambiguità è 'convergenza'. Si veda a 
proposito Toramai classico articolo di Sanga (1985). 

- Una sintetica rassegna degli studi concementi l'italianizzazione è contenuta in Gras- 
si (1993). Si vedano anche Sobrero (1997) e Berruto (1997) e per alcuni aspetti Moretti 
(1999). 

243 



dinamiche di variazione individuali, altrettanto importanti per formulare e 
interpretare le tendenze più generali. Il presente contributo si colloca in 
quest'ultima prospettiva, con l'obiettivo di esaminare da un lato l'uso del 
dialetto in un gruppo di parlanti di età intermedia (20-40 anni) in un con- 
testo sociale di rapida modernizzazione. Monte di Procida. Dall'altro lato, 
si intende valutare la qualità del dialetto parlato in questa fascia di età, 
avendo come punto di riferimento i risultati di studi precedenti condotti 
nella stessa area con parlanti di età compresa tra i 60 e i 90 anni.^ Da que- 
sti studi emerge un'accentuata variabilità inter-individuale in relazione, 
non solo ai fenomeni di italianizzazione, ma anche alla perdita dei tratti 
più marcati del dialetto arcaico, a favore di una varietà dialettale non lo- 
cale. Considerato che negli anni Venti Monte di Procida fu scelta da 
Rohlfs per i rilievi dell'AIS invece della vicina isola di Procida in quanto 
la varietà parlata sulla terraferma risultava più conservativa e meno sotto- 
posta agli influssi dell'italiano, appare verosimile l'ipotesi che da un certo 
punto in poi, in relazione ai nuovi dinamismi della realtà sociale, anche il 
dialetto abbia cominciato a mutare più rapidamente. È parso pertanto in- 
teressante osservare il processo in una fascia di età che per una serie di 
caratteristiche sociologiche, tra cui istruzione, lavoro, rapporto con i me- 
dia, contatti con il centro urbano, fosse espressione degli avvenuti cam- 
biamenti. La domanda che ci si è posti, in particolare, è se fosse confer- 
mata la tendenza verso il dileguo dei tratti più locali e quanto agissero an- 
che impulsi verso la 'napoletanizzazione' della varietà. 

Saranno pertanto analizzati i contesti in cui gU informatori ricorrono al dia- 
letto durante l'intervista in base all'ipotesi che le differenze nell'uso dei due 
codici e le caratteristiche dei segmenti inseriti possano fornire indizi sui movi- 
menti in atto nel repertorio individuale, e dunque o sulla gestione 'alternata', o 
sull'esistenza, a livello dell'uso, di un'area intermedia in cui le varietà sono 
realmente in intimo contatto e quindi più esposte allo scambio di materiali. Lo 
studio del dialetto delle inserzioni presenti nelle interviste, insieme a dati tratti 
da un test di traduzione e sui contesti d'uso, consentirà di formulare delle ipo- 
tesi sull'uso e sulla qualità del dialetto rispetto al campione considerato. 

2. Il SITO 

Il caso considerato è quello di Monte di Procida, un centro relativa- 
mente recente dal punto di vista insediativo e amministrativo, ma non al- 
trettanto recente in quanto comunità in senso antropologico. Il nucleo 
umano originario è infatti considerato, anche nel sentimento di identità 

' Cfr. Como 2004. 
244 



collettiva, disceso da antichi coloni che a partire dalla seconda metà del 
XVII secolo cominciarono a spostarsi dall'isola di Procida sulla terrafer- 
ma per coltivarne le terre. Inizialmente si trattava di un pendolarismo 
giornaliero, divenuto in seguito stagionale, fino a quando, nella prima 
metà del XVIII secolo, vi furono i primi stanziamenti permanenti. Alla fi- 
ne dell'Ottocento il Monte appariva come un vasto e verdeggiante giardi- 
no posto su un'altura, caratterizzata da abitazioni sparse, mentre solo ven- 
ti anni prima le uniche abitazioni erano concentrate "su quel rialto che di- 
cono Le Case".* 

Il comune di Monte di Procida esiste ufficialmente dal 1907, data in 
cui fu separato da quello dell'isola di Procida, al fine non solo di snellire 
le pratiche amministrative e burocratiche non più funzionali alle nuove 
dinamiche sociali ed economiche, ma anche di riconoscere il maturato 
ruolo di una realtà che rapidamente, grazie soprattutto alle attività estratti- 
ve e marittime, era andata ampliandosi. È importante ricordare che il mo- 
vimento della popolazione, sin dagli inizi del Novecento, è stato caratte- 
rizzato da rilevanti fenomeni migratori verso continenti extra-europei, ed 
in particolare verso il Nord America. Negli Stati Uniti (New Jersey) vi so- 
no infatti ancora oggi cospicui gruppi insediati stabilmente e impegnati 
nel campo della ristorazione. Questi insediamenti costituiscono oggi delle 
importanti sacche di interscambio economico e socio-culturale, soprattut- 
to per la fascia della popolazione piiì giovane. 

In parte grazie al ritmo migratorio, ed in parte all'attività di tipo maritti- 
mo che da anni rappresenta il tramite del contatto dei montesi con realtà al- 
tre, quella di Monte di Procida è una realtà allargata, aperta, in cui tuttavia 
- ma forse soprattutto per questo - il senso di appartenenza e di identità 
collettiva sono molto forti. Contribuisce a corroborare tale componente 
identitaria, oltre alla storia, anche la posizione geografica, periferica e solle- 
vata rispetto al resto dell'area flegrea, che definisce uno spazio fisico per 
certi versi ben delimitabile e identificabile nell'immaginario collettivo.^ 

A partire dal secondo dopoguerra, la struttura sociale della comunità 
ha cominciato a mutare, in particolare in relazione alla terziarizzazione 
delle attività produttive e al calo di quelle marittime. Soprattutto per la fa- 
scia giovanile i rapporti con Napoli sono divenuti piij stretti, grazie alla 
funzione svolta dal capoluogo in quanto sede dell'istruzione secondaria e 
universitaria. In sintesi, Monte di Procida rappresenta un'entità dinamica, 
di crisi, in cui confluiscono impulsi e correnti complesse favorite dalle at- 

^Parascandolo (1893:87). 

^ Sull'interfaccia sul piano linguistico dell'identità territoriale si veda Radtke 
(2002:19-20). 

245 



tività marittime, dalla mobilità della popolazione, nonché dal rapporto di- 
namico con la rete metropolitana e la realtà urbana. 

3. Il CORPUS 

Per la ricerca complessiva si è scelto di condurre delle interviste com- 
prendenti le seguenti sezioni: 

Tabella 1: Protocollo delle interviste 



I 


Aspetti biografici 


II 


Contesti d'uso di italiano e dialetto 


III 


Test di riconoscimento 


IV 


Test di traduzione dall'italiano al dialetto 



La prima parte dell'intervista, condotta in uno stile discorsivo, è volta 
a raccogliere informazioni circa la storia personale degli informatori, la 
loro famiglia e la biografia sociolinguistica. La seconda parte consiste in 
un test sui contesti d'uso di italiano e dialetto a livello personale e comu- 
nitario (Lo Piparo 1990); la terza parte è costituita da un test di riconosci- 
mento di alcune varietà dialettali locali nel quale si cerca di fare emergere 
anche la competenza dei parlanti rispetto ai tratti del proprio dialetto e 
quindi il valore ideologico e simbolico attribuito alla propria varietà;^ in- 
fine è stato proposto un questionario di traduzione dall'italiano al dialetto 
di 66 frasi. 

Il campione di base è costituito da 10 parlanti di età compresa tra i 19 
e i 44 anni, con caratteristiche eterogenee rispetto a variabili quali sesso, 
istruzione, livello socio-economico e attività lavorativa: 

Tabella 2: Dati parlanti 





Anni 


Istruzione 


Lavoro 


Rita 


19 


diploma liceo linguistico 


segretaria 


Sonia 


22 


diploma medie inferiori 


casalinga 


Pina 


24 


diploma liceo linguistico 


studentessa univ. 


Olga 


24 


diploma liceo linguistico 


studentessa univ. 


Anna 


35 


laurea in lingue moderne 


traduttrice 


Vito 


37 


diploma nautico 


commerciante 


Silvio 


36 


laurea in medicina 


medico 


Renato 


37 


laurea in commercio intemazionale 


broker nautico 


Nina 


42 


diploma magistrale 


maestra 


Dario 


44 


diploma medie inferiori 


impiegato 



^ Per ovvie ragioni di spazio la parte concernente il test non sarà presa in considera- 
zione. Cfr. Como, Milano, Puolato 2003. 

246 



Infine, tali interviste sono state integrate da alcune registrazioni di 
conversazioni spontanee tra giovani di età compresa tra i 15 e i 30 anni 
della durata di 4.5 ore e realizzate con microfono nascosto da un mediato- 
re in assenza di estranei. I dati raccolti con questa tecnica, in un contesto 
completamente naturale, rappresentano una sorta di campione di controllo 
rispetto agli usi del dialetto e alle caratteristiche linguistiche che esso pre- 
senta nelle interviste. 

4. Metodologia 

Le interviste, condotte in una varietà molto colloquiale di italiano re- 
gionale dalla stessa persona che ne ha analizzato i contenuti, condividono 
grossomodo i medesimi vincoli enunciativi, il grado di formalità e i con- 
tenuti. Per rendere il contesto piiì naturale gli incontri sono stati organiz- 
zati con almeno una coppia di persone, ma è verosimile l'ipotesi che in 
una situazione comunque 'inquisitoria' e con un interiocutore estemo alla 
comunità, i parianti, tutti corredati di un livello medio-alto di istruzione, 
attuino una strategia di monitoraggio sulla propria produzione, selezio- 
nando dal repertorio una varietà non interamente dialettale, o almeno un 
registro che abbia una certa valenza socio-simbolica nell'ambito della 
propria competenza linguistica e comunicativa. Questo, almeno, è quanto 
ci si aspetta in relazione alle caratteristiche sociolinguistiche dei parianti 
e ai risultati emersi dal test sui contesti e domini d'uso del dialetto. Tutti i 
parianti affermano di pariare dialetto in misura diversa da contesto a con- 
testo, alcuni 'bene' (Anna, Pina, Olga, Silvio e Renato), altri 'così così' 
(Rita, Sonia), e infine tre 'male' (Dario, Nina e Vito). In relazione ai dati 
emersi, possiamo anticipare che le persone che si attribuiscono la compe- 
tenza piià 'corrotta' (Dario e Vito) fanno un uso maggiore del dialetto nel- 
le interviste. Infine, tutti gli informatori hanno dimostrato nel test di tra- 
duzione una buona competenza dialettale, non sempre associata a consa- 
pevolezza metalinguistica. 

La porzione dell'intervista utilizzata per l'analisi delle inserzioni dia- 
lettali comprende unicamente le parti I e II, dalla durata di circa 20 minu- 
ti. Nell'analisi ci si soffermerà su fenomeni di livello morfofonologico, 
morfologico e morfosintattico, trascurando invece i tratti fonetici e i feno- 
meni sintattici presenti anche negli stili informali dell'italiano regionale 
campano (o alto-meridionale).^ Non sono stati considerati i fenomeni di 

^ Per quanto problematica, la nozione di italiano regionale risulta utile da un punto di 
vista pratico. Una recente rassegna sulle tradizioni e gli studi degli italiani regionali è 
D'Achille 2002. Per i tratti principali dei vari italiani regionali si veda Telmon (1993). 

247 



ipo-articolazione, di riduzione, di assimilazione come in [peklce] 'per- 
ché', [pe mme] 'per me', [ntsomma] 'insomma', [ai ka'pi] 'hai capito', 
così come il lessico di colorito regionale, o la presenza di intercalari e di 
formule fisse di origine dialettale, presenti anche in testi italiani di parlan- 
ti socioculturalmente differenziati (maronna mia, vabbuò, mo'). Infine, si 
è deciso di escludere dall'analisi anche i fenomeni sintattici propri dell'i- 
taliano 'popolare' che potrebbero risentire della struttura dialettale, come 
la selezione invertita dell'ausiliare, l'uso sovrabbondante o improprio del- 
le preposizioni, i fenomeni di ordine delle parole, come la sequenza N-i-A 
('il fratello mio'), etc. Allo stesso modo, poiché di uso comune, non sono 
stati valutati come inserzioni i toponimi in dialetto. 

È ben noto, a chi si occupa dello studio delle dinamiche contattuali, 
come il divario terminologico presente in quest'ambito rifletta spesso ca- 
tegorizzazioni differenti, espressione di una diversa concezione dei feno- 
meni di contatto. In questa sede non è possibile addentrarci nell'intricata 
questione e si ricorrerà pertanto a termini quali 'frammistione', 'inserzio- 
ne' e 'commutazione', prescindendo dalla categoria sintattica, dalla fun- 
zione eventualmente attribuibile all'inserto nonché dal grado di consape- 
volezza del parlante. 

Da un punto di vista segmentale, costituiscono singoli episodi di fram- 
mistione tutte le sequenze continue di dialetto, a partire dal singolo ele- 
mento (es. l'articolo) fino ad arrivare a gruppi di parole e di frasi. È stato 
necessario includere e differenziare frammistioni piìj ampie della singola 
struttura frasale, vale a dire frasi complesse e costellazioni di più frasi. 
Questa classificazione, anomala rispetto agli studi sul contatto (anche di 
lingua e dialetto), mira a rendere conto del diverso spazio che occupa il 
dialetto nei testi di base italiana. 

La varietà di base dei testi è senza dubbio italiana ma, come noto, tra 
l'italiano e i dialetti italo-romanzi vi è un elevato grado di sovrapposizio- 
ne strutturale ed una cospicua presenza di elementi omofoni, anche a cau- 
sa della duratura compresenza dei due codici in configurazioni repertoria- 
li di tipo macro-diglottico. Per tale ragione è spesso problematico indivi- 
duare i confini della frammistione e in alcuni casi, in assenza di tratti fo- 
netici o morfologici dirimenti, la determinazione del codice di apparte- 
nenza del token rappresenta un elemento di arbitrarietà dell'analista, una 
questione di classificazione che tuttavia 'crea' il dato stesso.* 



^ Nel caso in cui l'elemento omofono sia all'interno di una sequenza dialettale, è con- 
siderato dialetto. Alcuni adottano criteri di costituenza sintattica (il codice è definito dalla 
testa del sintagma), lasciando irrisolti i casi di omofonia a confine dei costituenti (cfr. Ber- 



248 



Si veda l'esempio seguente: 

(1) Ma... V. voi siete nato... in questa zona qua? Io sono nato... a... 
Torrione [a] zona de ccorso umbe:rto.. / la strada che porta... / 
[sogg i for a orr] in effetti ah. . . far a torre [for a torra] (il parlante 
sorride) dario^ 

Una prima frammistione è presente nel turno di risposta alla domanda 
dell'intervistatrice. Tratto del dialetto è la forma apocopata dell'articolo 
determinativo a 'la' che precede, tuttavia, un elemento lessicale omofono 
nei due codici 'zona' e presente anche nella formulazione della domanda, 
condizione questa che porta a valutare come frammistione unicamente la 
forma dell'articolo. 

L'esempio toma utile alla riflessione su un altro aspetto molto impor- 
tante, ovvero la prospettiva di analisi. I fenomeni di contatto (e il code- 
switching in particolare) possono essere osservati da due diversi punti di 
vista: quello del linguista e quello dell'utente bilingue, prospettive che 
portano sovente ad interpretazioni divergenti anche per quanto concerne 
l'individuazione stessa dei codici. '° Il punto di vista presentato in questo 
contributo è meramente estemo, è quello del linguista che formula qual- 
che assunzione in base ai dati linguistici e contestuali. Ad esempio, nel- 
l'estratto riportato è possibile affermare con una certo grado di plausibi- 
lità che l'informatore si renda conto di aver introdotto il toponimo dialet- 
tale 'fuori la torre', segnalato dalla presenza di esitazione e dalla ripeti- 
zione, seguita da commento sonoro. Non vi sono invece segnali discorsivi 
che accompagnano l'articolo determinativo. Anche sequenze piià ampie, 
prodotte inconsapevolmente, possono non essere segnalate, o non rilevate 
dai destinatari stessi, elemento cruciale quest'ultimo nella definizione 
stessa di code-switching per alcuni autori.'' 

ruto 1985:70-71). Nell'esempio (1) il nominale 'zona' è seguito da una preposizione sem- 
plice in cui la consonante occlusiva dentale non subisce processi di rotacizzazione, tipici 
della varietà dialettale. 

^ In corsivo sono riportate le domande dell'intervistatrice; in maiuscoletto l'intervento 
di altre persone presenti. I puntini di sospensione segnalano allungamenti delle vocali fi- 
nali o fenomeni di esitazione; le barrette verticali le pause. Il segmento interpretato come 
dialettale è trascritto tra parentesi quadre, evenmali informazioni contestuali sono riporta- 
te tra parentesi tonde. 

'«Cfr.Auer (1998: 1-48). 

" Ad esempio secondo Auer (1995:116) la giustapposizione dei due sistemi semiotici 
è da considerare nell'ambito dei fenomeni di switching (o di transfer) solo se "the appro- 
priate récipients of the resulting complex sign are in a position to interpret this juxtaposi- 
tion as such". 

249 



5. Il dialetto nelle interviste: i dati 

Come già osservato, la lingua-base dei dieci testi può essere senza 
dubbio identificata con una varietà di italiano regionale, variamente con- 
notata dalla presenza di tratti di origine dialettale e da un numero ridotto 
di frammistioni che tuttavia consente di tratteggiare due diverse tipologie 
di parlanti. Un gruppo sembra essere costituito da parlanti bilingui che ri- 
corrono solo raramente al dialetto, e in maniera funzionale, il secondo 
gruppo è costituito da parlanti in cui i due codici sono più a contatto, an- 
che a livello strutturale (Sonia, Dario e Vito). Le inserzioni effettive sono 
in totale 77, di cui 68 sono costituite da categorie lessicali o da elementi 
uniti da relazioni di costituenza, mentre altri nove casi presentano parti 
non dipendenti dalla medesima struttura. Rispetto al punto di riferimento 
definito dalle interviste con parlanti anziani, nelle quali la varietà di base 
è, eccetto un caso, il dialetto, nelle interviste con i parlanti più giovani ri- 
sultano completamente invertite le condizioni d'uso dei due codici. Inol- 
tre, il numero delle commutazioni in dialetto in un macro-testo dalla du- 
rata complessiva di circa tre ore è notevolmente esiguo e delinea una 
realtà testuale in cui il code-switching non rappresenta certamente uno 
stile conversazionale neutro. Si aggiunga in più che nel testo di ben tre 
informatori (Pina, Silvio e Renato) non occorre nessuna frammistione in 
dialetto. Questi comportamenti inducono a ipotizzare che l'uso del dialet- 
to con persone esteme alla comunità, anche in situazioni di bassa forma- 
lità, rappresenti una scelta comunicativa marcata, a differenza di quanto si 
è constatato con la generazione immediatamente precedente. Ovviamente, 
nella scelta del codice, ha un ruolo determinante il più elevato grado di 
competenza dell'italiano proprio delle fasce d'età più giovani, ma è signi- 
ficativo tuttavia che la stessa scelta linguistica attraversi indistintamente 
l'intero campione, eterogeneo rispetto ad una serie di variabili esteme. 
L'impressione di una riduzione dello spazio occupato dal dialetto sembra 
confermata dalle caratteristiche stmtturali dei segmenti inseriti che si col- 
locano in una posizione intermedia tra i fenomeni di insertion (inserimen- 
to di parole o stmtture più o meno fisse dell'altra lingua) e il code-swit- 
ching (Auer 1998:16-22): il dialetto non diventa in nessun caso il codice 
dell'interazione. Qualche considerazione sulla stmttura delle commuta- 
zioni sarà utile ad interpretare meglio il caso: '^ 



'^ (Art)icolo, (Prep)osizione, (Dim)ostativo, (Avv)erbio, (N)ome, (Agg)ettivo, (S)in- 
tagma - (N)ominale, (V)erbale, (PREP)osizionale -, (F)rase - (P)principale, (S)subordina- 
ta, (C)complessa -, (D)iscorso = insieme di più frasi principali e/o complesse. 

250 



Tabella 3: 


Inserzioni 


in dialetto 




















Art 


Prep 


Dim 


Aw 


N 


V 


SN 


SV 


S.Prep 


F.Pr 


RSub 


F.C 


D 


Tot 


Olga 




















1 




1 




2 


Rita 




















2 








2 


Nina 








1 






1 




1 


1 








4 


Anna 






2 














2 


2 






6 


Sonia 














3 






3 


2 


8 


2 


18 


Dario 


2 


1 






2 




4 






8 


2 


1 




20 


Vito 


2 


1 


1 






2 


3 


1 




4 


5 


2 


4 


25 


Tot 


4 


2 


3 


1 


2 


2 


11 


1 


1 


21 


11 


12 


6 


77 



Il dato più evidente è rappresentato dall'occorrenza inter-testuale di 
inserzioni di tipo frasale, la cui maggioranza (21) è costituita da strutture 
elementari, uniproposizionali; vi sono anche clausole subordinate, con e 
senza complementizzatore, nonché frasi complesse o più frasi in succes- 
sione. Soltanto sei sono propriamente riempitivi, tags o espressioni idio- 
matiche, considerate tipiche di parlanti non più in possesso di un livello 
di competenza sufficiente della lingua inserita e che per questo svolgono 
spesso una funzione puramente 'simbolica':'^ 

(2) io [e vera] che sto io al contatto al comuna però diciamo che il 
lavoro che faccio non sono all'esterno dario'^ 

(3) Ah... Assunta ... e la chiamano Ondina muh... [ntj appittss 
njenta] soma 

(4) Ma ti farebbe piacere che i tuoi figli imparassero il dialetto? 
Mi farebbe piacere, ma purtroppo [n tja stanna santa] vito 

L'ipotesi che la presenza di singole frasi, spesso costituite da formule 
fisse, e prive di una chiara funzione referenziale, sia correlata ad un basso 
grado di competenza bilingue, diversamente dalla commutazione intra- 
frasale, espressione invece di un tipo di bilinguismo bilanciato, è stata 
formulata da Poplack negi anni Ottanta. Già Bentahila e Davies (1992) in 
uno studio sul bilinguismo arabo-marocchino/francese condotto con due 
generazioni diverse, alfabetizzate l'una prima e l'altra dopo la fine del 
protettorato francese sul Marocco, hanno messo in evidenza che il tipo di 
code-switching è condizionato dalla 'dominanza' individuale di uno dei 
due sistemi, ma non confermano l'identità tra commutazione intra-frasale 
e bilinguismo bilanciato. Nel nostro caso, la netta prevalenza di strutture 
frasali su un totale così esiguo di commutazioni sembra piuttosto rappre- 
sentare uno stile comunicativo e non mancanza di competenza del dialet- 



'^ Mi riferisco alla funzione 'emblematica' di Poplack (1980). 
^'* Si noti la sintassi scollegata della frase. 



251 



to, considerato inoltre che la maggioranza delle inserzioni ha funzione re- 
ferenziale. Parimenti, come vedremo, la prevalenza del tipo di commuta- 
zione intra-frasale nel peculiare rapporto lingua-dialetti non è affatto sin- 
tomatico di un elevato grado di competenza di entrambe le varietà, ma del 
loro uso 'misto'. 

Dalla tabella 3 emerge anche l'articolazione dei parlanti in due gruppi 
per quanto riguarda il numero delle inserzioni: < 6 il primo e >1 8 il se- 
condo. Inoltre, soprattutto due parlanti (gli ultimi due) hanno frammistio- 
ni di sintagmi e di elementi appartenenti a categorie funzionali e lessica- 
li'-^ che rimandano ad un tipo di contatto più intimo tra i due codici. Natu- 
ra parzialmente diversa ha l'inserzione degli articoli presenti unicamente 
nei testi di dario e Vito. Si veda il caso seguente: 

(5) E un grande faticatore il padre? SÌ SI Eh., mo' per esempio 
prima di venire a aprire mi sono andato a fare trenta chilometri in 
biciketta e sono venuto ad aprire / [na] passeggiatina'^ - vito 

Nell'esempio (si noti la forma 'media' mi sotto andato a fare, piuttosto 
frequente nell'italiano meridionale) l'articolo indeterminativo del dialetto 
- la variante aferizzata na 'una' - è seguito da un nome dell'italiano, 
'passeggiatina'.'^ L'intero sintagma commenta lo spirito sportivo e segna 
la conclusione del turno di dialogo del parlante. Alfonzetti (1992:202- 
203) nell'analisi dell'alternanza tra italiano e dialetto a Catania registra 
per gli articoli'^ una tendenza concernente la direzione dello switching 
dall'italiano verso il dialetto: "La spiegazione del fenomeno va probabil- 
mente ricercata nel diverso status dei due codici nel repertorio individua- 
le del parlante. Si tratta infatti di un modello d'uso che caratterizza so- 
prattutto il comportamento linguistico di parlanti che hanno appreso il 
dialetto come prima lingua. Questo rimane pertanto il codice primario che 
tende a riaffiorare, specie nei suoi elementi grammaticali, anche in situa- 
zioni di media formalità o addirittura formali, in cui il parlante usa preva- 

'^ Si tratta di una tipologia di contatto generalmente definita code-mixing (cfr. Berruto 
1990). 

'^ Il parlante, proprietario di un negozio di generi alimentari, in opposizione al tempe- 
ramento del figlio mette in evidenza il proprio spirito sportivo descrivendo le attività con- 
dotte la mattina prima di andare a lavorare. 

'^ Oltre che per \2i facies fonetica il termine è da considerare dell'italiano anche per la 
presenza del suffisso diminutivo '-ino' non tipico delle varietà dialettali meridionali 
(Rohlfs § 1094). 

'^ Si consideri invece che tra le ipotesi di base del Matrix Language Frante Model di 
Myers-Scotton (1993: 82-83) la lingua matrice impone l'ordine di superficie dei morfemi 
e i system morphèmes, tra cui anche gli articoli. 

252 



lentemente l'italiano". Si tratterebbe dunque di un fenomeno di affiora- 
mento del dialetto di livello inconsapevole. Dalla sezione dell'intervista 
concernente i contesti d'uso e le modalità di apprendimento del dialetto, 
risulta effettivamente che entrambi ^"^ i parlanti hanno avuto il dialetto co- 
me lingua di socializzazione primaria, tuttavia non sono i soli, come ve- 
dremo, a condividere questo aspetto. Sobrero (1992:31-41) considera gli 
articoli - e piiì in generale i deittici aferetici - al pari delle locuzioni prag- 
matiche, tra gli elementi che piià frequentemente passano dal dialetto al- 
l'italiano, anche in discorsi vicini alla formalità perché tali elementi di- 
verrebbero 'apolidi' nella consapevolezza dei parlanti. L'impressione sca- 
turita dall'analisi dei nostri testi è che si tratti di elementi che, con un 
buon livello di accettabilità, si muovono lungo diversi piani del repertorio 
senza perdere tuttavia la loro connotazione dialettale, sia come fenomeni 
di 'affioramento' che come espedienti di 'dialettizzazione'. A quest'ulti- 
ma tipologia appartiene il caso seguente, notato nel parlato di una profes- 
sionista napoletana: 

(6) mamma mia tutte queste storie per pigliarti [nu] caffè 

A tal riguardo si fa strada un'altra linea di ragionamento, secondo la 
quale sarebbe l'intero SN ad essere coinvolto, essendo il nome un termine 
spesso omofono nei due codici o comunque adattato al dialetto. Non è un 
caso infatti che il SN risulti il tipo piti frequente di inserzione dopo la fra- 
se^*^ e che abbia una buona penetrabilità nel parlato italiano. 

Ritornando al nostro corpus, osserviamo ancora che il testo di Vito 
presenta il maggior numero di frammistioni, le sequenze più estese, ma 
anche inserzioni minime sintatticamente legate, come il verbo 'avere' con 
funzione modale, realizzato dal segmento vocalico [e] 'hai', seguito da 
una costruzione con oggetto preposizionale (8), o come la preposizione 
'sopra' (9): 

(8) il paese in questo ti... ti limita .... ti limita nel senso che tutti 
quelli che conoscono o c'è un rapporto di fratellanza [o nunn u ka- 
noJj"i] e siccome il paese è piccolo [e] conoscer a tutti quanti vito 

(9) Come parli al comune? eh... vabbuo' normale ... [ggopp] al 
comune nostro si parla mista vito 



'^ Dalla biografia di Vito risulta tuttavia che la madre avrebbe privilegiato l'italiano 
come codice di comunicazione con i figli e che il dialetto sarebbe diventato dominante so- 
lo in una fase successiva, come lingua del peer-group. 

20 Cfr. anche Alfonzetti (1992). 

253 



Dialetto ed italiano si intrecciano nel testo di questo informatore in 
maniera diffusa, così come ribadito dallo stesso parlante che afferma di 
parlare una "lingua mista". Per certi versi simile è il caso di Dario, carat- 
terizzato tuttavia da maggiore incertezza nella verbalizzazione e da un at- 
teggiamento censorio nei confronti del dialetto. Si colgono tali aspetti 
nell'estratto seguente, in cui vi sono articoli, nomi, sintagmi e frasi in dia- 
letto. L'informatore racconta del padre, che pur avendo avuto la possibi- 
lità di essere assunto come bidello in una scuola, aveva preferito fare il 
pescatore: 

(10) Era pescato', no marittimo? Prima non ci stava... mo'... 
no / lui ha fatto sempre il pescatore, non ha voluto... [paklce Jg 
pjajev9 propj u ma-ra] aveva avuto la possibilità di fare... perché 
era [na] famiglia numerosa [a nonna ma para] / o pecche lui era an- 
dato in guerra / aveva fatto la guerra in Spagna / fatt [o partidd3ano] e 
aveva avuto l'opportunità del sindaco... di allora che ci stava, no, 
di f. / di fare il bidello di entrare in... 'ndzomma [nt ali e.] na... 
non ha va. . . non ha voluto rifiutò 

Ai testi dei due parlanti, per numero di inserzioni, si avvicina quello di 
Sonia, in cui sono però presenti soprattutto frasi, oltre qualche sintagma. 
Si tratta di una informatrice le cui sequenze di risposta alle domande 
sono brevi e prive di digressioni. Il codice utilizzato nell'interazione è 
un tipo di italiano regionale molto connotato dal punto di vista foneti- 
co e morfosintattico da tratti 'popolari'. Il dialetto non rappresenta af- 
fatto il codice prevalente nell'intervista, anche se l'informatrice so- 
stiene di usarlo nella maggior parte dei contesti comunicativi e, unica 
tra i parlanti, ha una visione 'invertita' del rapporto tra i due codici. 
Alla domanda se vorrebbe che i suoi figli parlassero dialetto, Anna ri- 
sponde infatti: "eh... non vorrei, però come faccio ormai è una cosa 
che si parla da tutte le parti, in famiglia si parla dialetto". Nell'intervi- 
sta tuttavia le parti in dialetto si trovano soprattutto nell'interazione 
con altri presenti, e solo in qualche caso con l'intervistatrice. L'esem- 
pio seguente è una sequenza breve, ma non stereotipizzata, di risposta 
ad una domanda circa le differenze tra la varietà di Bacoli e quella di 
Monte di Procida (la parlante, in seguito al matrimonio, si è trasferita 
a Bacoli): 

(11) A - però. . ../ già. . . // [tja stanna ddzane e ddzana ad 'do sa 

parla kistu.... / bbakulesa propala ai] 

P - eh., infatti 

A - cioè il pili lungo te ka'i / u kkju mmujja...] 

254 



Nell'inserzione, Anna commuta in dialetto - dopo la presa del turno 
realizzata mediante la congiunzione 'però' e l'avverbio 'già' - una struttu- 
ra locativa esistenziale con una relativa incassata. Chiude il turno con una 
richiesta dì feed-back all'intervistatrice molto ridotta fonicamente [ai] 
'hai capito?' Riprende il turno con una struttura in italiano, riformulata 
immediatamente in dialetto con fine specificativo. La parlante in questo 
caso ricorre ad una riformulazione in dialetto per chiarire un concetto al- 
l'intervistatrice. 

Un aspetto che accomuna i tre testi riguarda anche il versante dell'ita- 
liano che risente di un elevato livello di interferenza del dialetto, soprat- 
tutto sul piano fonetico, ma anche a livelli maggiori. Interessante è ad 
esempio la forma 'ibrida' [vicaretto] 'vicoletto', costruita con una base 
lessicale omofona nei due codici 'vie-' con un primo morfema derivazio- 
nale desemantizzato dialettale '-ar-' ('-ol-', originariamente con valore di- 
minutivo^') e poi dall' italianissimo suffisso '-etto', pressoché assente nei 
dialetti meridionali ove è generalmente sostituito dal suffisso '-elio' 
(Rohlfs §1141). Si trovano, ad esempio, forme come rede 'erede', / gridi 
pi. di 'grido', mischelata, da 'mischiare' e 'miscelare', nonché strutture 
quali: 

(12) Sì, uscendo la strada io lo.... vedo il lago^^ 

(13) Sì abita là. Prima abitavano sopra al castello ^^ 

(14) Se questo poi diventerà un paese piti antico, penso 
che il dialetto ci sta bene-^^^ 

Il punto che si intende sostenere nell'interpretazione di tali dati è che i 
parlanti nei cui testi il dialetto ricorre in maggiore misura fanno un uso 
più esteso di tale varietà nei contesti comunicativi quotidiani ed hanno 
sviluppato una minore attitudine alla separazione funzionale dei due codi- 
ci che si trovano quindi più intimamente a contatto. Risente di tale contat- 
to anche l'italiano, maggiormente interferito dal dialetto. Gli altri parlanti 
invece, pur avendo una buona competenza del dialetto, ne fanno uso in 
maniera più 'funzionale'. Questo attestano le inserzioni degli altri testi 
che, come abbiamo osservato, rientrano nella medesima tipologia, sia per 
la frequenza che per gli aspetti strutturali. Si tratta principalmente di frasi 
semplici che svolgono spesso una funzione a livello del discorso. A titolo 



2' Cfr. Rohlfs § 1085. 

^^ Uso transitivo di verbo mono-argomentale. 

^^ Preposizione complessa: sopra al 

^'^ Costruzione ipotetica. 

255 



esemplificativo si veda il caso di Anna le cui inserzioni in dialetto sono 
rare, brevi da un punto di vista segmentale e semplici rispetto alla struttu- 
ra: 

(15) A: La massa che arriva è proprio un. . . non è un turismo 
/ nemmeno mordi e fuggi / [kilb] / distruggono soltanto 
P: distruggono 

A: cioè arrivano / portano m. . . munnezza 
P: a munnettsa a lasciano là 

A: e la lasciano là [w]arda delle volte io ho preso delle que- 
stioni... che poi mi dico [ki m u ffa fa pakjke] / è anche peri- 
coloso / non sai con chi hai a che fare tante volte / no. . . 

Il brano tratta degli effetti deteriori di un certo tipo di turismo giorna- 
liero di matrice napoletana che durante la stagione estiva affolla le coste 
campane, e nel caso specifico quelle di Monte di Procida. La prima inser- 
zione è il dimostrativo che concorda in genere e numero con un nominale 
non immediatamente presente nell'intorno testuale e che ha come proba- 
bile referente il plurale 'i napoletani'. Considerate anche le pause che se- 
parano il segmento dal resto dell'enunciato, non è da escludere tuttavia 
l'ipotesi che si tratti di un pronome espletivo. Nel brano è presente anche 
un'altra inserzione, una frase 'cristallizzata' dipendente da un verbo di 
'dire' (poi mi dico ''chi me lo fa fare, perché...'') con annesso il subordi- 
natore causale. Le restanti frasi in dialetto presenti nel testo di Anna, en- 
trambe semplici, sono costituite da una interrogativa diretta che formula 
una domanda alla madre (alternanza) e da una dichiarativa con funzione 
di commento. Le osservazioni appena condotte ci portano a considerare 
brevemente anche l'aspetto funzionale delle inserzioni, per osservare che 
(escludendo le tags), su un totale di 44 strutture frasah, in 1 8 si rintraccia- 
no delle funzioni legate al discorso (enfasi, ripetizioni, citazioni), mentre 
in 14 casi delle funzioni legate ai parlanti (il dialetto rappresenta il codice 
utilizzato per rivolgersi direttamente ad altre persone presenti all'intervi- 
sta).-^^ Un dato interessante, che contribuisce a caratterizzare il quadro che 
si va delineando, è che i 12 casi in cui non si coglie nessuna funzione pre- 
valente appartengono tutti agli ultimi tre parlanti. 

Tentiamo di trarre qualche considerazione generale. Innanzitutto, si 
è già osservato che il numero e la tipologia delle inserzioni non è 
quella che caratterizza il code-switching conversazionale: italiano e 
dialetto non paiono godere di una condizione di neutralità sociolingui- 

^^ Le uniche commutazioni di Olga, ad esempio, sono nella domanda indirizzata ad 
un'amica. 

256 



stica, per cui non sono liberamente intercambiabili in una situazione 
di media formalità e con interlocutori non appartenenti alla comunità 
che utilizzano una varietà bassa di italiano regionale con qualche 
frammistione in dialetto. La tipologia di inserzione pili comune è rap- 
presentata dalla frase che non risulta tuttavia associata unicamente a 
funzioni legate alla sfera ludica, sintomo di un forte restringimento 
delle funzioni della lingua recessiva nel repertorio individuale dei par- 
lanti, ma è usata anche per trasmettere informazioni. Nell'ambito di 
questa tendenza generale, si individuano due stili parzialmente diver- 
si. Da un lato un gruppo di testi presenta un basso numero di inserzio- 
ni (in alcuni pari allo zero) e un'occorrenza generalmente funzionale 
del dialetto, sintomo di una gestione più 'alternata' delle varietà. Il se- 
condo gruppo è costituito da testi con un numero più alto di inserzio- 
ni, anche di maggiore ampiezza, con casi di forte interferenza, sintag- 
mi 'misti', forme lessicali ibride, e un uso del dialetto non sempre do- 
tato di funzionalità. Semplificando un quadro, nella realtà molto più 
articolato e sfumato, da un lato potremmo considerare il dialetto come 
scelta — non sempre consapevole e talvolta automatizzata —, ma alter- 
nativa ad altre varietà del repertorio; dall'altro come codice costituti- 
vamente presente anche nelle varietà di italiano. Ovviamente, su que- 
ste due modalità di uso del dialetto hanno forte influenza non solo il 
grado di istruzione e la lingua di socializzazione primaria,^^ ma anche 
il legame quotidiano con il paese, più forte nel caso degli ultimi tre 
parlanti, vincolati ad esso anche da un punto di vista lavorativo. Non 
sembra rilevante invece il fattore età, parametro molto importante di 
tipo predittivo. 

6. Dialetto e auto valutazioni 

A questo punto è interessante paragonare i dati linguistici con ciò che i 
parlanti dicono circa l'uso delle varietà. Il grafico (1) rappresenta la me- 
dia percentuale dell'uso di italiano e dialetto in una serie di contesti co- 
municativi raggruppati in tre macro-domini, familiare, pubblico informale 
e pubblico formale: 



^^ Oltre a tutti i parlanti del secondo gruppo, dicono di avere imparato il dialetto prima 
dell'italiano anche Pina e Nina. 

257 



Grafîco 1: Contesti d'uso 




y 


/ 


22 


A 


6 





■ entrambi 

■ dialetto 

■ italiano 



pubblico informale 
Domini 



pubblico formale 



Nel dominio familiare non è di molto prevalente l'uso esclusivo dell'i- 
taliano sull'uso esclusivo del dialetto. Delle diverse variabili che rientra- 
no in questo dominio, emerge ad esempio che quella relativa al fattore 
'età' influisce notevolmente sugli usi linguistici intemi alla famiglia dove 
vige un modello di comunicazione asimmetrica per cui con le persone an- 
ziane domina l'uso quasi esclusivo del dialetto, con i genitori il dialetto o 
entrambi i codici, mentre con i bambini è generalizzato l'uso esclusivo 
dell'italiano. Con i fratelli prevale l'uso alternato, e solo due informatrici 
dichiarano di parlare esclusivamente dialetto. Diversamente, affermano di 
usare l'italiano Anna e Vito, ma sembra trattarsi di casi particolari.-^^ 

Il dominio pubblico informale vede la dominanza dell'italiano ed è as- 
solutamente raro l'uso esclusivo del dialetto che diventa rilevante solo 
con eventuali interlocutori dialettofoni. Con gli amici, in particolare, si ri- 
corre soprattutto al dialetto o ad entrambe le varietà: 





Renato 


Silvio 


Pina 


Olga 


Rita Nina 


Anna 


Sonia 


Dario 


Vito 


Con gli amici 


D 


D 


D 


I 


D/I 


D/I 


D 


D/I 


I 


D/I 



Soltanto Olga e Dario affermano di parlare esclusivamente italiano 
con gli amici. Nel caso di Dario tale risposta, insieme ad altre molto 



■^^ Anna afferma di parlare italiano con un fratello da tempo emigrato in America, con 
il quale il ricorso al dialetto così come all'inglese produce imbarazzo. Vito usa l'italiano 
con la sorella, a suo dire, esclusivamente italofona. 

258 



orientate sull'uso dell'italiano, è in contrasto con i dati linguistici. Evi- 
dentemente il particolare valore socio-simbolico attribuito al dialetto, e la 
controparte in termini di status, interferiscono sulla rappresentazione del 
proprio comportamento linguistico. Tale atteggiamento, piuttosto diffuso 
nella fascia di età nella quale rientra l'informatore, risente della connota- 
zione negativa e della censura praticati sul dialetto anche all'interno della 
famiglia di origine, a dialettofonia dominante. 

Nei reticoli comunicativi del dominio pubblico formale gli informatori 
dicono di fare un uso quasi esclusivo dell'italiano. Risulta ad esempio che 
con gli estranei si ricorre all'italiano, mentre con estranei che parlano in 
dialetto, l'uso del dialetto sale al 50%, valore maggiore di quello registra- 
to nell'interazione con i conoscenti del paese. La varietà dell'interlocuto- 
re è un elemento che condiziona fortemente la scelta del codice. 

Il quadro così delineato indica una dominanza crescente dell'italiano 
con l'aumentare della formaUtà del dominio. Un ruolo marginale sembra 
occupare l'uso contemporaneo di dialetto e lingua, un comportamento 
linguistico che ci saremmo aspettati piiì vitale nel dominio di mezzo, nel 
quale rientrano contesti più formali ma comunque locali (negozi, uffici 
pubblici etc.). Nei rihevi Istat (2002:105-106) tale comportamento pre- 
senta un trend di crescita dagli anni Ottanta ad oggi, sia in famiglia che 
con gli amici, e nell'Italia meridionale risulta la modahtà di comunicazio- 
ne in assoluto più frequente. 

Dominio della dialettofonia, oltre la famiglia, risulta quello del 
gruppo dei pari, in cui l'uso del dialetto aumenta nei contesti comuni- 
cativi più informali. Tale dato trova un forte riscontro nella qualità del 
parlato naturale registrato in maniera occulta. Nel campione si regi- 
strano tuttavia modelli di interazione molto diversificati da individuo 
ad individuo: alcuni parlanti interagiscono esclusivamente in una va- 
rietà dialettale, talvolta commutando verso l'italiano in relazione al- 
l'interlocutore o al contesto, altri tendono più verso il polo dell'italia- 
no regionale con accentuati fenomeni di code-switchìng. Rare sono le 
interazioni completamente in italiano. 

7. Sulla qualità del dialetto 

I dati delle traduzioni sembrano confermare che il dialetto locale, ca- 
ratterizzato rispetto al napoletano dalla presenza di peculiari fenomeni fo- 
netici e morfologici,^^ non sia più vitale. Durante la traduzione l'attenzio- 

^^ Per una rassegna sui principali fenomeni linguistici dell'area, cfr. Somicola 2002. 

259 



ne dei parlanti è stata sollecitata su una serie di parole bandiera, nonché 
su tratti morfologici e fonetici locali molto marcati, e gli informatori, qua- 
si unanimemente, hanno attribuito tali tratti al dialetto arcaico. Essi con- 
cordano nell'indicare come unici depositari dell'antica varietà gli anziani 
di una micro-area del paese. Case Vecchie, sede originaria dell'insedia- 
mento di tipo urbano e borghese. Spie del fatto che la realtà non sia 
così compatta emergono tuttavia in più luoghi dell'analisi. Nell'insie- 
me di frasi frammiste durante l'intervista vi sono alcuni tipi del dialet- 
to con fenomeni di rotacismo (sia di /11/ che di /d/), propri della va- 
rietà locale: 

(22) Non ha voluto, rifiutò, detto [i ra matina m âdd^a. i a ff a a 
pijkaita] DARIO 

(23) Vorresti che i tuoi figli imparassero il dialetto! Ikira dd3a e 
ddiffijile che s ampara] l'italiano corretto / figuriamoci se impara 
l'it.. . . / cioè è molto remota questa possibilità viro 

Inoltre, il dialetto utilizzato dai giovani in contesto naturale, in parti- 
colare da alcuni parlanti, è più vicino alla varietà degli anziani rispetto a 
quanto sostenuto dai più. Compaiono, ma con frequenze ridotte, fenome- 
ni locali, tra i quali: (a) realizzazione più chiusa delle vocali medie; (b) 
rotacismo di /d/; (e) rotacismo di /11/ nei dimostrativi; (d) 3^ persona del 
verbo essere in je; (e) imperfetto in/ova, articolo maschile in u: 

a aro 1 add3a mette 
b a kki a ra metta 

e a dd38nt9 kka bbajing kka un s adda appu ja vijins a kkera 

koss 
d ma ki kattsa je ka fa i tuffa ma kista so JJjema] 
e ma nui 'fovana ccu ppresenta allor u lavora nwosts e ccu vvi- 

sibbib ra 11 ata 

Sono stati citati tali fenomeni, perché sembra piuttosto singolare che 
alcuni di essi siano presenti anche alla competenza metalinguistica dei 
parlanti. Il fatto cioè che un tratto sia identificato come locale e arcaico, 
non sembra decretarne necessariamente la sua emarginazione dall'uso. Di 
contro, non sono stati registrati casi di palatalizzazione di /a/ tonica 
i'petdma 'mio padre'), né di delateralizzazione di /11/ (vaddina 'gallina'), 
due fenomeni, fortemente stereotipizzati, già rari nel parlato delle intervi- 
ste con gli anziani. 

L'impressione scaturita dall'analisi del parlato naturale conferma, a li- 
vello tendenziale, il modello di cambiamento ipotizzato per la generazio- 
ne anziana nei cui testi si osserva una rarefazione dei tratti più locali a fa- 

260 



vore di una varietà dialettale pili neutra. Contrariamente alle opinioni dei 
parianti, sembrano tuttavia effettivamente retrocessi solo alcuni dei tratti 
arcaici (palatalizzazione di /a/, delateralizzazione di /\\P), mentre altri 
continuano a galleggiare, con frequenze diverse nell'uso meno monitora- 
to. 

La rarefazione dei tratti del dialetto locale produce dunque una sorta 
di 'naturale' convergenza verso il napoletano che di fatto costituisce a 
pieno titolo una delle varietà dialettali di Monte di Precida. Proprio per 
tali ragioni risulta difficile inquadrare i movimenti che si percepiscono al- 
l'interno del repertorio nei termini di un processo di 'napoletanizzazione': 
la varietà di dialetto, in minor misura connotata in senso locale, sembra 
parte autonoma del repertorio locale. Il napoletano, configurandosi come 
una potenzialità intema al dialetto stesso, potrebbe godere perciò di una 
maggiore capacità di penetrazione nei livelli più profondi della lingua, a 
differenza dell'italiano che agisce, oltre che sul piano lessicale, soprattut- 
to su quello fonetico. Un caso interpretabile come un fenomeno 'attivo' di 
spostamento verso il napoletano può essere individuato nella sostituzione 
di una forma verbale del dialetto locale - per sviluppo autonomo piìi si- 
mile all'italiano che al dialetto - con un variante napoletana. Si tratta del- 
la prima persona del verbo 'avere', realizzato in montese dal tipo 'o', che 
in funzione di ausiliare, diversamente dall'italiano, non induce rafforza- 
mento fonosintattico sulla prima consonante del verbo lessicale seguente: 
o fatta 'io ho fatto'. ^° Il dato rilevante a proposito è costituito dalla netta 
recessione del tipo verbale locale a favore della forma napoletana aggio 
in tutti i contesti di intervista. In tal caso 'la norma dialettale' si distanzia, 
piuttosto che uniformarsi, al modello dello standard. 



8. Conclusioni 

Complessivamente, il processo di riduzione dei tratti più locali del 
dialetto, constatato anche a livello diagenerazionale, sembra spingere ver- 
so la formazione di una varietà dialettale naturalmente più convergente 
verso il napoletano, mentre rari sono i fenomeni attivi di 'napoletanizza- 
zione'. L'osservazione del parlato naturale ha messo in evidenza che in 
contesti comunicativi completamente naturali, i tratti del dialetto locale 
compaiono anche nei testi di parlanti più giovani. Per alcuni versi si regi- 

2^ Radtke (1995:50) ritiene che siano colpiti dalla recessione soprattutto gli sviluppi 
pili recenti dei dialetti e tra questi annovera in Campania il rotacismo di /d/. 
30Cfr.AIS,cc. 887, 913, 1107. 

261 



stra dunque un movimento verso la complicazione delle varietà del reper- 
tono sul versante dialettale, piuttosto che un processo rettilineo di 'napo- 
letanizzazione'^'. 

In relazione all'uso è stato osservato un cambiamento nel rapporto tra 
i codici in contesto di intervista, rispetto a quanto constatato con i parlanti 
anziani. Se infatti per informatori oltre i sessantacinque anni, la varietà 
dominante delle interviste è il dialetto, per parlanti di età inferiore ai qua- 
ranta anni, è l'italiano. Il numero delle inserzioni in dialetto è esiguo e il 
code-switching appare come uno 'stile' conversazionale sociolinguistica- 
mente marcato. Si individuano, da un lato parlanti che usano il dialetto 
soprattutto o esclusivamente in strutture frasali; dall'altro, parlanti nei cui 
testi il dialetto 'affiora' anche in strutture di rango inferiore e in categorie 
lessicah. Su queste due modalità hanno forte influenza il grado di istru- 
zione, la lingua di socializzazione primaria, il tipo di legame con la realtà 
locale, ma non l'età. 

Il dialetto conserva una serie di ambiti privilegiati, soprattutto in fami- 
glia, in contesti e con interlocutori locali, dunque come lingua dell' m- 
group. Sembrerebbe trattarsi dunque di un rapporto piuttosto consolidato 
tra i codici, tuttavia le rigide restrizioni che, secondo i parlanti, operano 
lungo la linea generazionale (in linea di massima si parla in dialetto con 
gli anziani e italiano con i figli), insieme ad un processo di culturalizza- 
zione del dialetto (bisogna impararlo perché rappresenta le nostre radici), 
farebbero pensare cambiamenti imminenti. Com'è noto, infatti, l'interru- 
zione della trasmissione ai propri discendenti segna l'inizio del processo 
di decadimento di una lingua (Winford 2003:261): sarà così anche in que- 
sto caso? 



31 Cfr. Radtke (1995). 
262 



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264 



Tra lingua e dialetto: affinità e discrepanze nel parlato bi- 
lingue e monolingue dei testi di alcuni parlanti di area fle- 
grea 

Emma Milano (Napoli) 



1 . Il caso di Bagoli: aspetti problematici della definizione di varietà 

Questo contributo è parte di una più ampia ricerca finalizzata a studia- 
re il rapporto tra lingua e dialetto, nei testi di parlato semi- spontaneo di 
un campione di parlanti • del borgo antico di Bacoli, uno dei comuni del- 
l'area flegrea.-^ In tale area il susseguirsi di fasi di alterna fortuna, l'intri- 
cata dinamica di relazioni tra i punti, un complesso rapporto con Napoli 
hanno avuto rilevanti effetti sul piano linguistico. Sono infatti numerosi i 
tratti linguistici non rinvenuti nella varietà napoletana contemporanea,-^ 
che manifestano una certa vitalità e autonomia delle varietà flegree rispet- 
to al modello 'egemonico' del capoluogo."* Tanto che a caratterizzare in 
senso unitario l'area da un punto di vista linguistico sembrerebbe essere 
proprio la 'resistenza' generalizzata al modello napoletano.^ 

Nel panorama complessivo dell'area Flegrea, Bacoli si impone con 
una serie di specificità. A differenza delle altre località, caratterizzate da 
vicende di frattura e continuità, se non di rivalità, con Napoli, come nel 



' Il campione complessivo è costituito da 14 informatori, con un'età ed un livello di 
istruzione variabile, appartenenti ad un unico gruppo familiare esteso. 

^ Bacoli, posto a 22 km. a sud di Napoli, occupa una superficie di Km^ 13,29, com- 
prende, dal punto di vista antmiinistrativo, numerose frazioni (Miseno, Baia, Miliscola Li- 
do, Fusaro, ecc.) ed ha attualmente circa 27.000 abitanti (cfr. ISTAT 1/1/2000). 

3 Cfr. tra gli altri De Blasi, Fanciullo 2002, Radtke 1997. 

"* Sulla controversa egemonia del napoletano vedi Radtke 2002: 33. De Blasi e Fan- 
ciullo 2002: 628-629. 

5 Cfr. Somicola 2002:136-141. 

265 



caso di Pozzuoli, Bacoli sembra infatti avere avuto ed avere tuttora un 
rapporto privilegiato e continuo con la città.^ La ricaduta di questi fattori 
socio-storici sul piano linguistico è evidente. La varietà dialettale locale è 
all'interno della zona flegrea quella con un minor numero di tratti che 
scartano rispetto al capoluogo.^ 

In questa ottica l'area flegrea nel suo complesso e Bacoli all'interno di 
questa rappresentano un interessante esempio di variazione intema ad una 
microarea e forniscono inoltre una buona esemplificazione delle questioni 
connesse allo studio dei fenomeni di contatto e di convergenza 
lingua/dialetto.^ 

Come è noto, lo studio di tali fenomeni pone una serie di problemi di 
non facile risoluzione. La vicinanza strutturale tra le varietà e la situazio- 
ne di contatto prolungato determinano infatti la formazione, da una parte, 
di varietà di dialetto italianizzato e di italiano dialettizzato e, dall'altra, di 
forme linguistiche dubbie in quanto all'appartenenza all'una o all'altra 
varietà (omofoni, ibridismi, ecc.).^ Le ripercussioni di questi fattori sul 
piano metodologico e descrittivo si manifestano in termini di: 1. difficoltà 
di stabilire netti confini tra le varietà; 2. difficoltà di attribuzione delle 
forme ad una varietà o l'altra; 3. difficoltà di discernimento tra i diversi 
fenomeni. La distanza strutturale tra dialetto e lingua può inoltre variare e 
ciò ha inevitabili conseguenze sulla struttura del repertorio comunitario e 
sui fenomeni di contatto, rendendo, in taluni casi, ulteriormente comples- 
sa la discretizzazione delle varietà in contatto e l'attribuzione delle singo- 
le varianti ad una varietà o all'altra. 

A ben guardare il rapporto di parziale sovrapposizione del bacolese 
con il napoletano per esempio è più controverso di quanto appaia a prima 
vista. Esaminiamo esemplificativamente a questo proposito il settore del- 
la morfologia degli articoli. Come è noto, in napoletano le forme attual- 
mente prevalenti dell'articolo determinativo sono al maschile singolare o 
e al maschile e femminile plurale e, affermatesi nel secolo scorso dopo 



^ A questo proposito cfr. Melchiorri 1989 e Galasso 1987. 

^ I fenomeni che caratterizzano il bacolese e non sono attestati in napoletano in sincro- 
nia, oltre ad una particolare intonazione, sono: la forma del perfetto latino per esprimere la 
funzione dell'imperfetto (il tipo 'fo'), la palatalizzazione della a tonica nel verbo 'avere' 
(il tipo 'eggia'), l'inserto velare nella prima persona del presente (il tipo 'mekka'), la for- 
ma di articolo determinativo con attacco vocalico (il tipo 'all'uocchi'). 

^ 11 territorio di Bacoli presenta inoltre al suo intemo una notevole variazione diatopi- 
ca. 

"^ Cfr. Berruto 1987: 169-70. 

266 



aver superato la concorrenza di 'u, e '/.'^ In bacolese invece, studi volti a 
descrivere la varietà di base attestano per il maschile singolare u e per il 
plurale maschile e femminile /.'' In realtà, così come in alcune varietà 
diastratiche e diatopiche del napoletano le forme u e / sembrerebbero es- 
sersi conservate a fianco delle prevalenti o e e, analogamente i dati rac- 
colti in un'ottica variazionistica mostrano nel borso antico di Bacoli. in 
coovariazione alle forme u e /, anche le forme o e e'^. Per alcuni parlanti 
del nostro campione, le varianti o e e risultano in verità dominanti. Relati- 
vamente al maschile plurale peraltro, la variante / occorre spesso in con- 
testi ambigui in quanto all'attribuzione all'italiano o al dialetto: [tja stavan 
i soldata]. 

Se gli ambiti di convergenza e di divergenza con il napoletano risulta- 
no di difficile demarcazione, il rapporto con l'italiano non appare meno 
complesso. I due aspetti sono peraltro strettamente correlati, come dimo- 
stra il rischio da un punto di vista descrittivo di considerare, in base al- 
l'affinità con il napoletano, come non dialettale qualsiasi forma divergen- 
te dal napoletano e coincidente con l'italiano, attribuendo all'italiano 
quello che invece potrebbe essere uno sviluppo indipendente del dialetto 
locale in una direzione conforme all'italiano. 

Un esempio di fenomeno di apparente convergenza con l'italiano è il 
trattamento delle vocali atone in posizione pre- e post-tonica. Nel corpus 
bacolese, tranne che in posizione finale di parola, tali vocali non sembra- 
no subire i processi di centralizzazione caratteristici del napoletano. Poi- 
ché l'esito in molti casi è coincidente con la forma italiana, tale fenomeno 
potrebbe sembrare effetto di processi di italianizzazione. Questa ipotesi 
viene però messa in discussione in quanto uno dei tratti piti fortemente 
caratterizzanti del dialetto bacolese, fortemente stigmatizzato, è una parti- 
colare intonazione dovuta proprio ad allungamenti vocalici delle pre- e 
post-toniche.'^ 

Se stabilire confini netti tra le varietà è un'operazione complessa,'^ 
non meno ardua risulta peraltro l'attribuzione delle forme all'una o l'altra 
delle varietà in contatto. Un esempio lo rinveniamo nell'enunciato sopra 

'0 Cfr. De Blasi 2002: 112. 

" Cfr. Costigliela 2004. 

'2 Cfr. Retaro 2005. 

'^ Nel corso di un'inchiesta di dialettologia soggettiva condotta in area flegrea i par- 
lanti bacolesi non hanno esitato a riconoscere la loro varietà proprio in base all'intonazio- 
ne. (Cfr. Como, Milano. Puolato 2002). 

''^ Qualora si vadano a guardare i dati di parlato in un'ottica variazionistica. ci si im- 
batte nel dinamismo delle varietà in contatto e i contomi delle varietà si confondono. 

267 



menzionato [tfa stavan i soldats] in cui il problema dell'attribuzione del- 
l'articolo non sembra risolversi in maniera indubbia attraverso il cote- 
sto. ^^ La forma verbale che precede il determinante, infatti, scarta sia dal- 
l'italiano, per la centralizzazione della postonica e delle atone finali, che 
dal napoletano, per la conservazione della a tonica; analogamente nel ca- 
so del nominale soldati, l'assenza di centralizzazione per la pretonica e di 
rotacismo farebbero propendere per l'italiano, mentre la centralizzazione 
dell'atona finale per il dialetto. Considerato che in italiano parlato il feno- 
meno della centralizzazione dell'atona finale è piuttosto generalizzato, si 
potrebbe attribuire tale tratto all'italiano parlato regionale campano.'^ In 
questa prospettiva però, se per il nominale [soldato], che risulta caratteriz- 
zato dalla cooccorrenza di più tratti connotati come italiani, possiamo 
propendere per l'attribuzione all'italiano regionale, nel caso di [tja 
stavanl'M' attribuzione rimane dubbia.'^ 

In casi come quelli sopra riportati, compito dell'analista forse è pren- 
dere meramente atto della coalescenza su uno stesso segmento di tratti di- 
versamente connotati. Che una forma possa apparire più connotata di 
un'altra in senso dialettale o italiano è infatti un dato incontrovertibile. 
Quanto tale dato rifletta la statuto della forma nella mente del parlante è 
ovviamente tutta un'altra questione. 

Lo scarto tra il livello del repertorio comunitario e quello del reperto- 
rio individuale del singolo parlante è in verità un aspetto cruciale in que- 
sto ambito di riflessione. La necessità di ripensare una serie di questioni 
dalla parte del parlante è stata ultimamente percepita come prioritaria nel- 
la consapevolezza che: "... languages do not do things; people do things, 
languages are abstractions from what people do."'*^ A proposito dell'equi- 
valenza strutturale per esempio è stato di recente messo in evidenza come 
l'idea che la commutazione sia permessa laddove c'è congruenza tra le 

'^ La forma viene attribuita alla stessa varietà a cui appartiene il costituente maggiore 
di cui essa è membro, o allo stessa varietà a cui appartengono i costituenti alla sua destra e 
alla sua sinistra (cfr. Berruto 1985: 71). 

'^ De Blasi, Fanciullo (2002: 644) considerano infatti la centralizzazione dell'atona fi- 
nale tra i fenomeni caratterizzanti l'italiano regionale campano. 

'^ Oltre alle atone finali, ad aver subito centralizzazione in questo esempio è anche la 
postonica. 

'^ Spesso un indizio dirimente viene fornito dall'analisi microscopica del singolo te- 
sto. Ai fini dell'attribuzione per esempio del tratto della centralizzazione della atona finale 
sono risultate rilevanti, oltre al contesto di occorrenza, caratteristiche quali per esempio le 
abitudini articolatorie del singolo parlante. 

'■^ Le Page / Tabouret-Keller 1985: 188. 

268 



strutture presuppone che ci sia un "objective measure of équivalence 
between them". In realtà invece "équivalence is constructed by individuai 
speakers". 20 A questo proposito un ulteriore aspetto con cui fare i conti è 
peraltro quello della variazione intra-individuale. Il fatto che il pariante 
non sia un'entità monolitica emerge infatti con una certa evidenza ogni 
qualvolta si analizzino dati di parlato spontaneo. L'esigenza di approfon- 
dire tale versante della variazione è non a caso affiorata negli ultimi tempi 
con urgenza anche negli studi sul contatto linguistico. 2' 



2. La ricerca 

Il centro storico di Bacoli presenta, per la continuità storica degli inse- 
diamenti, un interessante caso di sovrapposizione di fattori di moderniz- 
zazione e elementi della tradizione, e dunque si offre come un osservato- 
rio privilegiato per la descrizione dei meccanismi e degli ambiti di pene- 
trazione dell'italiano in un 'ambiente di vocazione dialettale'. I testi rac- 
colti sono infatti prodotti da parianti che hanno il dialetto come lingua 
madre e l'italiano come seconda lingua. 

Le interviste sono state condotte in contesto familiare grazie ad un in- 
sider. Considerati la struttura ancora tradizionale del borgo e il valore da- 
to nella vita quotidiana ai vincoli di parentela, di vicinato e di gruppo, il 
nucleo familiare ha rappresentato un'unità di rilevazione di notevole inte- 
resse.22 

In quest'occasione si intende esaminare soprattutto il versante dell'ita- 
liano, esemplificando la tipologia delle questioni emerse nel corso del- 
l'indagine attraverso i testi prodotti da tre parianti anziane con livello di 
istruzione elementare. A partire dalla condivisione di una serie di caratte- 
ristiche, quali lo status socio-economico, il livello di scolarizzazione e per 
molti versi anche uno stesso background e uno stesso sistema di valori, le 
tre donne in questione presentano una serie di fattori di differenziazione 
di natura micro-sociolinguistica che come vedremo hanno un peso parti- 
colarmente rilevante. L'intento descrittivo era esaminare l'italiano pariato 
nel quartiere piti conservativo di Bacoli, in una fascia di parlanti in via di 
ipotesi più conservativa, in considerazione di variabili quali sesso, età e 
livello di scolarizzazione. Le tre informatrici sembrano infatti presentare 



^oSebbalQQS. 

21 Cfr. Gardner-Chloros 1995: 86. 

2- A caratterizzare l'esperienza dello spazio del borgo marinaro di Cento Camerelle è 
infatti "una struttura di relazioni comunitarie piuttosto integrate" (Melchiorri 1989: 183). 

269 



in maniera esemplare alcune caratteristiche testuali che si manifestano an- 
che negli altn testi in maniera 'più contaminata'. La loro condizione di 
parlanti di italiano come seconda lingua è meno problematica che per altri 
poiché il contatto con l'italiano è avvenuto piuttosto tardi e i contesti e i 
meccanismi di apprendimento sono stati più circoscritti e limitati. A parità 
di condizioni macro-sociolinguistiche esse inoltre presentano uno spettro 
di variazione particolarmente ampio e dunque confermano la necessità di 
potenziare un ambito della ricerca sociolinguistica, quello della variazio- 
ne individuale, ancora troppo poco consolidato. 

I testi analizzati si collocano nell'ambito di un continuum i cui estremi 
sono rappresentati da testi dialettali in cui la presenza dell'italiano è limi- 
tata a inserti di estensione variabile e, all'altro estremo, testi itahani in cui 
il dialetto è presente attraverso inserzioni di ampiezza ridotta. 

Obiettivo deir indagine è stato studiare la presenza dell'italiano nel 
corpus da un punto di vista quantitativo e qualitativo. L'unità di rilevazio- 
ne e di analisi è stata il parlante. 

La prima fase dello studio ha riguardato l'analisi di tutti i 'frammenti' di 
italiano presenti nei brani di base dialettale. Trattandosi di segmenti di diversa 
estensione, si è proceduto alla loro catalogazione in base al tipo lessicale e 
morfosintattico e alla categoria strutturale. In una seconda fase del lavoro so- 
no stati analizzati tutti i frammenti dialettali prodotti all' intemo di enunciati 
di base italiana. Considerato che obiettivo della ricerca, piuttosto che studiare 
le dinamiche del contatto linguistico, era descrivere e analizzare l'italiano, 
l'analisi di questo versante della produzione linguistica ha avuto un ruolo au- 
siliario. In altre parole se la prima sezione dell'indagine ha evidenziato gU 
ambiti di penetrazione dell'italiano nel 'tessuto' dialettale, dalla seconda sono 
emerse le aree di resistenza del dialetto all'intemo del 'tessuto' italiano. Suc- 
cessivamente sono state anahzzate le caratteristiche sintattico-testuali di tutti i 
'pezzi' di italiano prodotti dalle nostre informatrici, al fine di accertare in che 
modo si caratterizzasse l'italiano parlato dai nostri informatori ed eventual- 
mente individuare delle possibili correlazioni tra tipologia di commutazioni e 
tipo di italiano. L'anahsi comparativa di alcuni aspetti sintattico-testuali del 
dialetto parlato ha permesso infine di distinguere alcuni fenomeni che caratte- 
rizzano il testo a prescindere dalla varietà prodotta e che sono ascrivibili allo 
'stile' o alla "personalità' Unguistica del parlante, da altri che sembrano invece 
rientrare neUe strategie di gestione delle diverse varietà. Considerato che le 
nostre informatrici hanno tutte acquisito l'italiano come seconda lingua, un 
aspetto che rivestiva per noi un certo interesse era verificare se. e fino a che 
punto, i pattems sintattico-testuaU della prima lingua permanessero nella se- 
conda. 

270 



L'esigenza di stabilire un contatto tra gli studi di produzioni linguisti- 
che interferite e quelli su produzioni linguistiche non interferite, ovvero 
tra il discorso bilingue e il discorso monolingue, è stata ultimamente av- 
vertita in un'ottica funzionale. -'' Con l'obiettivo di studiare come partico- 
lari effetti conversazionali vengono raggiunti attraverso il discorso mono- 
lingue e bilingue, sono stati per esempio analizzati alcuni fenomeni sin- 
tattico-testuali (ripetizioni, citazioni ecc.) nei discorsi monolingui e bilin- 
gui prodotti da uno stesso parlante, nella stessa situazione comunicativa. 
Nello studio qui presentato, il confronto è stato invece stabilito in un'otti- 
ca strutturale^'*. 

Lo statuto dei rapporti strutturali tra il discorso bilingue e il discorso 
monolingue, ovvero fino a che punto gli enunciati prodotti da parlanti bi- 
hngui in una delle due varietà a contatto possano essere assimilati agli 
enunciati prodotti da un ipotetico parlante monolingue nella stessa va- 
rietà, è in realtà da tempo oggetto di dibattito nella riflessione sulle pro- 
prietà strutturali dei fenomeni di interferenza. Al centro della discussione 
è stato il rapporto tra la grammatica (e/o le grammatiche) e il code-swit- 
ching e dunque la grammaticalità del code-switching-'': "...both fluent and 
non-fluent bilinguals were able to code-switch frequently and stili main- 
tain grammaticality in both LI and L2."-^ Per lungo tempo in gioco è sta- 
ta un'idea di grammatica e di grammaticalità che si adatta con difficoltà 
ai testi di parlato. Presupposto fondante di molti lavori è stata la stabilità 
dei sistemi linguistici in contatto. Le varietà in contatto sono state descrit- 
te in termini di norma standard, mentre poco, o nessuno spazio è stato 
previsto per la variazione intema ai sistemi.-^ 

Successivamente l'approfondimento della complessa natura dei feno- 
meni di contatto ha evidenziato, da un lato, che la stretta alternanza tra 
due sistemi discreti è l'eccezione piuttosto che la regola, dall'altro, che i 
casi in cui gli enunciati interferiti non scartano dagli enunciati non inter- 
feriti sono rarissimi. Ciononostante il punto di riferimento nell'analisi 
sembra essere comunque una 'norma' lontana dal discorso mistilingue, 
prima ancora che perché monolingue, perché distante dalle produzioni di 
parlato reale: 

2^ Cfr. Gardner-Chloros, Charles. Cheshire 2000: 1312. 

-^ In una direzione in parte affine, ma con la finalità di distinguere tra prestiti e code- 
switching. Poplack e Meechan (1995) hanno stabilito un confronto tra strutture nominali 
prodotte nel discorso bilingue e nel discorso monolingue degli stessi parlanti. 

--' Cfr. tra gli altri Poplack 1980. Di Sciullo. Muysken e Singh 1986. Pfaff 1979. 

^^ Poplack (1980: 581). 

'^ Cfr. Clyne 1987: 739-743. 

271 



Linguistic quick-change acts [...] in which the monolingual 
stretches in each language are indistinguishable from those which 
would uttered by speakers' (hypothetical) monolingual peers [...] 
constitute a small minority of bilingual code switched utterances. 
[...] They are outnumbered by those where the code-switched pas- 
sages do show departures from the two monolingual norms.-^ 

In un recente contributo alla riflessione sui rapporti tra i fenomeni di 
contatto e la grammatica, tra le ragioni per le quali i fenomeni di code- 
switching pongono problemi alla descrizione grammaticale, vengono 
menzionati l'inadeguatezza dei modelli descrittivi basati su un prototipo 
di frase perfettamente costruita, incapace di rendere conto dei 'fatti' di 
commutazione, e l'ampio spettro di variabilità che caratterizza i fenomeni 
di contatto, difficilmente afferrabile attraverso regole grammaticali.-*^ Filo 
conduttore della riflessione è un condivisibile scetticismo rispetto alla 
possibilità che "informai speech can be adequately or appropriately de- 
scribed in terms of "grammar"". 

Date queste premesse il confronto tra le caratteristiche del parlato bi- 
lingue e monolingue di uno stesso parlante, nella stessa situazione comu- 
nicativa, ci è sembrato un percorso di ricerca piuttosto promettente. 

3. L'analisi dei dati 

Come abbiamo accennato in precedenza i testi delle tre donne, i cui 
dati saranno passati in rassegna in questa sede, sono molto diversi tra loro 
sia per le strategie di commutazione delle varietà che per la 'gestione' 
dell'italiano. Qualche breve cenno sulle tre parlanti rappresenta un'utile 
premessa alla successiva analisi dei dati. 

Annunziata, (66 anni, scuole elementari non completate), è nubile e 
casalinga, la sua principale occupazione è stata accudire i genitori, dopo 
la loro morte vive da sola. Socievole, ma timida, non sembra abituata a 
stare al centro dell'attenzione. Essendo in generale restia ad abbandonarsi 
alla conversazione, ha bisogno di essere continuamente sollecitata. Il suo 
testo è pertanto piuttosto dialogico. Nel corso dell'intervista vengono af- 
frontati numerosi temi che si esauriscono in poche battute. Spunti narrati- 
vi, come il racconto della malattia della madre, la sua condizione di nubi- 
le, il rapporto con il nipote, sono sviluppati in modo essenziale. Nel testo 
di questa parlante il dialetto è dominante. I segmenti italiani si limitano 

2« Gardner-Chloros 1995: 75. 

2** Gardner-Chloros e Edwards 2004: 103. 

272 



ad inserzioni di estensione e natura sintattica variabile, ma sempre piutto- 
sto limitata. Essi sono inoltre distribuiti in maniera piuttosto omogenea, 
ovvero senza particolari addensamenti all'interno del testo, sebbene spes- 
so in risposta alle domande dell'intervistatrice. Il meccanismo di conver- 
genza attraverso il quale la parlante si adegua alla varietà dell'intervista- 
trice non sembra tuttavia consapevole. 

Immacolata (84 anni, 5° elementare) è sposata, casalinga e vive con 
una figlia nubile. È una donna socievole e disponibile, sebbene piuttosto 
timida. Provata da una serie di eventi drammatici (l'incidente della figlia 
che ne ha causato la perdita della vista, la morte di una nuora, ecc.) sem- 
bra avere un atteggiamento rassegnato nei confronti della vita, cui fa da 
controaltare una rappresentazione idealizzata del passato, di cui però non 
ha ricordi particolarmente nitidi. I racconti della sua vita da giovane, ma 
anche di un piccolo incidente capitatole solo una settimana prima, sono 
disegnati in pochi tratti, e spesso dettagli poco rilevanti prendono il posto 
di aspetti più centrali in base all'affiorare, in parte disordinato, dei ricordi. 
È una nonna premurosa e orgogliosa dei propri nipoti, tra le cui abilità ci- 
ta proprio il saper parlare italiano, "e come sanno parlare italiano loro 
poi, vanno a scuola". All'interno di questo testo il dialetto è comunque 
dominante. Ciononostante l'italiano è, rispetto a quello precedente, piìi 
presente e si manifesta attraverso una maggiore estensione dei segmenti 
in lingua. Inoltre si distribuisce in maniera meno omogenea: contraria- 
mente alle aspettative in termini laboviani, sebbene la varietà preferita di 
Immacolata sia il dialetto, la presenza dell'italiano è maggiore verso la fi- 
ne dell'intervista all'interno di brani narrativi. La qualità delle inserzioni 
di italiano tra l'inizio e la fine dell'intervista peraltro subisce dei cambia- 
menti: verso la fine rinveniamo una sorta di varietà mista. La varietà ba- 
se, ammesso che ci sia, sembra cambiare talvolta all'interno anche dello 
stesso enunciato.^'' 

Lucia, 84 anni, scuole elementari non completate, sposata, casalinga, 
vive con la figlia, il marito di questa e i suoi due figli. Sia la figlia che il 
marito, non napoletano, sono insegnanti, i nipoti acquisiti sono laureati. 
La presenza dell'italiano in casa è maggiore che negli altri contesti fami- 
liari sopra descritti, sebbene la varietà usata da Lucia con la figlia e con la 



^" Quella di lingua base è in realtà una nozione piuttosto controversa della quale sono 
state date numerose interpretazioni. Vedi tra gli altri Auer 1998, Klavans 1985, Myers- 
Scotton 1993 e 1995, Nortier 1990. Da alcuni la nozione di lingua base è considerata trop- 
po rigida per rendere conto dei fatti di code-switching: vedi a questo proposito Gardner- 
Chloros 1995, Gardner-Chloros e Edwards 2004, Muysken 1995 e 2000. 

273 



dama di compagnia, con le quali trascorre la maggior parte del tempo, sia 
il dialetto. Lucia è socievole, spigliata, ironica. Per nulla intimorita dalla 
presenza di un'estranea, gode del piacere di avere interlocutori desiderosi 
di ascoltarla. Ha una naturale predisposizione al racconto. I ricordi parti- 
colarmente nitidi sono organizzati con abilità all'interno delle sue storie 
in cui la vita, la morte, l'amore si alternano in un tessuto narrativo il cui 
principale collante è la vena, a tratti drammatica, a tratti ironica, della 
narratrice. Il testo di Lucia è quello in cui si registra una maggiore pre- 
senza di italiano. Al suo intemo si individuano una prima parte di base 
italiana con inserzioni in dialetto di natura ed estensione sintattica varia- 
bile, cui fa seguito una parte in cui invece il dialetto è dominate. Rilevan- 
te è che nella prima parte dell'intervista gli inserti in dialetto di Lucia se- 
guano spesso enunciati dialettali della figlia. 

Per avere un'idea della distribuzione dell'italiano nei tre testi, riportia- 
mo esemplificativamente un brano per ciascuno di essi,^' a cominciare da 
quello di Annunziata. 

no Ì3 so a grands II no prima mio fratello II poi io e poi mia sorella kkju pikkob II pDi 
bra so sposata e is rimanjetta rinda II e kome mai II ee na JJelta kosi II e kapitato II un 
pokoffelto e un poko kapitato II pero poi un pò m edd39 krijjuta pura a nu nipota II 
pera sekondo me sarà stata kellu Ila II pakke a mamma subbata s era II ajjett intjinta ee 
Il e nui tja pi^(ajn a kkillu Ila II taneva nave mesi II e 1 imma krijjuta nui II anfino a 
kkwindijanna a kwindi la mamma uffi intfinta del sekondo bambino II e II non si 
sentiva bene II e nnui tJa piÀÀaina nui II pera ia m affetsionai a kkilluu II komma fova 
ro mia II e akkussi ma 1 eddsa purtata II e pa rimanett ind a kasa II pa kwanna murett u 
nonna II issa sa na vulett ii dda mamma II a perke stavate voi kon vastro padre e vastra mam- 
ma e II pera issa forsa avetta kella magkantsa o ke II sa na vulett ii II pera ia tanna 
ma santetta nu pak a ddisadd3a II 

Segue un 'pezzo' dell'intervista di Immacolata: 

tj era mia manmia mia sorella II e kwindi tf andavate II e kome no II kwando stava 
pako bbene mia mamma II io di meddzod3omo andavo sempre Ila II / andavate a 
kutfmare II no andavo a aiuta II perke mia sorella stava fuori a spiadd5a II la spiadd5a 
grande II e kwindi andavate a II tj avevana II komma sa rija addo mettan e II o 
posteggia r e mmakana II noi tj" avevan o posteggia r e mmakana II mio marita feje II 
poi se lo prese mia sorella II a ^^e lo deste a lei II mia sorella II mio kojipato tJ avevana 
Il addo II e kkabbin r o bbajijia II stavana kkiu attrettsata II ia pa mi so Jpusat o kwaranta II so 
vanuta kka a bbakoli II e ma dove vi piatfe di più II a mme mi pjatjeva kkju a kkapa misena II 
erana più II fovana più signora piud3enta e II adessa no no II ma pure proprio 

^' Gli interventi dell'intervistatrice sono riportati in corsivo, gli interventi di altri par- 
tecipanti in grassetto. Negli enunciati frammisti sono sottolineate le sequenze nella varietà 
su cui di volta in volta si vuole fermare l'attenzione. In questo caso si tratta dell'italiano. 

274 



kome II akkom i bakolesi ps Hall io kka non mi tji trovo propris II a tanta anna II vorita a tant 
anni sto a bbakoli II non vi so dire e psrsons ka tfa stanns pa dda kka II 

Il prossimo brano è tratto dal testo di Lucia: 

tre sorelle eravamo ..Il una e morta II e n attra e in amerika II e J9 sto kka II in amerika 
aro II bruklma new jork I I e kelb era era na II na sarta spetjal a bbakoli II e essa 
kutjiva kwasi a ttutta bbakoli II kome a ssinda ka ee II kwell era f arista killu sindaka II 
a muAÀera teneva tre ffiÀÀa II e luisa la II la kutjiva II a tutt i ttre ffiXÀa II gwai si 
kesta a femmen jev a n ata parta II non tj andav a nnessuna parte II se non tj andava 
da mia sorella II poi mia sorella II tutta bakola kutjiva essa II i meXXa posalittsi II li 
fatjeva essa II pekke nuj II nu ttaneva njenta II erana II erana pattsent a kwei tempi II e 
mia sorella kutjiva II e noi mand3avamo kon kon i soldi di mia sorella ke II ke 
prendeva ai sposalittsi II ke a kwei tempi nu spusalitts a II tjinkwanta mila lire II tinkw. Il 
nu spusalittsa inter a II 



3.1. Dal dialetto all'italiano?^ Il nostro corpus presenta in totale 242 
enunciati frammisti. In tabella 1 riportiamo la ripartizione delle commuta- 
zioni intra-frasali e inter-frasali per parlanti," in tabella 2 la ripartizione 
in base alla categoria morfosintattica: 





Annunziata 


Immacolata 


Lucia 


Totale 


Intra- frasali 


73 


75 


9 


157 


Inter-frasali 


29 


36 


20 


85 


Totale 


102 


111 


29 


242 



Tab.l 





N 


SN 


SP 


SV 


SA 


vari 


Gr Sint 


Frase 


Macrostrutture 


Tot. 


Annunziata 


42(11) 


9 


11 


3 


4 


3 


1 


17 


12 


102 


Immacolata 


28(11) 


9 


8 


9 


2 


5 


15 


15 


20 


111 


Lucia 


2(2) 


1 


- 


4 


- 


1 


1 


10 


10 


29 


Totale 


72(24) 


19 


19 


16 


6 


9 


17 


42 


36 


242 



Tab.2 



^- In questo paragrafo sono sottolineate le sequenze italiane. 

^^ Come è noto le diverse tipologie di commutazione (ovvero la distribuzione di swit- 
ching intra- e inter-frasali) sono state associate a diverse variabili linguistiche, sociolin- 
guistiche e psicolinguistiche, a partire da Poplack (1980) che individua una correlazione 
tra la distribuzione degli switching intra e inter-frasali e il grado di abilità linguistica del 
parlante. Gardner-Chloros (1995: 81) ritiene invece che diverse tipologie di code-swit- 
ching siano connesse allo statuto delle due varietà a contatto: laddove entrambe le varietà 
in contatto godono dello status di lingue standard gli switching intra-frasali sono molto 
meno frequenti. Per quanto concerne l'italiano Giacalone Ramat (1995: 62) conferma le 
osservazioni di Poplack secondo cui la minore fluenza in una lingua è correlata con un ti- 
po di commutazione inter-frasale. Dello stesso avviso è Alfonzetti (1992: 177). 

275 



Per quanto concerne la variazione interindividuale, osserviamo che i 
testi di Annunziata e Immacolata presentano qualche analogia in termini 
di numero complessivo di commutazioni e di rapporto tra le tipologie di 
commutazione intra- o inter-frasale. Scarta invece notevolmente il testo di 
Lucia che presenta un numero molto inferiore di commutazioni. Ciò non 
sorprende considerato che le sezioni di base dialettale in questo testo sono 
in numero minore rispetto agli altri due. La maggioranza di commutazio- 
ni di Lucia sono inoltre prevalentemente di tipo inter-frasale. 

Per quanto riguarda le categorie morfo-sintattiche commutate, com- 
plessivamente il numero maggiore di commutazioni si registra per i nomi, 
seguono le frasi, i macrotesti e i sintagmi preposizionali. 

In 72 casi dunque la commutazione riguarda solo un nome,^'* di questi 
24 sono complementi di preposizioni. In molti casi si tratta di termini ap- 
partenenti alla sfera medico-sanitaria, per esempio bronchite, di cui si re- 
gistra la covariazione della variante italiana con quella piìi marcatamente 
dialettale [brurjkits]. In altri casi si tratta di termini burocratici, oppure di 
vocaboli che vanno a colmare lacune del dialetto, contributi, telefono, 
azienda. La maggioranza delle occorrenze riguarda però items apparte- 
nenti al lessico di base, connessi per esempio alla sfera delle relazioni fa- 
miliari [moXÀe], per i quali esisterebbe un corrispettivo dialettale.^^ 

Nei casi in cui la commutazione riguarda tutto il SN,^'' la forma italia- 
na e quella dialettale del determinante sono omofone [lakkwa], il determi- 
nate è assente, oppure il sintagma è introdotto da un numerale [nove me- 
si] o da un indefinito [tutti gran sijipora]. 

Anche dei 21 casi in cui la commutazione concerne un SP, in dieci la 
forma dialettale e quella italiana della preposizione sono omofone [a 
JJkwola], tre sono occorrenze delle locuzioni secondo me, una è di fronte, i 
rimanenti due casi sono di, da e con [di bbwona volontà mia]. 

Nel nostro corpus dunque quando la commutazione dal dialetto all'ita- 
liano riguarda un SN o un SP, il determinante non è mai in italiano, a me- 
no che la forma italiana non sia omofona in dialetto. 



'^^ Per questa categoria il discrimine tra prestito, adattato e non, e code switching è 
piuttosto sottile. "The suggestion that data as chaotic as that provided by bilingual 
speakers Worldwide can he fitted into two neat catégories - CS or borrowing - seems to 
US an instance of the idealization referred to above" (Gardner-Chloros e Edwards 2004: 
1 1 1). A questo proposito vedi anche Gardner-Chloros 1995 e Muysken 1995. 

^^ Sulla diversa esposizione dei settori del lessico alle innovazioni cfr. Grassi 1993: 
292-295. 

^^ I SN commutati ricoprono funzioni sintattiche diversificate. 



276 



Per quanto concerne i sintagmi verbali, si tratta nella maggioranza dei 
casi di forme verbali semplici, ovvero imperfetti o perfetti indicativi. Solo 
in un paio di casi abbiamo forme verbali composte e l'ausiliare è in dia- 
letto; entrambi occorrono nel testo di Immacolata, che presenta il maggior 
numero di commutazioni di SV [js stevs seduta]- 

Nella categoria elementi singoli abbiamo registrato la sporadica pre- 
senza di avverbi (fuori), e di subordinatori perché, quando, dove. Questi 
ultimi occorrono solo nel testo di Immacolata: [ kwando JJpusai]. 

Con i gruppi sintagmatici entriamo in una categoria di confine tra 
commutazioni intra e Inter- frasali. Mentre nel testo di Annunziata e in 
quello di Lucia ne occorre solo uno, nel testo di Immacolata i gruppi sin- 
tagmatici investiti dalla commutazione sono numerosi, hanno una esten- 
sione e una natura sintattica varia e rivestono le funzioni sintattiche più 
diversificate (SN-hSN)^^ F'(SP)-hF2(SV-i-comp), cong+SN^«+Av, N-^^+sp^ 
Part^^-t-Av, ecc. 

Per quanto concerne le commutazioni inter-frasali. Annunziata presenta 
17 frasi semplici e 12 segmenti macrostrutturali. La sequenza italiana inter- 
frasale non è mai una frase complessa. Nella maggioranza dei casi occorre 
in risposta a domande dell'intervistatrice o a interventi in italiano di altri. 
Per quanto riguarda le frasi semplici, una sola secondaria e tutte principali, 
si tratta sempre di strutture di estensione limitata, costituite spesso dal solo 
sintagma verbale. Solo in un paio di enunciati, le valenze del verbo sono 
saturate. Le stesse caratteristiche si ritrovano anche nei segmenti macro- 
strutturali che in cinque casi sono costituiti da due, in unico tre, brevi strut- 
ture frastiche [fa liggue II si viene kkwa]. I rimanenti sette segmenti italiani 
che investono una macrostruttura sono costituiti da sequenze in cui un sin- 
tagma è seguito da una, o raramente due strutture frastiche: 

roppa Imma sokkors i d3enitor9 II le sue malattie II e so rimast ir) kas9 

In questo testo i confini dei segmenti commutati"^' coincidono tenden- 
zialmente con i confini sintattici di unità di livello superiore.^^ 

^^ Hanno funzione di soggetto. 

^^ Ha funzione di oggetto diretto. 

^^ Il nominale italiano è complemento di un SP, la preposizione e il determinante sono 
dialettali. 

■*" Il participio passato è in italiano, l'ausiliare in dialetto. 

^^ Considerato che quello sinistro rappresenta il punto di innesco della conmiutazione, 
ci riferiamo in realtà al confine destro che può coincidere con l'estremità di un'unità fra- 
stica, di un sintagma o parte di esso. 

'*^ In un unico caso la sequenza italiana è costituita da un sintagma appartenente ad 
un'unità frastica seguito da un gruppo sintagmatico appartenente ad un'altra. 

277 



Le commutazioni interfrasali nel testo di Immacolata sono 15 frasi 
semplici, di cui due frasi secondarie, e 13 proposizioni principali. Le ven- 
tuno commutazioni che investono macrostrutture, sono in cinque casi se- 
quenze di frasi di estensione e natura variabile: 

i d59nitori swoi dove vana venir a kkasa II se avevan a ppjatjere II si no 

Nei restanti 16 la porzione di macrostruttura coinvolta è costituita da 
una sequenza, piuttosto estesa, i cui confini non coincidono con unità di 
livello superiore: 

pat e killu dottor o mattettars sulla reddsa nave karrattjol a nnapoli II e 
uno idusa e altri tre stavana kon mia madrg II e tj a krejjuta II pò io andav a 
Jkol adde swora. 

Per quanto riguarda infine le commutazioni inter-frasali nel testo di 
Lucia dieci sono frasi semplici, di cui una secondaria e nove principali. 
Dieci invece sono sequenze che investono un segmento macrostrutturale. 
Nella maggioranza dei casi tali sequenze consistono di segmenti testuali 
piuttosto estesi costituiti anche da quattro, cinque unità frastiche spesso in 
rapporto di subordinazione: 

e pjensatja bbwons ritjetta 11 mori mia sorella II kwando mori mia sorella II 
la mamma Jkrisse e dije II e moa d5anna II 1 èva avvisa o marito 

In cinque casi tali segmenti non coincidono con unità di livello supe- 
riore. 



3.2. Dall'italiano al dialetto.^^ Il nostro corpus presenta in totale 139 
commutazioni dall'italiano al dialetto, di cui la maggioranza nel testo di 
Lucia. In tabella 3 riportiamo la ripartizione delle commutazioni intra-fra- 
sali e inter-frasali per parlanti, in tabella 4 la ripartizione in base alla cate- 
goria morfosintattica: 





Annunziata 


Immacolata 


Lucia 


Totale 


Inter-frasali 


1 


- 


24 


25 


Intra-frasali 


19 


44 


51 


114 


Totale 


20 


44 


75 


139 



Tab.3 



In questo paragrafo sono sottolineati i segmenti dialettali. 



278 





Det 


SN 


Prep 


SP 


SV 


SA 


vari 


GrSin 


Frase 


Macrostrutture 


Tot. 


Annunziata 


9 


- 


4 


- 


3 


2 


1 


- 


1 


- 


20 


Immacolata 


23 


2 


6 


2 


3 


- 


6 


2 


- 


- 


44 


Lucia 


14 


13 


- 


2 


8 


- 


6 


8 


9 


15 


75 


Totale 


46 


15 


10 


4 


14 


2 


13 


10 


10 


15 


139 



Tab.4 



Facciamo una premessa relativa all'estensione sintattica degli enun- 
ciati in italiano in cui si rileva l'inserto dialettale. 

Per Annunziata i segmenti italiani all'interno dei quali si registra l'in- 
serzione in dialetto sono limitati ad uno o massimo due frasi semplici, 
spesso a nodo nominale: 

prima mio fratello II poi io e poi mia sorella II ^u pikkob li poi bra so spo- 
sata 
Nel testo di Immacolata gli enunciati italiani presentano un'estensione 
che varia da una sequenza di sintagmi a una macrostruttura: 

andavo a aiuta II perke mia sorella stava ftiori a Jpiaddsa II la spiaddsa gran- 
de 
Nel testo di Lucia invece come abbiamo già osservato si registra la 
presenza di veri e propri brani di base italiana con inserti di diversa esten- 
sione in dialetto: 

e vostra sorella ... se n e andata II ke e vvenuta la gwerra e II la mamma e 
morta II e siamo restate mtte e due II solo papa stava in amerika II dopo finit a 
gwerra II pakke ka stev essa sola kkwa II 1 amerika 1 a ritirata dal padre d II 
dal padre ke stava in amerika II e se n e andata II kwando e nata d3Ustino 

Relativamente al numero di inserti, il testo di Annunziata presenta 20 
casi di inserzione di un segmento dialettale in un enunciato di base italia- 
na, il testo di Immacolata 44, il testo di Lucia 75. 

Per quanto concerne invece la categoria morfo-sintattica dell'inserto, 
il maggior numero di commutazioni si registra per i determinanti, sia arti- 
coli che dimostrativi, presenti in quantità ingente in tutti e tre i testi [llava 

epjedi]. 

Solo Lucia produce anche una quantità piuttosto elevata di SN com- 
pleti. Nella maggioranza dei casi si tratta degli stessi SN che occorrono 
più volte in diversi punti del testo sempre in dialetto: 

i e la mamma abba. fatjevan o fum a kkwei temps II kon le lejipe II 
... kon le lejijia II fatjeva fatjev o fum II poi in un momento ijetto 

279 



Nel testo di Annunziata, e in parte in quello di Immacolata, si rileva la 
presenza di inserti che coinvolgono solo una preposizione [meddzo d3onno 
ku mmia sorella]. 

Relativamente ai SV, osserviamo che questa categoria di inserto dia- 
lettale è particolarmente presente nel testo di Lucia, sebbene anche questa 
volta spesso si tratti di un elemento sclerotizzato, fisso, che compare più 
volte nel testo sempre in dialetto. 

Le inserzioni di elementi vari sono essenzialmente avverbi,^ e subor- 
dinatori, perché e dove, che occorrono solo nel testo di Immacolata. 

La maggioranza di commutazioni dall'italiano al dialetto che riguarda- 
no segmenti con un'estensione maggiore ad un sintagma sono attestati 
quasi esclusivamente nel testo di Lucia. Gli otto gruppi sintagmatici sono 
piuttosto estesi, spesso si tratta di strutture frastiche di cui solo un ele- 
mento iniziale o finale, il complementizzatore, un connettivo o un avver- 
bio ecc., è in italiano [ pgkke ka stev essa sola kwa]. In nove casi l'inserzione 
coinvolge una struttura frastica completa. Spesso la commutazione occor- 
re dopo un intervento dialettale della figlia. Nei restanti quindici casi l'in- 
serzione dialettale investe una macrostruttura, in un paio di casi una frase 
complessa: 

essa sola fatjev i servittsi di kasa II itjetts ammagara akkummintj" a ffa o 
Ijetta II ka si no dd3a sa fa tarda II a kkwei tempi 

In undici invece i confini della macrostruttura non coincidono con i 
confini di un'unità superiore. 

3.3. Qualche osservazione conclusiva. Proviamo a tirare le somme re- 
lativamente alle caratteristiche delle commutazioni dal dialetto all'italia- 
no e dall'italiano al dialetto. 

Per quanto concerne la distribuzione delle commutazioni dal dialetto 
all'italiano, contrariamente alle aspettative, secondo cui parlanti con una 
bassa competenza dell'italiano dovrebbero propendere per le commuta- 
zioni inter-frasali, sono complessivamente più numerose le commutazioni 
intra-frasali. A questo proposito va tenuta presente però la già ricordata 
contiguità strutturale tra le varietà a contatto. Inoltre nel nostro corpus la 
categoria morfo-sintattica più commutata è quella dei nomi, ovvero la ca- 
tegoria più frequentemente frammista in assoluto, per la quale il confine 
con il prestito è spesso difficilmente tracciabile. Seguono le frasi semplici 
e le macrostrutture. 



'^ Tre su quattro nel testo di Immacolata sono occorrenze di qua. 
45 Cfr. Alfonzetti 1992: 201-203. 



280 



Anche per quanto riguarda il dialetto nell'italiano osserviamo che so- 
no più numerose le commutazioni intra-f rasali. In questo caso però la ca- 
tegoria morfo-sintattica più commutata è quella dei determinanti. Tale da- 
to, confrontato con quello relativo alle commutazioni dal dialetto all'ita- 
liano, dove emergeva la tendenza di nomi in italiano ad occorrere tenden- 
zialmente accompagnati da un determinante dialettale, conferma lo statu- 
to particolare di questa categoria lessicale, che sembra rappresentare 
un'area di persistenza del dialetto nel tessuto italiano.^^ Uno stato parzial- 
mente analogo sembrano avere in questo campione alcune preposizioni. 

Relativamente alla variazione individuale nelle commutazioni dal dia- 
letto all'italiano, osserviamo innanzitutto che riguardo alle tipologie intra- 
o inter-frasale, alla categoria morfo-sintattica e all'estensione del segmen- 
to commutato, sembrano emergere strategie di commutazione privilegiate 
dai singoli parlanti. 

Il tipo di commutazione più frequente nel testo di Annunziata è per 
esempio quello intra-frasale, la categoria morfosintattica più commutata è 
quella nominale. L'estensione della commutazione è inoltre piuttosto h- 
mitata e i confini dei segmenti commutati coincidono con i confini sintat- 
tici di unità di livello superiore. Nonostante Immacolata prediliga le com- 
mutazioni intra-frasali, il suo testo sembra presentare invece una distribu- 
zione più equilibrata delle commutazioni nelle diverse categorie. A questo 
proposito segnaliamo la presenza esclusivamente in questo testo di com- 
mutazioni di subordinatori così come la maggiore frequenza di sintagmi 
verbali e verbi. L'ampiezza dei segmenti commutati è generalmente piut- 
tosto estesa come dimostra il numero notevole di gruppi sintagmatici e 
macrostrutture frammiste, i cui confini spesso non coincidono con unità 
di livello superiore. Come abbiamo già detto, infine, a differenza delle al- 
tre due parlanti, Lucia presenta invece pochissime commutazioni intra- 
frasali. La maggioranza delle commutazione nel suo testo sono di tipo in- 
terfrasale, spesso la porzione di macrostruttura coinvolta è costituita da 
una sequenza, piuttosto estesa, che, come nel testo di Immacolata, non 
coincide con unità di livello superiore. 

Per quanto concerne la variazione individuale delle commutazioni dal- 
l'italiano al dialetto osserviamo che nei testi di Annunziata e Immacolata 
non si registrano commutazioni di segmenti di tipo superiore al 
sintagma.'*^ Tutti gli inserti di dialetto in italiano riguardano frammenti di 
estensione ridotta, nel caso di Annunziata tendenzialmente parole funzio- 
ne, ovvero determinanti e preposizioni. Immacolata, relativamente alle di- 

"^ Tranne un unico caso nel testo di Annunziata. 

281 



verse categorie morfo-sintattiche, sembra presentare una distribuzione più di- 
versificata delle commutazioni intra-frasali, sebbene in taluni casi queste ri- 
guardino gli stessi tipi lessicali.'*^ Caratteristiche parzialmente analoghe a quel- 
le di Immacolata presentano le commutazioni intra-frasali dall'italiano al dia- 
letto del testo di Lucia, dove a proposito dei SN e dei SV abbiamo osservato la 
tendenza a presentare in diversi punti del testo gli stessi tipi lessicali sempre in 
dialetto. Lucia è inoltre l'unica a esibire una grande quantità di segmenti dia- 
lettali in brani di base itaUana di estensione maggiore di un sintagma. 



4. Il discorso bilingue e il discorso monolingue 

In questa sezione del lavoro esaminiamo le caratteristiche sintattico- 
testuali dell'italiano dei testi esaminati, al fine di verificare l'eventuale 
presenza di correlazioni tra la tipologia di commutazione e il tipo di ita- 
liano parlato dalle nostre tre informatrici. Successivamente si procederà a 
stabilire un confronto tra le caratteristiche sintattico-testuali dei brani in 
italiano e dei brani in dialetto, al fine di individuare delle eventuali affi- 
nità tra il testo italiano e il testo dialettale prodotto dalle diverse parlanti. 

All'interno del nostro corpus pare che effettivamente si possano indi- 
viduare, a seconda della 'padronanza' dell'italiano, ire patterns all'interno 
dei quali diverse 'strategie' di commutazione sembrerebbero associarsi ad 
una differente caratterizzazione sintatdco-testuale dell'italiano. 

Annunziata, che ha una minore familiarità con l'italiano, il cui testo 
presenta infatti meno italiano, sembra prediligere le commutazioni intra- 
frasali. I segmenti italiani, generalmente brevi, sono inoltre caratterizzati 
da una sintassi di tipo nominale: [n tj e mala II tutt a pposta II tutti d3u]. Le 
macrostrutture, meno estese che negli altri due testi, sono costituite da se- 
quenze di massimo due frasi a nodo verbale o nominale oppure da sintag- 
mi seguiti da brevi frasi a nodo verbale o nominale. I legami sintattici tra 
unità frastiche sono essenzialmente di tipo giustappositivo o paratattico. 
Nel suo testo non si registrano commutazioni di frasi complesse. Spesso 
le relazioni tra i costituenti sono di tipo semantico-pragmatico piuttosto 
che strutturale, come conferma la frequenza, maggiore che negli altri due 
testi, di strutture topic/comment e elementi extra-frasali: 

pò mo edd39 fatta sissantatjigk anna II 1 anno jTcorso II io so del trentasette II 
e ma m ann add5ustat9 dwetjentonovantadue euro II mar)ko seitjento mila li- 
re al mese ^^ 



■^^ Vedi nota 44. 

'^^ In questo esempio è sottolineata la sequenza italiana. 



282 



Lucia, che presenta dei lunghi brani di base itahana e che ha una mag- 
giore famiharità con l'itahano, predihge invece commutazioni di tipo in- 
ter-frasale. I segmenti itahani nei brani dialettah del testo di questa par- 
lante, sono particolarmente estesi, costituiti da sequenze di anche cinque 
o sei strutture frastiche a nodo verbale, in rapporto di coordinazione o piià 
spesso di subordinazione. L'italiano di questo testo è infatti caratterizzato 
da una predilezione per una sintassi tendenzialmente ' collegata ','^^ sebbe- 
ne spesso si registri un uso ridondante sia degli indicatori di congiunzione 
che di subordinazione, qualche volta con valore di connettivo: 

perke ka era morta mia sorella II e sono andata vestita di nero II e mi 
so spo II e mi so vestit ig kiesa II di vestito di biagka 

Risultano sporadiche inoltre le strutture segmentate caratterizzate dal- 
l'assenza di legami strutturali tra il topic e comment, così come poco pre- 
senti sono le frasi nominali. I rari esempi di questo tipo riguardano gene- 
ralmente sintagmi con valore appositivo. Particolarmente frequenti sono 
per converso sul versante della segmentazione le dislocazioni a sinistra e 
a destra.^° 

In questo quadro Immacolata occupa una posizione intermedia. L'ita- 
liano è nel suo testo piià presente che in quello di Annunziata e meno che 
in quello di Lucia. Nonostante infatti prediliga le commutazioni intra-fra- 
sali, Immacolata mostra un grosso numero di gruppi sintagmatici, catego- 
ria intermedia tra le commutazioni intra- e inter-frasali, e una notevole 
quantità di commutazioni interfrasali, tra le quali sono particolarmente 
frequenti quelle che investono un segmento testuale particolarmente am- 
pio, ovvero le commutazioni macrostrutturali. Nel suo testo, sia le frasi 
semplici che le macrostrutture commutate sono quasi sempre a nodo ver- 
bale, raramente a nodo nominale. I legami sintattici, sporadicamente di ti- 
po giustappositivo, sono più spesso di tipo subordinativo. In questo testo 
infatti la commutazione investe spesso frasi complesse.^' 

La conclusione che potrebbe trarsi a questo punto è che, come aveva- 
mo ipotizzato, la diversa dimestichezza con l'italiano ha effetti sia sulla 
'quantità' di italiano presente nei testi, che sulla tipologia della commuta- 
zione e sul tipo di italiano parlato dalle nostre tre informatrici. In altre pa- 
role una maggiore familiarità con il codice 'lingua' sembrerebbe influire 



^^Cfr.Bally 1971:83-107. 

^° Per quanto riguarda le differenti strategie di topicalizzazione e le caratteristiche sin- 
tattico-testuali generali del testo in cui esse occorrono cfr. Milano 2003. 
^' Si veda il brano tratto dal testo di Immacolata riportato nel paragrafo 3. 

283 



sull'estensione delle commutazioni e sul grado di complessità sintattica 
dell'italiano, quindi sulle strategie sintattico-testuali di assembramento 
del testo. All'aumentare della familiarità con l'italiano sembrerebbe au- 
mentare per esempio la preferenza per i 'legami' di tipo sintattico-struttu- 
rale piuttosto che semantico-pragmatico. 

L'esame mirato del discorso monolingue, ovvero di alcuni tratti del 
dialetto parlato delle tre informatrici, lascia emergere in realtà una certa 
analogia tra alcune delle caratteristiche dell'italiano parlato e le strategie 
generali di costruzione sintattico-testuale adottate. 

Da un punto di vista macro-strutturale per esempio il testo di Annun- 
ziata anche sul versante dialettale mostra una generale tendenza allo svi- 
luppo paratattico o giustappositivo. In molti casi nel testo di Annunziata 
gli elementi di coordinazione sono però ridondanti oppure usati impro- 
priamente. Esemplificativo a questo proposito è l'uso di però con valore 
essenzialmente di connettivo più che di congiunzione avversativa.^- Note- 
vole è inoltre la presenza di frasi nominali. I legami coesivi, favoriti da 
questa parlante, quando non sono semantici, sono ripetizioni, paralleli- 
smi, e tutta al più strutture correlative. 

mamma era sofferentsa di kwora II essa taneva nu pok e leutjemia II a 
fatta tjiqk ann e kalvaria II Ibra II o kardarelb II trasfusione II nui II taneva 
problem e kwora II 1 operajna II plesemeker II a kkontroila II a ggi a vvani e II 
imma stata kwatt anna kkiu ali ospedal II a kasa II 1 ospedale e II allor a 
mme s e dedikata sul e dsenitora II 

Relativamente alla segmentazione infine, più che negli altri due testi, 
risultano frequenti le strutture topic/comment in cui i legami sintattico- 
strutturali sono assenti. 

Il testo di Immacolata anche sul versante dialettale è caratterizzato ri- 
spetto a quello di Annunziata da un peso molto basso della sintassi nomi- 
nale, come si può evincere da questo breve stralcio narrativo in cui l'azio- 
ne è descritta attraverso una sequenza di strutture predicative a nodo ver- 
bale: 

e e mma n atu fatta II mia fiXÀa ma venn a llava e pjedi no II ind a 
na bajijiarola II e s te va fwora II mattett a bajijiarol k e mmanak 
akkussi II ja steva seduta II vak aldza o pera II pa ma mettara sopr a 
na sedjolina II o pera II piXXa vaka k o k o pjeda igfattj a II k a kojja 
irjfattja a manaka r o kasa II piÀÀ e mma taXX a II ma fajetta na taÀÀata 
kka vvi^ina 



52 



Si veda il brano tratto dal testo di Annunziata riportato nel paragrafo 3. 



284 



Il suo testo dialettale è inoltre quello in cui si attesta un uso più appro- 
priato della subordinazione, i subordinatori, per esempio perché, sono ra- 
ramente usati come connettivi. Per quanto concerne la segmentazione, so- 
no piuttosto frequenti le dislocazioni a sinistra e a destra, ovvero le strut- 
ture segmentate con un maggior grado di coesione sintattica: 

ki sa a kwant anna o tegg kistu mendarina 

Il testo dialettale di Lucia infine presenta, parallelamente a quanto pre- 
cedentemente rilevato per l'italiano, una predilezione per una sintassi 
'collegata'. Anche sul versante dialettale risultano quasi assenti le frasi a 
nodo nominale e gli elementi extra-frasali. Per quanto concerne l'ambito 
della segmentazione si rileva una preferenza per le strutture caratterizzate 
da un maggior grado di coesione sintattica, con pronome di ripresa e con- 
cordanza di caso, rispetto a quelle in cui i legami sono esclusivamente di 
natura semantico-pragmatica. Ciò che forse risulta meno evidente nei bra- 
ni dialettale di Lucia, rispetto ai brani italiani, è l'uso ridondante di con- 
giunzioni e subordinatori. Un esempio di tali caratteristiche sintattico-te- 
stuali è rappresentato dal breve brano riportato qui di seguito: 

nuj II tja mmutavana na vot qpji otti ddsonna II a mutand a tsnevan 
otto dd3onn3 II pò tanevan a mutanda p a domenaka II a tanevana II 
kwanna vanevana ra messa II ka ggjevan a messa II nuj sul a messa 
jevana II nuj tj a pjegavana II tj a stiravana II a lavavana II e kki tj" o 
ddeva o ssapona pa llava II nuj nu nn o ttaneva II i m a striava II a 
stirava e m a mattava n ata vat intu stipa II atto dd3onna a mutand a 
tanevana II e ppa levana lava II nu putevana II i panna nu tza 
putevana lava prima di atto dd3onna II u bbukata tu u bbukata o 
fatjiva ojijii mmesa na vota 

In definitiva le caratteristiche sintattico-testuali dell'italiano parlato ri- 
sultano in larga misura presenti anche nel dialetto parlato dalle nostre tre 
informatrici. L'ipotesi che all'interno del nostro corpus si possano indivi- 
duare della tendenziali correlazioni tra tipologia di commutazione e carat- 
terizzazione sintattico-testuale dell'italiano parlato sembra pertanto veni- 
re parzialmente ridimensionata dall'analisi delle strategie generali di 
strutturazione del testo. In altre parole se da una parte una maggiore fami- 
liarità con il codice 'lingua' sembra influire sull'estensione delle commu- 
tazioni e sul grado di complessità sintattica dell'italiano, dall'altra il tipo 
di italiano parlato dalle tre donne pare riflettere innanzitutto le 'abitudini' 
individuali di costruzione del testo. 



285 



5. Conclusioni 

Il percorso di studio condotto ha evidenziato alcune tendenze per 
quanto concerne le abitudini di commutazione di codice, le modalità di 
gestione dell'italiano' dei diversi parlanti e le eventuali similitudini o 
differenze nella gestione di italiano e dialetto, dunque del discorso bilin- 
gue e monolingue. L'ipotesi di ricerca qui presentata sembra inoltre aver 
sottolineato l'opportunità, nell'analisi del discorso bilingue, di approfon- 
dire innanzitutto la variazione inter-individuale quindi la dimensione del- 
la variazione intra-testuale o intra-individuale. Il confronto tra i brani ita- 
liani e dialettali prodotti da uno stesso parlante nella stessa situazione co- 
municativa pare infatti poter contribuire a discemere le peculiarità del di- 
scorso bilingue dalle caratteristiche generali connesse alle strategie sintat- 
tico-testuali di costruzione del testo parlato da parte di individui diversi. 

A parità di condizioni pragmatiche e sociolinguistiche, i testi raccolti 
presentano, infatti, oltre alla diversa gestione delle varietà lingua e dialet- 
to, un'interessante variazione relativa a numerosi fattori, si differenziano 
per esempio, tra gli altri aspetti, la struttura monologica o conversaziona- 
le, la. facies testuale relativamente alle proprietà di coesione e coerenza 
del testo, la tecnica narrativa, e così via. A proposito di questo ultimo 
punto osserviamo che sebbene narrare sia un'attività naturale, il discorso 
narrativo presuppone il possesso di abilità linguistiche, testuali, comuni- 
cative peculiari. La capacità e la disponibilità a raccontare e raccontarsi 
comporta una consapevolezza di sé in rapporto al mondo, ed è stretta- 
mente connessa all'abitudine e alla propensione a concettualizzare, auto- 
rappresentarsi e verbalizzare. Tali aspetti si manifestano nel testo attra- 
verso una serie di caratteristiche linguistiche di tipo micro- e macro-strut- 
turale ed hanno inevitabili ripercussioni sul rapporto che parlanti differen- 
ti stabiliscono con le varietà a contatto. 



286 



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288 



Percorsi linguistici tra "limiti" e "risorse" della realtà sco- 
lastica in due quartieri napoletani 

Daniela Puolato (Napoli) 



1. L'inchiesta 

L'inchiesta si svolge in due quartieri che si estendono a Nord-Ovest 
della città di Napoli, a cui vengono aggregati verso la fine degli anni Ven- 
ti. Si tratta di circoscrizioni che, dagli anni 50 in poi, hanno assorbito 
gran parte della popolazione "dell'area costiera napoletana centrale",^ 
permettendo una sua ridistribuzione all'interno dell'intera area urbana. 
Soccavo e Pianura, in passato dediti all'agricoltura e all'estrazione mine- 
raria, sono oggi proiettati essenzialmente sulla città. Soccavo (5,11 kmq) 
è adiacente all'area urbana centrale e confina con alcuni quartieri impor- 
tanti di Napoli,- come il Vomero e l'Arenella; Pianura costituisce un quar- 
tiere di maggiore ampiezza (11,45 kmq), più lontano dal centro urbano e 
dai confini più diversificati.-^ A differenza della circoscrizione di Pianura 
e nonostante l'elevata densità di popolazione, Soccavo gode dei vantaggi 
socio-ambientali (migliore vivibilità, minore degrado sociale) derivati da 
un'urbanizzazione attuata seguendo le norme di un piano regolatore. Soc- 
cavo e Pianura fanno parte di un gruppo di quartieri"^ che rappresentano 
una realtà ancora fortemente enigmatica, sia per quanto riguarda la varia- 
zione linguistica, sia per quanto concerne l'attitudine dei singoli quartieri 
ad integrarsi e identificarsi più profondamente con il nucleo urbano. 

In una realtà urbana come quella napoletana, in cui un retaggio sociale 
e urbanistico ricco di peculiarità e contraddizioni si dissolve in un presen- 

' Area che "coincide con tutti i quartieri di Napoli, eccettuati quelli periferici, di più 
recente annessione amministrativa al territorio urbano" (Somicola, 2002: 136). 

^ Confini: Quartieri di Pianura, Arenella, Vomero e Fuorigrotta. 

^ Confini: Comuni di Quarto. Marano e Pozzuoli; quartieri di Chiaiano, Arenella, Soc- 
cavo e Bagnoli. 

"* Bagnoli, Secondigliano, Chiaiano, Miano, Barra, Ponticelli e San Pietro a Patiemo. 

289 



te in cui i confini tra i quartieri sono solo presupposti, in cui 'centro' e 
'periferia' si confondono sempre più, la messa a punto di una coerente e 
mirata strategia di osservazione del continuum variazionale richiede an- 
cora un lungo lavoro di ricerca. Posto che, come sostiene Ratdke (2002: 
20), "la qualità della spazialità nel parlare non è separabile dall'identità 
con lo spazio", l'approccio alla cintura urbana di Napoli inizia con una ri- 
cognizione su questioni di autodescrizione e valutazione linguistica, di 
identificazione con il territorio e con la raccolta di materiale linguistico 
da analizzare. 

Il campione d'inchiesta, la cui composizione socio-culturale è tenden- 
zialmente omogenea, è costituito da 1 1 studenti di Istituti Tecnici, con età 
compresa fra i 18 e i 19 anni, nati e cresciuti a Soccavo o a Pianura (Ta- 
bella 1, cfr. Appendice). Le interviste si sono svolte in italiano e all'inter- 
no degli istituti scolastici stessi. 

Perché la scuola come luogo d'indagine? La scuola rappresenta un micro- 
cosmo ricco di aspetti sintomatici delle realtà che tentiamo di definire, sia da 
un punto di vista sociologico, sia in una prospettiva propriamente linguistica. 
La presenza o l'assenza di servizi relativi alla scuola "soffrono di maggiore 
incompletezza nelle aree periferiche [...]. Nella pratica sarebbe possibile mi- 
surare la qualità e l'efficienza di questi servizi e costituirne un indicatore per 
la qualità della vita di quartiere" (Battisti, 1991: 21). Inoltre, l'istruzione e la 
cultura sono uno degli "aspetti significativi" nei riguardi dei quali deve essere 
valutato il grado di urbanizzazione di un territorio (Battisti, 1991: 27). Una 
differenza, che sembra avere implicazioni tanto sul versante degli atteggia- 
menti quanto su quello dei comportamenti linguistici, è data proprio dal fatto 
che Soccavo possiede un istituto di scuola media superiore, mentre i ragazzi 
pianuresi devono spostarsi in quartieri pili vicini all'area napoletana centrale, 
soprattutto a Fuorigrotta. Inoltre, in contesti di disagio socio-culturale e urba- 
nistico, la scuola rappresenta un'importante risorsa formativa ed educativa, 
diventando uno dei luoghi privilegiati per l'elaborazione e l'analisi di nuove 
forme di identità socio-culturale e di abilità linguistiche che includono anche 
il contatto tra itahano e dialetto. L'interesse per la varietà scolastica d'italiano 
parlata dagli informatori è proprio rivolto ad osservare la forza d'incidenza 
del processo di scolarizzazione sulle capacità linguistiche del campione. 



2. Identificazione con il luogo e percezione dello spazio come 'cen- 
tro'/'periferia' 

Nel campione prevale l'identificazione con Napoli, piuttosto che con 
il quartiere di residenza. Il legame con il proprio quartiere è, in ogni caso, 

290 



più intenso a Soccavo. Per i ragazzi di Pianura, invece, il sentirsi pianu- 
rese rappresenta un'identità fortemente subordinata all'essere napoletani. 
Rispetto ad un tessuto urbano complesso e sfaccettato come quello napo- 
letano, ci si può chiedere come nasca il sentimento di appartenenza ad un 
quartiere. In tal senso sono interessanti le considerazioni di una studentes- 
sa che seppure nata e cresciuta a Pianura "si sente di Fuorigrotta", dove si 
trovano non solo la scuola, ma anche il cinema, l'Edenlandia, il Palasport, 
la piscina olimpionica, l'ospedale, ecc. Sentirsi pianurese significherebbe 
non possedere nulla, dato che a Pianura "non c'è niente", mentre l'appar- 
tenenza a Fuorigrotta comporta l'appropriarsi di una serie di infrastruttu- 
re. 

È noto che la presenza/assenza di servizi pubblici è un parametro es- 
senziale alla caratterizzazione di un'area come centrale o periferica (Batti- 
sti, 1991: 15). Siccome l'identificazione con il territorio pare influenzata 
dalla fisionomia del quartiere, è opportuno indagare più a fondo secondo 
quali criteri il campione identifichi un'area come centrale o periferica. 
'Centro' e 'periferia ' sono, però, dei concetti la cui definizione diventa 
sempre più insidiosa e problematica nella realtà contemporanea, tant' è ve- 
ro che in alcuni studi sociologici sulle periferie urbane si prospetta l'im- 
magine di "città senza centro". La nuova cultura della città deve fare i con- 
ti con una pluralità di 'centri' disseminati nel continuum metropolitano 
(Piroddi, 1991: 9). Non è forse casuale che zone notoriamente considerate 
"centro di Napoli" siano annoverate dai parlanti fra le aree di "periferia" 
(Tabella 2, cfr. Appendice). È dunque necessario "spostare l'attenzione 
[...] [su] una totalità regionale entro la quale le dinamiche strutturate sul 
rapporto centro-periferia si articolano in un reticolo di connessioni recipro- 
che più che in un rapporto di dualistica dipendenza" (Giusti, 1991: 55). 

In effetti, nel campione i concetti di 'centro' e 'periferia' appaiono 
confusi. Alla domanda se Soccavo e Pianura vadano considerati quartieri 
centrali o periferici, la reazione più immediata è quella di rispondere che 
fanno parte di Napoli, ma che sono sicuramente più periferici, rispetto ad 
un'area centrale genericamente designata come "Napoli Napoli". Il di- 
scorso di una ragazza fornisce un esempio eloquente della perplessità 
spesso generata dalla domanda: Pianura e Soccavo sono "delle città di 
Napoli", dei "quartieri di Napoli", collocati "più o meno al centro di Na- 
poli". C'è comunque differenza tra i due quartieri nel loro grado di perife- 
ricità: Pianura risulta un quartiere più periferico perché più lontano, isola- 
to e difficile da raggiungere dal "centro" della città. Pianura diventa così 
una "piccola periferia", ma può essere "sia centro che periferia", perché è 
"grande", "popolata", "trafficata". Pur non essendo proprio il "centro" 

291 



della città è come "un piccolo centro" e c'è chi attribuisce la valutazione 
di Pianura come "periferia" ad uno sguardo estemo, agli "altri" che la 
"vedono" tale. Non dimentichiamo che spesso "è dall'esterno, [...], che si 
forgia e si cristallizza una identità culturale periferica che viene imposta e 
che viene spesso accettata passivamente" (Giusti, 1991: 58). 

Il quartiere di Soccavo è meno periferico perché più vicino al "centro" 
della città. La sola presenza di negozi diventa un fattore di valutazione 
per la centralità del quartiere. Grazie a due arterie stradali (Via Piave e 
Via dell'Epomeo) che lo collegano ai quartieri dell'area napoletana cen- 
trale, Soccavo oltrepassa i limiti di quartiere "periferico". Tuttavia, il 
quartiere Soccavo può anche diventare "piccolo" se paragonato a Piazza 
Garibaldi, sede della Stazione centrale, dalla quale è come se nascessero 
non solo i treni ma un intero mondo urbano. 



3. Auto- ed eterodescrizione linguistica 

I due gruppi si comportano diversamente per quanto concerne la rappre- 
sentazione degli usi linguistici altrui e propri. A Pianura si tende a conte- 
stualizzare l'uso del dialetto, secondo un modello sociolinguistico di tipo 
tradizionale. Il napoletano, definito come "napoletano italianizzato", si af- 
fianca all'uso generalizzato dell'italiano, indicato come il codice prioritario 
nelle abitudini linguistiche degli intervistati e qualificato, a sua volta, come 
un italiano più "giornaliero". La diffusione del napoletano come lingua di 
comunicazione nel quartiere è nondimeno dichiarata senza riserve. 

A Soccavo, invece, pur prevalendo l'idea del codice misto, del parlare 
"metà e metà", il napoletano è percepito come il codice d'uso maggiorita- 
rio, sia a livello comunitario, sia a livello individuale: a Soccavo il napo- 
letano "è di prassi" (I). È rilevante che gli intervistati tendano a conte- 
stualizzare la scelta dell'italiano e non quella del napoletano. L'uso dell'i- 
taliano è talvolta "preteso" dai genitori, usato per "necessità" con i più 
piccoli, con gli amici che vengono dai quartieri "bene" della città, oppure 
a scuola, luogo in cui la presenza del dialetto viene ammessa, sebbene 
con una punta di riserbo. 

Si individua quindi uno scarto rispetto ai contenuti metalinguistici. Il 
gruppo pianurese esprime opinioni che sembrano svelare atteggiamenti 
linguistici di tipo "urbano", manifestando con più evidenza una serie di 
comportamenti autovalutativi generalmente associati alle implicazioni so- 
cio-linguistiche dei concetti di 'lingua' e 'dialetto'. Ciò si spiega proba- 
bilmente con la maggiore mobilità sul territorio dei ragazzi di Pianura che 
si spostano quotidianamente nel quartiere di Fuorigrotta, diventando così 

292 



una categoria di pendolari. Nei discorsi metalinguistici dei soccavesi si 
coglie, invece, un assottigliamento del limite tra contesti d'uso dell'italia- 
no e contesti d'uso del dialetto (Tabella 3, cfr. Appendice). 

In definitiva, la diversità della configurazione demografica, sociale e 
urbanistica delle unità territoriali prescelte e delle relazioni funzionali che 
esse intrecciano con l'intera area metropolitana, sono all'origine di un di- 
verso grado di identificazione con il territorio. L'intensità del legame con 
lo spazio e la maggiore mobilità di uno dei due gruppi del campione su- 
scitano opinioni dissimili in merito a questioni di percezione e descrizio- 
ne degli usi linguistici individuali e comunitari. 



4. Analisi linguistica 

La varietà esibita dagli intervistati rappresenta uno dei possibili risultati 
del contatto fra italiano e napoletano. Secondo Radtke (2002: 31), sebbene 
"la sfera tra italiano e dialetto [assuma] un ruolo molto importante in Campa- 
nia [...] non conosciamo la struttura intema di queste forme intermedie". Ri- 
spetto a questa problematica i dati raccolti, in qualità di case study, offrono 
molteplici spunti di riflessione soprattutto per la presenza di "forme non veri- 
ficabili a livello dialettale" (Ratdke, 2002: 23). Nei brani d'intervista raccolti, 
si passa da frammenti di napoletano italianizzato a segmenti di italiano regio- 
nale, attraversati da una pluralità di fenomeni fonetici, morfo-sintattici e te- 
stuali, che potrebbero essere indipendenti dalla competenza dialettale. 

In effetti, tralasciando le inevitabih interferenze con il napoletano, alcuni 
dei fenomeni osservati nell'italiano dei parlanti non si spiegano chiamando in 
causa i processi di italianizzazione del dialetto. Ciò vale non solo per la fone- 
tica e la morfo-sintassi, ma anche per svariate scelte lessicali che appaiono di- 
scutibili, improprie o formalmente alterate.^ Gli stessi studenti, che non sem- 
brano incontrare alcuna particolare difficoltà nell' esprimersi in itahano,^ defi- 
niscono tuttavia il proprio italiano "meno preciso" o "piti giomaUero". 

^ Si riportano alcuni esempi: 

1. Quali reti televisive ti piacciono di più? Dipende per riguardo i telegiornali mi 
piace la Rai perché è piìi esp/ è piii approfondito riguardo a certi argomenti e va 
molto più calma mentre i film la Mediaset (D) 

2. Sei riuscita a trovare quello che ti serviva? Sì perché a me serviva proprio una 
cosa/ recente però penso che se dovevamo fare una ricerca:/ se ad esempio sulle 
tecnologie moderne non avevano libri attrezzati (A) 

3. Con chi parli in italiano? Con / (a)d (e)sempio quando l'altra persona parla in 
italiano / allora: distintivamente parlo anche io in italiano (S) 

^ In effetti, i casi di code switching e di code mixing sono sporadici, probabilmente 
anche per effetto della situazione d'inchiesta. 

293 



L'obiettivo dell'analisi linguistica è quello di individuare, nel parlato 
degli intervistati, l'incidenza di quei fenomeni che potrebbero assumere 
una valenza innovativa proprio perché estranei tanto all'italiano quanto al 
dialetto (cfr. Somicola, in questo volume). Il campione è rappresentato da 
studenti al termine del proprio percorso di scolarizzazione (scuola media 
superiore).^ La varietà osservata è quindi una varietà scolastica e pertanto 
si impone la riflessione sul rapporto tra il processo di educazione lingui- 
stica e la qualità della competenza comunicativa e linguistica sviluppata 
dai parlanti. In questa prospettiva, alcuni tra i fenomeni presi in esame 
costituiscono ulteriori esempi dei tipi di alterazioni morfo-sintattiche che 
possono prodursi nelle varietà di italiano acquisite mediante apprendi- 
mento guidato (cfr. Somicola, in questo volume). 

I fenomeni presentati e discussi nei paragrafi che seguiranno non esau- 
riscono la descrizione delle varietà oggetto di studio e neppure le caratte- 
rizzano in maniera univoca, ma sono stati scelti perché dotati di una certa 
trasversalità. Essi, infatti, sono prodotti da quasi tutti i parlanti del cam- 
pione. Fanno eccezione due ragazze (Sg ed R) la cui varietà di italiano 
presenta in misura minore tratti connotati come dialettali, soprattutto nel- 
la pronuncia, nonché una pili alta gamma di variazione sintattica, lessica- 
le e stilistica. Ciò è dovuto, probabilmente, ad un contesto familiare se- 
gnato da un livello socio-culturale più elevato.^ 

I testi raccolti sono densi di particolarità linguistiche, ma dovendo ef- 
fettuare una scelta se non proprio rappresentativa delle varietà prodotte, 
quanto meno efficace ai fini di una descrizione preliminare, si è tenuto 
conto solo di alcuni fenomeni appartenenti a diversi livelli di analisi. La 
ricerca linguistica si orienta perciò su tre macro-criteri: il primo prende in 
esame tratti fonetici, il secondo fenomeni morfo-sintattici, il terzo feno- 
meni testuali. 

4.1. Fonetica. Nel corpus analizzato, i tratti fonetici maggiormente 
connotati in senso dialettale sono poco rappresentati. La palatalizzazione 
di 5- davanti alle occlusive non dentali (Radtke 1998) e alle fricative la- 



^ La maggioranza del campione manifesta l'esigenza di trovare un lavoro e dichiara di 
non voler proseguire negli studi. 

"^R è l'unica parlante del campione ad avere genitori diplomati (il padre è geometra), 
ambedue originari del quartiere Fuorigrotta; i genitori di Sg provengono dal centro stori- 
co, il padre possiede la licenza media e lavora in aeroporto. Ad entrambe piace leggere (R 
preferisce libri di filosofia) e tutte e due dichiarano di parlare sempre in itaUano, anche in 
famiglia. 

294 



biodentali^ si limita ai contesti -sp- (11 casi) ([ri'Jpo:ndere] 'rispondere', 
[dijpia'ju:ta] 'dispiaciuta', [ri'jp£:t:o], 'rispetto', ecc.) e -Jk- (7 casi) ([ko'- 
no:JTco] 'conosco', [fker'tsaindo] 'scherzando', ['JTcwo:la] 'scuola', ecc.). 
La pronuncia affricata della fricativa sorda dopo n^^ è sistematica nelle 
forme del verbo pensare e in altri tipi lessicali: [in'dzo:m:a] 'insomma', 
[in'dzje:me] 'insieme', [Via kon'dzailvo] 'via Consalvo', (in che/nel) 
['seindzo] 'senso', ecc. Seppure con minore regolarità, il fenomeno si ri- 
presenta in contesto fonosintattico, quando la particella non è seguita da 
forme del presente del verbo sapere ([non 'dzo:] 'non so' è il caso piti fre- 
quente), dal congiuntivo presente di essere ([non 'dzi:a] 'non sia'), oppure 
dal clitico si ([non 'dzi 'fa:] 'non si fa', [non 'dzi kono'Jkomo] 'non si co- 
noscono'). La sonorizzazione delle consonanti sorde dopo nasale'^ è, in- 
vece, un fenomeno occasionale: [trai]gwil:a'me:nte] 'tranquillamente', 
['a:gge] 'anche', [ko'mu:ggwe] 'comunque'. Vale lo stesso per la desono- 
rizzazione delle consonanti sorde: ['kwi:nti] 'quindi', [ir)'kle:se] 'inglese', 
[de'gra:to] 'degrado', [a 'nn:o:rt] 'a(l) Nord'. 

La varietà osservata è invece pervasa da fenomeni di assimilazione 
progressiva^-, presenti in tutti i parlanti, tranne due (Sg e R). L'analisi dei 
contesti di assimilazione, r-C e I-C, ha avuto come obiettivo prioritario 
quello di verificare l'eventuale emergenza di una relazione di implicazio- 
ne tra le varianti. Nel caso specifico, però, insieme al contesto fonetico è 
interessante considerare anche il contesto lessicale. Infatti, una data se- 
quenza di r-C o I-C subisce assimilazione in certi lessemi ma non in altri. 
Per fare un esempio, su 215 ricorrenze della congiunzione causale perché, 
in 92 casi (43%) c'è assimilazione, mentre su 36 altri potenziali contesti 
(parco, circostanze, ricerche, circolo, ecc.) il fenomeno ricorre in un solo 
caso (['tj£:k:o] 'cerco'). Il totale dei tokens^^ più spesso interessati dai 



9 Secondo De Blasi (2002: 120) "il tratto è oggi connotato come basso, ma è presente 
anche a un livello più alto, nel registro più colloquiale e meno sorvegliato". 

'0 Tale pronuncia "è evitata nella varietà locale alta, almeno nella maggioranza dei tipi 
lessicali'* (De Blasi, 2002: 120 ). Nel corpus analizzato i contesti -Is- e -Ir- {salsa > salza, 
borsa > bona) sono esposti invece a fenomeni di assimilazione (Italsider > Itassider, per- 
sona > pe ssona). 

•' De Blasi (2002: 120) ritiene che più il fenomeno "è evidente più la pronuncia si ca- 
ratterizza come bassa o trascurata". 

'2 Per un inquadramento più ampio del fenomeno nell'area indagata cfr. Somicola in 

questo volume. 

'^ I types interessati sono: perché, persona, persone, personalità, personalmente, nor- 
male, normali, normalità, normalmente, qualche(cosa), alcuno/a/i/e, altro/a/i/e, 
molto/a/i/e, altro/a/i/e, volta/e e forme del verbo parlare. 



295 



processi di assimilazione equivale a 775 (distribuiti secondo l'ordine del- 
la scala A, cfr. Appendice). Le assimilazioni toccano il 27,5% (215) dei 
casi. Alcuni altri esempi (31 in tutto) riguardano le stesse sequenze fone- 
tiche {-re-, -rs, -ri-, -rm-, -le-, -It-), ma in lessemi diversi da quelli elen- 
cati in nota 13 ([unives:i'ta:] 'università', [tra've:s:a] 'traversa', 
[di've:s:o] 'diverso', ['fo:s:e] 'forse', ['tje:k:a] 'eerca') oppure contesti 
che ampliano il numero delle sequenze fonetiche coinvolte 
([med:38'l:i:na] 'Mergellina', [og:a'i:d:zo] 'orga(n)izzo', [a'm:e:no] 'aL 
meno', ['kwa:t:o] 'Quarto', [ab:e'g:je:ro] 'alberghiero', [speja'm:8:nte] 
'specialmente'. ['pu:nto d i'k:o:ntro] 'punto d'incontro', [p8'f:8:t:o] 'peri 
fetto', [i'v:8:nto] 'invento'). 

Restringendo l'analisi alla serie dei lessemi (215) in cui l'assimilazio- 
ne è quasi sistematica si ricava la scala di frequenza A' (cfr. Appendice). 
Siccome in A e A' gli estremi coincidono, si potrebbe pensare che la fre- 
quenza di ricorrenza di un lemma incida sulla frequenza di ricorrenza del- 
l'assimilazione. Tale correlazione non è però sempre valida per i lemmi a 
frequenza intermedia: ad esempio altro ha una bassa frequenza di ricor- 
renza all'interno del corpus (8,8%), ma una relativamente alta percentuale 
di assimilazione (17,2%); parlare q persona illustrano, in linea di massi- 
ma, il caso inverso. Attribuendo maggiore rilevanza al criterio lessicale, 
tralasciando l'aggettivo normale (assente dal parlato di quattro intervista- 
ti) ed il verbo parlare (la cui ricorrenza è indotta dai temi d'intervista), si 
ottengono le scale d'implicazione Mj e M^^'^{cfv. Appendice). 

Esaminando il solo contesto fonetico (scala M,) si può semplicemente 
affermare che la maggioranza del campione produce fenomeni di assimi- 
lazione. La scala M-,, al contrario, induce a considerazioni ulteriori: 

a. il rapporto d'implicazione dei processi assimilativi emerge soprat- 
tutto in relazione a determinati tipi lessicali; 

b. la matrice mostra una maggiore stabilità e diffusione dell'assimila- 
zione rispetto alla pronuncia standard; 

e. i parlanti sono distribuiti in modo tale che nella parte superiore trovia- 
mo 3 soccavesi e 2 pianuresi; nella sezione inferiore il rapporto è ribaltato. Il 
dato va certamente indagato più a fondo, ma non si può escludere a priori 
che il fenomeno possa avere una valenza diatopica, e non solo diastratica, le 
cui modalità di attuazione e diffusione sono ancora da definire. 

La distribuzione delle singole varietà lungo il continuum dialetto/ita- 
liano derivata dalla scala M^ isola un gruppo di parlanti (D, L, I, S, F, V) 
in cui l'assimilazione è più frequente. A grandi linee, questi parlanti pre- 

'■* Mj ha un "indice di riproducibilità" compreso fra l'SO e r89% (Berruto, 1995: 189). 
296 



sentano in percentuale maggiore anche la palatalizzazione di s, nonché fe- 
nomeni di semplificazione di nessi consonantici (ad esempio del nesso 
-pr- nell'avverbio proprio, usato soprattutto con funzione di focalizzato- 
re, e realizzato come propio —>popio). 

Tuttavia, se si escludono gli aspetti fonetici, come si manifesta, ad un 
livello più profondo, sintattico e testuale, la "dimensione contattuale" 
(Radtke, 2002: 31) fra italiano e dialetto? 

4.2. Morfosintassi. Alcune singolarità interessanti riguardano l'ambito 
del sistema verbale e dei pronomi clitici. 

4.2.1. Forme verbali. Nel corpus analizzato, a 211 types verbali corri- 
spondono 2.487 tokens (Figura 1, cfr. Appendice). L'inventario dei verbi 
per ogni parlante evidenzia l'uso imponente del verbo essere (non ausilia- 
re), usato prevalentemente come verbo copulativo o locativo-esistenziale 
(Tabella 4, cfr. Appendice). 

Le strutture copulative e locativo-esistenziali (funzione espressa anche 
dal verbo stare) formano l'ossatura sintattica dei testi prodotti, diventan- 
do una sorta di modello nella micropianificazione sintattica dei parlanti. 
Tale ipotesi è avvalorata da alcuni costrutti in cui ci si chiede se l'uso del 
verbo essere sia appropriato e/o "necessario". Ad esempio, il sintagma è 
diplomata (es. 1)^-^ va analizzato come un caso di ellissi del pronome ri- 
flessivo oppure nasce come costruzione copulativa? Pure l'espressione è 
un'origine di tante persone (es. 2), riferita al dialetto napoletano, è come 
se fosse indotta da una struttura sintattica facilmente riproducibile, a di- 
scapito della precisione semantica. Lo stesso ragionamento è applicabile 
anche agli esempi 3 e 4: 

1 . Mia sorella è diplomata in questa scuola (S) 

2. perché è un 'origine di tante persone (F) 

3. Sì però in estate ho letto anche Alessandro Manzoni I promessi 
sposi che non era / non era la scuola (A) 

4. sì mi sposto però è poco perché / dove abitavo e dove abito io è 
una zona molto brutta (A) 

'^ Negli esempi citati nel corso della trattazione, gli interventi prodotti dalle intervista- 
trici sono in grassetto. In effetti, sebbene l'interazione proceda essenzialmente seguendo 
lo schema Domanda / Risposta, in piii momenti si allontana da tale schema assumendo i 
toni di un vero e proprio scambio conversazionale. Si è preferito quindi non separare gli 
enunciati indicandoli come Domanda e Risposta proprio per rispettare in misura maggiore 
il naturale svolgimento dell'interazione. 

297 



A sostegno dell'ipotesi formulata va anche il fatto che, in diversi casi, 
la struttura copulativa affiora in corrispondenza di un mutamento di pro- 
getto, spesso anticipandolo: 

5. A volte Soccavo è: è / la conoscono per la nomina che porta (I) 

6. pure persone più piccoline che magari d'età più piccolina che 
già sono I che la penzano diversamente quindi non è I cioè io 
per esempio non ci sono mai stata (Sg) 

7. Allora è I logicamente deve essere usato (A) 

Talvolta, essere diventa una sorta di riempitivo: 

8. No perché a Soccavo c'è via (E)pomeo / è una ehm molto / so- 
no negozi molto belli (S) 

Altre volte serve a lasciare il discorso in sospeso: 

9. Penzo sia più periferia di Napoli non è... (S) 

Vanno, infine, segnalati alcuni enunciati in cui il costrutto copulativo 
assume significato locativo-esistenziale: 

10. quindi proprio quello vero [il nap.] che sono parole del tutto 
strane a me (S) 

11 . Sì ho sentito dire che sono dei contrasti tra // persone di Pianu- 
ra con Soccavo (A) 

Questi esempi vanno interpretati come casi di ellissi del clitico oppure 
come riproduzioni di una frase copulativa? 

4.2.2. Ellissi dei pronomi complemento. L'assenza di taluni pronomi 
complemento, sebbene non caratterizzante in termini quantitativi, è un fe- 
nomeno che ricorre spesso nel parlato spontaneo. Per quanto concerne l'i- 
taliano dei parlanti i casi che presentano maggiore variabilità sono i co- 
strutti con vedere e piacere. 

"Vedere". In generale, il verbo vedere è utilizzato prevalentemente 
con il significato di 'considerare', 'giudicare', 'valutare' qualcosa o qual- 
cuno. Gli enunciati 12-14 esemplificano strutture con dislocazione a sini- 
stra: 

12. Se mi dovessi fare una differenza tra Soccavo e Pia- 
nura? Secondo me c'è una differenza eh e qual è? che no(n) (l)o 
so o perché ci sono nata c'ho gli amici i parenti cioè per me è 
un'attra cosa che cosa Soccavo? eh cioè Pianura la vedo più cioè 
o: le persone pure le persone cioè le vedo diverse cioè come devo 
dire ehm non mi piacciono (V) 

298 



13. Secondo te a Seccavo si vive meglio rispetto a Pianu- 
ra? Magari un pochino Perché? Perché non lo so / Soccavo lo ve- 
do come zona un poco poco poco più tranquilla (R) 

14. Di solito quando esci che fai rimani a Pianura ti spo- 
sti, se ti sposti dove preferisci andare? No io preferisco spostar- 
mi / però vabbè diciamo che non sto mai allo stesso posto però 
preferisco non restare a Pianura per una quest / perché / non lo so 
non mi non mi trovo proprio bene in quel posto alla fine Pianura la 
vedo più come un posto che ne so per fare spesa queste cose così 
che per restare con gli amici sinceramente non (R) 

Nei testi analizzati, si individuano anche enunciati (es. 15-17) in cui il 
verbo è costruito senza clitico: 

15. Ti piace il quartiere Vomero? ehm // così così e la 
gente com'è diversa? sì la gente è mo(l)to div / io la vedo diversa 
da noi in che senso? ehm nel senso che là secondo me si usa molto 
parlare il dialetto italiano cioè l'italiano il dialetto italiano? l'ita- 
liano ah l'italiano no mi so imbrogUata / secondo me cioè ho fre- 
quentato il Vomero e là ho visto rispetto a qua parlano più l'italia- 
no che il napoletano / cioè vedo proprio le persone diverse più più 
così (V) 

16. Come mai hai scelto di venire in questa scuola? Io: 
all'inizio non volevo venire in questa scuola pecche mi pia:ce:va 
andare anche a me all'abbegghiero però mia mamma / so(no) stata 
costretta da mia manoma pecche essendo piccolina in che senso? 
pecche ha detto mia mamma / vedo una cosa un po' più /diciamo 
terra terra questa scuola (MI) 

17. e quindi rispetto a questo centro Pianura come la 
consideri un centro o qualcosa d'altro? cioè più una peri/ cioè 
vedo più una zona periferica / cioè a differenza del centro direzio- 
nale è più una zona periferica / cioè così la vedo (Mr) 

Allo stato attuale dell'analisi è azzardato formulare ipotesi su una pos- 
sibile differenza di natura sintattica, pragmatica o stilistica che potrebbe 
distinguere gli enunciati 12-14 dagli enunciati 15-17. Data la ricorrenza, 
nel corpus, del costrutto verbale esemplificato in 15-17, sarebbe opportu- 
no avviare un'analisi approfondita della casisfica considerata, prendendo 
in esame un campione di parlato piìi ampio e diversificato. In questa sede, 
si può solo tentare una descrizione in termini di distribuzione funzionale 
degli elementi all'interno dei due tipi di costruzioni. Gli enunciati 12-14 
sono esempi di strutture con dislocazione a sinistra, in cui il topic è segui- 
to dal clitico di ripresa, con funzione di oggetto diretto, e dal verbo 
{topic + O ^^^ + V). Per quanto concerne i casi esemplificati in 15-17, il 

:99 



valore semantico del verbo vedere non è propriamente riconducibile a quel- 
lo di 'considerare, giudicare' (Zingarelli 2003), come in 12-14, ma fattori 
contestuali e pragmatici fanno pensare piuttosto ad un'interpretazione del 
verbo nel senso di 'percepire con gli occhi la realtà concreta' (Zingarelli 
2003). Da un punto di vista strutturale gli esempi in questione sono caratte- 
rizzati, almeno apparentemente, da ellissi del pronome clitico oggetto diret- 
to. Tuttavia, ai fini interpretativi risulta piij stimolante un'analisi di tipo 
pragmatico, che può fornire indizi interessanti anche per l'analisi struttura- 
le. Il rallentamento della velocità di eloquio, che spesso accompagna la rea- 
lizzazione della struttura in esame, evidenzia una difficoltà di elaborazione 
concettuale e/o di micropianificazione sintattica da parte del parlante. Non 
si può escludere che l'insicurezza nella esecuzione del progetto argomenta- 
tivo influisca sulla maggiore variabilità nella distribuzione degli elementi 
retti dal verbo, in particolare del sintagma nominale (SN) con funzione di 
oggetto diretto. Si osserva, infatti, che in 15 il SN oggetto diretto è pospo- 
sto al verbo (V + O), in 16 il SN avente la stessa funzione si trova in posi- 
zione di 'coda'; in 17 invece il SN oggetto diretto non è attualizzato, resta 
cioè sottinteso in quanto elemento noto e presente, sempre con funzione di 
oggetto diretto, nella domanda posta dall'intervistatrice. 

"Piacere ". Altri casi di ellissi del clitico riguardano il verbo piacere. 
Ai costrutti verbali rappresentati da a me mi piace (es. 18) e mi piace (es. 
18, 20 e 23) si aggiunge il û^o piace (es. 19-24): 

18. Se tu per esempio dovessi scegliere un posto di Napoli 
dove andare a vivere un posto che ti piace molto dove andresti? 
compreso Pianura sì un posto può essere pure fuori Napoli no Pia- 
nura abbè poi abbè pò a me mi piace anche Posillipo solo Posillipo 
non mi piace neanche il Vomero mi piace più Posillipo / però se do- 
vrei scegliere sceglierei sempre a Pianura o perché ho le mie abitudi- 
ni le strade le conosco e allora secondo me è il luogo più adatto (F) 

19. Ti piace leggere? ehm piace però non non sono appas- 
sionata di libri I piace più: uscire (A) 

20. Perché hai scelto questa scuola? Io all'inizio: andavo 
allo scientifico ho fatto due anni allo scientifico poi mi sono spo- 
stato a questa scuola uno pecche mi piaceva l'economia aziendale 
// e due pecche era un po' più difficile lo scientifico // poi piace 
molto la matematica pe(r) questo: so(no) rimasto Non ti piace la 
matematica? No: piace la matematica pe(r) questo so(no) rimasto 
nell'ambito dello scientifico e dell'economia aziendale (D) 

21. Preferisci parlare italiano o napoletano? Nel momen- 
to i(l) giusto piace pallare in napoletano / pecche è più veloce e poi 
perché è anche la mia lingua (D) 

300 



22. Senti una cosa e per esempio ti piace leggere? A volte 
Che cosa? Piace leggere i libri tipo: quelli di Ken Follett (D) 

23. Come struttura ti piace questa scuola, dal punto di 
vista dei funzionamento le tue opinioni La scuola popio proprio 
sull'istituto? Questa qua è sì / è bella come scuola anche se il co- 
lore non mi piace però la scuola: // è bella anche dentro è bella mi 
piace anche del fatto che è a tre piani quindi è molto grande / piace 
Il a livello pure di docenti? (S) 

24. E di solito cosa fai quando esci ti piace uscire? Sì pia- 
ce uscire (MI) 

Come per le strutture trattate nel paragrafo precedente, anche per il ca- 
so di piace è auspicabile un'indagine di più ampio raggio, che fornisca 
maggiori indicazioni su quali possano essere i parametri di analisi appro- 
priati. Gli esempi 19-24 rientrano, infatti, in una casistica particolarmente 
complessa per la natura delle relazioni sintattiche, semantiche e pragmati- 
che che si stabiliscono tra il verbo ed i suoi complementi.'^ Restringendo 
l'analisi al costrutto piace, va notato che solo in un caso (es. 20) il verbo 
regge un soggetto nominale, mentre in altri 4 casi (es. 19, 21, 22 e 24) il 
verbo regge un'infinitiva semplice. In 19 e 23 le valenze verbali non so- 
no saturate. La variabilità nei costrutti con il verbo piacere potrebbe di- 
pendere proprio dalle proprietà sintattiche e semantiche del costituente 
con funzione di soggetto. 

Da un punto di vista pragmatico, la forma piace sembra intervenire 
per confermare o ribadire informazioni attinenti ad un macro-tema che il 
parlante ha già sviluppato. 

4.2.3. Congiuntivo. La prospettiva temporale nei testi raccolti è affida- 
ta prevalentemente ai tempi dell'indicativo, soprattutto al presente; di tan- 
to in tanto, risaltano forme verbali al congiuntivo o al condizionale. L'uso 
del condizionale al posto del congiuntivo è un fenomeno ampiamente do- 
cumentato nell'italiano pariato. Si rilevano anche enunciati in cui il con- 
giuntivo è sostituito dal presente indicativo: 

25. ci sono zone dove stanno più criminali rispetto ad al- 
tre insomma allora / che io so I cioè almeno come vedo io / a Sec- 
cavo ce ne sono di più (V) 

Se si escludono alcune forme di congiuntivo prodotte dalla pariante 
che possiede la varietà più alta del continuum (R), le altre si restringono a 

1^ Cfr. Somicola (1992: 265-266). 

301 



tre tipi di costrutti: a) strutture introdotte dà penso / credo che (6 ricorren- 
ze), b) strutture introdotte da è come se^'^ (5 ricorrenze), e) l'espressione 
che io sappia (7 ricorrenze), in cui il congiuntivo è quasi sempre realizza- 
to. In generale, i parlanti del campione non adoperano con dimestichezza 
il modo congiuntivo, dato che l'insieme degli enunciati in cui esso ricorre 
ne evidenzia un uso contenuto, oltre che la difficoltà di usufruire piena- 
mente dei significati a cui esso rinvia. In effetti, gli enunciati al congiun- 
tivo somigliano molto a formule fisse. Ciò fa ipotizzare che questo modo 
verbale rappresenti non uno strumento grammaticale e/o stilistico autono- 
mo, bensì un ambito d'uso stereotipato. 



5. Fenomeni testuali 

5.1. Segnali discorsivi. L'ascolto dei brani evidenzia che uno degli ambiti 
in cui il dialetto affiora nel parlato degli intervistati è quello dei segnali 
conversazionali:'^ 

26. cioè pe(r) me più criminalità c'è a Soccavo perché // 
['wa*'^'*^*] sinceramente non ti so [ri'Jpo:ndere] però (V) ["guarda"] 

27. sì sì funziona bene vedo perché vedo la differenza con 
le altre scuole ei / (I) [ei vale "capito?"] 

28. Eh:: [aj'pe] come si chiama / Ises là è una brutta zona 
(A) ["aspetta"] 

Tra i segnali discorsivi presenti nel corpus (Tabella 5), spicca per la 
sua alta frequenza di ricorrenza la particella abbè, forma aferetica di 



'^ Il verbo interessato è per lo più essere. 

'* Il dialetto emerge anche in diversi altri momenti dell'interazione discorsiva: 

1. Via Roma per me quella è proprio Napoli centro Napoli centro e voi invece di 
Soccavo e di Pianura visto che tu sei metà e metà dove state? coni è cioè state 
alla periferia o al centro spiegati meglio (V) ["com'è" vale in che senso?] 

2. Ma fate inglese qua? Come (D) ["come" vale sì] 

3. A Pianura c'è una biblioteca? ntz II no (V) ["ntz" vale no] 

4. Senti e a Soccavo e Pianura ci sono dei monumenti che tu sappia? ntz II non lo 
so no (V) ["ntz" vale non lo so] 

Spesso, gli elementi dialettali veicolano un commento enfatico del locutore, talvolta 
con accezione negativa, come accade negli esempi che seguono: 

1. mo in questo momento non mi vengono parole cioè perché non mai pallaio cioè 
sinceramente ogni volta che ho sentito che parlavano così ho sempre detto u:a:: 
(V) 

2. io cioè più che altro li prendo in giro perché dico marò ma di dove sei (V) 

302 



vabbè,^'^ (nap. vabbuo) rispetto a cui abbè assume però tutt' altra funzione. 
Abbè sembra avere acquistato una sua autonomia funzionale rispetto a 
vabbè. Abbè si comporta, infatti, come un segnale di presa di turno che 
vale come premessa ad una risposta di cui si cerca di attenuare la perti- 
nenza, la completezza, l'esattezza, e pertanto rientra anche fra i meccani- 
smi di modulazione con valore attenuativo (Renzi, 1995: 238-240). La 
differenza di funzione tra allora^^ come segnale di sola presa di turno e 
abbè, specifico nella sua funzione attenuante, è evidente in un caso in cui 
i due segnali si susseguono: 

29. E dove? cioè fammi spiegami meglio allora abbè ci 
sono amici in cui con cui parlo l'italiano e amici con che parlo dia- 
letto / (I) 

Spesso abbè è seguito da un segnale esplicito di modulazione:^' 

30. tutti dicono ah è meglio Soccavo no non noto questa 
differenza è uguale sì perché tutti quanti dicono però a Soccavo 
c'è stato il piano regolatore abbè forse è organizzata meglio co- 
me rispetto a Pianura però comunque non ci sta:: non noti una 
grande differenza (L) 

31. [a proposito di dove si parla il napoletano volgare 
COME QUELLO DI PIANURA] abbè diciamo i paesi Giugliano queste 
cose co/ Marano cioè là proprio napoletano (XXX) (V) 

In diversi casi abbè rappresenta l'elemento risolutivo di una difficoltà 
di pianificazione: 

32. Senti e a Soccavo e Pianura ci sono dei monumenti 
che tu sappia? ntz / non lo so / no visto che tu abiti cioè conosci 

tutti e due i posti ah a: Pianura:: a Pianura:: ehm abbè ci sono i 
Camaldoli / e diciamo è come se fosse un monumento da come ho 
sentito parlare io (V) 

Vabbè può, talvolta, avere una funzione analoga a quella di abbè, ma più 
spesso denota una maggiore sicurezza nella pianificazione dell'enunciato: 

'^ Secondo Renzi (1995: 242) va bbé svolge una funzione di accordo e/o conferma 
(anche parziale) oppure segnala faticamente la conclusione del turno di parola dell'inter- 
locutore. 

^^ La variante allò sembra indicare una maggiore chiarezza argomentativa da parte del 
parlante che mette a confronto due tematiche: 

1. Senti e se non ci fosse il dialetto (...) che reazione avresti? Allò da un lato visto 
che appunto non lo uso molto/ la cosa più o meno non è che può incidere molto su 
a livello personale però poi penso che il dialetto è una cosa tipica di ogni regione 
di ogni posto e ed è come se noi perdessimo una parte di Napoli (R). 

303 



33. E se io ti chiedessi quale lingua hai imparato per pri- 
ma tu che cosa mi risponderesti? Vabbé fino a dodici anni ho 
parlato sempre italiano poi quando cioè sono cominciata: / a scen- 
dere / ho cominciato a scendere ho cominciato a parlare come i 
miei amici (Mr) 

L'unica ricorrenza della variante dialettale vabbuó, pronunciata con 
maggiore velocità, risolve una contraddizione rilevata nel discorso del- 
l'intervistato: 

34. E quindi rispetto a questo centro Pianura come la 
consideri un centro qualcosa d'altro cioè piià una peri- cioè vedo 
più una zona periferica / cioè a differenza del centro direzionale è 
più una zona periferica / cioè così la vedo e però tu prima hai 
detto che era comunque un centro sì vabbuò perché specialmen- 
te a Soccavo perché è facile arrivarci cioè ad esempio da Soccavo 
al centro direzionale non è molto distante 



5.2. Parafrasi. È noto che l'abilità di parafrasi è un importante rivela- 
tore del livello di competenza linguistica. L'analisi delle strutture parafra- 
stiche presenti nel corpus ha evidenziato molteplici problemi di categoriz- 
zazione connessi alla diversità strutturale e funzionale propria delle para- 
frasi. Per ovvi motivi di spazio, si richiama l'attenzione solo su alcuni 
aspetti rilevanti ai fini della ricerca condotta. Escludendo i casi di sempli- 
ce ripetizione e quelli con lieve modificazione della struttura sintattica e 
semantica dell'elemento parafrasato, la casistica più interessante implica 
la "trasformazione di struttura che altera il significato, anche con il ricor- 
so a operazioni come metafore, esemplificazioni, ecc." (Somicola, 1999: 
34). 

In linea di massima, i parlanti non sembrano seguire schemi comuni 
nella strutturazione parafrastica, nondimeno si notano delle costanti. Le 
parafrasi a breve spettro sono più frequenti di quelle a largo spettro (Sor- 
nicola, 1999: 43), in cui l'espansione avviene generalmente per esemplifi- 
cazione.^^ Queste ultime si sviluppano soprattutto in relazione al fatto che 
il parlante o "non sa che dire", oppure non riesce ad attuare una strategia 



^' In 30 e 31 forse e diciamo riducono il grado di precisione dell'enunciato eviden- 
ziando una certa insicurezza del parlante rispetto alla formulazione del contenuto proposi- 
zionale (cfr. Renzi, 1995: 238). 

^^ Nella varietà più alta del continuum analizzato (R), le strutture parafrastiche coinci- 
dono, nella maggior parte dei casi, con riformulazioni volte all'uso di materiale lessicale 
pili ricercato. 

304 



argomentativa efficace. Le sequenze esemplificative attingono in preva- 
lenza all'esperienza personale, come avviene nel testo che segue: 

35. E allora tu questo napoletano quando lo usi fammi 
sentire? quando sto co(n) gli amici a Soccavo a Seccavo ovvia- 
mente / a scuola invece come parli? eh pure a scuola cioè sempre 
con gli amici // pecche comunque fra di noi cioè second o me se c'è 
confidenza non perché dici così perché ti sembra che il napole- 
tano // possa avere cioè se io conosco una pessona no / secondo 
me nojXabene^p_gdare napoletano pecche cioè iinapoletano sì ve- 
ro stiamo..a.Nap.oli cioè diciamo che è la nostra lingua // però se- 
condo me come devo dire più: / non è aggarbata come U £ÌQè 
che io mi presento a una pessona e parlo napoletano cioè secondo 
me non mi do una buona impressionedir^^^ // (V) 

Si osserva che l'espansione del testo sorgente^^ procede soprattutto 
per associazioni semantiche: amici -^ fra di noi -^ confidenza. Sollecita- 
ta a ritornare sullo stesso tema, la studentessa ribadisce il concetto espres- 
so servendosi però della relazione antonimica, attraverso esempi di "si- 
tuazioni non confidenziali". Da notare che il passaggio da una tipologia 
esemplificativa all'altra avviene grazie al verbo conoscere che, inizial- 
mente, sembra insistere sull'idea di confidenzialità e, solo in seguito, ri- 
ceve la corretta interpretazione di "conoscere qualcuno per la prima vol- 
ta". In questo senso, non è certo se al frammento di testo "cioè se io co- 
nosco una pessona no / secondo me no sta bene parlare napoletano" vada 
attribuito lo status di espansione parafrastica di "quando sto con gli ami- 
ci" oppure quello di nuovo testo sorgente. Gli enunciati in relazione para- 
frastica sono interrotti da una sequenza di parafrasi relative al "napoleta- 
no". Anche in frammenti testuali più estesi, spesso la testa della parafrasi 
inizia e conclude il campo della parafrasi (Somicola, 1999: 48) creando 
così un modello tautologico, in cui la parafrasi svolge soprattutto una fun- 
zione di conferma rispetto al testo parafrasato.^"^ 

In sintesi, l'analisi delle strutture parafrastiche rileva nel campione 
una scarsa abilità di trasformazione del testo. 



" Il testo sorgente è in corsivo e porta lo stesso tipo di sottolineatura del testo parafra- 
stico. 

""^ "Qui nel posto a Soccavo che tipo di napoletano si parla? Qui nel posto (XXX) 
ritorniamo sempre al discorso delle zone perché se vai nel Rione Traiano allora parli un 
napoletano stretto proprio che nemmeno io a volte capisco se invece rimani nella zona do- 
ve abito io allora il il napoletano piìi italianizzato più che capisci insomma / dipende sem- 
pre dalle zone'' (S). 

305 



6. Conclusioni 

La casistica descritta nelle pagine precedenti è sicuramente molto ete- 
rogenea, comprendendo fenomeni linguistici diversi per tipologia e inci- 
denza. Le assimilazioni consonantiche oppure la ricorrenza del segnale 
discorsivo abbè, ad esempio, caratterizzano le varietà indagate in maniera 
rilevante. La variabilità nell'uso dei pronomi clitici con alcuni costrutti 
verbali (cfr. vedere e piacere) costituisce, al contrario, un aspetto molto 
più instabile ed effimero, forse più strettamente connesso alle caratteristi- 
che del singolo parlante (la forma piace, per esempio, è presente soprat- 
tutto nel parlante D, che usa uno stile abbastanza telegrafico e ha fretta di 
terminare l'intervista). Tale disomogeneità è superata, tuttavia, dalla pro- 
spettiva di ricerca, riassumibile nell'interrogativo seguente: le devianze 
riscontrate sono meccanismi di semplificazione, secondo alcuni tipici del 
parlato, oppure possono trovare spiegazioni più sofisticate, di natura sin- 
tattica, pragmatica o stilistica e, in tal caso, rappresentare delle innovazio- 
ni? 

Inoltre, se da un lato l'interazione educativa è fra le più importanti, in 
alcuni casi l'unica, possibilità di accesso alla lingua italiana, l'italiano del 
campione è un esempio del fatto che la progressione delle abilità lingui- 
stiche nell'insegnamento scolastico può non andare oltre un certo limite. 
In effetti, il livello di scolarità non sembra influire su determinati aspetti 
morfosintattici, lessicali e testuali devianti rispetto alla norma d'uso cor- 
rente. Dal punto di vista fonetico la scolarizzazione rimuove quasi del tut- 
to i tratti più marcati in senso dialettale, ma non intacca altre pronunce 
che sembrano diventare sempre più invasive. È interessante osservare co- 
me il grado di scolarità influisca in maniera diversa su processi consonan- 
tici come, ad esempio, le assimilazioni, a seconda della tipologia socio- 
culturale del parlante: i processi assimilativi, conservati nella varietà dei 
pescatori di Precida e latentizzati nella varietà dei marinai della stessa 
isola (cfr. Somicola, in questo volume), potrebbero rappresentare un fe- 
nomeno stabile, quasi sedimentato, nelle generazioni più giovani dell'a- 
rea urbana. 

Sarebbe ugualmente importante capire qual è la chiave di lettura più 
adatta ad interpretare la caratteristica dominante dei testi analizzati, vale a 
dire la difficoltà di pianificazione del discorso e di elaborazione argomen- 
tativa, che potrebbe non essere semplicemente una prerogativa del parlato 
spontaneo. Le difficoltà di trasformazione e/o di riformulazione del testo 
possono dipendere da una pure evidente ristrettezza di contenuti, così co- 
me da una difficoltà di espressione dovuta al codice linguistico scelto, 
non necessariamente spiegabile ricorrendo alla dialettofonia dei parlanti. 

306 



Ovviamente queste considerazioni andrebbero verificate analizzando, ad 
esempio, lo sviluppo argomentativo in testi scritti, da un lato, e in testi 
orali in dialetto, dall'altro lato. 

Se e come i fatti linguistici esemplificati siano, in qualche modo, cor- 
relati alle caratteristiche strutturali dei diversi quartieri resta un indirizzo 
di ricerca ancora inevitabilmente in fieri (Sornicola, 2002: 135-136). 
L'approccio alla "cintura" urbana suggerisce soltanto l'esistenza di una 
certa eterogeneità nella rappresentazione degli usi linguistici. 

Per concludere, l'esiguità del corpus non permette di formulare ipotesi 
di carattere generale, tuttavia i fenomeni rilevati sollevano ugualmente 
una serie di quesiti interessanti sia per la ricerca linguistica, sia per la ri- 
cerca psicopedagogica. In che misura i fenomeni rilevati sono caratteriz- 
zanti per lo studio delle varietà dell'italiano medio? A quali risultati per- 
viene il processo d'italianizzazione in contesti sociali ancora linguistica- 
mente improntati al dialetto? Le "devianze" linguistiche riscontrate in che 
misura rappresentano una "risorsa" e in che misura, invece, un "hmite" 
alle potenzialità espressive delle nuove generazioni? 



307 



Appendice 



Tabella 1 



COIVIPOSlZIO^fE SOCIO-ANAGRAnCA DEL CAMPIONE | 




Soccavo (6 parlanti) 


Pianura (5 parlanti) 


Sesso 


5 F (A, 1, V, S, Sg) 1 1 M (D) 


4 F (Mr, Mr, F, R) | 1 M (L) 


Età 


18(Sg:19) 


18 


Scuola 


Ist. Profes. per i Servizi 

Commerciali e Turistici "Giustino 

Fortunato" (sede: Soccavo) 


Ist. Tecnico Commerciale 

"Saverio Nitti" 

(sede: Fuorigrotta) 


Prov. gen. 


7: Soccavo; 5: Napoli centro 


3: Pianura; 6: altri quart.; 1: Nap. centro 


Istr. gen. 


media inferiore 


media inferiore; 1 coppia diplomata (R) 


Prof es. gen. 


Padre: > oper./comm.; Madre: > cas. 


Padre: > operaio; Madre: casalinga 



Tabella 2 



"CENTRO" DI Napoli 


"PERIFERMi" DI NAPOLI 


Via Roma, Centro direzionale, Montesanto, 
Mergellina, Piazza Vittoria, via Caracciolo, 
Piazza Garibaldi 


Quarto, Borgo St. Antonio Abate, Quartieri 
spagnoli, Mergellina, Soccavo, Pozzuoli 



Tabella 3 



Gruppo di Soccavo 


Gruppo di Pianura 


>• nap. = codice prioritario 

> uso dell'italiano in contesti specifici 

> maggiore integrazione al quartiere 


> it. = codice prioritario 

> uso del dialetto in contesti specifici 

> maggiore proiezione su Napoli 



Scala A 



perché > pari- > molt- 


> persan- > altr- > volt- > alcun- > qualche > normal- 


215 169 105 
27.7% 21.8% 13.5% 


99 68 51 27 23 18 
12.8% 8.8% 6.6% 3.5% 3.0% 2.3% 



Scala A' 

perché > 

92 
42.8% 



altr- > pari- > person-Zmolt- > alcun- > qualche- > normal-A>olt- 
37 26 13 12 10 6 

17.2% 12.1% 6.0% 5.6% 4.7% 2.8% 



Scala Mi 



Scala M2 



Parlanti 


-rC- 


-IC- 


D (s) 
L (p) 
I (s) 
S (s) 

F (P) 

V (s/p) 
Mr (p) 
Ml (p) 

A (s) 
Sg (s) 

R (P) 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


- 


- 


- 


- 



Perché 


Altr- 


Molt- 


Alcun- 


Qualche 


Volt- 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


- 


+ 


+ 


+ 


+ 


+ 


- 


+ 


+ 


+ 


__,-— — ^ 


- 


- 


+ 


- 


- 


- 


+ 


+ 


+ 


- 


- 


+ 


__,---— ^ 


- 


+ 


- 


- 




- 


- 


- 


- 


- 


- 


- 


_„,---''^ 


- 


- 


- 


- 


- 


- 



308 



Figura 1 
Frequenze verbali 




Tabella 4 



Funzioni del verbo essere \ 


Funzione copulativa 


Funzione locativo-esistenziale 


Funzione predicativa 


Cop. + SN Cop. + Agg/PP 
31% (200) 25% (160) 


21% (136) 


12% (76) 



Tabella 5 



allora 
21% 


allô 
3% 


va bene 
0% 


vabbè 
25% 


abbè 

43% 


vabbuò 
2% 


bè 
7% 



309 



BlBLIOGRAHA 



Battisti F. M., 1991, Centro e periferia: un'analisi sociologica, in Battisti F. M./ 
Giusti S., 1991: 11-49. 

Battisti F. M. /Giusti S., 1991, La città senza 'centro'. Studi sulle periferie 
urbane, Napoli. Edizioni Scientifiche Italiane. 

Berruto G., 1995, Fondamenti di sociolinguistica, Roma-Bari, Laterza. 

De Blasi N., 2002, Notizie sulla variazione diastratica a Napoli tra il '500 e il 
2000, in "Bollettino Linguistico Campano", 1: 89-129. 

Giusti S., L'appae samento della periferia, in Battisti / Giusti 1991: 51-71. 

Lumbelli L./Mortara Garavelli B., 1999, Parafrasi. Dalla ricerca linguistica alla 
ricerca psicopedagogia, Alessandria, Edizioni dell'Orso. 

Mocciaro A. G./Soravia G., 1992, L'Europa linguistica: contatti, contrasti, affi- 
nità di lingue, Roma, Bulzoni. 

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Radtke E., 1998, Non solo Napoli. Gli italiani regionali in Campania, in "Italia- 
no & Oltre", XIII 3-4: 189-197. 

Radtke E., 2002, La dinamica variazionale nella Campania linguistica - 1 fonda- 
menti dell'Atlante Linguistico della Campania (ALCam), in "Bollettino Lin- 
guistico Campano", 1: 1-39. 

Renzi R., 1995, / segnali linguistici, in Grande Grammatica di consultazione, 
1995: 225-257. 

Somicola R., 1992, Soggetti prototipici e non prototipici: l'italiano a confronto 
con altre lingue, in Mocciaro A. G./ Soravia G., 1992: 259-279. 

Somicola R., 1999, Un contributo allo studio delle unità strutturali delle para- 
frasi, in Lumbelli L./ Mortara Garavelli B.,1999: 29-49. 

Somicola R., 2002, La variazione dialettale nell'area costiera napoletana: il 
progetto di un Archivio di testi dialettali parlati, in "Bollettino Linguistico 
Campano", 1: 131-155. 

Zingarelli N., 2003, Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli. 



!0 



Lecce: italiano e dialetto dei bambini, fra scuola e gioco 



ANfNARITA MlGLIETTA (LcCCC) 



1. Introduzione 

Ancora nel 1993 Tullio De Mauro rilevava quanto, alla fine del secon- 
do millennio, il parlare italiano risultasse insoddisfacente, per il fatto che 
"nella sua grande massa, [la popolazione] non ha ancora un buon rappor- 
to con l'italiano, ha un rapporto giovane" (De Mauro 1993: 1993). Che 
cosa è cambiato dopo di allora, negli ultimi dieci anni? E com'è la situa- 
zione all'inizio del nuovo millennio? È ormai risolto il problema del rap- 
porto lingua-dialetto? È vero che, come tutti pensiamo, l'italiano è ormai 
la lingua materna della socializzazione primaria per tutti i bambini? 

Leggiamo i dati raccolti dall' ISTAT nel 2000, in un campione di 
20.000 famiglie, e li confrontiamo con quelli raccolti nel 1987/88 e nel 
1995: 



Tipo di linguaggio 


In famiglia 


Con gli amici 


Con gli estranei | 


1987/88 


1995 


2000 


1987/88 


1995 


2000 


1987/88 


1995 


2000 


Solo prevalentemente 
italiano 


41,5 


44,4 


44,1 


44,6 


47,1 


48,0 


64,1 


71,4 


72,7 


Solo o prevalentemente 
dialetto 


32,0 


23,8 


19,1 


26,6 


16,7 


16,0 


13,9 


6,9 


6,8 


Sia italiano che dialetto 


24,9 


28,3 


32,9 


27,1 


32,1 


32,7 


20.3 


18,5 


18,6 



Fonte: ISTAT, Letture e linguaggio. Indagine Multiscopo sulle famiglie "I cittadini e il tempo libero, 
anno 2000", Roma 2003. 



L'uso dell'italiano aumenta nei diversi contesti sociali ma con una ve- 
locità ben diversa nei due intervalli di tempo: in famiglia si passa dal 
41,5% del 1987/88 al 44,4% nel 1995, ma poi il dato rimane pressoché 
stabile (44,1% nel 2000); con gli amici sale nei primi 7 anni di due punti 
e mezzo, ma nei 5 successivi sale si meno di un punto; con gli estranei, 
addirittura, cresce del 7% fra il 1987 e il 1995, ma solo dell' 1% - o poco 
più - fra il 1995 e il 2000. 

311 



Simmetricamente, l'uso esclusivo o prevalente del dialetto diminuisce 
vistosamente fra il primo e il secondo rilevamento, molto meno - o per 
nulla - fra il secondo e il terzo. I dati più clamorosi sono quelli che riguar- 
dano il codice usato nei rapporti con gli amici e con gli estranei, dove 
l'inversione di tendenza è molto brusca: negli ultimi 5 anni le percentuali 
di uso dichiarato del dialetto sono rimaste praticamente ferme, dopo che 
nei 7 anni precedenti avevano perso rispettivamente il 10% e il 7 %. Alla 
diminuzione dell'uso esclusivo del dialetto è corrisposto un incremento 
dell'uso alternato di italiano e dialetto: aumentato negli ultimi anni in fa- 
migha (dal 24,9%nel 1988 al 28,3 del 1995, fino al 32,9% del 2000) e 
con gli amici, ma non con gli estranei. 

La 'frenata' dell'ultimo quinqennio sarà dovuta, almeno in buona par- 
te, a quel processo di 'affrancamento' - o nobilitazione, o sdoganamento 
- del dialetto di cui da più parti si è parlato, e che si è realizzato proprio 
negli anni Novanta. 

Soffermiamoci ancora sui rilevamenti più recenti. 

I dati rilevati dall' ISTAT nel 2000 sono uniformi su tutto il territorio 
nazionale. La loro distribuzione è, di nuovo (o ancora) di tipo tradiziona- 
le. Si parla più italiano a nord-ovest (59,4%) si parla meno italiano nell'I- 
talia nord-orientale (36,9%) e ancora di meno in quella insulare (29,4%) e 
meridionale (25,1%). Simmetricamente, si parla più dialetto nelle isole e 
nel Mezzogiorno (27,2 e 24,9% rispetto all' 8,5% registrato per il centro) 
dove il dato più interessante è però costituito dall'uso alterno di italiano e 
dialetto in tutti contesti sociali: 



Sia italiano che 
Dialetto 


In famigll\ 


Con gli amici 


Con gli estranei 


Italia meridionale 


46,0 


45,9 


25,4 


Italia insulare 


41,4 


42,5 


27,0 



Fonte: ISTAT, Letture e linguaggio. Indagine Multiscopo sulle famiglie T cittadini e il tempo libero, 
anno 2000", Roma 2003. 



Nell'Italia meridionale, come si vede, quasi la metà degli intervistati 
ha la consapevolezza di usare in famiglia e con gli amici enunciati misti- 
lingui o alternati. 

Anche le dimensioni del comune sembrano influire sul comportamen- 
to linguistico dei parlanti, secondo la distribuzione più classica: nei co- 
muni fino a 2.000 abitanti dichiara di parlare italiano in famiglia il 30,6% 
della popolazione, nei comuni al centro delle aree metropolitane la per- 



312 



centuale sale fino a un 61,1%. Anche negli altri contesti situazionali si re- 
gistrano le stesse condizioni d'uso. Di contro, sempre secondo le attese, 
l'uso del dialetto è inversamente proporzionale alla dimensione del comu- 
ne. 

Ancora: il dialetto è più usato, come da copione, da chi non possiede 
un titolo di studio elevato, mentre l'italiano rimane il codice esclusivo o 
prevalente dei laureati (75,9%). L'uso misto di italiano e dialetto in fami- 
glia è registrato per il 17,4% dei laureati e per il 29,7% per i diplomati. 

Anche per quanto riguarda le fasce d'età, infine, il trend è il solito: 
l'uso del dialetto cresce con il crescere dell'età. Per esempio, in famigha 
sale progressivamente, si va dal 6,4% dei bambini di 6-10 anni sino al 
40,1% degli anziani (con più di 75 anni). L'italiano, in famiglia, registra 
presso i bambini di 6-10 anni un valore percentuale pari a 65,4%, contro 
il 25,6% degli anziani (con più di 75 anni). 

Per quanto riguarda l'uso alternato di italiano e dialetto presso i bam- 
bini di età compresa fra i 6 e i 10 anni la distribuzione è questa: 



SIA ITALIANO CHE DIALETTO 


anni 


In famiglia 


Con gli amici 


Con gli estranei 


6-10 


1987/88 


1995 


2000 


1987/88 


1995 


2000 


1987/88 


1995 


2000 


20,0 


19,9 


23,9 


20,4 


21,2 


23,6 


17,8 


12,6 


13,6 



Fonte: ISTAT, Letture e linguaggio. Indagine Multiscopo sulle famiglie "I cittadini e il tempo libero, 
anno 2000", Roma 2003. 



L'alternanza è più frequente (e si è più incrementata, negli ultimi anni) 
in famigha e con gli amici che con gli estranei. Con gli estranei le regole 
di congruenza con la situazione richiedono, già a questo livello di età, l'i- 
taliano. 

Dunque: l'abbandono del dialetto ha subito una brusca frenata, ma la 
distribuzione e l'uso dei codici conservano la configurazione 'storica'. 
D'altra parte, però, i bambini imparano presto a privilegiare l'italiano ne- 
gli scambi comunicativi. 

Che cosa c'è, allora, dietro l'angolo? L'italianizzazione frena o accele- 
ra? Anche i dati ISTAT fanno pensare che la risposta alle nostre domande 
sia nelle mani delle generazioni più giovani. 

È sugli adulti di domani, oggi alunni di scuola primaria, che si gioca la 
partita della effettiva rivalutazione e 'rimessa in circolo' del dialetto come 
codice d'uso - non stigmatizzato - nella comunità, e sono loro a decidere 
le sorti di comportamenti come il mistilinguismo, il code switching, la 

313 



microdiglossia, che le statistiche ci dicono oscillanti, secondo modelli 
sempre meno prevedibili. 

E per questo che abbiamo puntato la nostra lente d'ingrandimento pro- 
prio sulla classe d'età di 6-10 anni. In particolare, abbiamo messo a fuo- 
co due domini rilevanti per questa classe d'età: la scuola e il tempo 
libero. 

Il nostro campione era costituito dai bambini di quattro classi: due se- 
conde e due quinte di una scuola elementare alla periferia di Lecce. Gli 
obiettivi: raccogliere dati utili per rispondere a queste domande: a) qual è 
l'atteggiamento dei bambini nei confronti del dialetto?; b) qual è il rap- 
porto fra i codici a disposizione, nel comportamento linguistico dei bam- 
bini, a scuola e nel gioco?; e) in che modo la realtà socioeconomica, gli 
stili di vita ecc. del quartiere influiscono sulle scelte linguistiche dei bam- 
bini?; d) che peso hanno i modelli intemi ed estemi alla famiglia?; e) qua- 
le molo riveste la scuola nel processo di acquisizione della lingua dei no- 
stri bambini? 

Abbiamo lavorato nel quartiere Rudiae, uno dei quattro quartieri in cui 
è divisa Lecce. Rudiae, situato nel quadrante nord-occidentale della città, 
conta 26.000 abitanti. Nel suo insieme riassume tutti i contrasti e tutte le 
tipologie (abitative, sociali) dell'intero centro urbano. I dieci rioni che lo 
costituiscono (Cuore immacolato di Maria, Borgo S. Nicola, Borgo Pace, 
Zona industriale. Villa Convento, Cristo Re, San Vincenzo de Paoli, Ca- 
sermette, Santa Maria della Porta, San Pio) si caratterizzano per un diver- 
so gradiente di perifericità (ai limiti dell' extra-urbano) versus centralità, e 
di vocazione industriale versus residenziale. 

Per la nostra indagine abbiamo scelto la scuola elementare A. Diaz, 
che è ubicata all' intemo del rione San Pio, il nucleo più antico del quar- 
tiere e, anche, il più popolare: non solo perché all'interno sorgono i più 
grossi complessi di case popolari [di via Trento, via Trieste, via Gorizia, 
via Sozy Carafa, via Pozzuolo], ma anche perché in esso le attività com- 
merciali e i servizi sono connotati verso il basso e riproducono frequente- 
mente all' intemo del tessuto urbano, il modello mrale. 

Il presidente del quartiere osserva - giustamente, sulla base dei nostri 
rilevamenti - che nel rione si parla ancora molto dialetto, per il forte lega- 
me che tiene uniti i residenti al territorio e aggiunge che, in questi ultimi 
anni, si è registrata una forte tendenza al mistilinguismo, soprattutto nei 
giovani. Il fenomeno potrebbe spiegarsi, nel caso specifico: a) con i pro- 
cessi di ripopolamento in atto nel rione, da parte di studenti universitari, 
soprattutto delle Facoltà umanistiche, che lo preferiscono ad altre zone 
perché molto vicino ai plessi, sedi delle aule e delle biblioteche; b) con il 

314 



processo di riqualificazione dell'intera area ad opera del Comune attra- 
verso la sistemazione di piazze, piccoli spazi verdi, recupero degli edifici 
fatiscenti ed abbandonati, collocazione di servizi (ufficio postale, distac- 
camento dell'ufficio anagrafe, banche) che hanno attratto in quest'area 
abitanti di altri quartieri della città, promovendo un interscambio di iden- 
tità e culture diverse, che inevitabilmente ha avuto ricadute sui modelli 
linguistici indigeni. 

La dinamicità del quartiere è confermata dal quadro demografico che 
presenta una distribuzione per classi di età nella quale sono nettamente 
privilegiate le classi giovanili e intermedie, rispetto a quelle degli anziani. 

2. La lingua dei bambini a scuola 

Prima di passare all'analisi del comportamento linguistico dei nostri 
bambini abbiamo voluto verificare, attraverso un breve questionario so- 
ciologico, l'atteggiamento di questi e delle loro famighe nei confronti del 
dialetto. In particolare, è risultata significativa la risposta fornita alla do- 
manda "Nel vostro quartiere si parla più frequentemente italiano o dialet- 
to?". Su 21 famiglie di una seconda classe solo cinque hanno il 'coraggio' 
di dichiarare un uso prevalente del dialetto nel quartiere; ma tutte e 21 di- 
chiarano di utilizzare sempre ed esclusivamente l'italiano. Invece, i figli, 
di 7 anni, in 10 casi su 21 dicono di utilizzare a volte l'italiano a volte il 
dialetto. Lo stesso succede nell'altra classe seconda dove su altre 21 fa- 
miglie, solo cinque affermano che nel quartiere si parla più frequente- 
mente dialetto (in quattro di queste famiglie i genitori hanno un grado di 
istruzione e un profilo socioeconomico basso) ma tutte dicono di utilizza- 
re in famiglia solo l'itahano. Anche in questa classe l'immagine più veri- 
tiera è fornita dai bambini: 9 su 21 dichiarano di utilizzare anche il dialet- 
to. In queste realtà di periferia - nelle quali basta passare due ore per ren- 
dersi conto della vitalità del dialetto e dell'identificazione dell'italiano 
con una varietà regionale molto marcata - pare che i pregiudizi negativi 
sull'uso del dialetto - forse proprio per la sua perdurante vitalità - siano 
ancora ben vivi. In perfetto accordo con la persistente diffusa dialettofo- 
nia. 

Nelle quinte anche gli allievi all'unanimità hanno dichiarato di utiliz- 
zare in famiglia sempre ed esclusivamente l'italiano. Questo comporta- 
mento, diverso da quello dei bambini di seconda, è interessante: la prima 
ipotesi per spiegarlo è che nel corso della prima scolarizzazione si affermi 
progressivamente l'esigenza di autorappresentarsi col profilo di italofono, 
e che questa esigenza - proprio in concomitanza col permanere della dia- 

315 



lettofonia accompagnata dal pregiudizio negativo sul dialetto - sia indot- 
ta sinergicamente dai genitori, dalla scuola, dal gruppo sociale. 

Per quanto riguarda il comportamento dei bambini, lo abbiamo saggia- 
to attraverso registrazioni libere nelle classi selezionate. I bambini in clas- 
se, con l'insegnante, utilizzano un codice caratterizzato da un forte ibridi- 
smo italiano regionale/ italiano popolare. A parte qualche espressione oc- 
casionale, parla dialetto solo una bambina, che presenta competenza sbi- 
lanciata nei due codici. 

L'italiano regionale affiora invece nelle produzioni parlate di tutti i 
bambini intervistati, a tutti i livelli di analisi: lessico, sintassi, fonetica. 

Fonetica e grafia. I tratti fonetici si riscontrano non solo nella produ- 
zione libera ma anche nella lettura: i bambini leggono come intense le 
scempie (o ipercorreggono), leggono le sibilanti postnasali come affrica- 
te, ecc. I tratti che passano nello scritto sono quelli piià specificamenti 
panmeridionali: esiti rs>rz, ns>nz, ls>lz e relativi ipercorrettismi: 
silensio; raddoppiamento delle bilabiali e delle affricate palatali sonore in 
posizione intervocalica: tabbella, abbile. 

Lessico. Per quanto riguarda il lessico regionale la situazione non si 
discosta molto da quella osservata per la fonetica: le forme regionali sono 
molto più presenti nel parlato che nello scritto: 

ORALE 

- 'farsi il grande' 'fare il gradasso' 

- tenere 'avere' 

- odore 'profumo' 

- ritirarsi 'ritornare' 

- stare 'essere' 

SCRITTO 

- imparare 'insegnare' (6 occorrenze) 

- mo 'adesso' 

- buttarsi a mare per 'tuffarsi' (calco sul dialettale minarsi a mmare). 

Morfosintassi. Per la morfosintassi, nelle seconde troviamo forme di 
it. reg. 'basso' - cioè molto marcato - come morse per 'morì', vise per 'vi- 
de', scomparì per 'scomparve'; nel parlato dei bambini di quinta trovia- 
mo invece una frequenza piti alta di it. reg. 'alto' - per lo più forme pan- 
meridionali : 'mi finisco di fare i compiti', 'mi faccio i compiti', 'mi invi- 
to spesso con gli amici', 'ci litighiamo' (parlando dei litigi con i propri 
fratelli i bambini della quinta la ripetono per ben 10 volte in un'ora di re- 
gistrazione), 

316 



Forme simili ricorrono anche negli elaborati scritti dei bambini delle 
quinte, dove sono numerosi i calchi su strutture sintattiche dialettali: 

- ti prendi sempre a botte (dial. te piji a mats:ate) 

- cerca di comandarli (dial. li kumandi) 

- abbiamo raccolto tutto di terra (dial. de ter:a) 

- per esempio se devo andare a quella parte (dial. a kwi(|^:a parte) 

- abito a casa alla nonna (dial. a'bitu a kasa a 'non:ama) 

L'esperienza scolastica ha due punti di riferimento forti, due modelli, 
per le scelte linguistiche dei bambini: il gruppo dei pari e il team di inse- 
gnanti. Qui si è rilevato che il dialetto esercita sulla produzione degli al- 
lievi della scuola primaria un'influenza inversamente proporzionale al- 
l'attenzione che gli insegnanti prestano, nelle loro scelte didattiche, non 
solo alle varietà di lingua e dialetto, ma ai differenti livelli d'analisi della 
lingua. Risultano più interferiti dal dialetto la fonetica e la sintassi, che 
più sfuggono all'attenzione degli insegnanti: la prima per le note ragioni 
storiche, la seconda perché più sottilmente insidiosa, in quanto il parlante 
percepisce nel dialetto e nelle varianti marcate dell'italiano strutture su- 
perficiali non palesemente dissimile da quella dell'italiano medio. È me- 
no interferito il lessico, che è accuratamente controllato dai docenti (an- 
che con filtri forti, che affondano le loro radici nello 'scolastichese'). 

Anche i frequenti tratti di italiano popolare che affiorano nella parlata 
dei bambini delle seconde e delle quinte classi (e nei loro elaborati) risen- 
tono dell'abitudine ad utilizzare o comunque ad ascoltare produzioni dia- 
lettali. I tratti sono numerosi, com'è 'normale' nel processo in atto di "as- 
sestamento sociale, [di] un irrobustimento [dell'italiano] come varietà 
normale dell'uso quotidiano di un numero sempre crescente di persone" 
(Berruto 1988: 247). 

Fra i tratti più ricorrenti di questo itaUano popolare, in seconda: l'uso mol- 
to ampio del che polivalente, le frequenti dislocazioni a sinistra, l'uso di gli 
per le o di // per gli o per le. Ecco alcuni esempi, nel parlato delle seconde: 

- un pentolino che dentro e 'era la crema 

- io per la festa della mamma gli voglio un mondo di bene 

- non ci ho pensato che tu non ci avevi la piscina 

- se a me mi mangiava la tigre io li mangiavo tutto il naso. 

Ed eccone altri, riscontrati nel parlato delle quinte - dove sono più nu- 
merosi -: 

che polivalente : con mia madre parlo alle due quando toma dal lavo- 
ro, che teniamo una pizzeria; andavamo in cortile, che durava un 'ora 
la ricreazione 

317 



colloquialismi : mi piacciono le scienze perché parla 

riduzione dell'uso del congiuntivo : come se siamo una famiglia tutta 

unita 

La particolare frequenza di questi tratti, che dà una facies substandard 
alla maggior parte delle produzioni dei nostri bambini, si ritrova anche 
negli elaborati scritti delle quinte' nei quali troviamo: 

- ristrutturazioni sintattiche : invece essere figlio unico, i genitori de- 
vono spendere soldi per crescere un figlio; le pagliette settimanali 
la raddoppiano che invece di avere 5 ne avrai 10 

- uso semplificato dei pronomi : V impari a parlare 

- accordi anomali : se si ha dei fratelli 

- periodo ipotetico : se avrei un fratello dovrei stare sempre con lui 

- indicativo prò congiuntivo : sembra che si è scordato il mio nome. 

Da questa analisi sembra risultare che i bambini delle prime classi ele- 
mentari, ancora nella prima fase della socializzazione, utilizzano, proba- 
bilmente per la forte influenza che esercita il modello linguistico familia- 
re, un italiano regionalmente marcato verso il basso, misto a tratti popola- 
ri che potrebbero spiegarsi sia come causa di un sostrato dialettale, sia co- 
me frutto di un ancor non maturo processo di acquisizione delle regole di 
grammatica. I bambini delle quinte classi, invece, presentano nelle loro 
produzioni tratti di italiano regionale panmeridionale, con molti tratti di 
italiano popolare, in questo caso ascrivibili, probabilmente, all'azione del 
modello sia familiare che scolastico, dotati proprio di queste caratteristi- 
che. 



3. La lingua dei bambini nel gioco 

Finora abbiamo analizzato le produzioni dei bambini in situazioni for- 
mali. Ma come parlano i bambini con i propri pari, quando sono fuori dal- 
la scuola? Per rispondere a questa domanda abbiamo osservato alcuni 
bambini - fra quelli osservati in classe - durante le ore di svago, a casa, in 
locali, in occasione di feste di compleanno e presso un campo di calcio. 

In generale, da questi rilevamenti si è potuto osservare presso i bambi- 
ni un uso diffusissimo, alternato e misto, dell'italiano regionale e popola- 
re, con marcata intonazione dialettale, e una presenza sporadica di espres- 
sioni dialettali, quasi tutte con scopo ludico o espressivo. 

1 Non si tiene conto degli elaborati dei bambini delle seconde classi, perché risentono 
molto dell'intervento delle insegnanti. 

318 



In casa, al telefono, alle feste parlano tendenzialmente un misto di ita- 
liano regionale e di italiano popolare: es.: ''no, noi ce l'abbiamo fatto in 
classe il disegno"; ''te lo imparo io'\ "mi sta tenendo fame" , "fammi la 
nocca alle scarpe", "scendimi la gomma", "aggiustami la cartella", "vo- 
glio che mi entri la bicicletta", "lo voglio fatto da te", "nel libro si parla 

che...", "se scenderesti la gomma, cancellerei ", con qualche inserto 

dialettale vivace ed efficace nel trasmettere in modo iperbolico alcune 
sensazioni: "non gliel'ho dettato perché era nu furmine"' 'perché era 
molto lungo' riferito ad un testo, ab:ande 'vattene', tfe b:wei 'che vuoi', 
lampu\ 'accidenti' " io mi siedo qui e stat:e tfit:u" ' e stai zitto'. Il dia- 
letto viene usato, anche, per imitare il comportamento linguistico degli 
adulti, giocando con morfemi dialettali in cotesti italiani "ho visti/ un vec- 
chiM", "stai attentw", "nu ci voglio venire" eludendo ogni regola di restri- 
zione. 

Usano pili frequentemente il dialetto, non solo con i coetanei, con le 
insegnanti, ma anche con gli estranei, alcuni bambini socio-culturalmente 
svantaggiati, che presentano handicap nell'apprendimento. Una bambina 
con queste caratteristiche si rivolge così alla madre di una compagna, che 
verifica la temperatura ad un bambino che si sente male: "mena stu 
pitf:in:u. 'las:alu stu pitf:in:u. nu te preok:upare" 

Inoltre, da dieci ore di osservazione presso un campo di calcio, fre- 
quentato dai bambini provenienti dalla stessa scuola e dallo stesso quar- 
tiere in cui sono stati effettuati i rilevamenti, si è potuto osservare un uso 
diffusissimo dell'italiano regionale e popolare, e una presenza sporadica 
di espressioni dialettali, tutte con scopo espressivo, e dotate di una parti- 
colarità: sono utilizzate a sostegno di un comportamento agonisticamente 
forte, aggressivo: no, maisia; mena; ma tfe stafats:u; e stat:e tfit:u!; stu 
kug:june! mafit:u!, d:u sta b:aj, ma vafiakapu (al portiere che non ha pa- 
rato), mo te ne skaf:u unu 'adesso te ne tiro uno'. Oltre a questo impiego 
'aggressivo', l'unica funzione alternativa del dialetto è quella regolativa, 
durante le azioni di gioco: a k:wai stai a tfentro kampo, mantjeni lu postu, 
jow nu stafoku, 'met: ite cl:aj, mo me la pas:i a mie. La spiegazione la dà, 
lucidamente, Eugenio, 7 anni, che solitamente parla itahano: il dialetto è 
la lingua dei piiì forti, dei più grandi e talvolta bisogna usarlo per non far- 
si prevaricare. 

L'interpretazione di Eugenio è corroborata dall'analisi del comporta- 
mento del mister - modello di comportamento sul campo di gioco - che 
usa un italiano ibrido, che potremmo chiamare 'popreg': "mo faccio un 
esercizio che a Giacomo gh piace. Giacomo facciamo un esercizio che a 
te ti piace" e ancora "quanti anni tieni Francesco? Quello che ho parlato 

319 



ieri tuo padre era?" "tu non ci stai giocando?" e utilizza il dialetto sia per 
esprimere il suo dissenso nei confronti dei bambini indisciplinati sia per 
richiamarli all'ordine: ''te stai fermu? jeni k:waj\ 'mintite k:waj\ fit:ur. 
Non a caso tutti gli enunciati in dialetto sono pronunciati con voce stento- 
rea e tono perentorio, mentre le produzioni in italiano sono eseguite su to- 
ni più bassi, pacati. 

4. I GENITORI E LA LINGUA 

1 bambini, poi, hanno anche altri modelli da emulare: i modelli della 
loro famiglia. Ci siamo chiesti come e quanto i comportamenti dei geni- 
tori influenzano quelli dei propri figli, nel nostro quartiere. Abbiamo os- 
servato i genitori che aspettano i figli all'uscita della scuola. Essi usano 
nella grande maggioranza un italiano colloquiale, popreg, con numerosi 
cambi di codice. In particolare: 

a) ai figli si rivolgono prevalentemente utilizzando forme 
regionali/popolari come: stai at:ento che tf-e le persone (mancata 
concordanza); traversa, la mam:a (allocuzione inversa); ma quan- 
do sono innervositi e seccati dal comportamento dei loro piccoli 
utilizzano il codice a loro più usuale e familiare, ma anche il piij 
espressivo, il dialetto: "^ 'mintite kwaj. E nu te 'm:oere. Basta!, 
stat:e fermu! wej la spitf.-i?"" urla, sollevandolo di peso, una mam- 
ma contro il figlio che sul sedile posteriore dell'auto infastidisce il 
fratello. 

b) Quando, invece, i genitori si incontrano con i genitori di altri bam- 
bini cercano di parlare italiano: tutti, indipendentemente dal loro 
grado di scolarizzazione. L'italiano ha sempre una fisionomia po- 
preg: ''le vuoi tutte riempite le bigotte?", "non tengo mai tempo, 
che mi ritiro a casa alle due ", "quando andava in piscina mi cade- 
va sempre malato: mo mi cadeva con la gola, mo con le orecchie", 
''non so se era possibile di pagarle qui " "ho capito che non ti sta- 
va collando" 'avere voglia di'^. Talvolta, quando il livello d'istru- 
zione è basso l'italiano è arricchito da malapropismi: così ti tolgo 
dall' incombo (denominale a suffisso zero), Vho scannarizzato...., 
l 'infermiere che veniva a casa era ali 'occorrente di tutto (falsa ri- 
costruzione). 

Gli stessi genitori, se poco scolarizzati, parlano invece in dialetto 
quando si incontrano con altri genitori che sono anche amici di lunga du- 

2 Cfr. in Rohlfs il calabrese cullare o coddare 'inghiottire' <' far passare per il collo'. 
320 



rata: ''cornu staj? - "bbona. n-amu trasferiti alla kasa noa. - Ma d:une 
sempre a Letfe? - no. A d^ord^ilorju. mo sta 'fatfenu lavori. - a! iou puru 
tejìu li pjastreUisti a kasa'\ ecc. [Come stai? - Bene. Ci siamo trasferiti 
nella nuova casa. - Ma dove? Sempre a Lecce? - No. A Giorgilorio. 
Adesso stanno facendo dei lavori. - Ah! Pure io ho in casa i piastrellisti] 

Pochi genitori, infine, parlano solo ed esclusivamente in dialetto, e lo 
fanno anche quando si rivolgono ai propri figli. In questi casi è categorica 
la scelta del dialetto quando il fine è regolativo, o il messaggio contiene 
una minaccia, un rimprovero o un rifiuto: se te tsik:u te...; sine, tfitiu! tfe 
iti fat: u? tfe stafafi kwai?a tie e a icl:e. ha te dau venti euru pe l:e pupe 
de pets.a! [Se ti prendo...; Sì, zitto! Cosa avete fatto? Che cosa stai facen- 
do? Vai al diavolo tu e loro. Che ti do venti euro per le bambole di stof- 
fe!] Tutti i casi che abbiamo rilevato in questa categoria riguardavano ge- 
nitori che appartengono agli strati sociali pili bassi, spesso con situazioni 
familiari che hanno richiesto il supporto dei centri sociali. 

5. CONCLUSIOM 

In sintesi, sulla base dell'analisi condotta nella scuola A. Diaz di 
Lecce e presso i luoghi d'incontro dei bambini delle classi oggetto d'in- 
dagine si può avanzare un'ipotesi di descrizione di questo tipo: 

a) l'atteggiamento dei bambini nei confronti del dialetto, complesso e 
variegato, sembra risentire particolarmente dell'azione di due va- 
riabili: r età e le norme sociali. Il bambino di sette anni, che fre- 
quenta la seconda classe, risente meno del suo compagno di quinta 
del pregiudizio sociale e può dichiarare apertamente di utilizzare 
anche il dialetto, da solo o alternato all'italiano; il bambino di dieci 
anni, che ha meglio interiorizzato le norme della socializzazione, 
tende a negare l'uso del codice che percepisce come marcato verso 
il basso e stigmatizzato. Sembra dunque che domini tuttora uno 
schema sociolinguistico pre-sdoganamento. 

b) Il comportamento dei bambini, comunque, in una realtà periferica 
come quella del rione San Pio del quartiere Rudiae di Lecce, coin- 
cide solo in parte con il loro atteggiamento. I fattori socioeconomi- 
ci e gli stili di vita che caratterizzano quest'area condizionano le 
scelte linguistiche dei piccoli parlanti, che sono esposti, non solo 
ad un dialetto italianizzato, come si può trovare in altre subzone ur- 
bane, ma anche ad un dialetto arcaico: tanto arcaico che qui conti- 
nua a resistere persino in alcuni campi semantici (frutta e verdura, 
mestieri) agonisticamente più deboli nei confronti dei corrispettivi 

321 



italiani (Grassi 1993:295). I bambini, quindi, nel rione San Pio, a 
fronte di atteggiamenti condizionati dalle stereotipie famigliari, esi- 
biscono in buona parte produzioni effettive ricalcate sulla forma e 
sulla struttura dell'idioma materno ancora in uso nel quartiere. Che 
la struttura socioeconomica e la qualità della vita del quartiere e la 
sua ubicazione siano determinanti per gli usi linguistici dei piccoli 
lo abbiamo dimostrato in altra sede Sobrero ed io, rispettivamente 
in una zona centrale della città e in una piti periferica rispetto a 
quella del rione San Pio. Nella realtà piti periferica si è rilevato che 
i bambini utilizzano più dialetto, che lo utilizzano anche in classe 
con i compagni, e che l'italiano è fortemente marcato regionalmen- 
te verso il basso. I bambini della scuola del Centro - quartiere alta- 
mente qualificato per edilizia, servizi commerciali, status degli abi- 
tanti - parlano invece un italiano che presenta più tratti popolari, 
meno tratti regionali. In sintesi, a mano a mano che ci si sposta dal 
centro alla periferia della città ai tratti regionali panmeridionali si 
sommano quelli salentini, mentre l'italiano popolare continua a 
mescolarsi, in dosi più o meno elevate, ai regionalismi, 
e) I bambini non parlano sempre allo stesso modo. Anche il loro reper- 
torio, come quello degli adulti consente di scegliere fra un venta- 
glio di varietà abbastanza ampio a seconda dei fattori che condizio- 
nano la situazione comunicativa. Parlano italiano popreg con i 
compagni di classe, con gli amici, con la maestra, con i genitori; 
commutano codice quando sono fuori dai domini istituzionali, an- 
che se con funzioni limitate (ludica, regolativa, espressiva), utiliz- 
zano il dialetto con i pari, con poche specifiche funzioni; parlano 
italiano misto a dialetto - operando per lo più a livello morfologico 

- quando imitano gli adulti, che privilegiano come modelli: modelli 
intemi alla famiglia (i genitori) ed estemi (il mister). 

d) Nel processo di acquisizione della lingua, in realtà così marginali 
come quella esaminata a Lecce, risulta ancora forte il decalage tra 
l'offerta formativa della scuola e le esigenze prodotte dal contesto 
socio-ambientale e dal patrimonio linguistico e culturale degli 
alunni e delle famiglie. Anche quando - nei programmi morattiani 

- si insiste sull'insegnamento personalizzato, si perde di vista, me- 
glio, non ci si preoccupa affatto delle radici culturali nelle quali 
affondano le conoscenze dei piccoli apprendenti. Allo stesso tem- 
po, si perpetua tuttora la 'storica' tipologia dell'insegnante preoc- 
cupato da uno scolastichese di fine ottocento ma indifferente ai 
tratti fonetici, morfologici, sintattici, persino lessicali, che inavver- 



322 



titamente passano dal dialetto all'italiano popreg dei propri alunni, 
spesso per il tramite della propria produzione linguistica. Forme 
marcate, diatopicamente e diastraticamente, verso il basso potranno 
scomparire, come si augurava Lodi "quando attraverso lo studio 
comparato i ragazzi scopriranno che il dialetto e l'italiano sono due 
lingue diverse, con due strutture diverse e quindi con peculiari mo- 
di sintattici [aggiungerei e fonetici e morfologici] che soltanto co- 
noscendo si possono usare correttamente" (De Mauro, Lodi 1986: 
58). A questo si potrà giungere solo se si prenderà coscienza del 
fatto che il dialetto, per le note ragioni storiche, anche nel terzo 
millennio, in alcune zone del nostro paese, in microaree come quel- 
la indagata, continua ad essere la lingua veicolare della prima ac- 
quisizione ed è tuttora - nonostante le recenti 'rivoluzioni' - vitale, 
consapevolmente stigmatizzato e sanzionato. 



323 



Bibliografia 

Berruto G., 1988, Che lingua fa oggi in Italia, in "Italiano & Oltre" 3, 246-249. 

De Mauro T., 1993, Lettura e linguaggio, X Corso di Perfezionamento semina- 
riale, Venezia, 25-29 gennaio 1993, http://www.scuolalibraiuem.it/ 
uem04ita/maitres.pdf/demauro93.pdf 

De Mauro T./Lodi M., 1986, Lingua e dialetti, Roma, Editori Riuniti (I edizione 
1979) 

Grassi C., 1993, Italiano e dialetti, in Sobrero A. A., 1993: 279-310. 

ISTAT, 1995, Mass media, letture e linguaggio. Indagine Multiscopo sulle fami- 
glie "Tempo libero e cultura, anno 1995", Roma, 1997. 

ISTAT, 2003, Letture e linguaggio. Indagine Multiscopo sulle famiglie "I cittadi- 
ni e il tempo libero, anno 2000", Roma. 

Sobrero A. A. (a cura di), 1993, Introduzione all'italiano contemporaneo. La va- 
riazione e gli usi, Roma-Bari, Laterza. 



324 



Lecce: italiano e dialetto degli adulti, fra lavoro e media 
Alberto A. Sobrero (Lecce) 

Introduzione 

Le annotazioni che seguono si muovono all'interno di una considera- 
zione di fondo: il repertorio linguistico italiano è oggi in grande movi- 
mento, e la maggior parte di questo movimento riguarda proprio i confini 
fra le varietà, la loro reciproca permeabilità, le migrazioni di clusters inte- 
ri all'interno dello spazio linguistico italiano. 

Com'è ampiamente noto, il dialetto si muove lungo percorsi in parte 
contraddittori. Da una parte è soggetto al 'normale', prevedibile, atteso 
depotenziamento, che avviene per il contatto con un codice dominante 
sempre più pervasivo, e che si manifesta con la diminuzione dell'uso, il 
graduale cambio di funzione, un nuovo status sociolinguistico, la progres- 
siva italianizzazione; dall'altra gode di una rivitalizzazione - relativamen- 
te recente - che lo vede espandersi ed estendersi - sia pure asistematica- 
mente - anche a usi da tempo assegnati in modo che pareva esclusivo al- 
l' italofonia. 

Questa improvvisa rivitalizzazione dei dialetti ha, come sappiamo, na- 
tali - come dire - giuridicamente fondati. Negli ultimi 10-15 anni tanto le 
Regioni e lo Stato quanto - soprattutto - l'Unione Europea hanno fatto 
quanto era nei loro poteri per rivalutare le 'lingue locali', cioè i dialetti e 
le parlate delle cosiddette minoranze linguistiche. La prima impressione, 
presso i sociolinguisti, è stata quella di una liberazione del dialetto dallo 
stereotipo negativo che lo colpiva, come una maledizione, da tempo im- 
memore. I sicuri segnali di una 'ripresa' , o comunque di un uso più disin- 
volto del dialetto, sono stati da molti addebitati alla temperie filo-locali- 
stica, federalista, decentralista che caratterizza in modo sempre più spic- 
cato il clima politico-ideologico dall'inizio degli anni Novanta. 

Un dialetto così 'liberato' - o, per usare un'altra metafora, 'sdoganato' 
- , ma anche così indebolito e 'trasfigurato' nella sua espansione nel re- 
pertorio linguistico degli italiani si trova a fare i conti con le varietà 'for- 

325 



ti' della lingua: non solo con quella per definizione contigua, l'italiano re- 
gionale, ma anche con altre, in ragione del contemporaneo riposiziona- 
mento di alcune di esse all'interno del repertorio. 

Un primo riposizionamento riguarda tratti, anzi insiemi di tratti del 
parlato informale colloquiale che 'risalgono' e bussano alle porte dell'ita- 
liano comune: sono le forme che prima erano giudicate scorrette, o trivia- 
li, o colloquiali, ed ora sono tollerate o accettate o addirittura integrate 
nell'uso corrente: dagli usi sovraestesi dell'imperfetto agli usi più 'arditi' 
del che polivalente, dal nominativus pendens al ci cosiddetto 'attualizzan- 
te' {io e' ho, tu e 'hai). Ma sono anche tratti della struttura profonda della 
lingua: l'ordine delle parole, il sistema dei pronomi, i tempi i modi e gli 
aspetti del verbo, le congiunzioni; e sono anche i fenomeni, anzi i caratte- 
ri tipici dell'organizzazione del parlato: la deissi, la frammentarietà, la 
microprogettazione sintattica, la brachilogicità, l'implicitezza, la ridon- 
danza, l'ellitticità, le strategie conversazionali. Tutti caratteri che - per 
definizione - il parlato condivide ampiamente con il dialetto e la dialetta- 
lità. 

Si è riposizionato anche Vitaliano regionale: non solo le forme regio- 
nali 'alte', più vicine all'italiano, ma anche alcune di quelle 'basse', nelle 
quali il parlante percepisce nettamente la presenza del dialetto, non solo 
sono ampiamente usate ma sono riconosciute da un'alta percentuale di 
parlanti come forme di italiano dialettizzato e, nonostante questo, sono 
accettate come forme assolutamente 'normali' K 

Qualcosa di molto simile è accaduto anche per la varietà di italiano 
popolare, dalla quale si registra un ancor più massiccio transito di forme 
verso i piani più alti del repertorio. Come ha già osservato Berruto, l'ita- 
liano popolare sta perdendo - o riducendo di molto - la presenza di nu- 
merose manifestazioni di interferenza e di ipercorrettismo dovute al con- 
tatto con il dialetto retrostante, e sta invece incrementando la rielabora- 
zione e la ristrutturazione - soprattutto sotto forma di semplificazione lin- 
guistica - di interi settori del sistema o della norma dell'italiano standard. 
Ed è con questa veste che (a dispetto dell'aumento della scolarizzazione 
media e della quasi scomparsa della dialettofonia esclusiva) l'italiano po- 
polare non solo non riduce la sua presenza ma al contrario si estende sino 
a sfiorare il confine con lo standard: un italiano popolare, insomma, sem- 
pre meno popolare nel senso di 'radicato nel popolo' ma sempre più po- 
polare nel senso di 'molto diffuso'. 



' Si veda Miglietta/Sobrero 2004 
32b 



All'interno di questo scenario si inquadra la dinamica del rapporto 
dialetto-italiano agli inizi del terzo millennio. E' in riferimento al riposi- 
zionamento delle varietà di italiano nello spazio linguistico che dobbiamo 
rispondere alle domande fondamentali: quali sono gli usi prevalenti, quali 
le funzioni del dialetto? Residuali o innovative? Funzionali o espressive? 
Come si presenta il repertorio linguistico italiano, dal punto di vista so- 
ciolinguistico? Che tipo di bilinguismo prevale? Come viene utilizzata la 
commutazione di codice? Quali sono i modelli di lingua a cui si ispirano i 
giovani? 

In questa sede cerchiamo di rispondere almeno ad alcune di queste do- 
mande attraverso rilevamenti 'in situazione' di testi parlati e scritti in al- 
cuni domini e in alcune situazioni selezionate nella realtà urbana di una 
piccola città dell'area meridionale estrema. Lecce. 

Abbiamo selezionato tre domini che consideriamo, per motivi diversi, 
privilegiati: 

- i mass media: stampa, radio, TV 

- le transazioni commerciali 

- la scuola^. 

Per ogni dominio abbiamo esplorato, a forcella, due realtà sociolo- 
gicamente differenziate: l'una classificabile come medio-alta, una co- 
me medio-bassa. Avendo come obiettivo il parlato (e in parte, per 
mass media e scuola, lo scritto) 'medio prevalente', abbiamo escluso i 
contesti che per la loro natura favorissero comportamenti fortemente 
orientati verso gli estremi dell' iperconservazione e dell'abbandono 
totale della dialettofonia, o la realizzazione di testi caratterizzati da 
registri altamente formali o, rispettivamente, informali. Sono esclusi, 
ad esempio, da una parte gli articoli delle pagine locali di testate inter- 
regionali o nazionali (ad esempio 'La Gazzetta del Mezzogiorno') dal- 
l'altra i giornali satirici, come Festa noscia e La carrozza o i cartello- 
ni delle sagre {te lu ranu, te la municedda, te lu mieru, te la piscialet- 
ta^) scritti esclusivamente in dialetto; da una parte le produzioni parla- 
te delle transazioni di livello nazionale o internazionale, dall'altra i di- 
scorsi dell'osteria. Con lo stesso criterio abbiamo escluso sia le scuole 
'esclusive' dell'alta borghesia leccese che le scuole 'arrangiate' dei 
quartieri più svantaggiati. 



2 Per il dominio 'scuola' si veda il contributo di A.Miglietta, in questo stesso volume. 
^ Rispettivamente: del grano, della chiocciolina, del vino, della ciambellina (di pane, 
condita con olio e pepe). 

327 



Abbiamo registrato e schedato circa 15 ore di parlato per il dominio 
'scuola', 15 per 'radio e TV, 5 per 'esercizi commerciali', Per la stampa 
la schedatura è invece occasionale, orientata verso l'acquisizione di mate- 
riale comunque interessante per il nostro obiettivo. 

1. I MASS-MEDIA 

Nei mezzi di comunicazione (giornali, radio, tv), il dialetto è presente 
- moderatamente - in due modalità. Per un verso è frutto di scelta consa- 
pevole di recupero, o riuso, in trasmissioni televisive d'intrattenimento, in 
opuscoli informativi, in settimanali, ora con funzione espressiva ora con 
preciso richiamo metalinguistico al rapporto con la lingua; per l'altro, è 
inconsapevole residuo di competenza sbilanciata nei due codici - in favo- 
re del dialetto -, nella produzione di parlanti anziani, di bassa scolarità, 
intervistati in trasmissioni radiofoniche o televisive. 



1.1 La stampa. Nell'opuscolo Salento in tasca, distribuito gratuita- 
mente in tutti i locali pubblici (bar, tabaccherie, edicole ecc.) della città, 
curiosità dialettali vengono proposte nella rubrica Arcu de Pratu^ in cui 
vengono riportati lu proverbia e lu dialettu (in realtà una sorta di mini- 
glossario dialettale raccolto in modo pressoché casuale) insieme a com- 
menti e considerazioni varie spesso di carattere metalinguistico-contrasti- 
vo: ad es. nel n. 268 il redattore commenta il cartello Vendesi autu esposto 
su una Fiat Croma con la domanda e quantu ete autu? Quanti centimetri 
tene? Trase intra llu garage? "E quanto è alto? Quanti centimetri? Entra 
in garage?" giocando sulla polisemia di autu ('alto' aggettivo e 'auto' so- 
stantivo) ma anche sulla sostanziale inaccettabilità di autu per 'auto' nel 
dialetto leccese. Nello stesso opuscolo, nella rubrica sortenoscia (lett. 
"poveri noi!") ritroviamo anche foto con dediche, in cui è frequente sia il 
dialetto che il mistilinguismo, sempre usati esclusivamente con scopo lu- 
dico-scherzoso. La prima foto della rubrica viene intitolata artisti se na- 
sce; le altre foto vengono accompagnate da commenti di questo tipo: Cu- 
mar Redbulli, al posto cu mangi sempre . . . pensa cu fatii nnu picca! "in- 
vece di mangiare sempre, cerca di lavorare un poco", ed ancora un saluto 
giallorosso a Francesco, Luigi, Marco Andrea e Mauro ... lu spiritu certu 
nu'bbu manca "lo spirito certo non vi manca" [17 ottobre 2003], un salu- 

^ Dove 'Arcu de Pratu' è il nome di un arco, dedicato a Leonardo Prato - un capitano 
di ventura che operò anche a Lecce, fra Quattro e Cinquecento - e della piazzetta antistan- 
te, antico luogo d'incontro e di socializzazione. 

328 



to ai tre amici, miracolosamente sopravvissuti su un 'isola deserta, grazie 
alle "fiche"... d'India? dove si gioca con il termine che al femminile indi- 
ca in dialetto il frutto e in italiano l'organo sessuale femminile, e per esten- 
sione semantica le belle donne [24 ottobre 2003]. Anche fra i messaggi 
della rubrica Vorrei dire a... si pubblicano brevi testi giocati sulla commu- 
tazione di codice e sulla comunicazione mistilingue: dopu lu scherzu de le 
purpette, sei entrato di diritto al club de li "pigghia an... Tonio"! "dopo lo 
scherzo delle polpette, sei entrato di diritto nel club dei "prendi in . . . To- 
nio" dove è difficile rendere in italiano il gioco linguistico an... Tonio. Op- 
pure: complimenti per le eccellenti doti gastronomiche. Nna cucina cussi 

... se la sognanu puru gli Ufo\ " una cucina così... se la sognano anche 

gli Ufo" [17 ottobre 2003]; nelle aree di rigore, eri un leone, ma negli stu- 
di televisivi... nu tte faci "intimidire" te nisciunu "... non ti fai intimidire 
da nessuno"; devo darti atto che, anche cambiando le carte in tavola, il 
prodotto non cambia ... Forse è megghiu se parti "...forse è meglio se 
parti" [24 ottobre 2003]. Singolare lu passatiempu, dedicato ad un cruci- 
verba, che riporta le istruzioni e prevede le soluzioni in italiano, fornendo 
definizioni che si riferiscono a personaggi e notizie locali. 

Si noti, negli esempi citati, la funzione esclusivamente scherzosa del 
dialetto, quasi sempre usato nel colon risolutivo di una struttura bimem- 
bre organizzata in climax (per lo più ascendente). 

Qualche curiosità dialettale rientra anche nel giovane settimanale Città 
magazine, ma solo per alcune ricette e per prestiti di necessità: ad esempio 
minchiarieddhri cu Ila 'rucula viene tradotto nel titolo con 'maccheroncini 
con la rughetta' (ma all'interno della ricetta il termine minchiarieddhri ricor- 
re una sola volta e non è più tradotto: "lessare i ''minchiarieddhri, scolarh al 
dente e farh insaporire. . ..") [19 settembre 2003]; della trippa si segnala la va- 
riante - tipicamente salentina - tutta para [3 ottobre 2003], ecc. 

1.2. Radio e televisione. In tv, come si è detto, il dialetto entra in due 
modi diversi: o per scopo ludico (ovvero come scelta consapevole da par- 
te dei conduttori di trasmissioni televisive) o per competenza sbilanciata 
presso parlanti anziani, con bassa scolarità. 

Qualche esempio del primo tipo. La conduttrice di un programma di 
intrattenimento, Movida, rivolgendosi al ristoratore di un noto ristorante 
di Porto Cesareo: Cosiminu, sciamu à!^ "Cosimino, andiamo!" [12 luglio 

^ Per il parlato si utilizza in questo contributo una trascrizione che coincide quasi in 
tutto con l'alfabeto convenzionale italiano; per gli esempi e le citazioni di interesse foneti- 
co si utilizza invece una variante 'larga' dell'API. 

329 



2003], allora lafascimu st'intervista o no lafascimu? "allora la facciamo 
o non la facciamo quest'intervista?". 

Nel conduttore di 8 sport club, di Canale 8, trasmissione di opinione 
sportiva, non si contano i fenomeni ài flagging: lei dove ce l'ha la... co- 
me si dice putea ? "... bottega" rivolgendosi ad un parrucchiere in studio 
[15 settembre 2003], scerratizzu. come si dice a Lecce "che dimentica le 
cose..." riferendosi a chi prepara i titoli di coda in trasmissione [22 set- 
tembre 2003]; come si dice a Lecce, state mpannando tutti " vi state 

addormentando tutti" [6 ottobre 2003]; in dialetto leccese si dice 'trastuie 
trastuie' [7 luglio 2003]. 

In radio fa capolino anche una funzione metalinguistica 'filologica': 
un docente-giornalista, parlando del lunedì di Pasqua sostiene che a Lec- 
ce si dice scire allu riu e che "oggi si italianizza, ma dicendo sciocchez- 
ze 'andare al rio....' " e continua motivando la necessità di mantenere il 
termine dialettale auriu e non l'italianizzato rio perché a Lecce non c'è 
nessun rio, o rivo, ma in provincia, vicino a Surbo, in casale Auriu si tro- 
va una chiesetta del sec. XII, dove i leccesi facevano la scampagnata 
[Radio Queen, 31 ottobre 2003]. In questi esempi l'immagine del dialetto 
appare non solo riabilitata ma brillante di luce propria: essi attestano che 
il dialetto gode di una salute particolarmente buona proprio negli usi non- 
familiari e presso le classi sociali più elevate, tanto che il cambiamento di 
codice non solo è pienamente consapevole ma viene anzi specificamente 
segnalato come tale. 

La situazione sembra ribaltata con gli intervistati in tv, anziani, poco 
scolarizzati, che a volte tentano un attacco in italiano, poi, non trovando 
la parola, ricorrono al dialetto, e non sempre mostrano consapevolezza 
del cambio di codice: con questo si ggliavano le unghie alli cavalli (Ma- 
stro C, In famiglia. Telerama 6 gennaio 2004); 

Mastro C. - questo è lo scarfalietto 
Conduttrice - lo scaldaletto 
Mastro C. - con questo si faceva scarfare il letto 
Conduttrice - si faceva scaldare il letto, (ibid.) 

Sono numerosi i veri e propri cambi di codice: na sepolta viva era eia 
cristiana [TG8, 4 aprile 2004]; lasciato il letto ...è lasciato tutto come 
stava ... nu n-aggiu saputu nienti "non ho saputo più niente" (un uomo 
che parla della scomparsa della moglie a TeleRama news, 22 settembre 
2003); un telespettatore in diretta telefonica mi pare nnu muertu a pas- 
seggiu "mi sembra un morto a passeggio", [8 sport club. Canale 8, 29 set- 
tembre 2003]; una signora, invitata a rispondere sull'apertura dei negozi a 

330 



Lecce, il 1 novembre: a me perché il sindaco vuole la mezza giornata, in- 
vece le commesse nu bbòlenu mancu la menza giornata perché io parlo 
.... niente che vi debbo dire "... le commesse non vogliono neppure mezza 
giornata..." [TG8, 24 ottobre 2003]. Qui domina il cambio per vuoto les- 
sicale o per espressività, a testimonianza di una realtà residuale caratteriz- 
zata da un repertorio linguistico dialettocentrico. 

1.3. Dialetto in musica. Ritoma il dialetto anche nei nomi dei giovani 
complessi Campi de Scasciu, Spasulati Band, che però si esibiscono in 
locali dai nomi esotici (Istanbul Cafè, Mata Mari), proponendo ritmi an- 
glosassoni o orientaleggianti. Intanto, i famosi Sud Sound System conti- 
nuano a riscuotere successo con le loro canzoni in dialetto, non lesinando 
interviste in dialetto anche in diretta Rai. E' il lusso del dialetto come lin- 
gua delle radici, come preziosismo filologico, come oggetto di ricerca 
eulta che si può permettere una società ad italofonia avanzata: il caso che 
ricorre sembra quello del dialetto che esce dall'uso quotidiano, e viene 
reintegrato "nelle culture giovanili, in un incessante pendolarismo tra lo- 
cale e planetario, come si vede anche in certi tratti del giovanilese [...] il 
dialetto (o forse meglio il suo fantasma, le sue spoglie) riacquista dignità 
e prestigio" (Coveri 1996: 141). 

1.4. L'italiano dei media. Ma l'uso più frequente, nei mass-media, è 
quello di un italiano regionale, quasi sempre non controllato. A parte il li- 
vello fonetico - nel quale sono assolutamente di default pronunce del tipo 
Jrad^.-ile, sentso, cortsa, am:inistradzjone, formadzjone, situadzjone, 
kwejta ^cc. - le testimonianze sono frequenti anche nella morfosintassi: "è 
vero che se tu sei di Lecce ed esci con una di Gallipoli ti riempiono di 
mazzate di sopra' che ricalca il dialettale te bbìnchianu de mazzate de 
subbra, [20 luglio 2003] o "guarda che io ti prendo a mazzate in faccia" 
[30 luglio 2003]. Un giornalista di TeleRama chiede "anche di Pasqua la- 
vorerebbe?" (12 aprile 2004) ed esorta così "Si impegnasse, invece!" (per 
"si impegni!": 25 aprile 04). Il conduttore di Movida rivolgendosi alla 
conduttrice che tenta di leggere la mano ad un passante: '"quindi già hai 
toppato" dove toppato ricalca il dialettale - di area molto estesa - tuppatu 
"sbagliato". Regionalismi si trovano anche nei testi pubblicitari: "Non ci 
dormo. Non ci dormo" ripete la 'testimonial ' del mobilificio Primitivo a 
Canale 8, rendendo l'italiano 'non riesco a dormire' con una struttura ri- 
calcata sul dialetto. E questa volta si tratterà sicuramente di una scelta 
pienamente consapevole, anzi mirata. 

331 



L'italiano popolare, poi, ricorre in tutte le classi di età e le classi socia- 
li: è facile trovarlo presso coloro che sono intervistati per strada "è un'ini- 
ziativa [quella della chiusura al traffico della zona San Lazzaro di Lecce] 
molto buona . . . che almeno si può camminare con piti tranquillità" [Tele- 
rama news, 22 settembre 2003]; "ho un televisore che non vedo bene" 
[CanaleS, 8 sport club, 22 settembre 2003], "quando ero piìì giovane era 
meglio... dipende di come si vive" [un'anziana, parlando del matrimonio: 
CanaleS, Boomerang, 7 luglio 2003]; "dipende del peso della grandezza 
dell'uovo ... a secondo dello spessore dell'uovo ... poi c'è le [uova] mar- 
morizzate ... le dò ["dò alle uova"] un secondo strato" [Telerama, un pa- 
sticciere, 12 aprile 2004], "ci hanno presi di bersaglio" (un soldato, dall'I- 
raq) "questa è una caramella antica, antichissima e l'abbiamo portata a 
tradizione di santi morti, per un semplice motivo, pecche oramai si era 
dissusata. Allora il bambino di ieri si è fatto grande, oggi cammina coi fi- 
gli, e dice uh, \q fanfullicche^ n'altra volta " (dove popolare e regiona- 
le si mescolano in modo inestricabile). Ma è anche facile trovarlo nel par- 
lato di un giornalista dallo studio ("eroina che l'albanese ha cercato di di- 
sfarsi" [Canale 8, TG8, 22 dicembre 2002]; "sindaco facci una domanda 
al presidente" [ibid.]) o di un pohtico "sarebbe opportuno che la provin- 
cia ritoma" [Canale 8, notizie, 30 luglio 2003]) o addirittura di un intel- 
lettuale (un alto funzionario della Pubblica Amministrazione: "aspettano 
che queste teche si riempino" [Canale 8, Quattro chiacchiere, 19 settem- 
bre 2003] o di un'opinion leader, professoressa di filosofìa in un presti- 
gioso liceo ("speriamo che si ripeti", in conferenza stampa). Anche in 
questo sotto-corpus popolare e regionale ricorrono nello stesso testo, nel- 
lo stesso periodo, nella stessa frase: "mo pensavo che ero in diretta" (Te- 
lerama, una giornalista, 12 aprile 2004). 

Non mancano casi di etimologia popolare: "hanno attizzato i cani" [in- 
tervista a Canale 8, ad un ristoratore che parla dei punk-bestia]. 

E non mancano casi di italiano popolare nella carta stampata. Si veda- 
no per esempio in Città magazine "all'aprire del sito ci appare da subito 
la scheda da compilare" "Nell'era di internet la presentazione di un porta- 
le in multilingue lo rende sicuramente vincente" ed ancora "per chiunque 
si trova all'estero e vogha trovare una rivista specializzata, grazie a que- 
sto portale può sapere se è vicino ad una biblioteca che ha quella rivista" 
[Città magazine, 3 ottobre 2003]"^. 



^ Tipiche caramelle nastriformi, multicolori, vendute il giorno dei morti. 
^ Altri esempi in Sobrero 2003 



332 



Ci troviamo di fronte a una fase avanzata della situazione caratterizza- 
ta da un "refluire (del dialetto) nell'italiano regionale, che dà luogo a una 
fascia molto più ampia che non oggi di varietà regionali e popolari con 
fenomeni di ibridazione fra hngua e dialetto" (Berruto 1988: 249), mentre 
tuttavia il dialetto non è affatto scomparso. 

Il livello nel quale transita la maggior parte dei tratti dialettali è quello 
fonetico: si tratti di parlanti scolarizzati o non scolarizzati, anziani o gio- 
vani, la maggior parte dei salentini produce enunciati ricchi di tratti fone- 
tici panmeridionali, e moltissimi producono enunciati con tratti fonetici 
marcatamente locali^. Solo per citarne alcuni: 

- affricate sorde che vengono realizzate come sonore: "noi come 
am:inistradz:jone comunale"*, "non solo comQ formadz: Jone'' [con- 
sigliere comunale, anziano, 8 Sport Club, Canale 8], "vorrei un at- 
timo verificare la situadz:jone'' [spettatore di mezza età a 8 Sport 
Club, Canale 8] 

- rs- > - rts -; - Is - > - Its - ; - ns - > - nts - : "nel senso che faccio 
cortsà" [intervistato, mezza età, scolarità medio-alta, TeleRama 
news, 13 ottobre 2003] 

- cacuminali ^ e ^ "no, son venuta già alli;e volthe" [ragazza dodi- 
cenne, intervistata, parla ai microfoni di TeleRama news del circo 
di Lidia Togni, 31 ottobre 2003] 

- dentali aspirate -th- "comunque questa è un'occasione per ritrovar- 
ci tutthi kwanthi, per stare intsjeme' [ead.] 

- fricativa palatale davanti a dentale sorda "i giovani non garantiscono 
kwelta competitività" [spettatore di mezza età a 8 Sport Club, Canale 8] 

- allungamento delle bilabiali e delle affricate palatali sonore in posi- 
zione intervocalica: "il campo per me è a'd^db.-ile"; "a tempo 
'deb:ito" (Area gol. Canale 8). 

Ancor di più la salentinità affiora, infine, nella tonia delle produzioni 
dei parlanti, soprattutto nelle interrogative: "tu sai dove sta via Zannardel- 
li?" [Conduttore di Sport Club, Canale 8], "la gente si è lamentata?" 
[giomahsta, Tg8, Canale 8, 1 novembre 2003]. 

2. Gli esercizi commerciali 

Per saggiare il comportamento linguistico in questo dominio abbiamo 
scelto due esercizi commerciali, anche in questo caso selezionati in quan- 



^ Per l'elenco dei tratti cfr Sobrero-Romanello 1981 e Sobrero 2002. 

333 



to espressioni di due realtà sociologicamente differenziate ma non estre- 
me: un negozio di abbigliamento 'old fashion' situato nel centro storico - 
clientela di borghesia media e medio-alta, abbigliamento classico, riforni- 
menti di stoffe inglesi, camicie sia confezionate che su misura ecc. - ; una 
macelleria, una profumeria e una merceria-emporio situati nel quartiere 
Rudiae (quartiere semiperiferico a insediamento misto, ma prevalente- 
mente medio-basso). Chiameremo A l'esercizio a clientela medio-alta, B 
quelli a clientela medio-bassa. 



2.1. L'esercizio A. Nelle conversazioni registrate in A i personaggi so- 
no: il titolare (laurea in una prestigiosa Università, impostazione manage- 
riale dell'esercizio, conversazione brillante), i due commessi (scuole me- 
die, buona professionalità, fedeltà ultradecennale all'esercizio commer- 
ciale), i clienti. Codice di base è l'italiano, con venature piti o meno ac- 
centuate di italiano regionale e occasionali coloriture colloquiali di italia- 
no popolare, come in "già sto vedendo che non ne avete". 

/ clienti. Per quanto riguarda la presenza del dialetto, nei clienti che - 
occasionalmente - si allontanano dalla lingua base prevalgono: il cambio 
di codice di tipo intrafrasale, con l'inserzione di segmenti dialettali all'in- 
terno di frasi in italiano: 

- ho messo stu cosu pesante 

e fatti di tag switching (interiezioni, intercalari, allocutivi ecc. dialetta- 
li in un discorso in lingua). Sono rari invece i cambi interfrasali, con inse- 
rimento di vere e proprie frasi dialettali (che sono tuttavia uniproposizio- 
nali, e a struttura sintattica elementare). Questa configurazione - privile- 
giando il parlato mistilingue rispetto al code switching - conferma il basso 
livello di competenza dialettale dei clienti. L'inserto dialettale sembra ri- 
spondere pili a necessità di identificazione in rete che a vere e proprie 
funzioni conversazionali. 

Le commesse. Il parlato delle commesse è caratterizzato da una base di 
italiano regionale - soprattutto fonetica e intonazionale - consistente, sulla 
quale si stagliano code-mixing dialettali, direi, 'misurati': 

"lei 1-ha viste le cose nostre, ci penzi un attimo", 

"na camicia, nu both:one" 

// titolare. Il titolare dell'esercizio invece si muove agevolmente sulla 
tastiera dei codici e dei registri, esibendo comportamenti molto differen- 
ziati: 

a) nei rapporti con i clienti le commutazioni e le alternanze appaiono 
di tipo prevalentemente situazionale, legate ai parametri 'classici' dell' ar- 



334 



gomento e della relazione interpersonale con l'interlocutore. Parlando di 
un atto pubblico dice che "il provvedimento è stato emesso da un ente che 
non è giuridicamente abilitato a farlo " ma con lo stesso cliente, due turni 
dopo, produce un lungo enunciato mistilingue in chiave scherzosa. 

Quella che prevale di gran lunga nel suo comportamento linguistico è 
però la commutazione intrafrasale, con giustapposizione di segmenti ap- 
partenenti ai due sistemi linguistici all'interno della stessa frase: "anche 
perché è nu picca pignola" "certu, ca la vita poi... sono accadimenti" "e 
dove lu mittu?" 

b) nei rapporti di lavoro con un collaboratore e con le commesse la 
compenetrazione fra i due codici è ancora più forte: può dare luogo a co- 
de switching con funzioni specifiche, come la citazione: 

" ordinamu: prego mandare con urgenza" 
l'enfasi 

" da vera, guarda! " 
o l'espressività 

" o blu notte, c-aggiu affare!'^ 
oppure - anzi, più spesso - può dare luogo a cambi sia Inter- che intrafra- 
sali 'naturali', nei quali si applicano a materiale dialettale regole sintatti- 
che comuni ai due codici: 

- bisogna vedere cornu suntu le impunture 

- si la tagghiamu era meglio 

- dobbiamo vedere cu cuntrasta 

- non esiste proprio, ma ddu ss-a vistu che uno si alza e dice 

- quest-articolo a bb-essere 

- come suntu? impuntura a rriva 

fino alla ancor più frequente variazione del tutto occasionale, per lo più a 
livello morfologico: 

- a mie me conviene 

- facimu l'ultimo 

- troviamo il campione de riferimento 

L'assoluta fungibilità dei sintagmi e dei lessemi è testimoniata nelle suc- 
cessioni numeriche, nelle quali troviamo code mixing del tutto casuali: 

- trentanove, quarantunu, quarantatre 

e nelle ripetizioni non motivate di un sintagma italiano in dialetto (o vice- 
versa): 

- tredici e quaranta ete, tredici e quaranta è 

- sola? na! sula ma! 

Nei rapporti coi dipendenti c'è un solo caso in cui il dialetto prevale sul- 
l'italiano: quando il messaggio contiene un richiamo implicito, e il dialet- 

335 



to viene utilizzato in funzione attenuativa, grazie alla sua connotazione di 
'we code':: 

- nun sta biscia nisciunu "non vedo nessuno... " 
Questo comportamento "presuppone non soltanto una buona competenza e 
un notevole grado di spontaneità d'uso di entrambi i codici, ma anche la ca- 
pacità più complessa di integrarne le rispettive regole sintattiche senza violare 
eventuali restrizioni" (Alfonzetti 2001; si veda anche Poplack 1980: 589). E' 
quello che Poplack chiama smooth switching: una commutazione in cui i pas- 
saggi all'interno delle frase non hanno - o hanno raramente - una funzione 
specifica e vengono gestiti in modo spontaneo, rispondendo esclusivamente a 
esigenze stilistiche 'situate'. Questo orienta la nostra valutazione ambientale 
verso una diagnosi di 'neutralità sociolinguistica', condizione per la quale "in 
molte situazioni informali e di media formaUtà entrambi i codici costituisco- 
no una scelta non marcata" (Alfonzetti 2001: 260). 



2.2. Gli esercizi B. E' diverso il quadro che si delinea ascoltando le pro- 
duzioni linguistiche dei titolari, delle commesse e dei clienti nella macelle- 
ria, nella profumeria e nella merceria della zona B (medio-bassa). Codice di 
base è di norma il dialetto: l'italiano si inserisce raramente, e per scopi par- 
ticolari. Ad esempio, in macelleria un cliente racconta le vicissitudini sof- 
ferte per seguire l'iter burocratico relativo alla vendita della sua auto, con 
un racconto di ben 3' 12" esclusivamente in dialetto, con un solo cambio: 

- mo due mesi per fare il passaggio di proprietà, do misi 

dove l'inserto ha evidentemente funzione enfatica (si noti che il passag- 
gio è innescato per 'triggering' dall'omofono mo). 
Dopo 3' 12" il macellaio lo interrompe, con una richiesta in italiano 

- datemi cinque euro per favore 

da interpretare come brusco segnale di pre-chiusura. 

A parte questi usi funzionali specifici dell'italiano, è il dialetto a tenere la 

scena. Anche l'it. reg. è fortemente ricalcato sul dialetto. La frase 

- è inutile che giriamo a occhio (merceria) 

traduce l'espressione dialettale 'a uecchiu' cYìq in leccese vale 'a casac- 
cio'; ma la traduzione, come si vede, è fin troppo letterale, e sfocia nel 
malapropismo. 

In generale, quando clienti e commesse si allontanano dal dialetto esi- 
biscono una base di italiano regionale punteggiata di forme dialettali: 

- no, no, purificante unu è. Uno è (profumeria) 

- punture de cortisone facevo [...] quando mi prende tutto na volta 
(prof.) 



336 



La caratteristica saliente è però costituita dal cambio di codice, che 
è prevalentemente di tipo interfrasale: viene commutata una frase, o un 
segmento riconducibile a un'unità frasale. Accade per convergenza con- 
versazionale^ 

A - basta? 

B -//è/ié/e/w [toglilo!] 

A - si, mo me lu mangia iou [sì, adesso me lo mangio io!] (pese.) 

B - aspetta. Quando debbo venire? 

A - senti, aspetta, mofìnimu la cinta [adesso finiamo la cintura] 
B -fanne prima la signora, na! [servi prima la signora] (calz.) 
o per citazione 

- infatti come ho visto vento dico "Osce sciurnata de allergia " [oggi 
giornata di allergia] (prof.) 

o per commento: 

- soltanto questo come marsiglia. Ce bb-ete quistu quait [che cos'è 
questo qui?] [frugando tra i flaconi di detersivo] (mere.) 

ma anche senza funzioni specifiche chiaramente ravvisabili: 

- vedi colore quarantasei? a quai! [qua!] (mere.) 

- quando tomi? Eh, quista quai nu è ca li mmosciu... la mmosciu e 
la llarghi [eh, questa qui non è che la mostro la mostro e si allar- 
ga] (calz.) 

- domani a quest'ora, o prima, comu comandi [come vuoi] (calz.) 

- ah, non ce l'ha. Te lo scrivo su basta nu pezzettinu, dai ! (mere.) 

- guarda comu stau cumbenata! [come sono ridotta] Perché le cozze 
sono arrivate e nu sta tegnu tiempu [e non ho tempo] (pese.) 

E' però ben presente anche la commutazione intrafrasale: 

- nu e* entra. Lu deodorante è il tipo grande (prof.) 

- io colorati questi tegnu. iti? [vedi?] (mere.) 
che a volte si intreccia con quella interfrasale: 

- ecco, bravo, bravo. Vedi come si ngarbatu. Certe fiate me capisci 
[... sei garbato. A volte mi capisci] 

- più doppie te Vaggiuffare [te le devo fare] 

sino a produrre veri e propri funambolismi, come questa commutazione 
iterata con chiasmo: 

- mo viene a chiovere, se canti. Se canti viene a chiovere (mere.) 
Anche qui tuttavia il dato più rilevante è costituito dalla presenza di 

alcuni personaggi fortemente caratterizzati per la loro capacità di alterna- 
re italiano e dialetto in tutte le modalità possibili, giocando su più registri 

^ Nei due frammenti che seguono A è il venditore, B il cliente. 

337 



e su più modalità di commutazione, ed esibendo, nelle battute scherzose, 
competenze insospettabili. Il titolare della merceria canticchia pezzetti di 
romanza e produce commutazioni che comprendono escursioni lessicali 
su registro decisamente alto: 

B - questo è di cotone, no? 

A - tre cerchi, tre cerchi, quello per antonomasia (mere.) 
e duetta piij volte con una cliente che esibisce la stessa competenza e le 
stesse doti: 

- none, lassa stare. Non voglio che ti distolgo da questo sermone ca 
hai fatto stammane. Hai fatto nu sermone ca mamma mia... 
(mere.) 

Insieme cooperano alla costruzione di testi improvvisati quasi-poetici, 
con giochi linguistici e artifici retorici: 

- qua niente 

- qua non ave, non ave. ottave, chiudi 

- non ave, disse quiddu 

dove c'è persino un'ardimentosa ricerca della rima a cavallo dei - e, direi, 
indipendentemente dai - due codici. 

I due scenari che abbiamo scelto come rappresentativi di realtà diver- 
se - per certi versi opposte - delineano un quadro relativamente chiaro 
del processo di sostituzione di lingua oggi in atto nella città, all'interno 
del dominio 'commercio'. Si profila la collocazione dei parlanti su un 
proficiency continuum che all'estremo più innovativo presenta: 

> competenza ridotta del dialetto - al limite del semi-speaker - 

> prevalenza di italiano, con coloriture più o meno marcate di italia- 
no regionale e occasionali di italiano popolare 

> cambio di codice prevalentemente intrafrasale 

> frequente tag switching 

> condizione di neutralità sociolinguistica, con scarsa o nulla marca- 
tezza sociolinguistica dei due codici in gioco 

> smooth switching 

e all'estremo più conservativo presenta: 

> codice di base: il dialetto 

> inserti di italiano regionale per lo più fortemente dialettizzato, e 
quasi sempre funzionali sul piano conversazionale 

> cambio di codice prevalentemente interfrasale 

> presenza significativa di cambi intrafrasali 

> persistente, relativa marcatezza sociolinguistica dei codici in gioco. 
In questi esercizi commerciali, inoltre, acquista un ruolo forte una 

338 



particolare figura di parlante: quello che nei nostri rilevamenti si identifi- 
ca con il titolare dell'esercizio, ma anche con un tipo particolare di clien- 
te. Gestisce con grande naturalezza i due sistemi linguistici, applicando 
complesse regole pragmatiche e sociolinguistiche di smistamento dei co- 
dici, che di fatto mettono sullo stesso piano la lingua e il dialetto, privan- 
do così sia l'una che l'altro dei tradizionali poteri di connotazione. E' uno 
'scambiatore di codici' che gestisce un super-codice, è particolarmente 
competente, creativo, imaginifico, persino carismatico. La sua collocazio- 
ne sul proficiency continuum è difficile da definire (perché è in continuo 
movimento) e la sua funzione nella comunità linguistica (gregaria o di 
leadership? conservativa o innovativa? orientata verso quale configura- 
zione sociolinguistica?) è da studiare. Di sicuro, però, ritengo che a que- 
sta tipologia occorrerà prestare un'attenzione particolare, d'ora in avanti. 



339 



Bibliografia 

Albano Leoni F. et alii 2004, (a cura di). Il parlato italiano, CD-ROM, Napoli, 
M. D'Auria editore. 

Alfonzetti A., 2001, Le funzioni del code switching italiano-dialetto nel discorso 
dei giovani, in "Bollettino del Centro di Studi Filologici e Linguistici Sicilia- 
ni", 19: 235-264. 

Berruto G., 1988, Che lingua fa oggi in Italia? in "Italiano e Oltre", 5: 246-249. 

Còveri L., 1996, Dialetto rock! in "Italiano e Oltre", 5: 134-142. 

Miglietta A./Sobrero A. A., 2004, Quanto sono regionali le varianti regionali, 
oggi?, in F. Albano Leoni et alii, 2004. 

Poplack S., 1980, Sometimes I start a sentence in English Y TERMINO EN 
ESPANOL: toward a typology of code-switching, in "Linguistics", 18: 581- 
618. 

Sobrero A. A., 2002, Salento, in Sobrero A. A./Tempesta I., 2002: 71-206. 

Sobrero A. A., 2003, Nell'era del post-italiano, in "Italiano e Oltre", 5: 272-277. 

Sobrero A. A./Romanello M. T., 1981, L'italiano come si parla in Salento, Lec- 
ce, Milella. 

Sobrero A. A./Tempesta I., 2002, Profili linguistici delle regioni - Puglia, Roma- 
Bari, Laterza. 



340 



INDICE 



A mo' di introduzione V^l 

Gaetano Berruto (Torino) 

Quelques reflexions sur l'espace et l'interaction 

Françoise Gadet (Paris-X Nanterre, France) 

Nuovi aspetti della relazione italiano-dialetto in Ticino 

Bruno Moretti (Berna) 

Ipotetiche libere e grammaticalizzazione in corso nel parlato 
Edoardo Lombardi Vallauri (Roma Tre) 

Il contatto linguistico: aspetti teorici e metodologici 

Mair Parry (Bristol) 

Quale dialetto per l'Italia del Duemila? Aspetti dell'italianizza- 
zione e risorgenze dialettali in Piemonte (e altrove) 

Gaetano Berruto (Torino) 

Sulla nozione di dialetto italianizzato in morfologia: il caso del 

piemontese 

Davide Ricca (Torino) 

Atteggiamenti linguistici e valutazioni dei parlanti in Piemonte 
Sabina Canobbio, Monica Cini, Riccardo Regis (Torino) 

Routines conversazionali monolingui e mistilingui in Piemonte 
Silvia Dal Negro (Vercelli) 

Dialetto e processi di italianizzazione in un habitat del Sud d'Italia 
Rosanna Sornicola (Università di Napoli Federico II) 

Osservazioni sull'uso e la conservazione di un dialetto locale 

Paola Como (Napoli) 



15 



31 



49 



77 



101 



129 



151 



173 



195 



243 



341 



Tra lingua e dialetto: affinità e discrepanze nel parlato bilingue e 
monolingue dei testi di alcuni parlanti di area flegrea pag. 265 

Emma Milano (Napoli) 

Percorsi linguistici tra "limiti" e "risorse" della realtà scolastica 

in due quartieri napoletani " 289 

Daniela Puolato (Napoli) 

Lecce: italiano e dialetto dei bambini, fra scuola e gioco " 311 

Annarita Miglietta (Lecce) 

Lecce: italiano e dialetto degli adulti, fra lavoro e media " 325 

Alberto A. Sobrero (Lecce) 



342 



SOCIOLINGUISTICA E DIALETTOLOGIA 

Collana diretta da Alberto A. Sobrero 



Volumi già pubblicati 

1 . Parlare in città. Studi di sociolinguistica urbana, a cura di Gabriella Klein. 

2. Norbert Dittmar, Variatio delectat (quosdam). Le basi della sociolinguistica. 

3. Studi di sociolinguistica e dialettologia offerti a Corrado Grassi, a cura di 
Gaetano Berruto e Alberto A. Sobrero. 

4. Alberto A. Sobrero / Maria Teresa Romanello / Immacolata Tempesta, 
Lavorando al NADIR. 

5. Giuseppe Francescato / R\ola Solari Francescato, Timau. Tre lingue per 
un paese. 

6. La città nei discorsi e nell'immaginario giovanile. Una ricerca socio-lingui- 
stica a Napoli, a cura di Gabriella Klein. 

7. Camilla Bettoni / Antonia Rubino, Emigrazione e comportamento linguisti- 
co. Un 'indagine sul trilinguismo dei siciliani e dei veneti in Australia. 

8. Immacolata Tempesta, Pratiche di lingua e di dialetto. 

9. Annarita Miglietta, // parlante e l'infinito. Modalità epistemica e deontica 
nel mezzogiorno fra dialetto e italiano. 

10. Lingua e dialetto nell'Italia del duemila, a cura di Alberto A. Sobrero e Anna- 
rita Miglietta. 




Finito di stampare per conto di CONGEDO EDITORE - GALATINA (Le) 
nel 2006 da EDIZIONI PUGLIESI - MARTINA FRANCA (Ta) 



UNIVERSITY OF CALIFORNIA-LOS ANGELES 



L 009 750 860 



University of California Library 
Los Angeles 

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ONUNE RE-NEWAU 

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APRI 421 



Si presentano in questo volume i risultati di indagini sociolinguistiche 
approfondite, condotte da quattro unità di ricerca che fanno capo ad altret- 
tante sedi universitarie (Torino, Roma, Napoli, Lecce) sotto la guida di 
Gaetano Berruto, con lo scopo di studiare il rapporto attuale fra lingua e 
dialetto in Italia, tenendo conto di realtà spesso molto diverse fra loro: 
Nord, Centro e Sud, metropoli e centri urbani medi e piccoli, città e cam- 
pagna ecc. Quasi una fotografia - commentata - dell'Italia linguistica all'i- 
nizio del terzo millennio. 

Sono stati raccolti e analizzati tipi diversi di interazioni e produzioni 
verbali in dialetto e in italiano regionale: ampie interviste strutturate con- 
dotte con campioni rappresentativi di informatori in diverse località 
(Napoli), corpora diversificati (elicitati e non elicitati) rappresentanti diver- 
se situazioni di interazione di impiego del dialetto e dell'italiano regionale 
in differenti ambiti (Torino e Lecce), comprese emittenti radio e produzio- 
ni di bambini della scuola elementare (Lecce), catalogazione e analisi - sia 
sul piano teorico che su quello descrittivo - di punti strutturali critici, par- 
ticolarmente soggetti alla mutabilità, nella morfosintassi della lingua 
nazionale (Roma). 

I tre ambienti sociolinguistici esaminati, Torino e il Piemonte, Napoli e 
il napoletano, il Salento, si sono rivelati come tre tipi emblematici di rap- 
porti di convivenza fra lingua e dialetto molto diversi. Nelle tre aree-cam- 
pione sono differenti i tipi di continuum italiano-dialetto, è diversa la vita- 
lità e la funzionalità del dialetto, è diversa la coscienza identitaria. Ne risul- 
ta un'Italia tutt'altro che omogenea, qui descritta nella sua varietà, nella 
sua complessità, nella sua articolazione interna, con rigore e con acuta pro- 
blematicità. La descrizione di tutte queste realtà è infine inquadrata - in 
questo volume - in un orizzonte internazionale, grazie a interventi di stu- 
diosi francesi e svizzeri, che rimandano alle rispettive problematiche socio- 
linguistiche. 

Un quadro finalmente non convenzionale, problematico e aggiornato 
del rapporto lingua-dialetto in Italia, oggi. - 



In copertina: ISBN 8880867024 g 

L'Italia nell'incisione di Antonio Zatta II II llll II li II II llllll 

stampata a Venezia nel 1782. 



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